lunedì 17 luglio 2017

I Martiri di Pechino

“Vogliamo la libertà!
Chiediamo di poter
crescere e vivere
in uno stato democratico!”
Nella grande piazza Tien An Men
gli studenti disarmati di Pechino
sono stati trucidati,
mentre rivendicavano
i diritti sacri,
inalienabili dell’uomo.
Carri armati, autoblinde
fuoco e fuoco.
No! Non è così
che si governa un popolo!
L’eco delle grida
dei martiri stritolati
con le loro biciclette,
non si è ancora spenta
e mai si spegnerà,
perché l’uomo
non può vivere
senza libertà!

 Renato Sacchelli


Ho scritto questi versi diversi anni fa. Mi piace riproporli sul mio blog come omaggio alla memoria del professor Liu Xiaobo, uno dei "martiri di Pechino", morto di recente a 61 anni, dopo una durissima condanna che gli era stata inflitta dalle autorità cinesi perché aveva osato chiedere libertà e democrazia per il suo popolo. 




giovedì 6 luglio 2017

Le mie Fiamme Gialle


C’è qualcosa nel suo cuore 
che non riesco a spiegare, 
intanto a dieta deve stare. 
Dottore, ma proprio ora ch’è Natale 
e con tutto il po' po' di buono
che c’è da mangiare? 
Sì, non c’è da scherzare, 
il suo cuore, ci pensi, 
pompa da quasi novant’anni 
e ora deve stare attento 
non può più tanto faticare 
ha bisogno di riposare. 
Ah! Comprendo dottore, 
che sollievo mi danno 
le sue parole.
Mi fanno capire 
dove sono finite 
le amate Fiamme Gialle 
che per oltre quaranta anni 
ho portato con fierezza 
sul risvolto della giacca grigioverde
mia gloriosa divisa,
e che ora fanno parte
del mio cuore. 
Buon Natale dottore! 

(Renato Sacchelli)



giovedì 1 giugno 2017

“Mamma, ho visto passare Gesù”. La grandezza di don Quintino, servo di Dio

Conservo ricordi commoventi rimasti scolpiti nel mio cuore della gita cui partecipai nell'agosto 1997 a Balze (Forli-Cesena), per visitare i luoghi dove visse gli ultimi anni della sua vita don Quintino Sicuro, che dal 1939 al 1947 prestò servizio nel glorioso Corpo della Guardia di Finanza. All’arrivo del pullman (ero con la mia sezione Anfi di Pisa e quella della Versilia storica) fummo accolti dal maresciallo capo Duilio Farneti di Forlì, che insieme a Quintino aveva frequentato a Roma il 19° corso allievi sottufficiali (8 luglio 1945/ febbraio 1946). Farneti fu una guida eccezionale. Dai 7 a 13 anni aveva vissuto accanto al fratello, don Silvio, nel periodo in cui questi era stato parroco di Balze, località famosa perché su un'altura chiamata il “Sasso dell’apparizione” il 27 aprile 1404 due pastorelle infelici videro la Madonna; secondo la tradizione la madre di Cristo ad una delle ragazzine restituì la voce e l’udito, all’altra la vista. Il popolo di Balze volle scolpire su una lastra di marmo il ricordo di questo evento, facendola murare nel luogo esatto dove sarebbe avvenuto il miracolo.

