sabato 21 maggio 2011

Piccolo nostro mondo sparito

Erino belle le vecchie case del Ponticello di Seravezza duve abitavo, quand'ero cicchino, anco se aveino i muri scrostati e più cucine annerite dal fumo dei grossi camini. Sorgevano sulle rocce in fondo al monte Canala, Erino incastonate in mezzo a piante di ceragio, piccoli orti e giardini con tante rose, ortensie e camelie. L'acqua e la luce in casa ce l'aveino in poghi. Si usava la lampada a petrolio e l'acetilene; c'era chi accendeva ancora il lumino a olio.
Prima che la guerra le spazzasse via, ogni anno stormi di rondini ci ritornavano per farci il nido. Fango e acqua ne aveino in abbondanza i quell'oasi di verde. C'erino molti pesci nel fiume e l'acqua che vi scorreva era così limpida che si podea anco beve, specie dopo che era passata la piena.. Ricordo gli anni 30, già raccontati nei libri scritti da Giorgio Giannelli, quando nelle strade si sentia cantà “faccetta nera” e “siam versiliesi dalla pupilla nera...”.Allora mi pà andaa a laborà sulle cave del Trambiserra anco quando il tempo era piovoso e tirava un forte vento, perchè avea bisogno di guadagnà con noi bimbi da tirà su. Sotto la tecchia insieme ai su compagni, che come lù erino scovati, aspettò, più volte che spuntasse l'arcobaleno. Aveo poghi anni e spesso mi svegliavo quando la matina, doppo avè levo il paletto di ferro che bloccava la porta di accesso, mi pà metteva fora la testa dall'uscio per scrutà il cèlo. Così na volta lo sentii dì: “E' tutto nero e pioviccola. Un so che fa. Se mi riscisse laborà almeno du ore. Già c'è pogo laboro e ci si mette contro anco il brutto tempo...”. E mi ma: “ O te, speriamo per lo meno che la piena porti giù dei sassi. Non ce n'è più nel fiume. Eno stati raccattati tutti. Il barrocciao mì ha ditto che vanno a ruba. Certo che a portalli sulla strada è un fatica da morì. C'è da sfiattaccisi”. Anco mi mà s'era alzata presto per preparà per mi pà, al lume della lampada a petrolio, il fagotto col mangià a mezzogiormo: pane o polenta. Solo il companatico cambiava, a seconda dei giorni. Erino comunque le stesse cose e cioè: carne allistata, o cagio pecorino, o mortadella, o biroldo,quando ci avea i pomodori gli dovevimo trità il sale, un compito che toccava a me o a mio fratello Sergio. Misso una brancata su un pezzo di carta gialla, ci giravamo sopre, come un rullo, una bottiglia, mezzo giro avanti e indietro con le mani. Nelle parole dei mi genitori avvertivo tutta la loro preoccupazione. Laborà du ore volea dì che mi pà si accontentava di avè almeno un quarto della paga che gli avrebbero datto se avesse lavorato l'intera giornata. Un era un granchè un quarto, erino poghe lire che però servivino a compracci qualcò a la bottega, considerato che a quei tempi circolavano i centesimi e ventini. Missi gli scarponi chiodati, tirati a lucido con la sciugna, cosa che si facevamo io e mio fratello, si allontanava da casa sotto il grosso ombrello di celandra, più di un volta tra il fragore dei tuoni ed il rumore dell'acqua tumultuosa del canale che passava sotto la finé de la cucina de la mi casa, e quello cupo dei sassi che spinti dalla corrente della piena, rotolavano giù per il fiume. Un c'era da sta allegri quando l' acqua limacciosa arrivava a sfiorà le arcate dei ponti e la passerella ballerina fatta di fili di ferro e paletti di legno, che gli omeni per attrabaccà il fiume arrivi sopre Malbacco percorrevino con difficoltà per portarsi dall'altra parte della valle, duve iniziava il sentiero che li portava sulle cave del Trambiserra. Negli anni 30 vivevano ancora tante pèrsone che ricordavano i danni che aveva causato la piena del 26 settembre 1885. Era arriva l'acqua alta come si podea vedè dalla linea scolpita su na piastrella di marmo murata su alcuni edifici di Seravezza per ricordà tale evento. E durava sempre ai mì tempi l'usanza che dopo le tempeste noi ragà si saliva sul monte Canala per raccoglie i rami dei castagni che il vento avea scosciato dai grossi alberi.
Allora un c'era altro combustibile, oltre il carbone e la legna, per còce il cibo, e così si facea a le corse a chi arrivava prima per trascinà interi rami giù lungo la mulattiera fino a casa. Incredibilmente, anco il vento che coi suoi sibili ci facea sta in ansia, era utile per procurarci la legna. Quando nel célo tinto di azzurro ritornava a splende il sole, nelle strade si rivedevano i barrocci, le membrucche, carri o carrette trainati da bovi e cavalli con sopre blocchi o lastre di marmo. Anco il tramme riappariva con la sua lunga fila di vagoni. Al pontile di Forte dei Marmi i velieri attraccati attendevano l'arrivo dei pezzi di marmo per esse imbarcati e trasportati in ogni parte del mondo, come sentivo dire. Quando un era freddo, noi batocchi, si ritornava a mette i piedi nel fiume, duve si giocava accanto ai botelli. Poi arrivò la guerra e nell'agosto del 1944, questo mio piccolo mondo sparì, spazzato via dai tedeschi che lo minarono e lo fecero saltare in aria per tenere sotto controllo il terreno sottostante le loro trincee dove per sette mesi fermarono l'avanzata delle truppe alleate.

