venerdì 25 giugno 2010

1930 Al mare di Forte dei marmi

Ogni tanto a mmi pa’ durante la su vita, piacea riccordà i ggiorni in cui mi portaa al mare a Forte dei Marmi, sul seggiolino che avea misso su la canna de la bicicrétta.
Doveo esse pròpio cicchinino cicchinino, perchè di que’ momenti nulla è rrimasto impresso ne la mi memoria.
Lu, invece, ‘n avea mai dimenticato quélo che gli avea ditto ‘n ricco signore, ‘n furèsto, che vedendomi giocà su l’arenile con mi pa', un fenìa mai di fagli ‘ ccomplimenti: “ Quanto è bello questo bambino...è bellissimo...”, continuava a dì. “Avei anco i rriccioli”, precisaa mi pa’ tutto contento, “...e cquel furastiéro dèra disposto a ddammi tanti quadrini per té...insomma ti volea comprà!”.
Ho sempre penso a quanto fusse esagerato nel parlà di quel fatto che un giorno lo vòlse anco riccontà a la mi fidanzata, convinto che le facesse piacè.
Un ho mai scòrdo, invece, ‘ ppoghi giorni trascorsi su la spiaggia di Forte dei Marmi, quando aveo sei o ssette anni. Dèrino i ttempi ‘n cui mi pa’, sùbbito doppo la conquista de l’Impero, avvenuta nel 1936, dèra ito, insieme a altri cavatori di Seravezza, a llaborà ‘n Etiopia, a la dipendenza d’una ditta che dovea costruì lunghe strade ne l’ immenso teritorio del pòvero paese affricano.
Dèra contenta mi mà d’andà su la spiaggia di Forte dei Marmi, perchè a Seravè si sentia ‘na fagónga, sìe ‘n caldo soffocante che a ogni estate, quando s’entraa ne solleoni, ci faceà sempre patì. Ne l’occasione, m’avea compro un completino bianco che incignai il primo giorno che andémmo al mare. Lo ricordo bene quel bel vestitino perchè lo insudiciai sùbbito di morca, Accadette la sera, quando, nel ritornà a ccasa salitti un attimo su ‘n vagone lasciato lungo i bbinari, davanti al pontile. E ssi che mi mà m’avea misso in guardia: ”Dammi la manina...stai accanto a mme...un salì sul vagone...”, ma io che un èro un angioletto, un le detti retta. Povera mà, ma perchè un t’ascoltai?
Con mi mà e ‘l mi fratello più piccolo, si arivaa al mare a ppiedi e ssiccome di soldi in casa ce n’erino poghi, si fenia sotto il ponte di legno, duve si stacéa ‘n compagnia di tanta altra gente che, come no, un si podéa permette di prende ‘na gabina con l’ombrellone di uno dei tanti attrezzati bagni già esistenti lungo l’arenile, tanti de’ quali frequentati da famosi calciatori, attori, gerarchi del regime, scrittori, pittori ecc.ecc., sìe da persone illustri che ora chiamino Vip.
No bimbi si giocaa a ffa le buche, pesci e sstelle marine con appositi stampetti di metallo, a ccostruì castelli con la rena bagnata e ppiste per facci rotolà vetroline e palline; tutte cose che venghino fatte ancòra oggi.
I ggiovanòtti si tuffavino fra i ppali di legno per staccà le cozze che crescevino spontaneamente sugli stessi. Le acque und’ èrino inquinate e cquindi un c’era alcun pericolo che ‘ ffrutti di mare facessino male. Alcuni òmeni, a ppoghi metri da la battigia, andavino in su e ggiù a ppescà arselle col colino. Staceino ne l’acqua per molto tempo, così, per evità che la corda dell’attrezzo che teneino allacciata a lla vita un gli facesse male, si metteino addosso de le vecchie giubbe.
A mmeggiogiorno s’andaa a mmangià in pineta ‘l cibo che mi mà avea preparato la sera prima: pasta al sugo, polpette di patate con il peporino e ffrutta; ‘n si stacéa male. Le polpette dèrino appetitose perché aveino un sapore tutto particolare, lo stesso che mi par di sentì anco in quéle che cucina la mi moglie, seravezzina “doc” come mi mà. La sera, prima di ritornà a ccasa, nostra mà compraa, a mme e al mi fratello, un becchiére d’acqua che una vecchietta, con un carettino, vendea vicino al fortino. Che emozione ho provato nel rivedè l’ immagine de l’anziana donna, detta la “Lorè de l’acquetta”, su ‘na fotografia de l’epoca, scattata in compagnia de la su’ nipote, e rriprodotta nel libro “La Versilia rivendica l’Impero” di Giorgio Giannelli. Devo dì che un ho più bébuto un’acqua così bóna che venia preparata con l’aggiunta di succo di limone, anice e gghiaccio.
Fu dal pontile del Forte che ammirai, per la prima volta, ‘na regata velica. C’èrino tante persone a gguardà, co’ bbinocoli e ccannocchiali, le barche con le vele bianche. Parea che volassino su la granda superficie d’acqua increspata dal vento. Che spettacolo!
Col passà degli anni, il paesaggio di Forte dei Marmi degli Anni 30 dè mmolto cambiato. Il ponte di legno, dube attraccaino i vvelieri che doveino portà nel mondo il nostro marmo, fu fatto saltà in aria dai tedeschi nel 1944. Dal dopoguerra ‘n c’èno più i nnumerosi depositi di marmo che aveo visto da bimbetto fino a ppoghi metri, sia dal fortino ch’è ancora lì intatto, sia dal mare, una zona animata da un continuo andirivieni di òmeni, di carrimatti ed anco più grossi, trainati da possenti bovi, di membrucche e di vagoni carichi di marmi de la tranvia de l’ Alta Versilia,
C’era vitalità e vvoglia di cresce al Forte, abitato, in maggioranza, da gente che provenia dai monti de la nostra Versilia, quindi abbituàta a ddure fatighe.
Chi come me, tantissimi anni fa, ha caminato lungo le stradine del Forte duve c’èrino poghe botteghe, ora stenta a rriconosce la nostra bela marina, così piena di lussuosi negozi d’ogni genere e ggremita sempre da ‘na moltitudine di villeggianti.
Stó per conclude il riccònto. I mmi occhi si chiudino e ccosì vedo ‘n gruppo di sirene che notàno e stanno distese su questo incantevole arenile, mentre aguile reali e altri uccelli rapaci volteggino sóbbre i gghiacciai de’ nostri monti...ma siemo ritorni a l’antichità? No! Dè solo ‘n sogno!
1944 -UN SOLDATO TEDESCO UCCISE UNA DONNA PER IMPOSSESSARSI DELLA SUA BICICLETTA