Quintino Sicuro, quinto di cinque figli, nasce a Melissano (Lecce) il 9 maggio 1920 da Maria Potenza e da Cosimo Sicuro. Da ragazzo esprime il desiderio di farsi frate, ma il superiore del convento di S. Simone non lo ammette perché non ha superato l’esame di ammissione alla terza classe della scuola media. Cambia scuola iscrivendosi all’Istituto tecnico industriale di Gallipoli, che porta a termine con successo. Nel 1939 frequenta il corso Allievi finanzieri e, dopo essere stato promosso finanziere, viene assegnato alla Brigata di Chiavenna (Sondrio). Durante la Seconda guerra mondiale viene mobilitato nel 1° battaglione a fianco della divisione Julia, del IV reggimento bersaglieri e di altri reparti delle camicie nere. Prende parte, nella squadra degli Arditi, ad alcune dure battaglie sul monte Tumori, contro un nemico forte, ben armato e combattivo. La gelida temperatura dei Balcani procura a molti soldati italiani il congelamento degli arti inferiori. Dopo un breve spostamento a Tre Bisti, sul fronte jugoslavo, ed ai movimenti successivi per raggiungere le città greche di Gianina e di Patrasso, il finanziere Sicuro viene assegnato alla brigata di Cefalonia. Riesce fortunosamente a sfuggire al massacro commesso dai tedeschi contro gli uomini della divisione Acqui, che si rifiutano di consegnare le armi dopo l’8 settembre 1943, impugnandole per scatenare una battaglia proprio contro le truppe germaniche che avevano loro imposto tale ordine. A causa della superiorità di uomini e mezzi, ed anche all’impiego di aerei Stukas, i tedeschi costringono i soldati italiani ad arrendersi. 

Quintino durante la guerra di liberazione è partigiano nelle squadre di azione Patriottica (SAP). Mai viene coinvolto in fatti di sangue. Dopo la nomina a sotto brigadiere viene decorato della Croce al merito di guerra. Nel mese di maggio 1946 è trasferito alla brigata di frontiera del Brennero e nel novembre 1947 viene assegnato al Nucleo p.t. di Trento. I componenti di tale reparto apprezzano il suo carattere di uomo buono e giusto. A Trento il sotto brigadiere Quintino Sicuro compilerà un verbale di accertamento nei confronti di un padre di famiglia, che non aveva il denaro per pagare il tributo evaso né la pena pecuniaria relativa. Sarà lo stesso Sicuro a versare all’Erario quanto dovuto dal pover uomo sanzionato, attingendo il denaro necessario dai suoi modesti risparmi.

Sentendosi ancora fortemente attratto dalla vocazione di servire Dio, a 27 anni si congeda dalla Guardia di finanza ed entra nel convento dei frati minori di Ascoli Piceno, nel quale rimane per due anni. Dopodichè raggiunge l’eremo di S. Francesco presso Montegallo, dove resta per 4 anni. Da lì si sposta verso il monte Fumaiolo intorno al quale c’è l’eremo di S. Alberico, che lui prende in custodia.

Ho avuto modo di conoscere diversi aneddoti della vita di don Quintino, sia grazie all’omelia pronunciata dal parroco di Balze durante la Santa Messa, sia dalla lettura del libro su Sicuro scritto dal Farneti. Avvertire su quel monte la presenza di Dio credo abbia fortificato non poco l’esistenza di don Quintino, che visse in estrema povertà elevando al Signore continue preghiere volte a glorificarne il nome. La nostra visita all’eremo di S. Alberico si concluse con la deposizione effettuata dal presidente della sezione Versilia storica, cav. uff. Renzo Maggi e da due finanzieri in congedo, di una corona di alloro sulla tomba dove riposano i resti di don Quintino. Tomba da lui scavata, quando era ancora in vita, sulla roccia arenaria esistente davanti alla chiesa.  Quel giorno fui particolarmente felice: insieme a me c’erano i cari amici Primo Giorgi e Guido Angelini, insieme ai quali frequentai a Roma il corso allievi finanzieri dal 15/7/1949 al 15/1/1950.

Nell’eremo don Quintino dormiva su una tavola di legno e con la testa poggiata su un sasso. Viveva della carità dei suoi fedeli, che avendolo conosciuto lo consideravano già un santo. Il maggiore ed unico desiderio che ebbe Quintino fu quello che tutti gli uomini della Terra potessero conoscere Dio e che gli dessero gloria, salvando così la loro anima. Sì, Quintino pensava di continuo all’anima degli uomini, la cui vita non si spegne con la morte ma continua a vivere in eterno, un premio solo per gli uomini buoni e giusti. La vita di don Quintino dedicata alla preghiera e alla predicazione del bene, colpì il cuore di tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo.