venerdì 20 maggio 2011

Amo ancora parlare del grande professore Danilo Orlandi.


Nel suo studio sul vernacolo versiliese, il professore Danilo Orlandi nell'opuscolo che mi donò quando ebbi l'onore di conoscerlo nella Sala Fontana della Misericordia di Seravezza,di cui ho parlato recentemente, ha scritto , tra l'altro, quanto segue: “Il Santini nelle vicende storiche di Seravezza e di Stazzema” riferisce che: nella guerra di Portogallo (1579) si posero sotto gli stendardi del Re di Spagna, Matteo di Giovanni Giannotti e suo fratello Vincenzo, Gio Ventura Marchesini, Matteo di Antonio da Giustagnana, Giovanni di Pieruccio da Fabiano e Meo di Bartolomeo Barsottini, i quali tutti si ritrovarono in Medina Sidonia.Questa armigera gente (prosegue il Santini), venne tutta raccolta da Prospero Colonna, il quale avuta a sua richiesta, l'autorizzazione dal Granduca di raccogliere uomini nel Capitanato a favore della Corona Spagnola, e ne ebbe ben donde, perché vi troviamo ancora Messere Tullio Bonamini di Seravezza come medico chirurgo speciale dell'Ill.mo ed Ecc.mo don Prospero. E prosegue: “cosi è noto come nel 1614 il Comandante Annibale Canci faceva conoscere al Capitanato di Giustizia di Pietrasanta che trovasi a bordo della galea di Sua Altezza avendo per soldati nella sua compagnia Bernardino di Giovanni di Nicola, Nicola di Giovanni Vezzoni, Vincenzo di Antonio Barsottini da Seravezza, Piero di Leonardo Doria da Corvaia. Luca di Batta Vincenti da Fabiano, Ginesio di Luca Carducci da Giustagnana, Filippo di Pellegrino Bartolucci, Antonio di Pietro Pancetti, Gio di Filippo di Gio da Farnocchia, Matteo di Piero del Pellegrino, Federico di Mario Fagetti da Pietrasanta, Pelegrino di Gio da Terrinca.”””

