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Con la morte avvenuta nel 2009 di Renzo Casini, noto industriale del marmo versiliese, mentre nuotava nelle acque del mare di Forte dei Marmi, l'elenco dei defunti che furono miei compagni sin dagli anni “30, sia dell' Asilo Infantile Delatre di Seravezza che della scuola, continua ad allungarsi. Voglio ricordare questi miei compagni che mi davano tanti attimi di gioia quando,da adulti, ci incontravamo.. Il primo a morire in seguito ad un grave infortunio sul lavoro, accaduto nel 1958, fu Calistri Lido. In questi ultimi anni la morte ha strappato alla vita i seravezzini Alberto Benti, Grotti Luigi, Luciano Fernando Viti (abitante da anni a Forte dei Marmi) e Mario Tarabella. Con i miei compagni di asilo, ho avuto sempre affettuosi rapporti. Con Mario fui chierichetto, quando era Preposto Monsignor Angelo Riccomini. Mario fu la più bella voce del coro della chiesa che si staccava dalle altre, specialmente quando cantavamo il Vespro. Da “grando”, oltre che a suonare il clarinetto ed il sassofano nella banda dei Costanti di Seravezza, della quale fu anche direttore, fece parte di importanti orchestre nazionali che arrivarono ad esibirsi anche all'estero, in particolare nel Libano, paragonato, in quel tempo,come mi raccontò Mario, alla Svizzera dell'Asia occidentale per tutte le cose belle che aveva e che furono distrutte dalla guerra fra fratelli che scoppiò in quella nazione. Mario dimostrò appieno il suo talento musicale e canoro e un infinito amore per la musica. Si esibi anche a Napoli in via Partenope, con una importante orchestra che inaugurò un nuovo locale notturno. Insistette perché trascorressi una serata dove lui cantava e suonava gli strunenti succitati “Renato hai tutto pagato!” Lo ringraziai, ma non accolsi il suo invito perché con due bambine piccole che avevo preferii starmene a casa con loro e con mia moglie. D' altronde in quel locale mi sarei sentito come un pesce fuor d'acqua.
Voglio credere che le anime di tutti questi uomini che furono da bambini miei compagni di giochi e di studi siano ora in Paradiso. Ciao ragazzi,
giovedì 8 luglio 2010
martedì 6 luglio 2010
Ragazzi di Seravezza eroi senza medaglia
Per sette mesi portarono cassette di munizioni e viveri ai soldati americani schierati in prima linea sui monti versiliesi
Nei primi giorni del mese di dicembre 1944 sulla Versilia insanguinata e sconvolta dalla guerra imperversò anche i maltempo.Una coltre di nebbia avvolse i rilievi montuosi imbiancati qua e là dal nevischio che cadde frammisto alla pioggia. Furono brutte giornate che tuttavia non impedirono al solito gruppo di ragazzi di alzarzi presto la mattina, per essere eventualmente impiegati dagli americani al trasporto di viveri e munizioni destinati alla truppe operanti sui monti di Seravezza. Chi veniva escluso dai turni di “corvé”, predisposti nel capoluogo seraveszzino da Angelo Tarabella, addetto dagli americani a tale incarico, a causa dell'affluenza presso i magazzini di Seravezza di numerosi giovani che chiedevano di effettuarli ogni giorno per poter ricevere così il compenso costituito da cibo in scatola, saliva allora a Giustagnana o a Minazzana sperando di essere chiamati lassù a portare i rifornimenti alle pattuglie schierate in prima linea. Erano ragazzi appartenenti a quelle famiglie che piuttosto di affrontare i notevoli disagi dello sfollamento in zone più o meno lontane dalla Versilia avevano scelto di rimanere a Seravezza o nei paesi limitrofi, dove avevano almeno la possibilità di disporre di una casa. Per sette mesi, cioè per tutto il tempo che durò la guerra in Versilia, questi adoloscenti vissero sotto il costante pericolo di rimanere uccisi dalla mitragliatrici e dai colpi di mortaio e degli obici sparati dai tedeschi. Mi risulta che anche durante lo sfollamento alcune famiglie di Seravezza non ottemperarono all'ordine dei tedeschi di evacuare il paese. Esse rimasero nelle loro case badando di tenere la porta e le finestre chiuse, piuttosto che affrontare i disagi connessi allo sfollamento. All'impellente necessità che avevano questi nuclei di sfamarsi ci pensarono i loro figli adoloscenti che trovarono la forza per andare avanti e per non tirasi mai indietro, neppure quando intorno a loro cadeva la pioggia di fuoco prodotta dalle armi tedesche. Quando i loro viaggi iniziavano partendo dai magazzini ubicati in Torcicoda, dove aveva anche la sede il comando di un reparto della divisione di colore americana “Buffalo”, i giovani ricevevano, se diretti a Giustagnana, sei scatolette, di cui tre di carne, e le altre tre di generi diversi (mais, frutta, piselli ecc.ecc.) , mentre il compenso aumentava fino a otto scatolette ( quattro di carne e le restanti di cibo diverso) per i rifornimenti portati fino a Minazzana.Non era molto il compenso fissato dagli americani per questi trasporti, tenuto conto del piccolo formato dello scatolame da loro dato, ma ciò che gli adoloscenti ricevevano in cambio di prestazioni durissime, al limite della sopportazione, dato il peso delle cassette caricate sulle spalle, veniva accettato con gioia e gratitudine perché indispensabile ad essi e alle proprie famiglie per sopravvivere. Finita la guerra questi ragazzi vennero tutti dimenticati; nessun attestato di benemerenza fu loro concesso dagli americani per l'attività umile ma molto importante svolta silenziosamente e che certamente contribuì a rendere più efficiente l'azione operativa delle truppe alleate, impegnate in prima linea. Fu durante una mattinata di quei giorni iniziali del dicembre 1944 che alcuni giovani che erano saliti fino a Minazzana ebbero l'incarico di trasportare munizioni in località Bovalica, dove si trovavavno gli avamposti degli americani, mentre i tedeschi si erano trincerati sul Monte Cavallo.Questo incarico fu accolto con un sospiro di sollievo. A casa quella sera non sarebbero ritornati a mani vuote, come purtroppo era accaduto altre volte.Un ragazzo quindicenne calzava un paio di scarpe di tela con la suola di gomma, molto malandate. L'alluce del piede sinistro fuoriusciva dal buco che si era formato sulla stoffa consumata. Lo confortava soltanto il fatto di portare calzettoni di lana. Mentre si arrampicava su i sentieri irti e scoscesi,ad un certo punto, avvertì un dolore i piedi, non protetti dal nevischio che calpestava. “Speriamo che non mi prenda la pena che già ho sofferto in altre occasioni”, pensò il ragazzo, quando col fazzoletto si asciugò il copioso sudore dalla fronte china sotto il pesante carico. Dopo una quarantina di minuti di marcia i giovani ragazzi che sin da Minazzana erano stati seguiti da due soldati americani, armati di fucile, reggiunsero la zona, dove nelle buche scavate stavano acquattati i soldati americani. Appena arrivati seppero che durante uno scontro a fuoco coi tedeschi, avvenuto nella notte era rimasto ucciso un giovane soldato americano che i suoi commilitoni avevano già disteso e legato, con una cordicella su una barella. Da sotto la coperta, nella quale il cadavere era stato pietosamente avvolto, spuntavano solo i piedi calzanti stivaletti del tipo anfibio, in ottimo stato d'uso. “Paesà portare fino a Giustagnana?, disse il soldato che aveva il comando della pattuglia, dopo aver mostrato ai ragazzi la salma del militare caduto. “ Sì, Sì, , risposero tutti senza alcuna esitazione pensando subito al supplemento di scatolette che avrebbero ricevuto per questo imprevisto incarico.“ Come on!, come on” ordinò l' americano nel riprendere il fucile che aveva posato sull'orlo di una buca. Iniziò così il trasporto che fu effettuato a turno, da due ragazzi per volta.Quando fu di turno il ragazzo con le scarpe di tela, questi ebbe più volte l'occasione di vedere sotto i suoi occhi gli stivaletti del soldato morto, allorché nei tratti più ripidi del sentiero il corpo del militare ucciso si spostava continuamente in avanti fino a sentirne la sua costante pressione sul proprio corpo, anché perché la cordicella non era stata ben stretta alla barella. Fu proprio in quei momenti che il ragazzo pensò che se avesse potuto avere quegli stivaletti le sue sofferenze sarebbero finite. No! Calzare le scarpe tolte dai piedi di un soldato appena ucciso, gli appariva un fatto davvero inconcepibile.