Un ragazzino che un giorno lo vide transitare davanti alle case ubicate in località Capanne, corse verso la sua casa urlando: “Mamma, mamma, ho visto passare Gesù!” La povertà, attraverso la quale Dio si presenta sulla Terra all’uomo che vive quotidianamente aiutato anche dalla divina provvidenza, suscita stupore ed ammirazione negli abitanti di Balze e dei dintorni, quando lo vedono camminare scalzo, coi piedi sanguinanti, sui sentieri difficili delle montagne piene di sassi sconnessi, per raggiungere l’eremo da lui scelto per sentirsi più vicino a Dio.

È l’arrivo all’eremo di tanti fedeli, che giungono da località lontane, che lo sprona ad iniziare i lavori di ristrutturazione di quell'immobile fatiscente, con porte e finestre rotte, così come gravemente danneggiato è anche il tetto. Anche il camino della cucina non tira più fuori il fumo prodotto alla legna che arde. Don Quintino a questo punto decide di ricostruire la chiesa e ristrutturare la sua abitazione, ubicata al piano superiore, in quanto le pareti dei locali, molto umide, sono ridotte in pessime condizioni. Infine ristruttura l’intero edificio innalzandolo anche di un piano. Quintino aiuta i muratori nei lavori più pesanti. Impasta il calcestruzzo che poi, con i secchi, porta sulle spalle ai muratori che lavorano sui ponti. Ai giovani che recano lassù per aiutarlo dice chiaramente, fin da subito, che non può offrire che un piatto di spaghetti. Paga invece i materiali necessari: mattoni, calce, cemento, sabbia e quant’altro serva per i lavori, con gli oboli che gli donano i fedeli. Anche se la maggior parte delle offerte vanno, come al solito, ai più poveri. In quella località, ricca di cento fontane, l’eremo di Sant’Alberico diventa un'oasi di spiritualità.

Nel luogo dove don Quintino visse da eremita è rimasta scolpita nella memoria la sua figura di asceta e penitente, sempre amorevolmente vicino ai giovani che si stringevano forte a lui quando salivano all’eremo per conoscerlo. Quintino confortò i malati e i più bisognosi e fu così che tutti quelli che lo conobbero gli vollero bene. Soffriva di disturbi cardiaci e morì la gelida mattina del 26 dicembre 1968, mentre stava per raggiungere e benedire un nuovo impianto di sciovia. L’autovettura sulla quale era salito andò in panne, a causa dell’alta neve che era caduta nella nottata. Sceso dal mezzo insieme agli altri occupanti, si mise a spingerla per parcheggiarla in un vicino spiazzo. Ad un certo punto cadde a terra, fulminato da un infarto.

Il 29 agosto 1991 nell’antica cattedrale di Sarsina (Forli-Cesena), si concluse positivamente il processo diocesano di beatificazione del servo di Dio don Quintino Sicuro. Tutto l’incartamento, sigillato col timbro vescovile, fu inviato alla Congregazione della causa dei santi del Vaticano. Alla luce di una vita interamente dedicata all’amore contrassegnato dalla croce, emblema di luce e speranza, mi piace pensare che un giorno le campane delle chiese potranno risuonare a festa per annunciare ai fedeli che don Quintino è salito agli onori degli altari.
Renato Sacchelli

* L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Fiamme Gialle (Aprile 2017)

lunedì 29 maggio 2017

Giro d'Italia, quell'amore che non passa mai

Si è appena conclusa la 100^ edizione del Giro d'Italia, con la vittoria dell'olandese Tom Dumoulin davanti al colombiano Nairo Quintana e al nostro grandissimo Vincenzo Nibali. E' stata proprio una bella ed entusiasmante corsa quella scattata ad Alghero il 4 maggio e conclusasi il 28 maggio a Milano.