Anco mi pá durante la tragica estate del 1944 che sconvolse la nossa tera di Versilia, laborò a la dipendenza de la famosa organizzazione tedesca Todt che eseguì da nò le opere di fortificazione de la linea Gotica. Nel mese d’ogosto e fino ai primi di settembre di quél’anno, partecipò a lla costruzione di trincee e camminamenti ne la zona costiera aldilà del Cinquale, ’nsieme a circa dumila altri sventurati che aveino scelto di svolge quel labóro, diciemo “coatto” pur di rimanè sùi nostri monti e nun sfollà a Sala Baganza. D’altronde con quattro figlióli cicchini e lla nò materna che un risciva a ccaminà perché aveva ‘na caviglia gonfia per la quale nun s’era mai fatta curà, per i mii genitori déra un dramma mettisi ’n giro per arivà nel parmense, quindi mi pá preferì attende gli sviluppi de la situazione ne’ nòssi rifugi, prima vicino al monte Canala e pòe a Giustagnana, anco se lassù si pativa la fame e si viveva ’n condizioni ambientali al limite de la sopravvivenza.
Quando ritornò la sera a casa dopo ’l su’ primo giorno di labóro, lo sentitti dì a mi ma che déra rimasto sorpreso nel vedé ’n mezzo a tutti quegli òmeni du’ illustri personaggi di Seravezza: ’l dottor Tonini, medico de l’ospidale Campana, e l’avvocato Poli. Mi pá, òmo forte e ribusto, che a ssei anni già labórava ne la vigna e da giovenòtto iniziò ’l durissimo mestiere di cavatore, e quindi déra abituato a grosse fatiche, capitte la situazione che vissero i ddu’ colti òmeni seravezzini che nun si sottraevano a caricassi su le loro spalle grossi tronchi d’albero che venivino utilizzati ne la costruzione de le difese. Deve al su’ intuito se evitò d’ esse deportato ’n Germania. Ai primi di settembre notò un movimento insolito ne’ cantieri. Riuscì a ssapè che l’indomani sirebbino stati trasportati ’n altre località a bbordo d’autocarri, così ’l giorno dóppo, d’istinto, nun indétte più a llabórà. Prese questa decisione anco dóppo avè visto uccide, pròbbio ne la su ùtima giornata di labóro, ’na giovane donna, vittima de la ferocia d’un soldato tedesco che voléa impadronissi de la su bicicrétta. La scena si svolgette al bivio d’una strada sterrata ne la zona del lago di Porta, che mi pá conoscea molto bene perché ci andaa a pescà da ragà quando abitava su ne lo Strinato. Li c’erino du’ soldati di sentinella. Mentre s’avvicinava a loro, vidde che uno di essi tentaa di strappà da le mane de la donna appunto la su bicicrétta. Lé nun avea alcuna intenzione di lasciargliela, tant’è che fra i ddu’ ci fu ’n tira e mmolla. A ’n certo punto ’l soldato ’mpugnò la pistola e le sparò contro du’ colpi a lla testa. La poveretta cadde a téra fulminata, mentre ’na pozza di sangue s’ allargaa ’ntorno al su’ corpo. Mi pá ormai avvicinatisi al lógo del delitto e ’n preda a la pagura nun sapéa che fà. Pensò: “Vado avanti oppure ritorno addietro a ggambe levate?”. Proseguì il camino convinto che anco lu, testimone involontario de l’assassinio, sirebbe stato ammazzato. Aspettaa che gli sparassero, ma quando passò accanto al cadavere de la donna, i ddu’ soldati tedeschi nemmeno lo guardonno. Ritornò sano e salvo a Giustagnana, ma quéla scena un l’ha mai dimenticata; l’ha raccontò anco dóppo cinquantatrè anni, qualche tempo prima di morì. Veddè ammazza da un soldato tedesco ’na donna per rubagli la bicicrétta fu sconvolgente per mi pà che nun potette fa pròbbio nulla per tentà di salvalla. Erino giorni ’n cui tanta altra gente venia uccisa qua a là in continuazione. L’odio per la pacifica e laboriosa popolazione versiliese culminò con la spaventosa strage di S.Anna, nel corso de la quale vensero barbaramente trucidati 560 creature, fa donne, vecchi e bambini.

