Vigilia di distruzioni nell’agosto del 1944
Nel mese di agosto 1944 percorsi frequentemente le vie deserte, assolate e silenziose di Seravezza. Faceva impressione non vedere nessuno lungo i murelli del fiume, sotto i platani, dirimpetto all’ospedale di solito gremiti di gente. Dalla cave non giungevano più i fragori dei sassi rotolanti lungo i ravaneti né quelli provocati dall’esplosione delle mine. Seravezza appariva un centro abitato senza vita, sì sembrava un paese morto con le porte e le finestre delle sue case chiuse. Soltanto l’acqua dei fiumi, limpida come non mai, continuava a scorrere verso il mare. In quel mese Seravezza fu visitata da un gruppo di alti ufficiali tedeschi, uno dei quali era il feldmaresciallo Albert Kesselring, il comandante delle truppe germaniche in Italia, che ebbi modo di riconoscere vedendo le sue fotografie pubblicate su riviste del dopoguerra. Data l’importanza strategica che assunse la zona che fu l’estremo limite della famosa Linea Gotica, era un fatto normale che Kesselring si rendesse conto di persona dei luoghi dove per sette mesi le sue truppe fermarono l’avanzata delle armate alleate. La visita del gruppo di alti ufficiali avvenne prima che venissero distrutti gli antichi rioni del Ponticello e della Fucina, ricchi di tesori quali erano la chiesa della Santissima Annunziata, tutta rivestita di marmo al suo interno, con attaccata la casa che fu abitata dal 1518 al 1520 da Michelangiolo Buonarroti, quando si recò, per volere di Papa X, sulle cave del Trambiserra per estrarre le colonne di marmo che gli servivano per la facciata del San Lorenzo di Firenze, un’opera che non fu mai realizzata e per aprire sul Monte Altissimo le cave del marmo statuario che gli serviva per le sue opere. Tutto fu distrutto: il campanile con il bellissimo orologio, la segheria del Salvatori, costruita nel 1926 tutta in cemento armato. Anche i vicini paesi di Corvaia e di Ripa furono completamente rasi al suolo.
Vidi Kesselring e i suoi ufficiali quel giorno in cui stavo ritornando al rifugio di Giustagnana, dopo essere stato nella mattinata nei pressi del Cardoso per fare macinare un sacchettino di granturco. Se in quel periodo di tempo era difficile procurarsi tale cereale, coloro che ne avevano la disponibilità, chiuso il molino del Bonci di Seravezza, incontravano molte difficoltà a farlo macinare. Il molino dove mi recai quella mattina era ubicato sotto la strada, vicino al canale. Probabilmente era stato messo in funzione da poco tempo per far fronte alle necessità del momento. L’attività veniva svolta in un piccolissimo locale con il tetto molto basso che mi sembrò privo delle caratteristiche di un opificio della specie tradizionale. Secondo l’ impressione che riportai l’uomo che l’aveva attivato, prima dello sfollamento doveva avere un proprio laboratorio di marmo. Con l’esercizio improvvisato del molino poteva trattenersi un po’ di farina a titolo di compenso per la macinatura dei chicchi del granturco e di quant’altro. In questo modo patì di meno la fame che allora fu sofferta da molta popolazione della Versilia. Ricordo con quanta attenzione si muoveva intorno alla macina e come sfiorava il pollice sulle altre dita ricoperte di farina per accertarsi che fosse ben macinata. Un uomo in gamba. Non mi chiese nulla per questa macinatura, verosimilmente, a mia insaputa, si trattenne un po’ di farina. Mi sentivo particolarmente felice e contento quando iniziai il viaggio per fare ritorno al rifugio con il mio sacchettino di farina sulle spalle. Mi sembrava di possedere un tesoro. Sapere che a Giustagnana mi aspettavano per fare la polenta attenuava la fatica maggiormente sentita dato che non toccavo cibo da diverse ore. Giunto a Seravezza, dopo aver attraversato Torcicoda, giunsi in fondo al Canaletto dove mi fermai, per un attimo, di colpo. Saranno state le ore 18 pomeridiane. Ferma davanti all’ospedale, tra il murello del fiume e il giardinetto, c’era una camionetta scoperta tedesca con la parte anteriore volta verso il ponte della Passerella, con a bordo tre o quattro ufficiali tedeschi che dai loro distintivi, come constatai poco dopo, potetti rilevare che erano di alto grado. Kesselring stava a terra con un piede sulla ruota posteriore sinistra dell’automezzo; vestiva la divisa sahariana. Tutti avevano il capo chino su delle carte topografiche spiegate sotto i loro occhi. Non avevano militari di scorta. Quando sbucai in fondo al Canaletto volsero i loro sguardi allarmati su di me. Ebbi l’impressione che qualcuno , temendo un’agguato, posò la mano sulla pistola che portava nella fondina attaccata alla cintura. Lì per lì pensai di ritornare indietro, ma poi ritenni più opportuno continuare ad andare avanti come se nulla fosse. Fu in quel momento che avvertii un senso di paura. Proseguii il cammino stringendo forte nelle mani il sacchettino come se fosse uno scudo, Passai vicinissimo agli ufficiali tedeschi senza rivolgergli un cenno di saluto. Dal timore che provavo non ebbi neppure la forza per guardarli in faccia. Li sentii parlare senza che io capissi quello che dicevano. A passo svelto, in un susseguirsi di emozioni, mi allontanai. Giunto sopra Riomagno ero stremato. Mi aggiaccai in una piana e lì riposai a lungo. Erano già calate le prime ombre della sera quando ripresi l’arrampicata. Prima di arrivare a Giustagnana, dalla cima del monte Canala o del Castellaccio furono sparate diverse raffiche di mitragliatrice. Era visibile la traiettoria dei proiettili luminosi che raggiunsero proprio la zona che stavo percorrendo, fortunatamente senza colpirmi.. Poco tempo dopo aver visto Kesselring a Seravezza iniziò la distruzione di una parte del suo centro abitato, dal sottomonte, a partire da Riomagno fino alla Fucina. Fu così deturpato dal grigiore delle macerie il paesaggio di Seravezza e dintorni,un’autentica tavolozza, forse il più bello della Versilia, coi suoi monti a ridosso del maestoso Altissimo pieni di verde dai toni intensi e nello stesso tempo più sfumati, e con le cave ricche di marmi dai colori diversi, un vero splendore. Nell’agosto del 1944, nell’oltretomba, credo che abbia pianto anche Giuseppe Viner che seppe ben dipingere e far brillare con colori puri, il paesaggio della sua e della nostra Seravezza.
martedì 29 giugno 2010
Operazione San Valentino
I L M O N DO D I O T A N E R
I rappresentanti del pianeta degli extraterrestri “ Aurix “, si sono riuniti in assemblea per esprimere il loro parere in merito al piano di soccorso studiato allo scopo di portare aiuto al pianeta “Terra”, la cui sopravvivenza è minacciata a causa dell’irrazionale comportamento dei propri abitanti.
Il piano San Valentino, volutamente così denominato in onore del Patrono degli innamorati festeggiato anche su Aurix. dove l’amore fra quegli esseri è particolarmente sentito, è stato ideato dal più famoso scienziato di nome Otaner, un uomo di una mente paragonabile a quella di Leonardo da Vinci, tanto per fare un confronto.