Nei miei ricordi riaffiorano le gesta di moltissimi campioni. Il primo giro che vidi passare davanti ai miei occhi fu quello disputato nell'immediato dopoguerra. Eravamo nel 1946 e l'Italia era ancora piena di macerie. Attesi il passaggio dei corridori nella parte finale della prima tappa Genova-Montecatini. Li vedi salire il Monte Quiesa, vicino al valico per Lucca, a poca distanza dalla curva dove c’è una edicola con una madonnina scolpita in marmo. In quel periodo la mia famiglia abitava a Compignano, nella zona più alta del Monte Quiesa, in una casa di proprietà del commendatore Giovanni Luisini. Proprio lì vicino era stato trucidato Amos Paoli, medaglia d'oro al valor militare, che avevo conosciuto quando frequentava la scuola elementare e tutti i giorni passava sotto le finestre ,con le crucce sotto le ascelle,  della casa in cui abitavo nel rione Ponticello. Eravamo miracolosamente scampati ai tragici eventi dell'estate del 1944, prima con lo sfollamento sul Monte Pelliccino, poi a Giustagnana e infine a Capezzano Pianore, dove rimanemmo fino allo sfondamento del fronte (linea Gotica).

Finita la guerra mio padre fu riassunto al lavoro dall’ingegner Cerpelli, per recuperare materiali e macchinari della sua officina, ubicata alla Centrale, accanto al deposito della tranvia dell’Alta Versilia fatto saltare in aria come molti altri edifici. Mio padre accettò l’offerta dell'ingegnere di occupare una grossa stanza adibita a deposito, situata al piano terra, con annesso capannone con il tetto sfondato dalle cannonate tedesche, ubicato a Pietrasanta in via dei Piastroni, motivo per cui la mia mamma doveva cuocere il cibo su un fornello traballante, alimentato dal fuoco degli stecchi che raccoglieva qua e là, tenendo l’ombrello aperto quando pioveva. Terminato il recupero dei beni mobili rimasti per sette mesi sotto le macerie, mio padre ebbe il problema di trovare una nuova sistemazione, e quindi un giorno si recò a Compignano per parlare con suo fratello Pietro, che era sfollato lassù e lì era rimasto, con la sua famiglia.   avendo ottenuto dal fattore di occuparsi, a mezzadria, di un oliveto e di una grossa vigna.

Quando fu di ritorno non ci disse subito che aveva deciso di subentrare al fratello nella conduzione del podere da lui coltivato, visto che questi intendeva tornare al Pelliccino per far ricostruire la casa distrutta dalla cannonate degli americani. Si capì che aveva preso questa decisione non potendo continuare a sopportare la difficile vita che tutta la nostra famiglia conduceva.

Dallo sfollamento iniziato l'11 luglio 1944 si viveva come randagi: in casa non avemmo la forza di dire niente in contrario alla decisione di nostro padre. Neppure io dissi nulla, che avevo ripreso a frequentare l’avviamento professionale al lavoro  di Seravezza, riaperto prima della fine dell’anno scolastico 1944/1945. Così dovetti interrompere gli studi senza poter ottenere il diploma, anche se successivamente seppi di essere stato ammesso a sostenere gli esami finali.

Appena la casa sul Pelliccino fu ricostruita tornammo a Seravezza, stabilendoci in località Uccelliera  nella casa di proprietà del nuovo datore di lavoro che gestiva una cava sul monte Costa dove lavorò per un po di tempo il mio genitore, Nella casa dell'Uccelliera avevamo anche la conduzione a mezzadria  del piccolo oliveto e di due vignette il tutto concesso a mezzadria a mio padre, dal suo  datore di lavoro. Al centro dell'oliveto avevamo anche una piccola stalla per il ricovero di alcune pecore.

Ma torniamo al Giro d'Italia. Quella volta che, con grande emozione, per la prima volta lo vidi passare il primo a scattare sui pedali fu Adolfo Leoni, seguito a ruota da un collega di cui non ricordo il nome. La tappa, che terminò a Montecatini Terme, fu vinta proprio da Leoni.

L'anno seguente (o forse due) da Querceta vidi passare un altro Giro di Italia. Restando sempre un grande appassionato della bici, negli anni successivi ho sempre seguito con interesse e curiosità le notizie riguardanti la bella corsa rosa, compresa la centesima edizione appena conclusa.