Ricordo sempre il professore Danilo Orlandi, uomo dagli occhi profondi, buoni e intelligenti che, con le sue opere letterarie, onorò altamente la nostra Versilia.

martedì 17 maggio 2011

Estate 1944 - I tedeschi intimano lo sfollamento alla popolazione di Seravezza

Ho ancora vivi nel mio cuore i ricordi di quel tragico giorno di sessantasette anni fa in cui i tedeschi imposero ai seravezzini l'ordine di sfollare a Sala Baganza, in provincia di Parma. C'era una grandissima confusione nelle vie di Seravezza e in particolare in piazza Carducci, dove sul muro a fianco della macelleria di Adolfo Lombardi, dirimpetto al monumento ai Caduti era stato affisso il manifesto che conteneva l'ordine. Seravezza in quell'estate del 1944 era piena di sfollati. Ricordo che quasi tutti i fondi anche senza servizi igienici e privi di una normale pavimentazione, erano quasi tutti occupati.
Andai anch'io a leggere quel manifesto. Ricordo che c'era una lunga fila di gente davanti a me. quindi dovetti aspettare un po' di tempo prima di posare gli occhi sullo scritto. Rimasi senza parole, non riuscivo a comprendere come la mia famiglia potesse raggiungere Sala Baganza, località da molti sconosciuta, in quanto avevo la nonna materna anziana e con una caviglia gonfia, da sempre trascurata, che la faceva zoppicare quando camminava. Poi avevo una sorella che non aveva ancora due anni. Sì, insomma, la mia famiglia si trovò ad affrontare una tremenda situazione.
La prima cosa a cui pensai furono i patimenti che avrebbe sofferto la mia cara nonna. Questo pensiero mi fece ritenere che soltanto la morte che avvenne, nell'ultimo rifugio di Giustagnana, dove rimase sola, avrebbe posto termine alle sue sofferenze. La disperazione si leggeva sul volto di tutti i miei paesani e anche di coloro che vivevano sui monti sovrastanti il capoluogo seravezzino, dove si erano rifugiati dei fortemarmini, ai quali i tedeschi avevano imposto lo sfollamento il 30.6.1944. Anche la gente dei monti, compresi gli sfollati, scese a Seravezza per leggere appunto il manifesto. La maggiore parte della popolazione non sapeva cosa fare. Ci fu qualcuno che disse: “ Andiamo a sentire Gino Polidori”. Rimasto cieco dalla guerra 1915/1918, presidente della sezione di Seravezza degli invalidi e mutilati fin dalla sua costituzione (1919), sindaco di Seravezza dal 1923 al 1926 e nominato nuovo podestà di Seravezza il 6 settembre 1934. Ricordo che questo uomo molto famoso, insignito dell'onorificenza di cavaliere ufficiale, con accanto la sua giovane figlia, ascoltava tutti con molta attenzione. Comprese i forti disagi che la popolazione di Seravezza doveva affrontare, ma purtroppo non seppe suggerire alcun comportamento per evitare lo sfollamento; non ci restava che obbedire a tale ordine. Intanto la fame ed altre sofferenze rendevano sempre più faticosi i giorni che la gente di Seravezza e dintorni stava vivendo. Soltanto, chi l'ha sofferta può capirmi. Ti senti morire, ma continui a vivere..., ti senti sfinito, ma il tuo cuore continua a battere. Ecco i sintomi della fame.
La Carità. Una delle virtù teologali: l'amore a Dio come bene supremo e al prossimo per amore di Dio” negli anni della guerra non vi vedeva più in giro, sì era scomparsa. Ognuno aveva i suoi gravi problemi da risolvere quotidianamente e non poteva pensare a quelli delle altre persone.