Otaner, analizzando una serie di campioni di acqua e di aria, prelevati periodicamente dagli equipaggi dei dischi volanti durante i voli di ricognizione sul pianeta Terra, costruiti con speciali materiali invisibili all’occhio umano, ha rilevato tassi di inquinamento così elevati, tanto da convincerlo della sconvolgimento di ogni forma di vita sulla terra,la cui esistenza sarà minacciata se non verranno adottate urgenti misure in grado di ridurre i più diffusi fenomeni inquinanti che generano appunto le micidiali sostanze, sulla cui pericolosità tutti gli studiosi di Aurix sono d’accordo
Laggiù sono indietro di millenni. Sono degli irresponsabili, non sono neppure capaci di proteggere il mondo meraviglio che Dio ci ha dato secondo precise regole matematiche. E’ mai possibile che questi poveri terrestri non si rendano conto che inquinare i fiumi e i mari sono fatti che a lungo termine determineranno anche la fine dell’esistenza dello stesso uomo. La loro civiltà, da questo punto di vista è ancora allo stato primitivo, anche se hanno fatto passi da gigante nel campo dell’arte, della costruzione di grandi città, e anche nella scienza, arrivando persino a mettere i piedi sulla Luna che essi dai tempi più antichi veneravano come una divinità, continua a tuonare Otaner dall’alto del suo seggio.
L’assemblea ascolta il vecchio scienziato con grande silenzio e attenzione. Quando su Aurix parla un anziano molti corrono per andare ad ascoltarlo. Essere vecchi sul pianeta Aurix vuol dire avere esperienza, grande maturità e saggezza, tutte doti che si accumulano soltanto col trascorrere degli anni e su Aurix la vita media è di 200 anni e Otaner ne ha pochi di meno, Non è come sulla Terra dove gli anziani spesso sono abbandonati dagli stessi figli, i quali, pur di
liberarsi della loro ingombrante presenza, fanno il possibile per metterli nei ricoveri, aree, in tanti casi e soprattutto per le persone più povere, di solitario parcheggio, in angosciosa attesa dell’ultimo affannoso respiro.
Ho letto, continua Otaner, anche note illustrative con le quali i nostri attenti osservatori riferiscono che in più parti del pianeta Terra c’è gente che muore di fame, specie nelle più desolate e aride terre del continente Africano.
Un vocio di stupore copre la voce dello scienziato. Un rappresentante dei giovani si alza e prende la parola. “Com’è possibile che avvengano cose del genere. E’ un’offesa a tutti gli astri”, grida con voce tonante.“Propongo che tu faccia parte dell’equipaggio del disco volante Z.128, quello che ha più ore di ricognizione sulla Terra, così vedrai personalmente come stanno le cose”, gli risponde con calma serafica Otaner, il quale continua a parlare. “Non bastano forme gravi di inquinamento, non bastano i decessi per fame, non basta l’avanzare del deserto che rende improduttivo il terreno che investe; il fatto più sconvolgente che ancor più ci colpisce è quello causato da una gran parte di uomini dediti alla produzione ed al traffico illecito di sostanze stupefacenti, nonostante l’esistenza di leggi che ne vietano l’uso non terapeutico delle stesse. Si tratta di uomini che vivono in più parti della Terra. Taluni ammucchiano ingenti ricchezze fornendo la droga agli spacciatori, i quali senza alcun pudore, la vendono anche ai ragazzi minorenni. Noi sappiamo le sofferenze inenarrabili cui vanno incontro quelle piccole creature, destinate a morire nel volgere di pochi anni. Qui da noi la vita è veramente sacra e ci meraviglia che i terrestri, almeno tanti di essi, non l’abbiano ancora capito. Alla base di questo incredibile comportamento c’è la mancanza di amore verso i propri simili; non è come su Aurix dove tutto è permeato di affetto, comprensione e assoluto rispetto delle regole di vita, tant’è che da noi sono secoli che abbiamo abolito i tribunali; nessuno commetteva più reati di qualsiasi specie., quindi non avevano più nulla da fare.. A conclusione del mio intervento propongo l’invio sulla terra di formazioni di dischi volanti in grado di atterrare su quei terreni adibiti alla coltivazione non autorizzatee quindi illecita di sostanze stupefacenti. Li abbiamo già tutti localizzati. Scesi a terra, gli equipaggi irroreranno il terreno di speciali sostanze chimiche, grazie alle quali, è stato dimostrato che su quel terreno non cresceranno più le piante dalle quali viene estratta la droga che uccide. Dettagli più precisi circa il numero dei dischi volanti, dislocati sulle varie basi stellari, da destinare a questa operazione, che sicuramente non sarà la prima né l’ultima se non riceveremo segnali di inversione di rotta per quanto concerne la vita che conducono i terrestri, saranno forniti dal Comandante generale Onze. I nostri dischi volanti sfuggono al controllo dei radar , sono superveloci”. Applausi prolungati salutano la conclusione dell’intervento di Otaner.
In nome dell’amore, di questo sentimento universale, molto sentito anche su Aurix, il piano della scienziato Otaner viene approvato all’unanimità, per acclamazione.
I rappresentanti del pianeta degli extraterrestri “ Aurix “, si sono riuniti in assemblea per esprimere il loro parere in merito al piano di soccorso studiato allo scopo di portare aiuto al pianeta “Terra”, la cui sopravvivenza è minacciata a causa dell’irrazionale comportamento dei propri abitanti.
Il piano San Valentino, volutamente così denominato in onore del Patrono degli innamorati festeggiato anche su Aurix. dove l’amore fra quegli esseri è particolarmente sentito, è stato ideato dal più famoso scienziato di nome Otaner, un uomo di una mente paragonabile a quella di Leonardo da Vinci, tanto per fare un confronto.
Otaner, analizzando una serie di campioni di acqua e di aria, prelevati periodicamente dagli equipaggi dei dischi volanti durante i voli di ricognizione sul pianeta Terra, costruiti con speciali materiali invisibili all’occhio umano, ha rilevato tassi di inquinamento così elevati, tanto da convincerlo della sconvolgimento di ogni forma di vita sulla terra,la cui esistenza sarà minacciata se non verranno adottate urgenti misure in grado di ridurre i più diffusi fenomeni inquinanti che generano appunto le micidiali sostanze, sulla cui pericolosità tutti gli studiosi di Aurix sono d’accordo
Laggiù sono indietro di millenni. Sono degli irresponsabili, non sono neppure capaci di proteggere il mondo meraviglio che Dio ci ha dato secondo precise regole matematiche. E’ mai possibile che questi poveri terrestri non si rendano conto che inquinare i fiumi e i mari sono fatti che a lungo termine determineranno anche la fine dell’esistenza dello stesso uomo. La loro civiltà, da questo punto di vista è ancora allo stato primitivo, anche se hanno fatto passi da gigante nel campo dell’arte, della costruzione di grandi città, e anche nella scienza, arrivando persino a mettere i piedi sulla Luna che essi dai tempi più antichi veneravano come una divinità, continua a tuonare Otaner dall’alto del suo seggio.
L’assemblea ascolta il vecchio scienziato con grande silenzio e attenzione. Quando su Aurix parla un anziano molti corrono per andare ad ascoltarlo. Essere vecchi sul pianeta Aurix vuol dire avere esperienza, grande maturità e saggezza, tutte doti che si accumulano soltanto col trascorrere degli anni e su Aurix la vita media è di 200 anni e Otaner ne ha pochi di meno, Non è come sulla Terra dove gli anziani spesso sono abbandonati dagli stessi figli, i quali, pur di
liberarsi della loro ingombrante presenza, fanno il possibile per metterli nei ricoveri, aree, in tanti casi e soprattutto per le persone più povere, di solitario parcheggio, in angosciosa attesa dell’ultimo affannoso respiro.
Ho letto, continua Otaner, anche note illustrative con le quali i nostri attenti osservatori riferiscono che in più parti del pianeta Terra c’è gente che muore di fame, specie nelle più desolate e aride terre del continente Africano.