Ho sempre vivo nel cuore il ricordo dei grandi Giri conquistati da campioni del calibro di Gino Bartali e Fausto Coppi, Ma i nomi che mi fa piacere ricordare sono davvero tanti. Molti non li ho mai visti dal vivo, ma ho letto le loro gesta sui giornali oppure ho sentito le cronache alla radio o, più tardi, in tv. Così, i loro nomi, si sono sedimentati nella mia memoria e, certamente, anche in quella di milioni di persone che, come me, amano le corse in bici. Ne cito solo alcuni, in ordine sparso: Alfredo Binda, Learco Guerra, Fiorenzo Magni, Felice Gimondi, Gastone Nencini e l'indimenticato Marco Pantani. Molti di loro dominarono non solo al Giro ma anche al Tour de France, riempiendoci di gioia.

Le imprese in bicicletta mi hanno sempre emozionato e reso felice. Mi sento di ringraziare tutti questi grandi campioni con affetto, perché mi hanno regalato tante bellissime e indimenticabili sensazioni, come solo lo sport sa fare.

Mio nipote Tommaso Fiaschi ama correre in bicicletta da quando era molto piccolo. Fa parte di una importante squadra Under23. Credo nelle sue capacità e voglio pensare che possa riuscire a infiammare il mio cuore con le sue prossime e travolgenti vittorie come riusci a fare alcuni anni fa quando vinse con una formidabile volata il trofeo Buffoni a Torano di Massa. Forza Tommaso! Il tuo nonno Renato.

venerdì 28 aprile 2017

Il Comune Unico della Versilia

Dal sito versilia.org
"La costituzione del Comune Unico della Versilia è un obiettivo a cui si deve arrivare per migliorare la situazione dell'intero territorio e dei suoi abitanti, tenendo conto del quadro economico e sociale sempre più complesso, con continui tagli alla spesa pubblica e sacrifici richiesti ai cittadini, a cui purtroppo non corrispondono adeguati servizi. Torno a parlare di questa proposta, propugnata anche da Pietro Marchi quando fu sindaco di Seravezza (dal 1911 al 1919 e dal 1944 al 1946), perché la ritengo ancora oggi di estrema attualità. Quello che segue è un mio articolo pubblicato su "Versilia Oggi" nell'ottobre 2003. 

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"Con i suoi articoli ”Versilia senza respiro” e “Non fate finta di sognare”, pubblicati su Versilia Oggi nei mesi di marzo e di agosto, Paolo Macchia  mise a nudo la situazione del territorio versiliese,  che aveva già evidenziato nel libro “La Versilia Storica - aspetti geografici di un piccolo sistema territoriale", pubblicato nel 1977 a cura della Banca di Credito Cooperativo della Versilia, in accoglimento della proposta avanzata dal professor Milvio Capovani. Condivisi la sua analisi a 360 gradi. Anch'io, anni addietro, accennai su Versilia Oggi alla conurbazione che interessava il nostro territorio, cioè a quel processo di formazione di una grande città dovuto al collegamento di piccoli centri urbani intorno al nucleo maggiore. Questa convinzione l’ebbi quando con mio figlio salii nel 1988 in cima al monte Canala per arrivare a Cerreta S.Nicola, ai piedi del Folgorito, Dal paesaggio che vidi dalla criniera del monte di Ripa, notando le differenze dai primi anni Quaranta, mi resi conto che si stava completando l’intera urbanizzazione della pianura versiliese. 

Nello stesso articolo parlai della difesa del territorio minacciato dalle calamità naturali, dell’inquinamento, dell’approvvigionamento idrico e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani , tutte problematiche che andavano affrontate e risolte sulla base di un piano unico riguardante l’intero territorio versiliese. Diedi risalto all’idea che uomini liberi, disinteressati e colti, appartenenti al movimento dell’Unione Versiliese, ebbero nel progettare il Comune Unico della Versilia, che poteva avere a disposizione più risorse finanziarie e un maggiore peso a fini elettorali. Purtroppo questo progetto naufragò ancora prima di nascere, a mio parere per interessi partitici e di campanilismo. Naufragò soprattutto perché gli elettori versiliesi non seppero cogliere l’importanza di questa nuova formazione politica, l’unica che avrebbe potuto garantire traguardi unitari. Non si vollero eliminare le poltroncine locali, si preferì andare avanti alla peggio. E pensare che nel 1776 l’illuminato granduca Pietro Leopoldo, resosi già allora conto della situazione, pose fine alla frammentazione della Versilia in tanti comunelli, accorpando il territorio in sole tre comunità.