martedì 22 giugno 2010

E' una data funesta. L'Italia entra in guerra a fianco della Germania nazista.

10 giugno 1940 –

Ho sempre vivo nel mio cuore quel giorno in cui i nostri insegnanti radunarono tutta la loro scolaresca perché ascoltasse inquadrata il discorso, che fu pronunciato a Roma dal balcone di palazzo Venezia dal capo del governo Benito Mussolini, diffuso dagli altoparlani installati nel cortile. Confesso che non partecipai con calore a questo raduno. Le parole del Duce in merito alla guerra che dichiarò alla Inghilterra ed alla Francia non riuscivo proprio a comprenderle. Avevo ancora nella mente alcuni sprazzi dei discorsi fatti dagli adulti durante la conquista dell'impero ed anche quelli riferibili alla guerra civile di Spagna, durante la quale ci furono molti morti da ambo le parti e cumuli enorni di macerie. Ricordo che tutti noi alunni fummo continuamente, spronati, se ben ricordo, dai nostri maestri, ad applaudire quel discorso che coinvolse la nostra nazione nello spaventoso secondo conflitto mondiale. Mussolini veniva interrotto da scroscianti applausi del popolo fascista che gremiva la piazza. Con otto milioni di baionette la guerra pareva già vinta, alla luce anche delle vittorie dei soldati tedeschi su ogni fronte. Nessuno pensava all'esito disastroso che segnò la fine di questa guerra, che con l'aiuto degli eserciti alleati e dei partigiani, la nostra Patria alla fine riconquistò la libertà. Subito furono emanate disposizioni per l'oscuramente. Mio padre tinse con vernice scura alcuni vetri delle finestre della nostra casa.Poi si arrivò al razionamento del pane e di altri generi alimentari. Il mio babbo che allora lavorava su una cava del Trambiserra, tutte le mattine si recava alla vicina bottega di Riomagno ( piccolo borgo di case), per prendere il pane. Prima di uscire di casa lo tagliava a fette,e dopo avervi cosparso sopra la marmellata le distribuiva sia a me che ai miei due fratelli più piccoli; la quarta figlia doveva
ancora nascere, Così consumata subito la nostra razione, in casa non avevamo più niente da mangiare.Incominciammo a patire la fame ed a tirare il cinturino. Pareva di essere colpiti da una agonia lenta, tanto da farci sentire che si stava per morire. Un giorno sentendo molta fame mi misi in bocca alcun bucce di una arancia che raccolsi nella strada polverosa. Più di una volta mi nutrivo con torsoli di cavolo. Intanto tanti giovani versiliesi, soldati, marinai e aviatori, furono inviati a combattere su ogni fronte. in Africa, in Libia, sul fronte Greco Albanese ed in Russia. Sul mare, nel cielo e dovunque combatterono dimostrarono di avere un altissimo senso del dovere.Molti caddero sui campi di battaglia lasciando nel dolore i genitori e le giovani spose e piccoli figli, taluni dei neppure mai visti. Le pagine stupende scritte col sangue dai soldati d' Italia, in particolare ad EllAlamein ed a difesa del fortino di Giarabub, seppero allora riempire di orgoglio i nostri cuori di ragazzi tanto da farci pensare di emulare le loro gesta. A noi balilla, con la fame in corpo, spesso ci facevano cantare canzoni di guerra che parlavano del valore dei nostri soldati. “Vincere e vinceremo in cielo, in terra e mare...; partono i sommergibili, rapidi ed invisibili...; a primavera si riapre la partita...”. Ma la canzone che mi fece anche piangere fu quella relativa alla storia riguardante la difesa del fortino di Giarabub, già accennato in precedenza, i cui soldati avevano fame e sete ma non chiedevano né pane né acqua. Volevano dal loro comandate, colonnello Castagna, soltanto il piombo per i loro moschetti. La guerra che per anni ci appariva lontana dalla terra in cui sono nato, dopo le sconfitte subite ovunque, sul finire arrivò ad essere combattuta, dal settembre 1944 e fino all'aprile del 1945, anche in Versilia, considerata l'estremo limite della Linea Gotica. Prima dell'arrivo degli americani, degli inglesi e dei soldati brasiliani, il popolo versiliese soffri incredibili e dolorosi eventi connessi allo sfollamento ordinato dai tedeschi, alla distruzione di centri abitati fatti saltare in aria dai tedeschi durante la fortificazione della Linea Gotica, ed al continuo patimento estremo della fame, fino ad arrivare ad essere vittima della orrenda strage degli innocenti commessa dalle SS tedesche il 12. agosto 1944 a S.Anna di Stazzema, località dell'alta Versilia, durante la quale furono massacrati e bruciate 560 creature umane, tra le quali 120 bambini e bambine, la più piccina delle quali aveva appena 20 giorni.