Un vocio di stupore copre la voce dello scienziato. Un rappresentante dei giovani si alza e prende la parola. “Com’è possibile che avvengano cose del genere. E’ un’offesa a tutti gli astri”, grida con voce tonante.“Propongo che tu faccia parte dell’equipaggio del disco volante Z.128, quello che ha più ore di ricognizione sulla Terra, così vedrai personalmente come stanno le cose”, gli risponde con calma serafica Otaner, il quale continua a parlare. “Non bastano forme gravi di inquinamento, non bastano i decessi per fame, non basta l’avanzare del deserto che rende improduttivo il terreno che investe; il fatto più sconvolgente che ancor più ci colpisce è quello causato da una gran parte di uomini dediti alla produzione ed al traffico illecito di sostanze stupefacenti, nonostante l’esistenza di leggi che ne vietano l’uso non terapeutico delle stesse. Si tratta di uomini che vivono in più parti della Terra. Taluni ammucchiano ingenti ricchezze fornendo la droga agli spacciatori, i quali senza alcun pudore, la vendono anche ai ragazzi minorenni. Noi sappiamo le sofferenze inenarrabili cui vanno incontro quelle piccole creature, destinate a morire nel volgere di pochi anni. Qui da noi la vita è veramente sacra e ci meraviglia che i terrestri, almeno tanti di essi, non l’abbiano ancora capito. Alla base di questo incredibile comportamento c’è la mancanza di amore verso i propri simili; non è come su Aurix dove tutto è permeato di affetto, comprensione e assoluto rispetto delle regole di vita, tant’è che da noi sono secoli che abbiamo abolito i tribunali; nessuno commetteva più reati di qualsiasi specie., quindi non avevano più nulla da fare.. A conclusione del mio intervento propongo l’invio sulla terra di formazioni di dischi volanti in grado di atterrare su quei terreni adibiti alla coltivazione non autorizzatee quindi illecita di sostanze stupefacenti. Li abbiamo già tutti localizzati. Scesi a terra, gli equipaggi irroreranno il terreno di speciali sostanze chimiche, grazie alle quali, è stato dimostrato che su quel terreno non cresceranno più le piante dalle quali viene estratta la droga che uccide. Dettagli più precisi circa il numero dei dischi volanti, dislocati sulle varie basi stellari, da destinare a questa operazione, che sicuramente non sarà la prima né l’ultima se non riceveremo segnali di inversione di rotta per quanto concerne la vita che conducono i terrestri, saranno forniti dal Comandante generale Onze. I nostri dischi volanti sfuggono al controllo dei radar , sono superveloci”. Applausi prolungati salutano la conclusione dell’intervento di Otaner.
In nome dell’amore, di questo sentimento universale, molto sentito anche su Aurix, il piano della scienziato Otaner viene approvato all’unanimità, per acclamazione.
domenica 27 giugno 2010
Giovanna Lega: la poetessa di Dio
Il 24 giugno 2000, a distanza di soli pochi giorni dopo aver avvertito i sintomi di una grave e inguaribile malattia, moriva la poetessa e scrittrice seravezzina Giovanna Lega, figlia unica degli insegnanti Narciso Lega e Iva Berti.
Anche lei, seguendo le orme dei suoi cari genitori, aveva conseguito, da giovanissima, il diploma di maestra elementare.
Non so se abbia mai insegnato. Quello che invece conosco di lei è che nei primi anni Ottanta diede alle stampe alcuni libretti di poesia e di racconti di vita versiliese, di elevato spessore poetico e letterario. In tutto sono sette le opere che ci ha lasciato ed io sono orgoglioso di averle acquistate perché le considero molto importanti, in quanto educano l’uomo ad amare sempre di più i propri simili.
Tanti anni fa rimasi sorpreso nel leggere, tutto d’un fiato, i suoi versi brevi e senza orpelli, talmente incisivi fino ad arrivare a scuotere la mia coscienza, inducendomi anche a serie riflessioni sulla vita terrena di tutte le creature nate da un atto di amore divino. I suoi racconti sono belli ed allegri e piacevolissima è la loro lettura.
Giovanna Lega poneva sempre al centro della sua creatività poetica la figura dell’uomo, che vive costantemente sotto la luce del suo Creatore.
Era una giovane donna molto timida e di una incredibile saggezza; avvertiva la voce del bene e rifuggiva da quella del male ed a tutti noi indicava il retto cammino per arrivare, alla fine del nostro passaggio terreno, davanti a Dio, lassù nel Paradiso.
E' morta improvvisamente e nel silenzio Giovanna Lega ed io amo pensare che l’abbia chiamata a sé la sua dolce mamma che tanto l’amava ed anche la sua cara nonna paterna, purtroppo anche loro scomparse non molto tempo fa.
Mi sta a cuore tutto ciò che ha scritto Giovanna Lega e mi farebbe davvero piacere che le sue opere fossero lette non solo in Italia ma anche all’estero.
Ascoltando i suoi versi credo che l’uomo ne trarrebbe utili insegnamenti per costruire un mondo migliore, senza miseria e senza guerre.
Mi pare estremamente bello pensare che la poesia di Giovanna Lega sia scaturita dalla voce di Dio che lei riusciva ad ascoltare, ed è per questo che intingeva sempre la sua penna nello stesso calamaio del nostro Padre Celeste.
Anche lei, seguendo le orme dei suoi cari genitori, aveva conseguito, da giovanissima, il diploma di maestra elementare.
Non so se abbia mai insegnato. Quello che invece conosco di lei è che nei primi anni Ottanta diede alle stampe alcuni libretti di poesia e di racconti di vita versiliese, di elevato spessore poetico e letterario. In tutto sono sette le opere che ci ha lasciato ed io sono orgoglioso di averle acquistate perché le considero molto importanti, in quanto educano l’uomo ad amare sempre di più i propri simili.
Tanti anni fa rimasi sorpreso nel leggere, tutto d’un fiato, i suoi versi brevi e senza orpelli, talmente incisivi fino ad arrivare a scuotere la mia coscienza, inducendomi anche a serie riflessioni sulla vita terrena di tutte le creature nate da un atto di amore divino. I suoi racconti sono belli ed allegri e piacevolissima è la loro lettura.
Giovanna Lega poneva sempre al centro della sua creatività poetica la figura dell’uomo, che vive costantemente sotto la luce del suo Creatore.
Era una giovane donna molto timida e di una incredibile saggezza; avvertiva la voce del bene e rifuggiva da quella del male ed a tutti noi indicava il retto cammino per arrivare, alla fine del nostro passaggio terreno, davanti a Dio, lassù nel Paradiso.
E' morta improvvisamente e nel silenzio Giovanna Lega ed io amo pensare che l’abbia chiamata a sé la sua dolce mamma che tanto l’amava ed anche la sua cara nonna paterna, purtroppo anche loro scomparse non molto tempo fa.
Mi sta a cuore tutto ciò che ha scritto Giovanna Lega e mi farebbe davvero piacere che le sue opere fossero lette non solo in Italia ma anche all’estero.
Ascoltando i suoi versi credo che l’uomo ne trarrebbe utili insegnamenti per costruire un mondo migliore, senza miseria e senza guerre.
Mi pare estremamente bello pensare che la poesia di Giovanna Lega sia scaturita dalla voce di Dio che lei riusciva ad ascoltare, ed è per questo che intingeva sempre la sua penna nello stesso calamaio del nostro Padre Celeste.
sabato 26 giugno 2010
Anni 40: ragazzi affamati in cerca di castagne
Prima parte
Piero, un ragazzo quattordicenne abitante vicino a me al Ponticello di Seravezza, bussava forte alla porta di casa mia; era ancora notte e lui mi chiamava ripetutamente: “Renato, Renato, svegliati, andiamo, si va alle castagne”. Era una domenica del 1942 o 1943, del tempo in cui cadevano le castagne: un anno di guerra! Faceva freddo e non era per niente piacevole essere svegliati così bruscamente. Dormivo insieme a mio fratello Sergio e facevo fatica ad alzarmi, ma il pensiero di poter raccogliere un po’ di castagne, per togliermi quella fame che tutti i giorni sentivo forte forte, mi fece rotolare giù dal letto; in pochi minuti ero già fuori dall’uscio. Non avevo fatto nemmeno colazione, probabilmente in casa non c’era nulla da mangiare, mi pare proprio che fosse così. “ Dove si va Piero?”. “Andiamo a Cerreta S. Antonio, c’è una bella selva con tanti castagni e se ci arriviamo appena fa giorno e soprattutto se non ci sono i padroni possiamo raccoglierne un sacchettino”. Il suo parlare era deciso, sicuro di sé. Io non ebbi nulla da obiettare, acconsentii e via.