In un libro che gli è costato una fatica durata due anni, a mio parere una pietra miliare della storia del nostro territorio, Paolo Macchia afferma che "per realizzare con successo qualunque forma di riorganizzazione del territorio dell’intero sistema è necessario intervenire in modo organico e completo su tutta l’area, con un unico progetto che abbia finalità chiare e non consideri le parti del sistema sia spaziali che aspaziali, come indipendenti e svincolate le une dalle altre". 

Anche se non siamo arrivati all’ultimo respiro, come ha scritto nel suo articolo Roberto Ippolito,  chi scrive è convinto che se le cose continueranno ad andare avanti di questo passo, l’uomo non potrà più disporre in Versilia di altri spazi di territorio da destinare all’ulteriore sviluppo industriale e artigianale, in quanto già interamente occupato da agglomerati urbani, e da preesistenti   opifici.  Per arrivare al Comune Unico, importante anche per disciplinare la situazione antropica dell’intera Versilia e per evitare possibili diseconomie, c’è bisogno davvero di operare una svolta decisiva.
Renato Sacchelli

sabato 8 aprile 2017

Il Progetto Mare Monti

Il 5.2.1987, periodo in cui collaboravo assiduamente con "Versilia Oggi", mensile diretto da Giorgio Giannelli, fu pubblicato un mio articolo intitolato "ll progetto mare–monti". Non feci alcun cenno ad un sogno a cui avevano lavorato agli inizi del Novecento due uomini geniali quanto intraprendenti: Alemanno Barsi e suo figlio Daniele che tentarono di realizzare una linea di risalita dal mare fino ai loro due alberghi, costruiti sugli arditi rilievi apuani, nella zona alta del Matanna, da Grotta dell’Onda alla Foce. L'impianto di risalita era basato su un pallone aerostatico frenato, tenuto ancorato al suolo con grosse catene metalliche (qui trovate un interessante articolo che parla di questa incredibile storia).

Quando scrissi quell’articolo non spiegai perché il pallone frenato fu chiamato "Rosetta" che era la moglie di Daniele Barsi e  non  accennai neppure al suo primo volo de(l’aerostato di Casoli,  che aveva fatto il 28 agosto del 1910, mandando in visibilio i pochi fortunati  che avevano potuto ammirare dall’alto la bellezza dei luoghi appena sorvolati.
Nel mio articolo parlai della storia dell'estrazione dai nostri monti  del marmo  e della sua lavorazione che mutarono, nei secoli passati le condizioni di vita  della gente della Versilia del fiume fino allora dedita all'esercizio della pastorizia  ed all' agricoltura, quest'ultima praticata  su piccoli terreni della montagna al fine di disporre  di una più vasta  estensione di terreno da coltivare per aumentare i raccolti e fare così fronte ai bisogni  dei nuclei familiari arroccati sui monti.  In buona sostanza parlai soprattutto del duro lavoro della terra svolto dai versiliesi nei secoli passati, e che avevano ricamata coi sassi, di cui sono ancora oggi  visibili le tracce negli oliveti e castagneti della nostra amata terra.