lunedì 21 giugno 2010

L’otto settembre nei ricordi di un ragazzo (capitolo 2)

Il pomeriggio dell’otto settembre 1943 stavo percorrendo a piedi l’ultimo tratto di strada che dall'antica Corvaia, rasa al suolo dai tedeschi nell'estate del 1944, conduceva a Seravezza (Lu). Provenivo da Querceta dove mi aveva mandato la mia nonna materna per chiedere a sua sorella Marietta, proprietaria di un forno, se poteva mandarle un pezzetto di pane, un po’ di farina ed una cartata di carbonella. Dello sfilatino di pane che ricevetti me ne rimase solo un cantuccio; quello che mancava l’avevo mangiato io, per la fame che sentii strada facendo. Stavo attraversando il ponte di Pratale quando, in lontananza, vidi un uomo di Corvaia, un ex carabiniere, venire verso di me correndo. Più che correre mi sembrava che stesse ballando. Si ballava, correva e urlava: “Ė finita la guerra! Ė finita la guerra!” Nell’udire una notizia del genere anch’io iniziai a correre giungendo in pochi minuti nel centro del paese. Lì mi fermai davanti al bar trattoria di Poldino dove si erano radunate molte persone per ascoltare il proclama di Badoglio che veniva trasmesso in continuazione dall’ EIAR (Ente italiano per le audizioni radiofoniche). Questa notizia fu, al primo ascolto, accolta con gioia, anche se subito dopo affiorarono i primi dubbi sulla cessazione effettiva del conflitto. “Cosa faranno i tedeschi, fino ad ora nostri alleati?”. Ecco l’interrogativo che si posero tanti uomini animati da buon senso.