“ No! Non devo neppure pensarlo”. Ecco cosa passava nella testa del giovane mentre camminava. Attraversata la località Castagnola fu raggiunta la Cappella. Da lì, percorrendo la mulattiera, finalmente il gruppo arrivò a Giustagnana. Posata la barella, il ragazzo stanco e con i piedi doloranti, che aveva sempre in mente gli stivaletti dell'americano ucciso, si tolse le sue cenciose scarpe e i calzettoni intrisi d'acqua. La pelle dei suoi piedi era divenuta bianchissima, come un lenzuolo fresco di bucato, o come se fosse stato scalzo per molto tempo nelle acque del fiume. Passò più volte il fazzoletto ancora bagnato fra le dita dei suoi arti inferiori.
“ Paisà, vedi i miei piedi come sono conciati male?” Nel dirgli queste parole, mostrò all'americano le sue stracciose scarpe. Aiutandosi coi gesti voleva rappresentare al soldato il bisogno che aveva di un paio di scarpe, ma l'americano non comprendeva il problema che affliggeva il ragazzo. Lui, il soldato,i piedi li aveva sicuramente asciutti e ben caldi. Il cuore dell'adoloscente batteva forte nella sua cassa toracica. Fu in quell'attimo che senza neppure rendersene conto, trovò il coraggio e la forza per dire, “ Paesà posso prenderli?!” Nel dire queste parole, posò contemporaneamente il suo squardo sugli stivaletti dell'americano morto. “Non posso farne a meno” avrebbe voluto ancora dirgli, ma non ebbe il tempo per continuare il discorso. Un violentissimo schiaffo del comandante della pattuglia lo colpi al viso. Chiuse gli occhi per il dolore che aveva sentito tanto da fargli vedere anche le stelle. Piangeva il ragazzo, mentre udiva le grida del soldato oramai in preda ad una rabbia incontrollata. Lo cacciò via questo giovanissimo gridandogli “ Let's Go! Let's Go! “ A piedi scalzi e con in mano le sue vecchie scarpe e i calzettoni strizzati si allontanò dal gruppo. Quel giorno i suoi compagni ricevettero il solito cibo in quantità maggiore per il trasporto effettuato della salma. A lui che aveva faticato e rischiato la vita come loro, non fu dato nulla. Eravamo alla vigilia del Santo Natale e questa ricorrenza della natività di Gesù Cristo Redentore, avrebbe dovuto aprire il cuore del soldato all'amore e alla comprensione specialmente nei confronti delle creature umane più indifese, vittime innocenti di una guerra tremenda,Ma il conflitto che lo vedeva schierato in prima linea non lo mosse a compassione. Infatti rimase fermo e spietato nell'atteggiamento violento assunto nei confronti del ragazzo, che a suo modo lottava quotidianamente , senza il fucile in mano, per non morire di fame. Sì lottava ogni giorno una dura battaglia perché i suoi occhi non si chiudessero anzitempo, ma potesero ancora spalancarsi su un mondo migliore senza più guerre generatrici, sin dai tempi più antichi, di rovine e di morte.
Per il costante aiuto che seppe dare ai soldati americani per sette mesi in guerra sulla Linea Gotica, questo ragazzo, che fu un mio grande amico, meritava una ricompensa al suo valore. Purtroppo è scomparso qualche anno fa. Ora la sua anima aleggia negli spazi infiniti del cielo dove riposano gli eroi senza medaglia.
Nei primi giorni del mese di dicembre 1944 sulla Versilia insanguinata e sconvolta dalla guerra imperversò anche i maltempo.Una coltre di nebbia avvolse i rilievi montuosi imbiancati qua e là dal nevischio che cadde frammisto alla pioggia. Furono brutte giornate che tuttavia non impedirono al solito gruppo di ragazzi di alzarzi presto la mattina, per essere eventualmente impiegati dagli americani al trasporto di viveri e munizioni destinati alla truppe operanti sui monti di Seravezza. Chi veniva escluso dai turni di “corvé”, predisposti nel capoluogo seraveszzino da Angelo Tarabella, addetto dagli americani a tale incarico, a causa dell'affluenza presso i magazzini di Seravezza di numerosi giovani che chiedevano di effettuarli ogni giorno per poter ricevere così il compenso costituito da cibo in scatola, saliva allora a Giustagnana o a Minazzana sperando di essere chiamati lassù a portare i rifornimenti alle pattuglie schierate in prima linea. Erano ragazzi appartenenti a quelle famiglie che piuttosto di affrontare i notevoli disagi dello sfollamento in zone più o meno lontane dalla Versilia avevano scelto di rimanere a Seravezza o nei paesi limitrofi, dove avevano almeno la possibilità di disporre di una casa. Per sette mesi, cioè per tutto il tempo che durò la guerra in Versilia, questi adoloscenti vissero sotto il costante pericolo di rimanere uccisi dalla mitragliatrici e dai colpi di mortaio e degli obici sparati dai tedeschi. Mi risulta che anche durante lo sfollamento alcune famiglie di Seravezza non ottemperarono all'ordine dei tedeschi di evacuare il paese. Esse rimasero nelle loro case badando di tenere la porta e le finestre chiuse, piuttosto che affrontare i disagi connessi allo sfollamento. All'impellente necessità che avevano questi nuclei di sfamarsi ci pensarono i loro figli adoloscenti che trovarono la forza per andare avanti e per non tirasi mai indietro, neppure quando intorno a loro cadeva la pioggia di fuoco prodotta dalle armi tedesche. Quando i loro viaggi iniziavano partendo dai magazzini ubicati in Torcicoda, dove aveva anche la sede il comando di un reparto della divisione di colore americana “Buffalo”, i giovani ricevevano, se diretti a Giustagnana, sei scatolette, di cui tre di carne, e le altre tre di generi diversi (mais, frutta, piselli ecc.ecc.) , mentre il compenso aumentava fino a otto scatolette ( quattro di carne e le restanti di cibo diverso) per i rifornimenti portati fino a Minazzana.Non era molto il compenso fissato dagli americani per questi trasporti, tenuto conto del piccolo formato dello scatolame da loro dato, ma ciò che gli adoloscenti ricevevano in cambio di prestazioni durissime, al limite della sopportazione, dato il peso delle cassette caricate sulle spalle, veniva accettato con gioia e gratitudine perché indispensabile ad essi e alle proprie famiglie per sopravvivere. Finita la guerra questi ragazzi vennero tutti dimenticati; nessun attestato di benemerenza fu loro concesso dagli americani per l'attività umile ma molto importante svolta silenziosamente e che certamente contribuì a rendere più efficiente l'azione operativa delle truppe alleate, impegnate in prima linea. Fu durante una mattinata di quei giorni iniziali del dicembre 1944 che alcuni giovani che erano saliti fino a Minazzana ebbero l'incarico di trasportare munizioni in località Bovalica, dove si trovavavno gli avamposti degli americani, mentre i tedeschi si erano trincerati sul Monte Cavallo.Questo incarico fu accolto con un sospiro di sollievo. A casa quella sera non sarebbero ritornati a mani vuote, come purtroppo era accaduto altre volte.Un ragazzo quindicenne calzava un paio di scarpe di tela con la suola di gomma, molto