Raccontai una storia scritta con il sudore e il sangue, quest'ultimo versato dai tantissimi cavatori morti sulle cave. Mi soffermai anche su un episodio che piacque anche al mio babbo, perché lo riguardava in prima persona. Nel 1928, poco più che ventenne, lavorava nella cava del Palazzolo, situata vicino al passo del Vestito, di proprietà dei fratelli Pellizzari industriali del marmo di Seravezza. Mentre insieme ad altri colleghi,  per raggiungere il posto di lavoro percorreva un sentiero ricoperto dalla neve, scivolando precipitò nel baratro sottostante. Fece un volo di oltre centro metri. Cadde su un mucchio di neve e fortunatamente se la cavò solo con l’incrinatura di alcuni anelli della spina dorsale, che lo costrinse a rimanere sei mesi disteso su una lastra di marmo dell’ospedale di Massa. Amo pensare che se uscì vivo da questa terribile caduta fu grazie agli angeli protettori dei cavatori.

Ecco come concludevo l’articolo scritto nel 1987:  "Sono convinto la bellezza dei nostri monti potrà sempre richiamare in Versilia una più larga massa di turisti e villeggianti solo se saremo capaci di costruire sulle cime più suggestive terrazze raggiungibili con le funivia. In tal modo il sogno: ”Versilia- mare monti “ sarebbe finalmente una realtà". 

L’idea di rifare un nuovo "pallone frenato" non avrebbe senso, per due ragioni: in primo luogo perché la tecnologia ha fatto passi avanti notevoli, e riproporre un sistema di quel genere sarebbe anacronistico. Inoltre perché il maltempo, oggi come allora, potrebbe cancellare, in pochi attimi, tutta la struttura. Al di là del "pallone", però, restava e resta ancora oggi più che mai valida la lucida lungimiranza di quel progetto: sviluppare il turismo della nostra terra utilizzando ciò che di bello e incredibile la natura ci offre, la vicinanza tra il mare e le nostre bellissime e per certi versi uniche montagne. Viverle appieno e farle vivere ai turisti, salvaguardando la natura, creando sviluppo e posti di lavoro per la nostra gente. Politici e imprenditori della Versilia, pensateci!

Renato Sacchelli

giovedì 23 marzo 2017

Quei migranti italiani morti prima di raggiungere l’America

Dovevo leggere il libro di Gian Antonio Stella, intitolato “Odissee-Italiani sulla rotta del sogno e del dolore”, per rendermi pienamente conto delle tragedie vissute dai nostri migranti nel tardo Ottocento  e all'inizio del Novecento. Emigravano in massa in America, dove speravano di migliorare  le proprie condizioni di vita, lasciando alle spalle fame, miseria e malattie. Nel loro Paese spesso vivevano in condizioni davvero disperate. Molti si nutrivano solo di polenta, motivo per cui si ammalavano  di “pellagra”, dovuta alla mancanza in questo cibo della vitamina PP.

Da un'indagini parlamentare condotta da Stefano Jacini per anni ministro dei Lavori pubblici, pubblicata nel l880, emerge che le condizioni di vita di centinaia di migliaia di contadini italiani erano disperate. In maggioranza abitavano coi loro cari in uno stanzone lezzo, puzzolente umido e fatiscente, dove mangiavano e dormivano coi loro familiari su mucchi di paglia, vicini ai propri animali, mucche, capre, maiali e pollame, considerati spesso più preziosi di un figlio. E lì davanti ai figli e nipoti e fanciulli. gli adulti compivano  le “funzioni  animali della generazione”. Non mancavano atti ripugnanti di incesto e pederastia.

Il letame veniva lasciato in un angolo della stanza, oppure ammucchiato sulla via davanti alla porta di ingresso, Le strade dei paesi erano piene di sudiciume, in quanto non esisteva alcun servizio di nettezza urbana. Che facevano i governi per migliorare le condizioni di vita di queste persone? Poco o nulla! Il governo Crispi pensò alle avventure africane in terre poverissime, dove furono inviati contingenti militari per combattere contro l'Abissinia  I nostri soldati, però, furono sconfitti nelle battaglie sull’Amba Alagi nel 1895, a Macallè e ad Adua nel 1896.