L’indomani si diffuse la notizia che nell’oliveto di Mignano, poco distante da Ripa, si era accampato un reparto di soldati tedeschi. Con altri ragazzi della via in cui abitavo raggiunsi in pochi minuti detta località. Mentre correvamo si intonò l’inno “Fratelli d’ Italia”. Sì, noi piccoli ragazzi sentivamo forte l’amore verso la Patria. Appena giunti sul posto la prima cosa che mi colpì fu la constatazione che i giovani soldati tedeschi, molti dei quali stavano a torso nudo, erano ben nutriti, si presentavano bene in carne. Pensai che il cibo ad essi non fosse mai mancato, a differenza nostra. Sotto una grande tenda vidi apparecchi radio che irradiavano in continuazione i segnali dell’alfabeto Morse. In mezzo agli olivi si intravedevano dei grossi carri armati. Tra i soldati ci fu uno scambio di parole; questi ultimi rispondevano sorridendo, anche se era difficili capirli non conoscendo la loro lingua. Il clima mi sembrò sereno e disteso; nulla lasciava presagire reazioni violente contro i nostri soldati, né tanto meno nei confronti della popolazione. Nei giorni successivi molti soldati allo sbando del Regio Esercito Italiano comparvero anche nelle vie di Seravezza, con indosso ancora la divisa militare. Ricordo due di essi quando entrarono in una casa di un mio vicino per uscirne poco dopo vestendo abiti borghesi. Al calcio di un arancio vidi le giberne che si erano tolte; essi proseguirono il cammino per raggiungere le loro case. La guerra purtroppo, non era ancora finita.
Otto settembre 1943
(primo capitolo)

L’Italia firma l’armistizio ma precipita nel caos


Nel pomeriggio dell’otto settembre 1943 gli italiani che di nascosto si erano sintonizzati su Radio Algeri ascoltarono, tra non pochi disturbi, il seguente comunicato: “The Italian Government has surrendered its Armed Forces unconditionally” (Il governo italiano ha ordinato alle sue forze armate d’arrendersi senza condizioni). Dopo circa tre quarti d’ora, l‘EIAR (ente italiano per le audizioni radiofoniche) inizia a trasmettere ripetutamente la notizia dell’armistizio proclamato dal Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, succeduto al Cav. Benito Mussolini dopo il 25 luglio. “Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhover, comandante in capo delle forze angloamericane. La richiesta è stata accolta; conseguentemente ogni atto d’ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Il proclama alla nazione, specificatamente nella sua parte finale non fu chiaro. Quali erano gli eventuali attacchi ai quali i soldati dovevano reagire? Perché non ordinare subito ai soldati italiani di respingere con le armi la prevedibile violenta reazione tedesca, così facendo tante orribili sventure non sarebbero accadute, tante umiliazioni sarebbero state evitate e migliaia e migliaia di uomini non sarebbero morti. Badoglio non valutò il fatto, che pure doveva conoscere, che nei quarantacinque giorni precedenti l’armistizio (firmato a Cassibile il 3 settembre), nel nostro territorio erano affluite quindici grandi unità tedesche, provenienti, in fretta e furia, dal Brennero, dalla Francia e dalla Jugoslavia, con il compito di imbottigliare tutte le divisioni italiane, comprese quelle dislocate in Corsica ed in Sardegna.

L’otto settembre 1943 fu vissuta una grande e breve illusione che coinvolse tutto il popolo italiano che, dopo la diffusione di questo proclama, scese nelle vie e nelle piazze urlando: “La guerra è finita! La guerra è finita!”. Anche i soldati tedeschi che si trovavano in un bar di Forte dei Marmi b per sorseggiare alcune bibite, colti di sorpresa da questa notizia, si unirono al coro. Saltando dalla gioia, abbracciarono e baciarono tutti i festanti, urlando anch’essi: “Guerra finita! Andare tutti a casa! Mamma , figli…”.
In quel bailamme non mancarono uomini che subito avvertirono che il conflitto non era affatto terminato, ma che il peggio doveva ancora venire. Essi compresero che alle divisioni tedesche non sarebbe stato impartito l’ordine di tornare indietro. Ci fu chi pensò che Hitler non avrebbe perdonato questo tradimento. Fare l’armistizio poteva andare bene, ma “schierarsi dall’altra parte è una vergogna”, questo fu il pensiero di tanti italiani. Infatti i tedeschi non fecero marcia indietro e tanto meno stettero a guardare. Essi mirarono a disarmare e fare prigionieri i nostri soldati ormai ridotti allo sbando, senza piani di difesa né ordini. Molti si diedero alla fuga dopo aver abbandonato le armi. Aiutati dalla gente che non esitò a dare loro del cibo, piccole somme di denaro ed abiti civili da indossare in sostituzione della divisa di cui si erano spogliati, proseguirono il cammino nella speranza di fare ritorno a casa. Nei giorni 9-11 settembre 1943 nella difesa di Roma, a Porta San Paolo, si distinsero i Granatieri che non esitarono a scontrarsi a fuoco con i soldati tedeschi; altri scontri cruenti avvennero a Cefalonia, dove migliaia di ufficiali e soldati italiani furono fucilatio per avere impugnato le armi contro di loro.Altri aspri combattimenti avvenenro a Lero e a Piombino ed in altre località.
A Cefalonia, l‘intera guarnigione italiana, che si era rifiutata di consegnare le armi ai tedeschi, ingaggiò contro di essi un’aspra battaglia che durò dal 14 al 22 settembre. Inascoltate furono le richieste di aiuto inviate dal generale Gandin al governo Badoglio, rifugiatosi a Brindisi subito dopo l’annuncio dell’armistizio. Quando i nostri soldati sopraffatti dalle soverchianti forze tedesche (che fecero arrivare 50 aerei Stukas specializzati in bombardamenti in picchiata) si arresero, iniziò contro di essi una barbara rappresaglia. Il bilancio di questa carneficina fu di 65 ufficiali e circa 1250 soldati morti in combattimento; 189 ufficiali e circa 5.000 soldati che si erano arresi, furono fucilati sul campo nelle 36 ore successive alla fine della battaglia; 136 ufficiali furono massacrati dal plotone di esecuzione in località “Casetta Rossa”; 3.000 uomini fatti prigionieri persero la vita in mare a seguito dell’affondamento delle navi sulle quali erano stati imbarcati, che andarono a schiantarsi contro le mine. Chi tentò di mantenersi a galla nuotando disperatamente fu ucciso dalle raffiche delle mitragliatrici tedesche. I primi ad essere fucilati furono il generale Gandin e gli ufficiali che avevano compiti di comando. In totale persero la vita 10.140 italiani, tra fanti, artiglieri, genieri, marinai, carabinieri e finanzieri. I loro cadaveri furono bruciati o gettati in mare. Fu a Cefalonia che iniziò la resistenza che si concluse a Milano il 25 aprile 1945.