malandate. L'alluce del piede sinistro fuoriusciva dal buco che si era formato sulla stoffa consumata. Lo confortava soltanto il fatto di portare calzettoni di lana. Mentre si arrampicava su i sentieri irti e scoscesi,ad un certo punto, avvertì un dolore i piedi, non protetti dal nevischio che calpestava. “Speriamo che non mi prenda la pena che già ho sofferto in altre occasioni”, pensò il ragazzo, quando col fazzoletto si asciugò il copioso sudore dalla fronte china sotto il pesante carico. Dopo una quarantina di minuti di marcia i giovani ragazzi che sin da Minazzana erano stati seguiti da due soldati americani, armati di fucile, reggiunsero la zona, dove nelle buche scavate stavano acquattati i soldati americani. Appena arrivati seppero che durante uno scontro a fuoco coi tedeschi, avvenuto nella notte era rimasto ucciso un giovane soldato americano che i suoi commilitoni avevano già disteso e legato, con una cordicella su una barella. Da sotto la coperta, nella quale il cadavere era stato pietosamente avvolto, spuntavano solo i piedi calzanti stivaletti del tipo anfibio, in ottimo stato d'uso. “Paesà portare fino a Giustagnana?, disse il soldato che aveva il comando della pattuglia, dopo aver mostrato ai ragazzi la salma del militare caduto. “ Sì, Sì, , risposero tutti senza alcuna esitazione pensando subito al supplemento di scatolette che avrebbero ricevuto per questo imprevisto incarico.“ Come on!, come on” ordinò l' americano nel riprendere il fucile che aveva posato sull'orlo di una buca. Iniziò così il trasporto che fu effettuato a turno, da due ragazzi per volta.Quando fu di turno il ragazzo con le scarpe di tela, questi ebbe più volte l'occasione di vedere sotto i suoi occhi gli stivaletti del soldato morto, allorché nei tratti più ripidi del sentiero il corpo del militare ucciso si spostava continuamente in avanti fino a sentirne la sua costante pressione sul proprio corpo, anché perché la cordicella non era stata ben stretta alla barella. Fu proprio in quei momenti che il ragazzo pensò che se avesse potuto avere quegli stivaletti le sue sofferenze sarebbero finite. No! Calzare le scarpe tolte dai piedi di un soldato appena ucciso, gli appariva un fatto davvero inconcepibile.
“ No! Non devo neppure pensarlo”. Ecco cosa passava nella testa del giovane mentre camminava. Attraversata la località Castagnola fu raggiunta la Cappella. Da lì, percorrendo la mulattiera, finalmente il gruppo arrivò a Giustagnana. Posata la barella, il ragazzo stanco e con i piedi doloranti, che aveva sempre in mente gli stivaletti dell'americano ucciso, si tolse le sue cenciose scarpe e i calzettoni intrisi d'acqua. La pelle dei suoi piedi era divenuta bianchissima, come un lenzuolo fresco di bucato, o come se fosse stato scalzo per molto tempo nelle acque del fiume. Passò più volte il fazzoletto ancora bagnato fra le dita dei suoi arti inferiori.
“ Paisà, vedi i miei piedi come sono conciati male?” Nel dirgli queste parole, mostrò all'americano le sue stracciose scarpe. Aiutandosi coi gesti voleva rappresentare al soldato il bisogno che aveva di un paio di scarpe, ma l'americano non comprendeva il problema che affliggeva il ragazzo. Lui, il soldato,i piedi li aveva sicuramente asciutti e ben caldi. Il cuore dell'adoloscente batteva forte nella sua cassa toracica. Fu in quell'attimo che senza neppure rendersene conto, trovò il coraggio e la forza per dire, “ Paesà posso prenderli?!” Nel dire queste parole, posò contemporaneamente il suo squardo sugli stivaletti dell'americano morto. “Non posso farne a meno” avrebbe voluto ancora dirgli, ma non ebbe il tempo per continuare il discorso. Un violentissimo schiaffo del comandante della pattuglia lo colpi al viso. Chiuse gli occhi per il dolore che aveva sentito tanto da fargli vedere anche le stelle. Piangeva il ragazzo, mentre udiva le grida del soldato oramai in preda ad una rabbia incontrollata. Lo cacciò via questo giovanissimo gridandogli “ Let's Go! Let's Go! “ A piedi scalzi e con in mano le sue vecchie scarpe e i calzettoni strizzati si allontanò dal gruppo. Quel giorno i suoi compagni ricevettero il solito cibo in quantità maggiore per il trasporto effettuato della salma. A lui che aveva faticato e rischiato la vita come loro, non fu dato nulla. Eravamo alla vigilia del Santo Natale e questa ricorrenza della natività di Gesù Cristo Redentore, avrebbe dovuto aprire il cuore del soldato all'amore e alla comprensione specialmente nei confronti delle creature umane più indifese, vittime innocenti di una guerra tremenda,Ma il conflitto che lo vedeva schierato in prima linea non lo mosse a compassione. Infatti rimase fermo e spietato nell'atteggiamento violento assunto nei confronti del ragazzo, che a suo modo lottava quotidianamente , senza il fucile in mano, per non morire di fame. Sì lottava ogni giorno una dura battaglia perché i suoi occhi non si chiudessero anzitempo, ma potesero ancora spalancarsi su un mondo migliore senza più guerre generatrici, sin dai tempi più antichi, di rovine e di morte.
Per il costante aiuto che seppe dare ai soldati americani per sette mesi in guerra sulla Linea Gotica, questo ragazzo, che fu un mio grande amico, meritava una ricompensa al suo valore. Purtroppo è scomparso qualche anno fa. Ora la sua anima aleggia negli spazi infiniti del cielo dove riposano gli eroi senza medaglia.
lunedì 5 luglio 2010
Nel mondo c'è bisogno soltanto di amore e pace.
Mi domando quando l'uomo che da millenni sta sulla terra potrà vivere una vita più serena e felice.
La grave crisi mondiale manifestatasi in questi ultimi anni ha ancora di più aggravato la difficile situazione dell'uomo che percorre, da sempre, in affanno i sentieri del mondo.
Le infinite guerre che sono scoppiate sin dai tempi più antichi sono quelle che hanno causato milioni e milioni di morti e feriti, oltre a bruciare ingenti risorse finanziare che se impegnate in opere di pace avrebbero reso sicuramente migliore la vita di tutte le creature umane.
Quindi obbiettivo primario dell'uomo è arrivare a porre fine alle guerre distruttrici di ogni bene.
In Afghanistan, dove continuano a morire sia i soldati, inviati in quella terra per riportare l'ordine e la pace, che un numero sempre crescente di civili innocenti trucidati in conseguenza delle azioni dei kamikaze, costoro convinti, da esseri incoscienti, di morire anch'essi per una sacra lotta, tutto deve essere fatto per arrivare a porre termine a questo conflitto, sorto per combattere il vile terrorismo, dopo l'11 settembre del 2001.
Lo so che non è una cosa facile da fare a causa, . e questo lo dico davvero a malincuore, della inesistente organizzazione mondiale , nella fattispecie dell'Onu, la quale non è mai riuscita a conseguire i suoi compiti istituzionali, primo fra tutti, quello di assicurare la pace universale fra i popoli.