Si camminava svelti nonostante si calzasse gli zoccoli, e in breve tempo attraversammo Seravezza ancora al buio, oltrepassammo Valventosa e raggiungemmo la mulattiera che portava a Basati, senza incontrare un’anima viva. Salimmo un po’ prima di entrare in una selva sotto il paese di Cerreta S. Antonio. Il castagneto era pulito, sembrava un giardino tanto era ben curato ed il terreno era ricoperto di castagne, molte delle quali pronte a schizzare fuori dai ricci aperti a mezzaluna. Ero contento, quasi mi pareva di sognare se non ci fosse stato il timore di essere sorpresi dal padrone, fatto questo che si sarebbe risolto con una fuga precipitosa a rotta di collo, con tutti i rischi connessi. Ero veloce a raccogliere le castagne che mi apparivano belle lucenti sotto il primo chiarore del mattino. Come uno scoiattolo, me ne mettevo in continuazione una in bocca, per sgranocchiarla, dopo averla pulita coi denti. In poco tempo si riempì la saccoccia che tenevamo legata alla vita. Fu a questo punto che Piero manifestò il suo male ingegno. Mi disse: “Andiamo a nasconderle in uno “scepalone” (1), poi si ritorna, così se ci sorprende il padrone, tutto al più ci toglie le castagne che ci trova addosso e noi possiamo tornare a casa con quelle che abbiamo nascosto”. Che idea! Le pensava proprio tutte ed io, ancora una volta, mi trovai tacitamente d'accordo con lui, non aprii bocca. Uscimmo dalla selva mentre si faceva sempre più giorno. Nascondemmo le castagne che avevamo messo in un sacchettino sotto una siepe e poi via di corsa scalzi nuovamente nel castagneto.
Si poteva camminare scalzi perchè la pianta dei nostri piedi era dura come se fosse di cuoio tanto eravamo abituati a camminare in quel modo.Che piedi! Davvero degni del grande Abebe Bikila che nel 1960 conquistò, correndo a piedi scalzi, la sua prima medaglia d'oro olimpionica della maratona che fu disputata a Roma. Ero così indaffarato a raccogliere il prezioso frutto, una vera manna per quei tempi in cui si soffriva molto la fanme, quando ad un certo punto mi accorsi di essere rimasto solo nella selva .Piero se n'era andato senza dirmi niente e così dopo qualche attimo anch'io decisi di uscirne fuori. Valutai che le castagna raccolte erano più che sufficienti per fare ritorno a casa. Raggiunsi la siepe dove c'era già Piero che aveva fra le mani il suo sacchetto.. Quando tirai fuori il mio rimasi di stucco, a bocca aperta come un locco. Qualcuno lo avevo quasi svuotato. Non ebbi neppure il tempo di ripredermi dalla sorpresa poiché il quel momento apparve alle nostre spalle un uomo con il pennato in mano, un gigante tanto mi sembrò grande. Era il padrone della selva il quale, evidentemente, ci aveva visto mentre si raccoglievano le castagne e che, invece di farci scappare, come Piero aveva pensato, aveva atteso, il momento che per tentare di riprendersele tutte.Più furbo di Piero.
La visione di quell’uomo fu per me come un k.o, nel senso pugilistico del termine. Egli ci rimproverò duramente, minacciandoci di farci arrestare dai carabinieri. Capii dal suo discorso che anche lui pativa la fame. Non ci fece alcun male. Si riprese le castagne e ci restituì i sacchetti vuoti. Mentre ritornavamo a casa, ripensavo a quelle castagne che erano sparite dal mio sacchettino ed alla sfortuna che si era accanita contro di noi. Che ingenuo! Nemmeno mi sfiorò l’idea che fosse stato Piero a sottrarmele. Dopo diversi giorni, ricordo che una sera, insieme a Piero e ad altre persone del Ponticello, di ritorno da Basati, dove tutti ci eravamo recati per racimolare qualcosa da mangiare, ma con risultati del tutto negativi, passammo vicino allo “scepalone” sotto il quale la domenica precedente avevamo nascosto le castagne. Fu allora che Piero si fermò lì per raccogliere, di nascosto, le castagne che lui aveva sottratto dal mio sacchettino, quella domenica mattina in cui entrambi avevamo una fame da morì.
II parte
Noi ragazzi, durante gli anni della guerra, che insanguinò anche la nostra terra di Versilia per ben sette mesi, dal settembre 1944 al mese di aprile del 194 si andava spesso in cerca di castagne. Si sapeva che non era lecito “rubare” le castagne, ma la fame che pativamo non induceva alla benché minima riflessione. Si partiva gioiosamente, ma si ritornava a casa sempre molto sconsolati poiché avevamo il sacchetto vuoto. Devo anche dire che non erano trascurabili i pericoli cui andavamo incontro, come accadde quel giorno che andai sul monte Altissimo, il monte di Michelangelo, insieme a quattro o cinque ragazzi della mia età. Non appena si uscì dalla strada, subito dopo la salita del ponte di Rimone e si entrò nella prima selva, una donna di Seravezza che non era neppure la proprietaria, ma soltanto una persona autorizzata a raccogliere per sé le castagne, iniziò, con una furia forsennata, a tirare contro di noi grossi sassi. Furono le nostre gambe, allora scattanti, ad evitarci il peggio: in pochi minuti ci si trovò in fondo al fiume tutti sani e salvi. La scampammo proprio bella perché qualcuno di noi, senza avere avuto nemmeno il tempo di mettersi in bocca una sola castagna, poteva finire all’ospedale se gli fosse andata bene a non rimanere stecchito sul colpo.
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Nell’estate del 1944 la mia famiglia anziché sfollare a Sala Baganza (PR) preferì rimanere, così come fecero moltissimi seravezzini, sui nostri monti. Inizialmente trovammo rifugio in un metato sito sotto il crinale del monte Canala che, a nostra insaputa, veniva fortificato dai tedeschi L’avanzata degli angloamericani ci indusse, quasi subito, ad una fuga precipitosa da quella zona che fu poi teatro di aspri combattimenti. Finimmo nella chiesa di Giustagnana, già piena di sfollati, fino a ché non si occupò, con il consenso del proprietario, una piccola casupola ubicata in mezzo ai castagni, poco distante dal paese, verosimilmente adibita, in tempi assai lontani, al ricovero del bestiame ed alla custodia di attrezzi agricoli. Lì rimanemmo fino alla nascita dei funghi ed alla caduta delle prime castagne che rimbalzavano anche sul tetto del nostro rifugio. Potevamo rimanere in quel posto dove finalmente ci eravamo tolti la voglia di mangiare ballotti e mondine? No! Fummo costretti ad abbandonarlo subito dopo l’arrivo a Giustagnana dei soldati americani di colore, della divisione “ Bufalo”, immediatamente accolti da una pioggia di colpi di mortaio, sparati dalle postazioni occupate dai tedeschi sul monte che avevamo di fronte,oppure nei pressi della Cappella. Così, mentre la natura meravigliosa nella costante ripetizione delle stagioni, donava agli uomini i suoi frutti nutrienti e saporosi, la guerra scatenata da esseri irragionevoli, che volevano imporre con la forza delle armi le loro ideologie totalitarie, senza tenere in alcun conto il diritto alla libertà, che è il bene più prezioso ed inalienabile di tutti i popoli della terra, continuava a mietere vittime innocenti. Balzò allora di più ai miei occhi, il contrasto tra il Mondo fantastico ed affascinante. tutto per me ancora da scoprire, e la dignità di una moltitudine di creature umane, calpestata ed offesa nel modo più violento da altri esseri simili.