L’otto settembre 1943 il re, il principe Umberto, i generali Badoglio, Roatta ed altri ufficiali superiori, abbandonarono Roma per raggiungere Ortona dove, saliti a bordo della corvetta Baionetta scortata dall’incrociatore Scipione l’Africano, raggiunsero Brindisi. La città pugliese era occupata dagli alleati, che nel frattempo erano sbarcati a Taranto e a Salerno. Si trattò di una fuga come tanti italiani sostennero, oppure di un abbandono dettato dalla necessità di salvare la corona, una tesi peraltro condivisa anche da autorevoli studiosi? Soltanto per dovere di cronaca, si deve dire che, a parere di milioni di italiani, tra i quali tutti i giovani di allora che avevano amato il re sui banchi di scuola per avere appreso dagli insegnanti che egli, durante la prima guerra mondiale, era spesso nelle trincee dei soldati, tanto da essere chiamato “il re soldato”, si trattò di una fuga, che destò un profondo dolore a tutto il popolo italiano. Il re aveva il dovere di rimanere alla testa del popolo, magari morire coi suoi soldati che mai dovevano essere abbandonati al loro destino.


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Homo Homini Lupus

L’uomo è un lupo per l’uomo: nonostante l’evoluzione in ogni campo del sapere, la specie umana continua a comportarsi, in molti casi, peggio delle bestie.