I terroristi dovrebbero essere isolati. Chi sono coloro che li riforniscono di armi e munizioni? Chi li rifornisce di viveri? Dovrebbero andare a lavorare la terra, seminare e zappare per raccogliere grano e tutti gli altri prodotti necessari all'alimentazione dell'uomo, altro che andare in giro armati, pronti a tagliare la gola ai propri simili e a uccidere, senza alcuna pietà, coloro che non la pensano come loro.
Mi risulta che i nostri soldati in Afghanistan hanno assunto nei confronti della popolazione civile comportamenti altamente umanitari. Hanno aiutato tutti arrivando, se non sbaglio a costruire anche opere murarie a favore della popolazione. Per questo gli abitanti pacifici di quella terra gli hanno manifestato amore e riconoscenza. Questo umanitario comportamento dei nostri militari non è bastato a fermare il terrorismo crudele generato da esseri infedeli, la cui crudeltà si è manifestata alla pari di quella della Germania nazista che a S.Anna di Stazzema il 12 agosto 1944 commise una spaventosa strage di innocenti.
Morti sul lavoro
Continuano a morire tanti operai mentre lavorano per guadagnare il panedi cui hanno bisogno le proprie famiglie, molte delle quali hanno ancora piccoli bambini da crescere. E' una tragedia per le spose che rimangono vedove e per quei piccoli rimasti orfani di padre. Rivolgo accorati appelli agli imprenditori e ai dirigenti delle imprese che danno lavoro, perchè facciano osservare tutte le leggi atte a salvaguardare la vita dei propri lavoratori. Certamente l'imponderabile può sempre verificarsi. Non voglio ripetere quanto ho già scritto, questa volta voglio affidare una supplica al nostro Dio Creatore del Cielo e della Terra. Signore , ti prego proteggi gli uomini che ogni giorno lavorano per guadagnare il necessario per far fronte ai bisogni delle rispettive famiglie. Fa che la sera ritornino sani e salvi a casa per riabbracciare le spose e i loro figli.Proteggi anche i nostri soldati che in terre lontane sono chiamati a difendere la pace del mondo sconquassato da guerre e da vili attentati terroristici, a rischio della propria vita. Fa Signore che la pace trionfi in ogni parte del mondo. Su questo punto siamo in ritardo di millenni.
Ascoltami Signore|
La grave crisi mondiale manifestatasi in questi ultimi anni ha ancora di più aggravato la difficile situazione dell'uomo che percorre, da sempre, in affanno i sentieri del mondo.
Le infinite guerre che sono scoppiate sin dai tempi più antichi sono quelle che hanno causato milioni e milioni di morti e feriti, oltre a bruciare ingenti risorse finanziare che se impegnate in opere di pace avrebbero reso sicuramente migliore la vita di tutte le creature umane.
Quindi obbiettivo primario dell'uomo è arrivare a porre fine alle guerre distruttrici di ogni bene.
In Afghanistan, dove continuano a morire sia i soldati, inviati in quella terra per riportare l'ordine e la pace, che un numero sempre crescente di civili innocenti trucidati in conseguenza delle azioni dei kamikaze, costoro convinti, da esseri incoscienti, di morire anch'essi per una sacra lotta, tutto deve essere fatto per arrivare a porre termine a questo conflitto, sorto per combattere il vile terrorismo, dopo l'11 settembre del 2001.
Lo so che non è una cosa facile da fare a causa, . e questo lo dico davvero a malincuore, della inesistente organizzazione mondiale , nella fattispecie dell'Onu, la quale non è mai riuscita a conseguire i suoi compiti istituzionali, primo fra tutti, quello di assicurare la pace universale fra i popoli.
I terroristi dovrebbero essere isolati. Chi sono coloro che li riforniscono di armi e munizioni? Chi li rifornisce di viveri? Dovrebbero andare a lavorare la terra, seminare e zappare per raccogliere grano e tutti gli altri prodotti necessari all'alimentazione dell'uomo, altro che andare in giro armati, pronti a tagliare la gola ai propri simili e a uccidere, senza alcuna pietà, coloro che non la pensano come loro.
Mi risulta che i nostri soldati in Afghanistan hanno assunto nei confronti della popolazione civile comportamenti altamente umanitari. Hanno aiutato tutti arrivando, se non sbaglio a costruire anche opere murarie a favore della popolazione. Per questo gli abitanti pacifici di quella terra gli hanno manifestato amore e riconoscenza. Questo umanitario comportamento dei nostri militari non è bastato a fermare il terrorismo crudele generato da esseri infedeli, la cui crudeltà si è manifestata alla pari di quella della Germania nazista che a S.Anna di Stazzema il 12 agosto 1944 commise una spaventosa strage di innocenti.
Morti sul lavoro
Continuano a morire tanti operai mentre lavorano per guadagnare il panedi cui hanno bisogno le proprie famiglie, molte delle quali hanno ancora piccoli bambini da crescere. E' una tragedia per le spose che rimangono vedove e per quei piccoli rimasti orfani di padre. Rivolgo accorati appelli agli imprenditori e ai dirigenti delle imprese che danno lavoro, perchè facciano osservare tutte le leggi atte a salvaguardare la vita dei propri lavoratori. Certamente l'imponderabile può sempre verificarsi. Non voglio ripetere quanto ho già scritto, questa volta voglio affidare una supplica al nostro Dio Creatore del Cielo e della Terra. Signore , ti prego proteggi gli uomini che ogni giorno lavorano per guadagnare il necessario per far fronte ai bisogni delle rispettive famiglie. Fa che la sera ritornino sani e salvi a casa per riabbracciare le spose e i loro figli.Proteggi anche i nostri soldati che in terre lontane sono chiamati a difendere la pace del mondo sconquassato da guerre e da vili attentati terroristici, a rischio della propria vita. Fa Signore che la pace trionfi in ogni parte del mondo. Su questo punto siamo in ritardo di millenni.
Ascoltami Signore|
Il periodico che parla al cuore di tutti coloro che amano la Versilia.
All’inizio del 1982, ventotto anni fa, iniziai a scrivere su Versilia Oggi. Incominciai con un racconto vero. Parlai di quando in tempo di guerra noi ragazzi di Seravezza si andava in giro per le selve dei nostri monti, per cercare castagne. Si sapeva che si dovevano rubare e questo era un fatto contrario alla nostra coscienza, ben ricordando uno dei dieci comandanti “non rubare”. Era un furto e quindi condannabile penalmente. Allora ero a digiuno del diritto penale in generale, quindi non sapevo nulla sullo “stato di necessità”, motivo per cui per un furto del genere viste le condizioni in cui si viveva allora, verosimilmente non ci avrebbero inflitto alcuna condanna. Fu la fame che si sentiva forte, forte, a non farci pensare più di tanto. Quel fatto che vissi insieme al mio compagno Piero fu davvero drammatico, non solo perché sotto lo “scepalone” trovai il mio sacchetto che vi avevo nascosto quasi svuotato ed anche perché mentre avevano deciso di ritornare a casa, saltò fuori il proprietario della selva, con un pennato in mano, che ci fece una forte romanzina che terminò col riprendersi le castagne. Ricordo che questo uomo minacciò di chiamare i carabinieri, comunque non alzò le mani e ci restituì i sacchettini. Lo ricordo come un uomo che comprese la fame di noi ragazzi, tutto sommato si comportò con molta umanità. Non alzò le mani, non fece come il proprietario di una bosco di Seravezza, che picchiò un mio amico vicino di casa, che aveva tagliato due stecchi e piccoli arbusti, della sua proprietà, per riscaldarsi al fuoco del suo camino, fino a quasi fargli perdere i sensi, mentre i suoi figli che assistevano a quella scena violenta continuavano a incitare il genitore. “Dai babbo, picchialo ancora. Dai!Dai!.”