Dai fatti che ho raccontato sono trascorsi diversi decenni ed in tutto questo lungo tempo, soltanto poche volte sono risalito sui monti per raccogliere le castagne, senza più avvertire i timori patiti da ragazzo. Sono anni che faccio le mondine ed i ballotti con le castagne acquistate nei negozi di frutta, perché piacciono molto a tutta la mia famiglia. Le caldarroste, in modo particolare, emanano un profumo penetrante come quello del pane fatto in casa ed è bello toglierle dalla padella ancora fumanti, per poi mangiarle bevendoci sopra un gustoso bicchiere di vino leggero. Confesso inoltre la mia ghiottoneria per la torta di farina di castagne coi pinoli, l’uvetta secca e l’olio di oliva, per i “manifregoli” (2), conditi sempre con lo stesso olio, oppure cosparsi di latte ed anche per i “ciacci” (3), riempiti di ricotta: si tratta davvero di cibi sani e molto nutrienti. Voglio ricordare che fin dai tempi più antichi, i frutti del castagno costituirono l’alimento principale per molte popolazioni; con le castagne si sfamò anche l’esercito del generale cartaginese Annibale che, negli anni 218 - 217 e 216 a.C., passato, con gli elefanti, dalla Gallia nella nostra penisola attraverso le Alpi, e sbaragliò gli eserciti romani in epiche battaglie, tanto da arrivare a conquistare gran parte dell’Italia meridionale.
Note
(1). Scepalóne: dialetto versiliese - Siepe impenetrabile di rovi;
(2). Manifrégoli: farinata di farina dolce cotta nell’acqua, con un poco di sale, e scodellata molto liquida. Viene spesso condita con l’olio di oliva vergine, o con il latte oppure con la ricotta;
(3) . Ciaccio: neccio fatto con farina di castagne, disciolta a freddo in acqua, con poco sale, e cotta fra due testi riscaldati a fiamma viva.
L’Autore, che con il racconto inserito nella prima parte, un po' modificato, ha partecipato al concorso “E' bello togliere insieme le castagne dal fuoco”, indetto dal comune di Pontremoli, è stato premiato dal Sindaco della città, onorevole Enrico Ferri, il 15 Maggio 2000, con “L’ EURO DI PONTREMOLI – COMUNE DI EUROPA”.
Saltano in aria le case di Seravezza
Il paese mutilato e irriconoscibile. Vidi la mia casa dividersi in due come fosse stata segata di netto da un filo della cava.
Ero nelle piane sotto le prime case di Giustagnana, tra i castagni in compagnia di altri ragazzi, quel giorno in cui appresi che i tedeschi a Seravezza stavano per far saltare in aria la segheria del “Salvatori”, vicina al ponte del Rossi, al cui piano superiore da diversi mesi era stato attivato un laboratorio dell’arsenale di La Spezia per la produzione di salvagenti. Fummo avvertiti da alcune donne che salivano a Giustagnana attraverso il sentiero proveniente da Riomagno, con dei grossi fagotti che portavano sulla testa. A sentire quelle notizie, per un attimo mi mancò il respiro, perché la distruzione riguardava quella parte di Seravezza dove c’era la casa della mia famiglia che avevamo abbandonato all’inizio dello sfollamento. Ripresomi dall’emozione andai subito ad informare i miei familiari che si trovavano nella casupola tra Giustagnana e Fabiano, e subito dopo mi lanciai scalzo, a spron battuto, giù lungo il sentiero che conduceva a Riomagno. Corsi disperato verso la mia casa. Nei tratti senza curve più di una corsa mi pareva di volare come un falco in picchiata, sentivo i miei calcagni sfiorare il fondo dei pantaloncini. Quanto dolore sentii in quei minuti. Maledetta la guerra! A Riomagno dove giunsi tutto trafelato e ansimante , notai donne, uomini e ragazzi intenti a mettere in salvo le masserizie delle loro case prossime ad essere distrutte, purtroppo non vidi tanti miei vicini di casa. Comunque era un continuo e frenetico andare in su e già dal Ponticello. Si avvertiva nell’aria la drammaticità del momento, la disperazione si leggeva sul volto di tutti. Quando transitai dietro la segheria del Salvatori vidi che numerosi fili che uscivano dalla stessa erano stati già distesi lungo il selciato stradale. Fu allora che chiesi ad un ragazzo che incontrai. “Dove sono i tedeschi?”. Mi rispose che stavano collocando gli esplosivi all’interno della segheria. Vidi che si trattava di proiettili di artiglieria, assai lunghi, particolare che attirò la mia attenzione quando ne vidi un mucchio che era stato scaricato al margine della strada di fronte al vicino molino del Bonci. Appena giunsi nella mia casa sentii dei colpi serrati provenire da una abitazione vicina. Un uomo , aperto un varco tra pali di legno, addossati sul retro della casa di un suo parente, con potenti colpi di mazza stava demolendo un muro laddove c’era l’ingresso ad un fondo murato, nel quale, prima di abbandonare il paese a causa dello sfollamento, era stata nascosta biancheria ed altra roba di maggiore valore. La prima cosa che feci quando entrai nella casa della mia nonna, presi la pistola, che lei teneva in un ripostiglio, era una Colt che aveva portato dall’America il mio nonno materno dove era andato a lavorare due e tre volte alla fine del 1800 e all’inizio del 1900.L’arma era ben conservata, c’erano anche quattro cinque pallottole. “ Se la vedono i tedeschi che ci fa faranno?. Ecco cosa pensai. In preda alla paura, senza pensarci tanto, la buttai nel pozzo nero. Poi mi diedi da fare a trascinare nelle piane del mio orto, insieme a mia madre e a mio fratello che nel frattempo mi avevano raggiunto, qualche mobile della nostra casa. Non trascorse molto tempo dal mio arrivo al Ponticello quando udii il suono di una tromba e subito dopo la voce di una donna che avvertiva una sua amica che bisognava allontanarsi dalla zona in quanto era imminente il brillamento degli esplosivi. Dall’orto mi portai nella strada, dove incontrai un sergente della Wehrmacht, un omaccione biondo con gli occhi chiari sui trent’anni che dirigeva la squadra degli operai della Todt impiegata nella distruzione delle case di Seravezza. Era il solo soldato tedesco presente quel giorno nel paese. Portava una pistola alla cintura. Camminai al suo fianco fino davanti alla Casa dei combattenti, dove gli operai delle Todt stavano in ginocchio intenti ad allacciare i fili elettrici a un detonatore. Seduto su uno scalino li guardavo rassegnato e triste. Ad un tratto un uomo premette o tirò una manovella.. Istintivamente mi tappai gli orecchi con le mani e abbassai la testa. E subito udii l’esplosione, un boato enorme, spaventoso, mi sembrò, per un attimo che qualcuno mi avesse strappato il cuore. Eravamo all’inizio . Giù la segheria, giù la vicina casa del Carducci, rotti i vetri e molti cornicioni, sia del molino del Bonci che delle altre case accanto, tra le quali c’era anche quella abitata dalla famiglia di Renato Salvatori che, negli anni 50, divenne un famoso attore del cinemà. Alta fu la colonna di fumo che si alzò dalle macerie fumanti, mentre un acre odore della polvere da sparo si diffuse nell’aria. . Nel passare davanti alla mia cara vecchia casa vidi che lo spostamento d’aria l’aveva divisa in due parti. Sembrava che fosse stata segata con un filo elicoidale della cava, la parte superiore sporgeva all’infuori più di una decina di centimetri da quella inferiore. Nel vederla così ridotta pensai che non sarebbe stata più abitabile, anche se i tedeschi, dopo qualche giorno non l’avessero completamente rasa al suolo. Addio casa dei miei cari nonni materni dove ero nato e cresciuto e nella quale mi ero spesso sentito al riparo e felice con tutti i miei cari, specie nei freddi inverni quando ci stringevamo tutti intorno al camino ad ascoltare le fole che a noi ragazzi quando eravamo più piccoli i nostri genitori raccontavano in modo da farci spesso sognare. Addio fanciullezza! Mi trovavo davanti alla mia irriconoscibile casa quando mi passarono accanto il Carducci e sua moglie Aurora che poco prima avevano assistito alla distruzione della loro casa,ubicata sul retro della segheria a pochi metri dalla stessa. Erano affranti. Piangevano disperati, i loro volti erano rossi e stravolti dal dolore. Abbracciati l’uno all’altra, entrambi ripetevano in continuazione: “ Non c’è più la nostra casina, non c’è più:::” si allontanarono in direzione del centro di Seravezza, mentre calavano le prime ombre della sera.