Tutti i giorni la cronaca nera dei mass media è piena di notizie criminali che fanno inorridire le coscienze di chi lavora, rispetta le leggi ed è desideroso di vivere in pace, non solo coi propri vicini di casa, ma con tutti i popoli del mondo. Dall’evoluzione dei primi ominidi che all’origine convivevano coi babbuini e le scimmie nell’Africa orientale, allìepoca dell’era risalente al cenozoico (quarta era geologica durata da 65 a 2 milioni di anni fa) si è passati all’homo erectus (uomo di Pechino) all’Homo sapiens neanderthalensis (uomo di Neanderthal) fino all’attuale Homo sapiens. In tutti questi milioni di anni trascorsi, l’uomo nel corso della sua evoluzione ne ha fatta di strada. Ha scoperto il fuoco, la ruota, partendo dalle caverne e dai primitivi villaggi su palafitte è arrivato a costruire grandissime città. Ha creato sublimi capolavori d’arte. E’ arrivato perfino a mettere i piedi sulla Luna, che nell’antichità era venerata come una divinità. Di fronte e a queste fantastiche scoperte, mi pare che abbia poco progredito per quanto attiene i rapporti coi propri simili. Sicuramente ha subito sconvolgenti mutamenti da quando, allo stato primordiale, viveva insieme agli altri animali e moriva con loro nelle stesse caverne africane, com’è stato possibile accertare dai fossili, mischiati a quelli dei babbuini, venuti alla luce nei primi decenni del Novecento in una cava di quel continente. A differenza delle bestie si è emancipato ed ha concretizzato molte idee estremamente utili per migliorare la vita dell’uomo, però da quando si è organizzato, dapprima in tribù e poi in strutture sempre più evolute, non ha mai smesso di combattere guerre contro i propri simili, sia per allargare i propri territori che per rubare le ricchezze altrui, considerate bottino di guerra. Ecco perché non mi piace la storia che ricorda re, imperatori e generali che hanno combattuto guerre sanguinose nel corso delle quali sono stati uccisi milioni e milioni di uomini. Spesso per sete di potere, l'uomo è arrivato anche a fomentare congiure di palazzo ed a scatenare guerre fratricide. E la lotta continua anche ai nostri giorni. In Afghanistan, in Pakistan in Iraq, continuano ad avvenire spaventose stragi di innocenti, i morti e feriti non si contano più. Ma dov’è finito lo spirito di fratellanza e di amore che dovrebbe cementificare i rapporti fra tutti gli uomini di buona volontà della Terra. In Palestina, dove nacque Gesù, tutti i giorni avvengono cruenti scontri tra palestini ed israeliani. C’è una nazione che pur facendo parte, con diritto di veto, delle Nazioni Unite nega i diritti umani che sono innati, inalienabili ed universali. Come può chi rinnega questi diritti continuare a fare parte delle Nazioni Unite? Urge quindi una radicale riforma strutturale delle Nazioni Unite per il ripristino della legalità.
La situazione politica italiana mi fa soffrire. Non mi piace constatare i continui insulti che vengono sono rivolti al Premier Silvio Berlusconi, perché offendono anche i tanti milioni di elettori che gli hanno dato il loro voto per poter guidare il governo della nostra nazione. Lo scontro deve avvenire sui programmi. Per il bene del Paese anche l'opposizione deve dare una mano per assicurare a tutti i cittadini, specie alle categorie più deboli, migliori condizioni di vita. Quando scese in politica e sconfisse la gioiosa macchina da guerra guidata da Occhetto, Berlusconi disse qual era il suo programma, che a me parve davvero eccezionale. Purtroppo il suo primo governo ebbe una vita breve.

domenica 20 giugno 2010

Ricordi che un si possino dimenticà.