Mentre si ritornava a casa a mani vuote, continuavo ad avere un grande confusione in testa perché non riuscivo a comprendere chi avesse svuotato il mio sacchettino.Neppure mi sfiorò il pensiero che fosse stato il mio amico a svuotarlo. Voglio dire che noi ragazzi mai si ritornò a casa con le castagne. Sconsolati ritornavamo sempre col sacchetto vuoto.
Poi ho continuato a scrivere tanti altri racconti sulle tragiche vicende vissute durante lo sfollamento.
Trovai questo giornalino molto interessante, il particolare che più mi colpì, oltre alla bravura del direttore Giorgio Giannelli, fu nel rilevare che autori di molti articoli erano i propri lettori abbonati, molti dei quali testimoni oculari dell’ultima guerra, quindi essi narravano episodi che avevano dolorosamente e personalmente vissuto. Ecco da dove un registra cinematografico avrebbe dovuto attingere, sia per girare una pellicola sulla strage di Sant’Anna e, volendo, anche sui tanti terribili episodi verificatisi in Versilia nell’estate del 1944.
Dagli articoli pubblicati su Versilia Oggi, molti di alto spessore, scritti da gente colta e preparata, è sempre emerso un amore immenso per la nostra nobile terra di Versilia, in primis perché si capiva che questi novelli narratori dicevano la verità. Non ho mai dimenticato le cose belle scritte su Versilia Oggi da Alessandra Burroni. Indimenticato il suo pezzo scritto su un poeta di Basati, se non sbaglio, che scrisse brani poetici tanto belli da sembrare canti di un usignolo, purtroppo scomparso prematuramente. Proprio dalla letture dei suoi pezzi stupendi ebbi l’imput, per scrivere anch’io su Versilia Oggi che da più di quarant’anni continua ad uscire regolarmente. All’inizio del 2005 c’è stato il cambio della proprietà e anche della direzione, confesso di avere molto sofferto nell’apprendere che Giorgio Giannelli non sarebbe stato più il mio direttore. Glielo dissi quando lo andai a trovare alla Colombaia che senza lui alla direzione del periodico anch’io avrei cessato la mia collaborazione. A questo punto insistette tanto perché non abbandonassi il periodico. Certamente la linea, a mio parere, è molto cambiata. Una cosa comunque è rimasta immutata. Anche i nuovi condirettori dimostrano con i loro articoli di amare profondamente la Versilia ricca di storia e di tante bellezze. Devo ai pensieri da essi altamente espressi se continuerò a collaborare a Versilia Oggi, almeno fino a che loro me lo consentiranno, perché è questo il periodico che continua ha mantenere nel mio cuore vivo il ricordo delle mie radici.
Mentre si ritornava a casa a mani vuote, continuavo ad avere un grande confusione in testa perché non riuscivo a comprendere chi avesse svuotato il mio sacchettino.Neppure mi sfiorò il pensiero che fosse stato il mio amico a svuotarlo. Voglio dire che noi ragazzi mai si ritornò a casa con le castagne. Sconsolati ritornavamo sempre col sacchetto vuoto.
Poi ho continuato a scrivere tanti altri racconti sulle tragiche vicende vissute durante lo sfollamento.
Trovai questo giornalino molto interessante, il particolare che più mi colpì, oltre alla bravura del direttore Giorgio Giannelli, fu nel rilevare che autori di molti articoli erano i propri lettori abbonati, molti dei quali testimoni oculari dell’ultima guerra, quindi essi narravano episodi che avevano dolorosamente e personalmente vissuto. Ecco da dove un registra cinematografico avrebbe dovuto attingere, sia per girare una pellicola sulla strage di Sant’Anna e, volendo, anche sui tanti terribili episodi verificatisi in Versilia nell’estate del 1944.
Dagli articoli pubblicati su Versilia Oggi, molti di alto spessore, scritti da gente colta e preparata, è sempre emerso un amore immenso per la nostra nobile terra di Versilia, in primis perché si capiva che questi novelli narratori dicevano la verità. Non ho mai dimenticato le cose belle scritte su Versilia Oggi da Alessandra Burroni. Indimenticato il suo pezzo scritto su un poeta di Basati, se non sbaglio, che scrisse brani poetici tanto belli da sembrare canti di un usignolo, purtroppo scomparso prematuramente. Proprio dalla letture dei suoi pezzi stupendi ebbi l’imput, per scrivere anch’io su Versilia Oggi che da più di quarant’anni continua ad uscire regolarmente. All’inizio del 2005 c’è stato il cambio della proprietà e anche della direzione, confesso di avere molto sofferto nell’apprendere che Giorgio Giannelli non sarebbe stato più il mio direttore. Glielo dissi quando lo andai a trovare alla Colombaia che senza lui alla direzione del periodico anch’io avrei cessato la mia collaborazione. A questo punto insistette tanto perché non abbandonassi il periodico. Certamente la linea, a mio parere, è molto cambiata. Una cosa comunque è rimasta immutata. Anche i nuovi condirettori dimostrano con i loro articoli di amare profondamente la Versilia ricca di storia e di tante bellezze. Devo ai pensieri da essi altamente espressi se continuerò a collaborare a Versilia Oggi, almeno fino a che loro me lo consentiranno, perché è questo il periodico che continua ha mantenere nel mio cuore vivo il ricordo delle mie radici.
domenica 4 luglio 2010
Lorenzo Tarabella , il poeta cavatore di Seravezza mai dimenticato
A 38 anni di distanza dalla fine del suo cammino terreno, che avvenne il 4 aprile 1972, mi fa ancora piacere parlare di Lorenzo Tarabella, sul conto del quale, negli anni passati, ho scritto alcuni articoli su Versilia Oggi per ricordare le sua vita che fu anche sofferta a causa delle motivazioni che affliggevano il mondo del lavoro ancora oggi sul tappeto degli uomini del nostro tempo, tanto da saperle evidenziare nelle sue lancinanti e illuminate opere poetiche e struggenti racconti, il tutto degno della massima considerazione. Mentre scrivo lo rivedo apparire davanti ai miei occhi quando ci incontravamo nelle strade di Seravezza, durante gli anni in cui la sua famiglia si trasferì da Malbacco in una casa vicina al Ponticello, dove più in basso c'era la Chiesa della Santissima Annunziata, che fu fatta saltare in aria dai tedeschi, insieme a tutte le case del rione durante la tragica estate del 1944. Era un ragazzo con qualche anno in più di me.
Fra i miei libri ho anche il suo, intitolato “E' troppo presto!, presentato dai suoi amici seravezzini, e con la prefazione del grande maestro Narciso Lega. Questa encomiabile opera fu pubblicata postuma dalla Associazione Pro- Loco di Seravezza il 31 ottobre 1974.
La sua poesia vera, generata dal suo cuore ricco d'amore e da una profonda umanità, colpì il mio cuore per la sua “immediatezza sui “concetti, sensazioni e momenti profondamente vissuti dall’Autore”. Anche i suoi racconti, a mio parere, sono eccezionali.
Dal suo racconto il Cavatore, Sirio Giannini un grande scrittore della Versilia contemporanea, acomparso prematuramente, girò un documentario che ebbe un grande successo al Festival Internazionale del Passo Ridotto di Montecatini.