Nato figlio della Lupa, poi divenuto Balilla, dopo aver cantato per anni “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza” e anche la canzone “Fischia il sasso il nome squilla dell’intrepido balilla, il ragazzo di Portoria…” che nell’800 tirò i sassi contro i cannoni austriaci, io pavido ragazzo che per essere nominato balilla moschettiere giurai anche fedeltà alla causa della rivoluzione fascista, non ebbi il coraggio di impugnare nell’agosto del 1944 la vecchia Colt del mio nonno, per sparare a difesa della libertà.
Nel ricordare quel giorno lontano mi pare ancora che mi bruciano i piedi, quando camminai scalzo sulle macerie fumanti.
Il paese mutilato e irriconoscibile. Vidi la mia casa dividersi in due come fosse stata segata di netto da un filo della cava.
Ero nelle piane sotto le prime case di Giustagnana, tra i castagni in compagnia di altri ragazzi, quel giorno in cui appresi che i tedeschi a Seravezza stavano per far saltare in aria la segheria del “Salvatori”, vicina al ponte del Rossi, al cui piano superiore da diversi mesi era stato attivato un laboratorio dell’arsenale di La Spezia per la produzione di salvagenti. Fummo avvertiti da alcune donne che salivano a Giustagnana attraverso il sentiero proveniente da Riomagno, con dei grossi fagotti che portavano sulla testa. A sentire quelle notizie, per un attimo mi mancò il respiro, perché la distruzione riguardava quella parte di Seravezza dove c’era la casa della mia famiglia che avevamo abbandonato all’inizio dello sfollamento. Ripresomi dall’emozione andai subito ad informare i miei familiari che si trovavano nella casupola tra Giustagnana e Fabiano, e subito dopo mi lanciai scalzo, a spron battuto, giù lungo il sentiero che conduceva a Riomagno. Corsi disperato verso la mia casa. Nei tratti senza curve più di una corsa mi pareva di volare come un falco in picchiata, sentivo i miei calcagni sfiorare il fondo dei pantaloncini. Quanto dolore sentii in quei minuti. Maledetta la guerra! A Riomagno dove giunsi tutto trafelato e ansimante , notai donne, uomini e ragazzi intenti a mettere in salvo le masserizie delle loro case prossime ad essere distrutte, purtroppo non vidi tanti miei vicini di casa. Comunque era un continuo e frenetico andare in su e già dal Ponticello. Si avvertiva nell’aria la drammaticità del momento, la disperazione si leggeva sul volto di tutti. Quando transitai dietro la segheria del Salvatori vidi che numerosi fili che uscivano dalla stessa erano stati già distesi lungo il selciato stradale. Fu allora che chiesi ad un ragazzo che incontrai. “Dove sono i tedeschi?”. Mi rispose che stavano collocando gli esplosivi all’interno della segheria. Vidi che si trattava di proiettili di artiglieria, assai lunghi, particolare che attirò la mia attenzione quando ne vidi un mucchio che era stato scaricato al margine della strada di fronte al vicino molino del Bonci. Appena giunsi nella mia casa sentii dei colpi serrati provenire da una abitazione vicina. Un uomo , aperto un varco tra pali di legno, addossati sul retro della casa di un suo parente, con potenti colpi di mazza stava demolendo un muro laddove c’era l’ingresso ad un fondo murato, nel quale, prima di abbandonare il paese a causa dello sfollamento, era stata nascosta biancheria ed altra roba di maggiore valore. La prima cosa che feci quando entrai nella casa della mia nonna, presi la pistola, che lei teneva in un ripostiglio, era una Colt che aveva portato dall’America il mio nonno materno dove era andato a lavorare due e tre volte alla fine del 1800 e all’inizio del 1900.L’arma era ben conservata, c’erano anche quattro cinque pallottole. “ Se la vedono i tedeschi che ci fa faranno?. Ecco cosa pensai. In preda alla paura, senza pensarci tanto, la buttai nel pozzo nero. Poi mi diedi da fare a trascinare nelle piane del mio orto, insieme a mia madre e a mio fratello che nel frattempo mi avevano raggiunto, qualche mobile della nostra casa. Non trascorse molto tempo dal mio arrivo al Ponticello quando udii il suono di una tromba e subito dopo la voce di una donna che avvertiva una sua amica che bisognava allontanarsi dalla zona in quanto era imminente il brillamento degli esplosivi. Dall’orto mi portai nella strada, dove incontrai un sergente della Wehrmacht, un omaccione biondo con gli occhi chiari sui trent’anni che dirigeva la squadra degli operai della Todt impiegata nella distruzione delle case di Seravezza. Era il solo soldato tedesco presente quel giorno nel paese. Portava una pistola alla cintura. Camminai al suo fianco fino davanti alla Casa dei combattenti, dove gli operai delle Todt stavano in ginocchio intenti ad allacciare i fili elettrici a un detonatore. Seduto su uno scalino li guardavo rassegnato e triste. Ad un tratto un uomo premette o tirò una manovella.. Istintivamente mi tappai gli orecchi con le mani e abbassai la testa. E subito udii l’esplosione, un boato enorme, spaventoso, mi sembrò, per un attimo che qualcuno mi avesse strappato il cuore. Eravamo all’inizio . Giù la segheria, giù la vicina casa del Carducci, rotti i vetri e molti cornicioni, sia del molino del Bonci che delle altre case accanto, tra le quali c’era anche quella abitata dalla famiglia di Renato Salvatori che, negli anni 50, divenne un famoso attore del cinemà. Alta fu la colonna di fumo che si alzò dalle macerie fumanti, mentre un acre odore della polvere da sparo si diffuse nell’aria. . Nel passare davanti alla mia cara vecchia casa vidi che lo spostamento d’aria l’aveva divisa in due parti. Sembrava che fosse stata segata con un filo elicoidale della cava, la parte superiore sporgeva all’infuori più di una decina di centimetri da quella inferiore. Nel vederla così ridotta pensai che non sarebbe stata più abitabile, anche se i tedeschi, dopo qualche giorno non l’avessero completamente rasa al suolo. Addio casa dei miei cari nonni materni dove ero nato e cresciuto e nella quale mi ero spesso sentito al riparo e felice con tutti i miei cari, specie nei freddi inverni quando ci stringevamo tutti intorno al camino ad ascoltare le fole che a noi ragazzi quando eravamo più piccoli i nostri genitori raccontavano in modo da farci spesso sognare. Addio fanciullezza! Mi trovavo davanti alla mia irriconoscibile casa quando mi passarono accanto il Carducci e sua moglie Aurora che poco prima avevano assistito alla distruzione della loro casa,ubicata sul retro della segheria a pochi metri dalla stessa. Erano affranti. Piangevano disperati, i loro volti erano rossi e stravolti dal dolore. Abbracciati l’uno all’altra, entrambi ripetevano in continuazione: “ Non c’è più la nostra casina, non c’è più:::” si allontanarono in direzione del centro di Seravezza, mentre calavano le prime ombre della sera.