La mia famiglia si rifugiò in un metato tra il Pelliccino e il colle, di proprietà dei miei zii C'era vicina anche una grossa buca scavata in una roccia del monte dove nel passato veniva estratto il quarzo. A poca distanza avevamo la sorgente di acqua che tuttora alimenta la fontana di Riomagno. L'acqua era era l'unico bene primario cui si disponeva in abbondanza. Si dormiva su un mucchio di rusco, idoneo per preparare la stalla delle pecore, sul quale si stendeva la grande materassa, che avevamo portato fin lassù dalla nostra casa del Ponticello. Non passò molto tempo quando fummo costretti a lasciare questo rifugio. Avvenne quando una mattina un ufficiale tedesco, seguito da alcuni suoi soldati, parlando la nostra lingua in modo abbastanza comprensibile, ci disse che dovevano andare via subito da quella zona in quanto entro pochi giorni ci sarebbero stati i primi combattimenti con gli americani che si stavano avvicinando e le forze tedesche trinceratesi sui nostri monti fino allla foce del Cinquale. Finimmo a Giustagnana, dove trascorsi i giorni più tristi e dolorosi della mia adoloscenza.
Alfieri Tessa, ex partigiano caposquadra, nel suoi libro ”Il fucile legato con una corda” ha parlato di sua sorella, che il 21 aprile 1945, a bordo di un'autoambulanza americana fu trasportata, accompagnata dai suoi genitori, da Ruosina dov'era sfollata all'ospedale di Lucca per essere curata essendo affetta da un forte deperimento causato dalla mancanza di cibo. Quando i genitori, a piedi, attraversando i monti raggiunsero Lucca per visitare la loro figlia, non fecero in tempo a rivederla ancora viva, in quanto era morta due giorni prima del loro arrivo.Non videro neppure il loro corpo in quanto era stato già seppellito nel cimitero di S.Anna di Lucca. Il decesso di questa sfortunata ragazza avvenne quando iniziò l'offensiva finale alleata che si concluse con lo sfondamento della linea Gotica.

domenica 1 maggio 2011

Tante altre cose voglio dire sulle conferenze che negli anni del 1990 si svolsero presso la Misericordia di Seravezza

Amo ancora parlare della antica Misericordia di Seravezza che, negli ultimi anni del secolo scorso, oltre ai compiti istituzionali svolse anche una importantissima attività culturale che fu fortemente voluta dall' appassionato governatore pro-tempore dr. Luigi Santini, validamente coadiuvato dallo scrittore Fabrizio Federigi, purtroppo scomparso anni fa.
Nella bella sala intitolata a Francesco Fontana, molte furono le conferenze che vi furono tenute da personaggi di grande cultura in più campi dello scibile umano. Tra questi uomini ricordo, il grande seravezzino Leonetto Amadei, uomo politico che fece parte dell'Assemblea costituente che scrisse la nostra famosa carta Costituzionale, fino ad arrivare ad essere anche il Presidente di questa importante istituzione del nostro Stato. Molti sono gli uomini importanti che ascoltai durante le loro conferenze, dei quali non ho parlato nel mio primo