Trascrivo, qui di seguito soltanto la seguente poesia di Lorenzo Tarabella che scrisse quando perì sul lavoro il nostro grande e fraterno amico Lido Calistri, cresciuto insieme a noi ragazzi del Ponticello, intitolata “Dove andiamo stasera”
Si accesero le luci,/ un bianco fruscio d’infermeria/fluttò nella vetrata/ e svani nel silenzio delle corsie./ Fuori il mondo agonizzava,/fuori il giorno esalava l'ultimo respiro, / soffocato/dilaniato, avvinto,/ ucciso dall’ombra della sera/ carica di autunno immensamente malinconico./Le sette. L’orologio marcava le sette./Che importava un dottore!/ Ormai l’avevamo capito,/anche se i più lontani angoli dell’immaginazione / sfruttavano ogni possibilità,/ per renderla impossibile./Sì l’avevamo capito./ Capito!/Capito!.../Oh!../ Si insinuava debolmente,/ saliva piano piano,/ ingrossava, / si fermava un attimo fra i battiti del cuore:/ e lo ingannava spudoratamente./ E’ venuta!/ L’ho sentita che entrava dalla porta di ingresso, /affascinante e superba/ come un’aman te al suo milionesimo appuntamento,/ sta salendo le scale…/ e’ arrivata nei corridoi , frusciando, / è passata, /libellula nera, brivido,/dagli inavvertibili piedi felpati/ a raggelare le cose./ No!.../ Ha schiantato la sua gioventù./ Qui,ora/ ditemi a cosa servono le parole. /Fu forse un’opera d’arte/ che volle lo sciatto raggiro d’una spiegazione?/ Sopra i muri di gesso, / sopra le porte chiuse, /sopra le immobili maniglie, /sopra l’indefinibile pavimento di mattonelle, /sopra la luce sbiadita delle lampade, /sopra il quadrante dell’orologio; /sopra i vetri;/ sopra il frastuono pauroso del silenzio, / sopra i volti nostri/è fermato l’incubo di una morte bianca,/agghiacciante e terribile,/ grandiosa come la sfinge egiziana:/ Il giorno dopo c’era un sole così splendido/ che sembrava impossibile che fosse morto:/ Si dipingetemi un paesaggio!/ Ma che ci sia il ricordo di un amico perduto./ No, non verrò nella camera ardente. /Io amo il presente. Il futuro; amo la vita:
Mancavano cinque minuti:”Spostate quel carrello, poi ce ne andiamo”.E vennero,/ scolvolti e disperati portarono il tuo corpo,/inerte/ simile a un Cristo, con le mani ancora nere di morchia ,/ e la nobiltà del lavoro/ stampata col sangue sui tuoi calzoni rattoppati./ Un paio di scarpe per Lido; /una camicia per Lido; /è giovane, /forse,forse un vestito per Lido:/ e la minestra sul tavolo/ gridava una giustificazione:/ Era un operaio, / era il figlio,/ era il fratello di cinque fratelli, / era il padre che entrava nella casa del padre disoccupato: / E' morto. Era un amico. Di più era quasi un fratello./ Non lo vedrò mai più. E tu, fermati, tempo! /Torna indietro nel passato! /Eccolo:/ Spilungone e magro come John Carradine, / mi vieme incontro sorridendo, dai denti invidiati:- Ehi! / Ehi!/ Dove andiamo stasera?”
Fra i miei libri ho anche il suo, intitolato “E' troppo presto!, presentato dai suoi amici seravezzini, e con la prefazione del grande maestro Narciso Lega. Questa encomiabile opera fu pubblicata postuma dalla Associazione Pro- Loco di Seravezza il 31 ottobre 1974.
La sua poesia vera, generata dal suo cuore ricco d'amore e da una profonda umanità, colpì il mio cuore per la sua “immediatezza sui “concetti, sensazioni e momenti profondamente vissuti dall’Autore”. Anche i suoi racconti, a mio parere, sono eccezionali.
Dal suo racconto il Cavatore, Sirio Giannini un grande scrittore della Versilia contemporanea, acomparso prematuramente, girò un documentario che ebbe un grande successo al Festival Internazionale del Passo Ridotto di Montecatini.
Trascrivo, qui di seguito soltanto la seguente poesia di Lorenzo Tarabella che scrisse quando perì sul lavoro il nostro grande e fraterno amico Lido Calistri, cresciuto insieme a noi ragazzi del Ponticello, intitolata “Dove andiamo stasera”
Si accesero le luci,/ un bianco fruscio d’infermeria/fluttò nella vetrata/ e svani nel silenzio delle corsie./ Fuori il mondo agonizzava,/fuori il giorno esalava l'ultimo respiro, / soffocato/dilaniato, avvinto,/ ucciso dall’ombra della sera/ carica di autunno immensamente malinconico./Le sette. L’orologio marcava le sette./Che importava un dottore!/ Ormai l’avevamo capito,/anche se i più lontani angoli dell’immaginazione / sfruttavano ogni possibilità,/ per renderla impossibile./Sì l’avevamo capito./ Capito!/Capito!.../Oh!../ Si insinuava debolmente,/ saliva piano piano,/ ingrossava, / si fermava un attimo fra i battiti del cuore:/ e lo ingannava spudoratamente./ E’ venuta!/ L’ho sentita che entrava dalla porta di ingresso, /affascinante e superba/ come un’aman te al suo milionesimo appuntamento,/ sta salendo le scale…/ e’ arrivata nei corridoi , frusciando, / è passata, /libellula nera, brivido,/dagli inavvertibili piedi felpati/ a raggelare le cose./ No!.../ Ha schiantato la sua gioventù./ Qui,ora/ ditemi a cosa servono le parole. /Fu forse un’opera d’arte/ che volle lo sciatto raggiro d’una spiegazione?/ Sopra i muri di gesso, / sopra le porte chiuse, /sopra le immobili maniglie, /sopra l’indefinibile pavimento di mattonelle, /sopra la luce sbiadita delle lampade, /sopra il quadrante dell’orologio; /sopra i vetri;/ sopra il frastuono pauroso del silenzio, / sopra i volti nostri/è fermato l’incubo di una morte bianca,/agghiacciante e terribile,/ grandiosa come la sfinge egiziana:/ Il giorno dopo c’era un sole così splendido/ che sembrava impossibile che fosse morto:/ Si dipingetemi un paesaggio!/ Ma che ci sia il ricordo di un amico perduto./ No, non verrò nella camera ardente. /Io amo il presente. Il futuro; amo la vita:
Mancavano cinque minuti:”Spostate quel carrello, poi ce ne andiamo”.E vennero,/ scolvolti e disperati portarono il tuo corpo,/inerte/ simile a un Cristo, con le mani ancora nere di morchia ,/ e la nobiltà del lavoro/ stampata col sangue sui tuoi calzoni rattoppati./ Un paio di scarpe per Lido; /una camicia per Lido; /è giovane, /forse,forse un vestito per Lido:/ e la minestra sul tavolo/ gridava una giustificazione:/ Era un operaio, / era il figlio,/ era il fratello di cinque fratelli, / era il padre che entrava nella casa del padre disoccupato: / E' morto. Era un amico. Di più era quasi un fratello./ Non lo vedrò mai più. E tu, fermati, tempo! /Torna indietro nel passato! /Eccolo:/ Spilungone e magro come John Carradine, / mi vieme incontro sorridendo, dai denti invidiati:- Ehi! / Ehi!/ Dove andiamo stasera?”
venerdì 2 luglio 2010
Pezzi di cielo caduti in terra
Molti anni fa un'anziana signora che abitava nella zona di Posillipo mi disse che quel luogo era un pezzetto di cielo che Dio aveva fatto cadere sulla nostra terra, tanto era bello quel paesaggio. Devo dire che il Creatore di pezzetti di terra, di incommensurabile bellezza, ne deve avere fatti cadere moltissimi dal cielo su ogni parte del nostro pianeta, viste le bellezze naturali del mondo sparse un po' dovunque. Ebbene, anche il Parco Regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli e financo Boccadarno, appaiono ai miei occhi, pezzi di terra caduti dal cielo viste le loro verdeggianti bellezze. Nonostante il trascorrere di tanti millenni, San Rossore ha conservato inalterato il suo habitat naturale, dove ancora si respira il profumo di questa terra rimasta antica.