Nato figlio della Lupa, poi divenuto Balilla, dopo aver cantato per anni “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza” e anche la canzone “Fischia il sasso il nome squilla dell’intrepido balilla, il ragazzo di Portoria…” che nell’800 tirò i sassi contro i cannoni austriaci, io pavido ragazzo che per essere nominato balilla moschettiere giurai anche fedeltà alla causa della rivoluzione fascista, non ebbi il coraggio di impugnare nell’agosto del 1944 la vecchia Colt del mio nonno, per sparare a difesa della libertà.
Nel ricordare quel giorno lontano mi pare ancora che mi bruciano i piedi, quando camminai scalzo sulle macerie fumanti.
La luna è una pizza
Mani magiche e divine
per non fare più patire
la fame all'Umanità,
hanno trasformato la luna
in una saporosa e appetitosa pizza,
che, ogni giorno,
cuoce in continuazione
sotto i raggi del sole.
Finalmente non ci sono
più preoccupazioni
da sempre generate dalla povertà.
dalla siccità e dalle cavallette.
Nel cielo infinito ora vanno e vengono
convogli spaziali;
atterrano dovunque.
Trasportano una pizza
gustosa e davvero eccezionale,
la mangia l'accattone
ed anche il ricco signore..
Solo gli orari
occorre osservare,
alle sei e quindici!
Ecco è arrivata l'ora!
Tic, Tac, Tic Tac,
ma il convoglio ritarda ad arrivar.
Scuoto la testa, mi sveglio,
peccato, è un sogno!
Scritta verso la fine degli anni 80.
Mani magiche e divine
per non fare più patire
la fame all'Umanità,
hanno trasformato la luna
in una saporosa e appetitosa pizza,
che, ogni giorno,
cuoce in continuazione
sotto i raggi del sole.
Finalmente non ci sono
più preoccupazioni
da sempre generate dalla povertà.
dalla siccità e dalle cavallette.
Nel cielo infinito ora vanno e vengono
convogli spaziali;
atterrano dovunque.
Trasportano una pizza
gustosa e davvero eccezionale,
la mangia l'accattone
ed anche il ricco signore..
Solo gli orari
occorre osservare,
alle sei e quindici!
Ecco è arrivata l'ora!
Tic, Tac, Tic Tac,
ma il convoglio ritarda ad arrivar.
Scuoto la testa, mi sveglio,
peccato, è un sogno!
Scritta verso la fine degli anni 80.
venerdì 25 giugno 2010
Poco tempo fa, nella sua casa di Vittoria Apuana, mia cognata Anna Pucci mi ha fatto vedere il libretto scritto dalla maestra Maria Grazia Gasperetti, intitolato “Caleidoscopio”, edito dalla Ibskos, dedicato alla memoria di suo padre, il professor Vincenzo Gasperetti, fucilato a Milano dai partigiani il 28 aprile 1945.
Dopo un primo sguardo l’ho letto tutto d’un fiato ed ora eccomi ad esprimere ciò che ha scosso di più la mia sensibilità, mentre leggevo quelle bellissime pagine: l’amore infinito di una figlia verso il proprio padre e l’immenso dolore che con la fine violenta del genitore colpì sia lei che i suoi cinque fratelli, già orfani della madre.
Sono struggenti e lancinanti i ricordi di Maria Grazia Gasperetti, scritti con una prosa eccezionale ed anche in versi poetici di grande rilievo, il tutto arricchito da pregevoli lavori pittorici della stessa Autrice.
Ho trovato molto bello il suo libretto, che mi ha fatto rivedere la Corvaia antica e suggestiva, con le sue vecchie case aggrappate alle rocce del monte, coi suoi giardini e gli orti che impreziosivano il paesino, prima che fosse fatto saltare in aria dai Tedeschi nel 1944.
Quand’ero ragazzo vidi tante volte passare, lungo la strada del Ponticello di Seravezza, un giovane abitante in una delle prime case del monte Canala, con dei libri sotto il braccio. Andava e veniva dalla casa di Corvaia del professore Gasperetti, ch’era solito impartire gratuitamente lezioni private ai giovani di famiglie bisognose, i quali, soltanto così potevano prepararsi a sostenere esami importanti per il loro avvenire, a cominciare da quello per conseguire il diploma di maestro.
Ancor prima di leggere il lavoro di Maria Grazia Gasperetti, sapevo già tante cose importanti su suo padre, avendole apprese dai libri di storia della Versilia, scritti dal nostro direttore Giorgio Giannelli.
Vincenzo Gasperetti fu un fascista “sui generis”. Non si contano gli episodi che lo videro, incredibile a dirsi, arrivare a proteggere gli antifascisti locali, quando nei primi anni 20, fu Segretario del Fascio di Seravezza. Una sera, quando seppe che in una trattoria del paese si erano radunati alcuni di essi per festeggiare clandestinamente il 1° Maggio, non soltanto disse ai propri uomini (che avevano circondato l’edificio) di ritornare a casa in quanto quella faccenda se la sarebbe sbrigata da solo, ma finì per rimanere a mangiare coi suoi avversari, che certamente stimava, anche se di diverso credo politico. E che dire, allorché terminata la “festa” quelle persone vollero accompagnare, a braccetto, il professore fino alla sua abitazione cantando, tutti insieme a squarciagola, “Bandiera rossa...”.
Professore di lingue antiche e moderne e di lingue straniere, mutilato della I Guerra Mondiale, e Colonnello di carriera del Regio Esercito Italiano, con prestigiosi incarichi anche di partito, si batté a difesa dei nostri cavatori, non solo perché fosse ridotto il pesantissimo orario di lavoro, ma anche per un maggiore salario.
Seppe dire “No!” ad alti gerarchi del partito fascista; a Lucca prese a schiaffi il federale Scorza. Espulso dal partito nel 1924 vi fu riammesso nel 1937, dopo ben tredici anni di emarginazione, riprendendo l’attività in seno allo stesso soltanto nel 1940.
Nei libri di Giorgio Giannelli ci sono anche delle pagine che parlano dell’attività del professor Gasperetti nei confronti dei partigiani versiliesi, dalle quali non mi pare che emergano elementi che evidenzino particolarmente una sua feroce e sanguinaria persecuzione nei confronti degli stessi.
Pagò con la vita il fatto di essere stato P.M. presso il Tribunale straordinario costituito a Massa durante l’occupazione tedesca, ma “ se fosse rimasto in Versilia, sarebbe sempre vivo” ebbe a dire, nell’immediato dopoguerra, il comandante partigiano suo compaesano, Aurelio Tonini.
Sulle spoglie del padre, la figlia ha scritto che: “...il corpo non fu mai ritrovato, perché gli furono strappati i gradi e tolti gli effetti personali a lui tanto cari: una catenina e un orologio d’oro...venne fucilato e gettato in fosse comuni; il tutto dopo un processo sommario ed inesistente, a seguito di accuse quanto mai infondate”.
./.
Ma la tragedia della famiglia Gasperetti non fini lì. Il figlio più grande rimase detenuto per 10 mesi, nel carcere milanese di S. Vittore, solo perché stava col padre, nel periodo in cui il genitore lo preparava a sostenere l’esame di maturità; una detenzione crudele, senza alcuna ragione.
Anch’io credo che il nome del Gasperetti avrebbe dovuto essere annotato sul monumento ai Caduti di Corvaia, eretto a spese della famiglia Ferrari Niccolina, dopo oltre quarant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma così non è stato fatto, perché una persona l’ha impedito. Perché, mi domando? Sì, le vorrei conoscere le motivazioni di questa inaccettabile esclusione, volta soltanto a fermare quel processo di pace mirante alla concordia ed alla ritrovata fratellanza fra gli uomini.