“Il fóco è mmezzo pane!“; già dicéino pròpio così ’mmii genitori quand’ero cicchino, mentre tutta la famiglia si scaldaa, durante le fredde serate d’inverno degli anni ’30 e ’40, intorno al camino acceso e ccon la legna stiocchéttante che ssprigionaa banfate e faville in continuazione. Questo ritornello l’aveo sentuto dì tante volte, anco dai vecchietti che staceino néle piazze a ppiglià un popò di sole per riscaldassi. Erino ‘ttempi de la miseria nera per tanta gente de la Versilia, col freddo che ne la cattiva stagione facéa venì a nnò ragà ’ggeloni a le mane, mentre lo scolo de le acque piovane formaa, sotto le rocce del monte e de l’utima fila, in basso, delle canalétte dei tiétti, grossi candéli che pareino èsse di cristallo. A scola c’era chi portaa ‘l mattone riscaldato avvolto ind’un cencio e cchi de le stiampe secche per accende la stufa. Anco io da ragà sono ito, con altri batocchi, a rraccoglie banfùglieri e ttacche sui monti ’ntorno a Seravè, specie durante gli anni de la spaventosa guèra ’n cui le mi forze un erino molte per colpa de la fame che sentio tutti ‘ ggiorni forte forte. Un aveo sempre sentuto dì che “’l fóco era mezzo pane?” In verità gli stecchi che si raccoglevino erino spesso necessari per fa’ la polenta nel paiólo e anco ’mminestroni...affumicati, quando mancavino ’ssoldi per comprà ’l carbone per cóce ’ccibi sui fornelli, perché ne duvea passà del tempo prima d’avecci ‘l gasse néle bombole. Quando si usaa la legna per fa’ ’l mangià, ’mmuri de la mi’ cucina continuavino a annerì sempre di più, perché la sciamina un tiraa il fume, sicchè si dovea sempre aprì la fenestra per fallo uscì fòra. Allora trovà anco pòghi banfùglieri un dèra facile; ’bboschi venivino spesso tagliati per soddisfà ’bbisogni di legna dei fornai e ggnanco néle selve, che pareino èsse de’ giardini, si trovaa più nulla, perché ’ppropietari le pulivino bene per raccoglie le castagne, preziose come ‘l pane. Era sempre ‘no spettacolo vedè passà néle nostre strade baròcci carichi di fascine, con sóbbre ‘n òmo che parea asseduto sul trono, mentre stringea fra le mane le briglia del cavallo, del quale si risciva a vedè solo la testa e lle zampe. Il baròcciante d’istate tenea sula testa un cappello di paglia che, néla stagione invernale, sostituiva con ‘n cappellaccio tondo. Chi ce la facéa a ssalì néle zone più èlte dei monti, caminando lungo dificili sentieri tracciati anco fra ‘ rravaneti, podea portà a ccasa, sule curve spalle, grossi fasci di legna secca. Fra questi òmeni forti e vvigorosi c’era anco mi’ pà; é così che la mi’ famiglia podette riscaldàssi per tanti inverni. Nó ragà di legna ne raccoglievimo pòga; un fascetto piccolo piccolo, paragonabile a cquélo che si preparaa per la “Befana“, perché un aveimo la forza e nnemmeno l’esperienza degli òmeni grandi per arrampicassi su ’ mmonti più impervi. In que’ giorni òmeni e ddonne difendevino a ddenti stretti sia gli stecchi dei propi boschi sia le castagne, che nó ragà più grandicelli tentavimo di raccoglie, dato che erimo più affamati degli scoiattoli. Negli anni de la guèra, un òmo del mi’ paese, picchiò un ragà che avea sorpreso nel propio bosco, mentre con un seguretto ne la mana, stacéa a ttaglià degli arbustelli, qualcuno anco secco, in compagnia di un su’ amico più piccolo. Mentre quest’ultimo riscitte a ffuggì, perché si trovaa a una diéggina di metri più sóbbre del su’ compagno, l’altro si trovò improvvisamente addosso ‘l padrone e ‘ ssui figlioli che lo seguivino, senza così avecci alcuna via di scampo. Inferocito, l’òmo gli tolse ‘ l seguretto e ssupito si scagliò contro di lu’, pigliandolo a sstiaffi e anco a ppugni. Una gragnola di colpi arrivonno sula testa, sul viso e sule spalle del ragà, che con le mane tentava di riparassi da le botte. Picchiaa e gridaa: “Chi t’ha datto l’ordine di taglià le piante del mi’ bosco? Come ti sei permesso d’entracci...guai a tè se rimetti ‘ppiedi quiccosì...” e ggiù ancora colpi. Nemmeno ‘ ssui figlioli ebbero compassione per lo sfortunato coetaneo. Anch’essi funno spietati incitando ‘l genitore: “Dagliene ancora babbo, dai... dai...più forte...”. L’òmo smise di picchià quando s’accorse che ‘l ragà era giunto al limite de la sopportazione; altri colpi gli averebbero fatto perde ‘ ssensi. “Vai via!, Via! Via! “, gridò a la fine l’òmo, mentre tentò di dagli un calcio nel sedere. Il ragà s’allontanò barcollante, e ssùpito scomparì tra ‘ cespugli del monte. Mentre scendea, con la bile in bocca, a un tratto sentì ‘l bisogno di riprende fiato. Distesosi per tèra, girò ‘ ssui occhi pieni di lagrime verso il célo tinto d’azuro.
A que’ tempi un c’era amore fra nó. La carità un si vedea in giro; Gesù era morto da guasi dumila anni. Altri episodi di granda violenza contro ’ rragà accadevino in quéla epoca, forse per colpa de la fame che fé perde a ttanta gente l’uso del cervello. Ricordo quel giorno ‘n cui andetti a le castagne sul monte Altissimo, supito dóppo la salita del ponte di Rimone; erimo in quattro o ccinque de la mi’ età. Un appena s’uscitte da la strada e s’entrò ne la prima selva, ‘na donna di Seravé , che ‘n era gnanco la padrona, ci tirò addosso un mucchio di sassi grossi. Funno le nostre gambe, allora scattanti, a evità il peggio: in poghi menuti ci si trovò ‘n fondo al fiume tutti sani e ssalvi. La scampammo propio bèla; qualcheduno di nó, senza avè avuto gnanco il tempo di mettisi ‘n bocca ‘na sola castagna, podéa fenì a l’ospidale se gli fùsse andata bene a un rimané stecchito sul colpo.
Ma ‘l péggio per nó batòcchi e pper tutta la gente de la Versilia dovea ancora arrivà. Del’alba dei giorni tragici de lo sfollamento e del crepitio de le armi che insaguinò per sette mesi la nostra tèra, già s’intravedeino ‘ pprimi bagliori.