La vidi per la prima volta nel 1945 a guerra finita, quando gli alleati vi costruirono, finiti i combattimenti, grandi accampamenti dove furono concentrati i soldati americani, che attendevano di essere imbarcati per fare ritorno in patria. Parlo di migliaia di militari USA, che dopo avere sfondato la linea Gotica, erano arrivati vittoriosi fino al nord Italia sbaragliando i Tedeschi e le truppe della Repubblica Sociale Italiana, fondata da Mussolini, dopo l’8 settembre 1943. Ci andai con l'amico Enrico Cioletti, nativo di Corvaia e sfollato a Pietrasanta come me, per salutare alcuni soldati della 599 Compagnia di colore della divisione Buffalo che avevamo conosciuto nel corso di sette mesi trascorsi da “sfollati” a Capezzano Pianore, dove aveva la sede il loro reparto. Fu una lunga camminata a piedi. Mi colpì la grande pineta con alcuni enormi spiazzi all’interno, nei quali erano state piantate grossissime tende piene di soldati. Vidi alcuni capanni costruiti su altissimi pini, raggiungibili con una serie di scale di legno, dove i reali di Casa Savoia si appostavano per la caccia.
Ebbi modo di conoscere, un po’ più a fondo, San Rossore allorquando, nei primi anni anni 80, vi prestai servizio, sia pure per poco tempo. E' un'oasi di verde, ricca di flora e di una fauna incredibile. Nei pressi della foce dell’Arno ho visto una miriade di uccelli nidificare nei campi a ridosso del fiume. Una sera, un cinghialessa, seguita da cinque o sei suoi piccoli, mi attraversò la strada e per pure miracolo evitai, con una brusca frenata, che la mia autovettura investisse il gruppetto di animali.
San Rossore è sempre stato un habitat eccezionale per tante specie di uccelli ed animali stupendi, molti dei quali purtroppo estinti, come ebbi modo di apprendere in occasione della mostra dei loro corpi imbalsamati che tanti anni fa vidi nei locali dell’arsenale Mediceo della Cittadella. Deve farci riflettere perché ogni specie di uccelli e di animali deve essere sempre difesa e protetta, trattandosi di un patrimonio che il Creatore ci ha dato e che appartiene a tutta l’umanità.
Antonio Spinosa: ecco come giudicò i fatti accaduti l'8.9.1943
Il giorno 8 aprile 1997, il famoso scrittore Antonio Spinosa, scomparso tempo addietro, tenne nell’Aula magna della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa una conferenza sul tema : Vittorio Emanuele III e i giorni dell’8 settembre 1943.
Moderatore il prof. Paolo Nello, docente di storia contemporanea nel suddetto ateneo.
La conferenza fu organizzata dall’Associazione studentesca “ I L - Informazione Liberale - “, che si ispirava ad ideali liberali e libertari senza legami ad alcun partito e/o movimento politico,della quale faceva parte anche il mio ultimo genito.
L’illustre giornalista storico, accogliendo l’invito, giunse da Roma dove viveva e lavorava, accompagnato dalla gentile consorte. Al pubblico che riempì la prestigiosa Aula, fu presentato dallo studente versiliese Alessandro Santini che, sulla Casa Savoia, scrisse alcuni interessanti articoli pubblicati su “ Informazione Liberale “, stampato all’interno dell’Università della Torre pendente.
Antonio Spinosa fu autore di una serie di libri in edizione Oscar Mondadori di grande successo che narravano le vicende, sotto molti aspetti affascinanti, di personaggi che sono passati alla storia, quali: Cesare, il grande giocatore; Tiberio,l’imperatore che non amava Roma, Augusto, il grande baro; Paolina Bonaparte, l’amante imperiale; Murat, da stalliere a Re di Napoli; Le Italiane, il lato segreto del Risorgimento; Starace, l’uomo che inventò lo stile fascista; I figli del duce, il destino di chiamarsi Mussolini; D’Annunzio, il poeta armato; Mussolini, il fascino di un dittatore; Vittorio Emanuele III, l’astuzia di un re; Hitler, figlio della Germania. Pio XII, l’ultimo Papa; Edda, una tragedia italiana; I 600 giorni di Salo e Ulisse ( uscito recentemente ) .
Il 2 giugno 1946, Antonio Spinosa, quale amico personale dell’allora ministro degli interni Giuseppe Romita, fu testimone della nascita della nostra Repubblica.
Nel suo excursus storico relativo all’armistizio dell’8 settembre 1943, Antonio Spinosa ha sostenuto la tesi secondo la quale il Re , che aveva un fortissimo senso della Costituzione, fu costretto a lasciare Roma per trasferire altrove quelle che erano le insegne della monarchia, allo scopo di assicurare la continuità del suo potere legittimo in un territorio libero. Non si trattò di una fuga, ma di un comportamento atto ad evitare di essere arrestato dai tedeschi, un fatto questo ritenuto probabile dallo stesso Re e davvero non infondato, come poi dimostrò il piano di Hitler ( annotato sul diario di Goebbels ) che prevedeva appunto la cattura di Vittorio Emanuele III, della sua famiglia e del governo Badoglio al completo.
L’armistizio, firmato segretamente il giorno 3 settembre 1943 a Cassibile, dal generale americano
Bedell Smith e da quello italiano Castellano, doveva entrare in vigore dopo nove giorni dalla firma, cioè il I2 settembre.
Invece di quella data gli alleati decisero di annunciarlo, tramite “ Radio Algeri”, il giorno 8 settembre, addirittura circa due ore prima che fosse diffuso dalla radio italiana, sicuramente per fare un dispetto puro e semplice all’Italia (per il ritardo con cui questa aveva firmato l’armistizio in questione) e per punire, al tempo stesso, la monarchia per essere stata, per tanti anni, d’accordo col fascismo.
Fu questa la causa che l’8 settembre generò la grande confusione che portò allo sfascio del nostro Esercito, dovuto soprattutto all’ inettitudine dei vertici militari, incapaci financo di eseguire gli ordini che il governo di Badoglio aveva impartito. Le Forze Armate italiane si difesero come poterono dall’esercito tedesco, molto meglio armato. Una infinita schiera di soldati italiani venne massacrata nei combattimenti o addirittura fucilata dopo essere stata costretta ad arrendersi. Nelle isole greche di Cefalonia e Corfù furono scritte col sangue pagine di epico valore.Da queste isole del Dodecanneso ebbe inizio la restistenza contro i nazisti. In seguito all’armistizio seicentomila fra ufficiali e soldati italiani furono deportati nei campi di concentramento in Germania, nei quali più di trentamila perirono di stenti.
La sanguinosa reazione dei tedeschi verificatasi subito dopo l’annuncio dell’armistizio, impedì l’attuazione del piano predisposto per il trasferimento, con i mezzi della Regia Marina, del Re e del governo Badoglio in Sardegna.
Anche eminenti professori ed autorevoli personaggi, intervenuti al dibattito, si trovarono d’accordo con Antonio Spinosa nel non giudicare una fuga la partenza del Re e del governo Badoglio da Roma.
Sull’argomento, memore delle vicende storiche di quei giorni lontani, vissute da ragazzo degli Anni 30 nelle strade della Versilia e di Seravezza in particolare, ho voluto narrare agli studenti universitari le emozioni scaturite da quei fatti, peraltro ben raccontati nei suoi libri da Giorgio Giannelli. Mi colpì allora il comportamento del Re che io avevo imparato ad amare sui banchi di scuola come il Re soldato, per essere stato sempre nelle trincee accanto ai suoi soldati, durante la I Guerra Mondiale.