elaborato. Essi furono, il capo dei partigiani apuani di Massa Carrara, Pietro del Giudice (che fu il primo prefetto di quella zona dopo la liberazione) e Briglia Gino,anche lui comandante partigiano; Il professore Renato Bonuccelli,autore del libro “Cinquanta anni fa in Versilia”, nel quale racconta la orribile strage di S.Anna di Sazzema avvenuta il 12 agosto 1944 durante la quale fu barbaramente uccisa sua madre,il nonno materno, entrambe le nonne materne e un suo zio paterno. Il piccolo Renato che aveva sei anni miracolosamente scampò alla morte; il professore Giovanni Cipollini che vi presentò anche alcuni suoi libri; il professore Danilo Orlandi, laureato in materie letterarie e autore di diversi libri. Orlandi da giovane studente uniersitario ebbe la fortuna di avere potuto ottenere lezioni private addirituura da Dino Bigongiari, quando questi, arando l'oceano, ritornava per le vacanze nella sua casa natale di Seravezza. Il professore Orlandi con il quale scambiai alcune parole, appena gli dissi che avevo difficoltà a scrivere in dialetto,subito mi donò un suo opuscolo, recante significative parole della nostra parlata. Inoltre, sempre il quel suo librettino, aveva menzionato alcuni versiliesi che, secoli addietro, si imbarcarono su un bastimento per arrivare in Spagna per combattere a favore del re di quella nazione; il professor Marchetti che ci parlò del micoscrosmo versiliese; don Renzo Mencaraglia laureato in arte sacra, che raccontò la storia di grandi artisti dello stazzemese tra i quali Roberto Cipriani, musicita, poeta satirico-umoristico, scultore e intagliatore in legno , cesellatore in oro e argento. In quella conferenza mostrò anche al pubblico alcun pezzi pregiati delle opere di cui aveva parlato;l'architetto Andrea Tenerini; il maestro Lorenzo Marcuccetti e Enrico Lorenzetti che anche lui presentò nel salone della Misericordia alcuni suoi libri. Una conferenza sull'arte pittorica fu tenuta anche dal famoso pittore Gian Paolo Giovannetti. Un bel libro di poesie dialettali fu presentato da Aldo Bertozzi. Al termine di questa cerimonia fu offerto s tutti i presenti un ricco rinfresco. Ci fu anche chi parlò delle miniere d'argento del Bottino e di quelle del mercurio del monte di Ripa, purtroppo con ricordo il nome del professore che tenne le conferenze succitate, motivo per cui nel caso in cui leggesse questo mio scritto gli chiedo anticipatamente di voler perdonare questa mia dimenticanza.Un giorno tenne una conferenza il maestro Giuseppe Bertelli, funzionario dello stato civile del comune di Stazzema che compilò l'elenco delle creature uccise a S.Anna. Fu presentato al pubblico da Fabrizio Federigi il quale parlò di un bellissimo libro che il Bertelli aveva scritto che purtroppo non riuscii a trovare nelle librerie della Versilia dove mi recai per acquistarlo. Le conferenze che si svolsero presso la Misericordia di Seravezza non le ho mai dimenticate. Esse sono ancora vive nel mio cuore.