Molti emigranti italiani morirono a bordo dei piroscafi, vere e proprie "carrette del mare" sulle quali si imbarcavano coi loro cari per raggiungere il nuovo mondo. Perdevano la vita a causa delle malattie scoppiate durante la navigazione (vaiolo, colera, tifo ecc.). Sulla nave italiana Carlo R., partita il 29.7.1894 da Genova e fermatasi con uno scalo a Napoli, scoppiò il primo caso di colera.
Oltrepassate le Azzorre ogni giorno contraeva questa terribile malattia almeno una ventina di emigranti. Per loro il mare fu la tomba. Arrivata a Rio de Janeiro le autorità portuali imposero alla nave italiana il divieto assoluto di approdo, ordinando anche alle unità da guerra di sparare colpi di cannone senza l’intenzione di colpirlo. Il Carlo R. fu costretto a fare ritorno in Italia. Arrivò all’Asinara il 27.9.1894. I morti di colera, durante questo viaggio di andata e ritorno di 368 giorni, furono 141, altre 70 persone morirono a causa di altre malattie.

Non fu la sola nave ad invertire la rotta. Anche al piroscafo Remo, salpato da Genova il 15.8.1893 con a bordo 900 emigranti ed altri 700 caricati a Napoli, fu imposto dal governo brasiliano l’ordine di allontanarsi dal molo dell’isola Grande, dove aveva attraccato con la bandiera gialla issata sul pennone e di  riprendere la navigazione e fare ritorno in Italia. Per impedire  il ritorno al molo  della nave  "Remo"  che  si era momentaneamente staccata dal molo per gettare al largo la prima vittima del colera  si trovò davanti una corazzata brasiliana che gli impedì  la manovra. Così la nave fu costretta a ritornare in Italia. Dopo 65 giorni approdò a Napoli e tutte le persone a bordo furono messe in quarantena. Novantasei persone morirono per il colera.

Moltissimi emigranti persero la vita a seguito dei naufragi delle navi su cui viaggiavano, avvenuti nella baia di Gibilterra e sulle scogliere di capo Falos, promontorio orientale  della Spagna.

Un numero considerevole di emigranti non riuscì maiad arrivare nell’Eldorado americano, in quella terra tanto attesa e lontana. Molti uomini senza scrupoli, "venditori di sogni", trassero ingenti guadagni dagli inganni volti a favorire l'immigrazione di massa in America: la descrivevano come una terra ricchissima, piena di ogni ben di Dio, con frutta e verdura di dimensioni enormi, in grado di sfamare tutti. In realtà, invece, anche nel Nuovo Mondo la vita non era facile. Pure tra gli armatori delle navi impiegate per trasportare gli emigranti c'erano uomini senza scrupoli, che vergognosamente lesinavano persino sull’acquisto delle vettovaglie necessarie a sfamare i passeggeri dei piroscafi.

Convinti da una falsa e martellante propaganda a partire in cerca di fortuna, senza farsi troppi problemi, masse di contadini analfabeti vendettero tutto ciò che possedevano per imbarcarsi sulle navi e raggiungere la terra promessa, spesso con famiglia al seguito. Anche molti versiliesi affrontarono il lungo viaggio verso il Nuovo Mondo rinchiusi  nelle stive delle navi,  dove non avevano il minimo spazio per muoversi né l’aria sufficiente per respirare. Stavano sdraiati, ammucchiati l’uno accanto all’altro, tra un tanfo insopportabile.

Anche i miei nonni paterni, con otto cugini, e il nonno materno emigrarono in America verso la fine dell’Ottocento. Voglio pensare che abbiamo affrontato un viaggio sopportabile e non come uno di quelli sopra descritti.

I neonati venuti alla luce durante  la navigazione si attaccavano  inutilmente al seno delle madri divenuto arido a causa dello scarsissimo cibo con cui si alimentavano le donne. Morirono così tanti piccini, i cui corpi  furono gettati in mare, tra  le urla di disperazione delle loro mamme affrante dal dolore. Un gruppo di trecento contadini trevigiani, ingannati da un marchese francese, anziché approdare in luoghi ubertosi furono sbarcati su una terra rocciosa, aspra, assolutamente non coltivabile, situata al confine di una giungla. Molti persero la vita in seguito alla grande fame patita; alla fine solo pochi superstiti riuscirono a raggiungere l’Australia.