E proprio sempre vicino ai suoi soldati avrei voluto vedere il Re anche all’indomani dell’8 settembre 1943; invece egli partì da Roma per salvare la Corona, una tesi sostenuta in quei giorni pure da un uomo, un ex combattente della I Guerra Mondiale, un certo Salteri, detto “il Gallo”, mio vicino di casa.
Ricordo con quanto calore quell’uomo difendeva il Re dall’accusa mossagli di avere abbandonato il suo popolo. Ci metteva la stessa forza con la quale da decenni lavorava il marmo, con la subbia ed il “ mazzolo “ stretti nelle sue callose mani, a partire dalle ore 5 di ogni mattino, per farci capire perché il Re aveva abbandonato Roma, una spiegazione che, ancora oggi. purtroppo non riesco ancora a comprendere.
Dopo la conferenza, mentre ci apprestavamo a raggiungere il vicino e storico Caffè dell’Ussero per un rinfresco offerto da quei magnifici studenti dell’associazione I L, alcuni dei quali versiliesi, una distinta signora mi chiese: “Che ne pensa del mancato ritorno in patria dei resti del Re Vittorio Emanuele III, del figlio Umberto II e della Regina Elena. “ La mia risposta fu immediata, senza un attimo di riflessione risposi: “ Non sono comportamenti degni di una nazione civile “.
Moderatore il prof. Paolo Nello, docente di storia contemporanea nel suddetto ateneo.
La conferenza fu organizzata dall’Associazione studentesca “ I L - Informazione Liberale - “, che si ispirava ad ideali liberali e libertari senza legami ad alcun partito e/o movimento politico,della quale faceva parte anche il mio ultimo genito.
L’illustre giornalista storico, accogliendo l’invito, giunse da Roma dove viveva e lavorava, accompagnato dalla gentile consorte. Al pubblico che riempì la prestigiosa Aula, fu presentato dallo studente versiliese Alessandro Santini che, sulla Casa Savoia, scrisse alcuni interessanti articoli pubblicati su “ Informazione Liberale “, stampato all’interno dell’Università della Torre pendente.
Antonio Spinosa fu autore di una serie di libri in edizione Oscar Mondadori di grande successo che narravano le vicende, sotto molti aspetti affascinanti, di personaggi che sono passati alla storia, quali: Cesare, il grande giocatore; Tiberio,l’imperatore che non amava Roma, Augusto, il grande baro; Paolina Bonaparte, l’amante imperiale; Murat, da stalliere a Re di Napoli; Le Italiane, il lato segreto del Risorgimento; Starace, l’uomo che inventò lo stile fascista; I figli del duce, il destino di chiamarsi Mussolini; D’Annunzio, il poeta armato; Mussolini, il fascino di un dittatore; Vittorio Emanuele III, l’astuzia di un re; Hitler, figlio della Germania. Pio XII, l’ultimo Papa; Edda, una tragedia italiana; I 600 giorni di Salo e Ulisse ( uscito recentemente ) .
Il 2 giugno 1946, Antonio Spinosa, quale amico personale dell’allora ministro degli interni Giuseppe Romita, fu testimone della nascita della nostra Repubblica.
Nel suo excursus storico relativo all’armistizio dell’8 settembre 1943, Antonio Spinosa ha sostenuto la tesi secondo la quale il Re , che aveva un fortissimo senso della Costituzione, fu costretto a lasciare Roma per trasferire altrove quelle che erano le insegne della monarchia, allo scopo di assicurare la continuità del suo potere legittimo in un territorio libero. Non si trattò di una fuga, ma di un comportamento atto ad evitare di essere arrestato dai tedeschi, un fatto questo ritenuto probabile dallo stesso Re e davvero non infondato, come poi dimostrò il piano di Hitler ( annotato sul diario di Goebbels ) che prevedeva appunto la cattura di Vittorio Emanuele III, della sua famiglia e del governo Badoglio al completo.
L’armistizio, firmato segretamente il giorno 3 settembre 1943 a Cassibile, dal generale americano
Bedell Smith e da quello italiano Castellano, doveva entrare in vigore dopo nove giorni dalla firma, cioè il I2 settembre.
Invece di quella data gli alleati decisero di annunciarlo, tramite “ Radio Algeri”, il giorno 8 settembre, addirittura circa due ore prima che fosse diffuso dalla radio italiana, sicuramente per fare un dispetto puro e semplice all’Italia (per il ritardo con cui questa aveva firmato l’armistizio in questione) e per punire, al tempo stesso, la monarchia per essere stata, per tanti anni, d’accordo col fascismo.
Fu questa la causa che l’8 settembre generò la grande confusione che portò allo sfascio del nostro Esercito, dovuto soprattutto all’ inettitudine dei vertici militari, incapaci financo di eseguire gli ordini che il governo di Badoglio aveva impartito. Le Forze Armate italiane si difesero come poterono dall’esercito tedesco, molto meglio armato. Una infinita schiera di soldati italiani venne massacrata nei combattimenti o addirittura fucilata dopo essere stata costretta ad arrendersi. Nelle isole greche di Cefalonia e Corfù furono scritte col sangue pagine di epico valore.Da queste isole del Dodecanneso ebbe inizio la restistenza contro i nazisti. In seguito all’armistizio seicentomila fra ufficiali e soldati italiani furono deportati nei campi di concentramento in Germania, nei quali più di trentamila perirono di stenti.
La sanguinosa reazione dei tedeschi verificatasi subito dopo l’annuncio dell’armistizio, impedì l’attuazione del piano predisposto per il trasferimento, con i mezzi della Regia Marina, del Re e del governo Badoglio in Sardegna.
Anche eminenti professori ed autorevoli personaggi, intervenuti al dibattito, si trovarono d’accordo con Antonio Spinosa nel non giudicare una fuga la partenza del Re e del governo Badoglio da Roma.
Sull’argomento, memore delle vicende storiche di quei giorni lontani, vissute da ragazzo degli Anni 30 nelle strade della Versilia e di Seravezza in particolare, ho voluto narrare agli studenti universitari le emozioni scaturite da quei fatti, peraltro ben raccontati nei suoi libri da Giorgio Giannelli. Mi colpì allora il comportamento del Re che io avevo imparato ad amare sui banchi di scuola come il Re soldato, per essere stato sempre nelle trincee accanto ai suoi soldati, durante la I Guerra Mondiale.
E proprio sempre vicino ai suoi soldati avrei voluto vedere il Re anche all’indomani dell’8 settembre 1943; invece egli partì da Roma per salvare la Corona, una tesi sostenuta in quei giorni pure da un uomo, un ex combattente della I Guerra Mondiale, un certo Salteri, detto “il Gallo”, mio vicino di casa.
Ricordo con quanto calore quell’uomo difendeva il Re dall’accusa mossagli di avere abbandonato il suo popolo. Ci metteva la stessa forza con la quale da decenni lavorava il marmo, con la subbia ed il “ mazzolo “ stretti nelle sue callose mani, a partire dalle ore 5 di ogni mattino, per farci capire perché il Re aveva abbandonato Roma, una spiegazione che, ancora oggi. purtroppo non riesco ancora a comprendere.
Dopo la conferenza, mentre ci apprestavamo a raggiungere il vicino e storico Caffè dell’Ussero per un rinfresco offerto da quei magnifici studenti dell’associazione I L, alcuni dei quali versiliesi, una distinta signora mi chiese: “Che ne pensa del mancato ritorno in patria dei resti del Re Vittorio Emanuele III, del figlio Umberto II e della Regina Elena. “ La mia risposta fu immediata, senza un attimo di riflessione risposi: “ Non sono comportamenti degni di una nazione civile “.
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