giovedì 28 aprile 2011

Anni 1990 - La sala della Misericordia di Seravezza fu un centro culturale di grande importanza.

Ricordo sempre la gioa che avvertivo nel mio cuore, quando negli anni del 1990, ebbi la possibilità di partecipare a diversi incontri culturali che si svolgevano periodicamente presso il palazzo della Misericordia di Seravezza.
Il tempo volava nella bella sala dei convegni, quando molte persone colte e preparate illustravano la storia della Versilia, l'arte, la parlata e la vita dei grandi versiliesi di ogni tempo. Sì volava il tempo, quando sentivo parlare della “mia Versilia”, un microcosmo che, come affermato da studiosi di scienze naturali, affascina per la bellezza dei suoi monti e del mare nel quale si specchiano lo splendore dei marmi,e dove c'è l'abbondanza di acqua che sorge da sorgenti di straordinaria purezza e molta varietà della flora,rara in altri territori nazionali, tant'è che la Versilia non ha eguali, in altre parti del pianeta terra.
Grazie a questi incontri appresi molte notizie su argomenti che non conoscevo o che mi erano noti solo in modo frammentario. Un esempio? Da ragazzo sentii parlare della piena dell'Ottantacinque.
“ L'acqua è arrivata fino a questo segno”; così era scolpito su una piccola lastra di marmo murata sulla facciata di una casa di Seravezza, vicina a quella dei “Combattenti”, saltata in aria, come tutte le abitazioni del rione, durante gli eventi bellici dell'estate del 1944.
Nel corso delle scorribande estive, effettuate lungo il fiume Serra, compiute in compagnia di altri coetani del Ponticello, nel vedere i resti delle segherie spazzate via dalla furia delle acque, mi resi conto di quanto dovettero essere ingenti i danni subiti dalla comunità seravezzina, causati dalla piena spaventosa che avvenne nella notte a cavallo del 25 – 26 settembre 1885. Da una fotografia scattata subito dopo la piena, appaiono i tanti danni che subirono le case del rione Fucina, ubicate sotto la chiesa della Santissima. Annunziata, anch'essa fatta saltare in aria dai tedeschi, tra le quali c'era anche quella che fu abitata da Michelangelo, nel periodo dal 1518 al 1521 quando arrivò nel capoluogo seravezzino per trarre i marmi dai monti di Seravezza da utilizzare per la costruzione a Firenze di una cattedrale che poi non fu realizzata.
Dovevo attendere fino al 9 dicembre 1995. data di presentazione al pubblico ( che sorpresa ) dell'opuscolo edito dalla Misericordia di Seravezza, intitolato “ La piena dell'Ottantacinque”, raccontata da Mauro Barghetti con quella prosa brillante che lo contraddingueva, per conoscere, con dovizia di particolari, notizie e dati relativi ai danni causati dalla piena nel 1885 che, nel territorio seravezzino, vennero allora calcolati in L.1.549.427,52, corrispondenti al dicembre 1995 a L. 8.394.795.000.
Con questo libretto, nel quale, tra l'altro sono stati riportati un racconto ed una poesia dell'indimenticato scrittore e poeta cavatore Lorenzo Tarabella la Misericordia di Seravezza acquisì un ulteriore merito.
Molti furono gli incontri culturali svoltisi durante l'anno 1995 presso la bella sala intitolata a Francesco Fontana, fu un bilancio davvero positivo.Un dei più attivi conferenzieri fu l'indimenticato scrittore Fabrizio Federigi, scomparso prematuramente.
Quando la cultura è spettacolo. Sì così si rivelarono le conferenze riuardanti la parlata versiliese tenute dalla bravissima potessa e scrittrice Alessandra Burroni. Arguta e intelligente pronunciò espressioni che, talvolta, secondo un corretto italiano, sembravano essere degli strafalcioni, ma pronunciate in dialetto, oltre che ad essere molto divertenti, lasciavano ben intendere i lori significati. Fu bello per me osservare la sala gremita di pubblico, com'è avvenuto più di una volta. E che emozione vedere anche sventolare dalle finestre della sala tante bandiere tricolori, com'é successso quando venne presentato l' ultimo libro di Giorgio Giannelli.
Purtroppo in occasione di altri importanti incontri culturali che avrebbero meritato un particolare interesse, soprattutto da parte dei giovani, la loro partecipazione è stata scarsa,e si che l'edificio della Misericordia lo avevano a due passi dalle loro case.

domenica 17 aprile 2011

Dino Bigongiari,un grande uomo di Seravezza, che fu il portabandiera della cultura italiana in America