Fra le persone ricordate da Maria Grazia Gasperetti c’è anche Carmeluccio, un anziano del paese con la barba sempre lunga, che spesso anch’io vidi nelle strade di Corvaia. Lo ricordo molto bene Carmeluccio (sposato con una donna sud americana conosciuta quando emigrò in Brasile e che poi portò in Corvaia), anche lui vittima innocente della guerra, in quanto fu ucciso con un colpo di fucile sparato da un soldato tedesco nell’ agosto- settembre 1944, mentre, per togliersi la fame, tentava di raggiungere le piante di fico del Can Bianco.
Personalmente sono contrario a qualsiasi ideologia che porta gli uomini a scontrarsi violentemente ed a uccidersi fra di loro. Nato figlio della Lupa e quindi appartenente alla generazione “dell’uomo nuovo” con cui il Duce intendeva fascistizzare integralmente i nuovi nati durante il regime
fascista, dopo l’8 settembre del 1943, anch’io e tutta la mia classe , si seppe dire: “No!” a chi voleva che tutti noi alunni della II/B dell’Avviamento professionale al lavoro di Seravezza ci iscrivessimo al rifondato P.R.F..
Sono davvero commoventi queste pagine stupende che Maria Grazia Gasperetti ha affidato al vento per farle arrivare lassù nel cielo, dove riposa l’anima del suo “caro Babbo”.
Dopo un primo sguardo l’ho letto tutto d’un fiato ed ora eccomi ad esprimere ciò che ha scosso di più la mia sensibilità, mentre leggevo quelle bellissime pagine: l’amore infinito di una figlia verso il proprio padre e l’immenso dolore che con la fine violenta del genitore colpì sia lei che i suoi cinque fratelli, già orfani della madre.
Sono struggenti e lancinanti i ricordi di Maria Grazia Gasperetti, scritti con una prosa eccezionale ed anche in versi poetici di grande rilievo, il tutto arricchito da pregevoli lavori pittorici della stessa Autrice.
Ho trovato molto bello il suo libretto, che mi ha fatto rivedere la Corvaia antica e suggestiva, con le sue vecchie case aggrappate alle rocce del monte, coi suoi giardini e gli orti che impreziosivano il paesino, prima che fosse fatto saltare in aria dai Tedeschi nel 1944.
Quand’ero ragazzo vidi tante volte passare, lungo la strada del Ponticello di Seravezza, un giovane abitante in una delle prime case del monte Canala, con dei libri sotto il braccio. Andava e veniva dalla casa di Corvaia del professore Gasperetti, ch’era solito impartire gratuitamente lezioni private ai giovani di famiglie bisognose, i quali, soltanto così potevano prepararsi a sostenere esami importanti per il loro avvenire, a cominciare da quello per conseguire il diploma di maestro.
Ancor prima di leggere il lavoro di Maria Grazia Gasperetti, sapevo già tante cose importanti su suo padre, avendole apprese dai libri di storia della Versilia, scritti dal nostro direttore Giorgio Giannelli.
Vincenzo Gasperetti fu un fascista “sui generis”. Non si contano gli episodi che lo videro, incredibile a dirsi, arrivare a proteggere gli antifascisti locali, quando nei primi anni 20, fu Segretario del Fascio di Seravezza. Una sera, quando seppe che in una trattoria del paese si erano radunati alcuni di essi per festeggiare clandestinamente il 1° Maggio, non soltanto disse ai propri uomini (che avevano circondato l’edificio) di ritornare a casa in quanto quella faccenda se la sarebbe sbrigata da solo, ma finì per rimanere a mangiare coi suoi avversari, che certamente stimava, anche se di diverso credo politico. E che dire, allorché terminata la “festa” quelle persone vollero accompagnare, a braccetto, il professore fino alla sua abitazione cantando, tutti insieme a squarciagola, “Bandiera rossa...”.
Professore di lingue antiche e moderne e di lingue straniere, mutilato della I Guerra Mondiale, e Colonnello di carriera del Regio Esercito Italiano, con prestigiosi incarichi anche di partito, si batté a difesa dei nostri cavatori, non solo perché fosse ridotto il pesantissimo orario di lavoro, ma anche per un maggiore salario.
Seppe dire “No!” ad alti gerarchi del partito fascista; a Lucca prese a schiaffi il federale Scorza. Espulso dal partito nel 1924 vi fu riammesso nel 1937, dopo ben tredici anni di emarginazione, riprendendo l’attività in seno allo stesso soltanto nel 1940.
Nei libri di Giorgio Giannelli ci sono anche delle pagine che parlano dell’attività del professor Gasperetti nei confronti dei partigiani versiliesi, dalle quali non mi pare che emergano elementi che evidenzino particolarmente una sua feroce e sanguinaria persecuzione nei confronti degli stessi.
Pagò con la vita il fatto di essere stato P.M. presso il Tribunale straordinario costituito a Massa durante l’occupazione tedesca, ma “ se fosse rimasto in Versilia, sarebbe sempre vivo” ebbe a dire, nell’immediato dopoguerra, il comandante partigiano suo compaesano, Aurelio Tonini.
Sulle spoglie del padre, la figlia ha scritto che: “...il corpo non fu mai ritrovato, perché gli furono strappati i gradi e tolti gli effetti personali a lui tanto cari: una catenina e un orologio d’oro...venne fucilato e gettato in fosse comuni; il tutto dopo un processo sommario ed inesistente, a seguito di accuse quanto mai infondate”.
./.
Ma la tragedia della famiglia Gasperetti non fini lì. Il figlio più grande rimase detenuto per 10 mesi, nel carcere milanese di S. Vittore, solo perché stava col padre, nel periodo in cui il genitore lo preparava a sostenere l’esame di maturità; una detenzione crudele, senza alcuna ragione.
Anch’io credo che il nome del Gasperetti avrebbe dovuto essere annotato sul monumento ai Caduti di Corvaia, eretto a spese della famiglia Ferrari Niccolina, dopo oltre quarant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma così non è stato fatto, perché una persona l’ha impedito. Perché, mi domando? Sì, le vorrei conoscere le motivazioni di questa inaccettabile esclusione, volta soltanto a fermare quel processo di pace mirante alla concordia ed alla ritrovata fratellanza fra gli uomini.
Fra le persone ricordate da Maria Grazia Gasperetti c’è anche Carmeluccio, un anziano del paese con la barba sempre lunga, che spesso anch’io vidi nelle strade di Corvaia. Lo ricordo molto bene Carmeluccio (sposato con una donna sud americana conosciuta quando emigrò in Brasile e che poi portò in Corvaia), anche lui vittima innocente della guerra, in quanto fu ucciso con un colpo di fucile sparato da un soldato tedesco nell’ agosto- settembre 1944, mentre, per togliersi la fame, tentava di raggiungere le piante di fico del Can Bianco.
Personalmente sono contrario a qualsiasi ideologia che porta gli uomini a scontrarsi violentemente ed a uccidersi fra di loro. Nato figlio della Lupa e quindi appartenente alla generazione “dell’uomo nuovo” con cui il Duce intendeva fascistizzare integralmente i nuovi nati durante il regime
fascista, dopo l’8 settembre del 1943, anch’io e tutta la mia classe , si seppe dire: “No!” a chi voleva che tutti noi alunni della II/B dell’Avviamento professionale al lavoro di Seravezza ci iscrivessimo al rifondato P.R.F..
Sono davvero commoventi queste pagine stupende che Maria Grazia Gasperetti ha affidato al vento per farle arrivare lassù nel cielo, dove riposa l’anima del suo “caro Babbo”.
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