Amo ancora parlare del professore Dino Bigongiari che nella storia di Seravezza ha rivestito un indubbio ruolo di spicco, nel campo dell'insegnamento delle lettere (latino, greco, filosofia, teologia e di tutto lo scibile umano)) che svolse dal 1904 al 1950 presso la Columbia University di New York. Nato a Seravezza nel 1878, fu un ragazzo selvaggio che non voleva studiare. Il padre di Dino, Anselmo, anche lui un originalissimo figlio della Versilia, fu un garibaldino agnostico. Deve al suo commercio per i marmi ed alla sua passione per il giornalismo che lo portarono ad emigrare in India e poi in America dove spinse il figlio a fare il fattorino alle dipendenze della Western Union, la società del telefono. Dino da ragazzo conosceva già molto bene il latino come l'italiano, per averglielo insegnato un suo zio prete.
Frequentavo la seconda elementare quando sentii parlare per la prima volta del famoso personaggio seravezzino. Eravamo agli anni 30.Il suo nome non lo sentii profferire sui banchi della mia classe, come poteva essere più logico, ma nella strada, allorché un giorno, di ritorno dalla scuola con altri ragazzi del Ponticello e di Riomagno, passai davanti alla porta di ingresso della casa natale di Dino Bigongiari. Un compagno che camminava al mio fianco, mi disse: “ Qui abita la mamma del professore Bigongiari , da molto tempo in America, dove insegna in una università”. Questa notizia acquisita in modo così casuale mi lasciò stupefatto: mi domandavo come un seravezzino potesse aver raggiunto un traguardo del genere. A scuola avvertivo le prime difficoltà nello scrivere correttamente, essendomi già abituato ad esprimermi in dialetto. Ricordo di essere stato rimproverato per avere scritto un volta nel mio compito,la parola “drento”, anziché dentro. Ricordo di aver vissuto momenti emozionanti nell' apprendere cose nuove ed, in questo contesto, fu molto bello per me sapere che nel Nuovo Continente scoperto da Cristoforo Colombo, risiedeva un uomo grande della cultura, nativo di Seravezza, che insegnava agli studenti universitari americani. Risale quindi agli anni della mia infanzia l'ammirazioone per Dino Bigongiari, un sentimentgo rimasto immutato nel tempo anche se non ho avuto mai il piacere di conoscerlo personalmente. Fu un mito! Sì, per i ragazzi di Seravezza degli anni 30 rappresentò davvero un mito. Posso raccomtare, grazie ai ricordi di mia moglie quando era una bambina, alcuni episodi di vita trascorsa a Seravezza dalla signora Gladys Van Brunt, la sposa americansa di Dino Bigongiari nel periodo in cui “arando l'oceano”, entrambi i coniugi facevano ritorno a Seravezza per trascorrervi le vacanze. La madre di mia moglie, Bruna Guerrini, donna comunicativa dal sorriso perennemente stampato sul viso e con trascorsi giovanili, in una filodrammatica seravezzina diretta dalla compianta signora Gelli, fu in rapporti di grande amicizia con la Gladys,un vincolo risalente verosimilmente agli anni antecedenti la seconda guerra mondiale, forse scaturito in seguito ad uno incontro avvenuto nella casa della propria zia materna. Marta Falconi, quest'ultima comune amica sia dei coniugi Bigongiari che del famoso scrittore e giornaslista Giuseppe Prezzolini. Nel dopoguerra la famiglia di mia moglie abitava in una modesta casetta di proprietà dei suoi nonni paterni, ubicata sopra le prime rampe della mulattiera che dal fondo della valle conduce sulla cima del monte Canala. Lassù saliva, per salutare la sua amica e stare un pò insieme anche con la figliolanza della Bruna, ogni qual volta ritornava a Seravezza. Le visite avvenivano di pomeriggio in un clima di grande affettuosità.Questi incontri erano sempre arricchiti da scenette teatrali e da qualche poesia di celebri autori italiani che la Bruna riusciva a far recitare alle sue due bambine ed al figlioletto. Dolcetti fatti in casa allietavano maggiormente quei momenti di festa. La signora Gladys, donna semplice, affabile, sensibile e sempre generosa nel distribuire chicchi e piccole mancette, dimostrava moltissimo di apprezzare queste esibizioni espresse in un linguaggio che ella comprendeva benissimo perché era l'idioma che in America le aveva insegnato il suo amato Dino, l'uomo di cui si ara innamorata , giovane studentessa, ascoltando le sue lezioni. Anche le spoglie mortali della dolce signora americana dal 26 luglio 1966 riposano nella cappella della famiglia Bigongiari, eretta nel cimitero di Seravezza, accanto a quelle del suo Dino che per 50 anni fu il portabandiera della cultura italiana in America.

sabato 16 aprile 2011

Credo che sia stato un errore paragonare gli emigranti italiani ai "Vu' comprà"

Lo straordinario progresso economico che gli Stati Uniti raggiunsero nella seconda metà del XIX secolo, fu il fatto più importante che avvenne durante il loro sviluppo economico relativo appunto a quell'epoca. Esso fu favorito sia dall'incommensurabile ricchezza mineraria, sia dall'agricoltura che, avvalendosi di nuove tecnologie, fu in grado di offrire al mercato una ricca produzione derivata anche dalla colonizzazione dei territori a occidente del Missouri. Sulla immensa ricchezza degli Stati Uniti, il presidente Harrison (1889 - 92) ebbe a dire:” Dio ha messo sulle nostra testa un diadema ed ha deposto ai nostri piedi potere e ricchezze in tanta abbondanza che sfuggono ad ogni possibilità di definizione e di calcolo”.
Al formidabile progresso industriale degli Stat Uniti contribuirono in modo determinante uomini geniali, taluni di modeste origini.
Quali eroi del capitalismo statunitense del XIX secolo, sono passati alla storia uomini definiti “i baroni delle ferrovie” come J. Gould,, G.Vanderbilt, J. Hill; “i re dell'acciaio” A.Carnegie e J.p Morgan, che fondarono l' United States Stell Company e il re del petrolio J.D. Rochefeller che diede vita alla Standard Oil Company.
Con siffatti uomini gli Stati Uniti arrivarono ad essere la più potente nazione industriale del mondo. Il potere industriale che oramai dominava, sia quello politico che governava, si sviluppò ulteriormente grazie proprio alla politica economica attuata dal governo, basata su provvedimenti di rigido protezionismo verso l'estero, ma anche di una più ampia libertà di azione all' interno.
La diffusione della macchina per scrivere (1873), la scoperta del telefono (1876), l'invenzione della lampadina elettrica (1878), la comparsa della prima automobile con motore a scoppio di Henry Ford (1893), rivoluzionarono il modo di vita non solo degli statunitensi, ma anche di tutte le altre nazioni del mondo.
Nel settore agricolo, l'arato di acciaio Oliver ( 1870 ) e l'utilizzazione sempre più estesa , a partire dal 1880, sia della mietitrice – trebbiatrice meccanica sia di concimi chimici, furono alla base delle nuove forme e metodi di coltivazione.
Lo sviluppo economico ed il progresso industriale non avrebbero assunto dimensioni così gigantesche , se gli Stati Uniti non avessero potuto disporre della manodopera necessaria ed anche qualificata che invece trassero dall'incremento sempre più crescente dell'emigrazione europea..
Nel 1900 gli Stati Uniti avevano 79 milioni di abitanti di cui 10 di immigrati e 26 milioni di figli dei medesimi. Alla luce dei fatti inoppugnabili della storia socio economica degli USA, appare evidente che i nostri meccanici, minatori, cavatori, scalpellini ed anche boscaioli e contadini che verso la fine degli anni del 1800 raggiunsero il nuovo continente, trovarono le più favorevoli condizioni per il loro inserimento nel mondo del lavoro. Sicuramente ci furono uomini che non ebbero fortuna e chissà se qualcuno di essi si sia effettivamente trovato a pulire le scarpe lungo le vie di New York. Chi scrive non ritiene che gli emigranti italiani, abituati a grandi fatiche, abbiano esercitato, sia pure in numero ridotto, tale attività.
Stante la diversità dell'attuale situazione economica italiana rispetto a quella degli USA del XIX secolo, non è possibile fare alcun paragone con il fenomeno dell'immigrazione e degli extracomunitari, in particolare dei “Vu' comprà” che ogni giorno vediamo in giro nelle strade italiane.
Credo che chi ha paragonato i nostri emigranti ai “Vu' comprà” abbia sbagliato non avendo considerato questo problema sin dalle sue radici.
Gli Stati Uniti di quell'epoca storica avevano bisogno di manodopera , da noi mancano posti di lavoro, tant'è che la disoccupazione, specie quella giovanile, è molto preoccupante. La differenza dolorosa purtroppo sta in questo fatto. Ecco perché appare giusto regolamentare i flussi per far entrare gli extracomunitari in Italia, garantendo ad essi tutti i diritti che spettano agli italiani, ponendo così fine ad una invasione clandestina.