La lettura dell’articolo “Il paese dell’anina” scritto dal professor
Costantino Paolicchi e pubblicato sull’ultimo numero di
Versilia Oggi, mi ha
fatto rivedere la Seravezza degli anni della mia fanciullezza. Così la mia
mente è ritornata a quando ero bambino e vivevo nella casa dei miei nonni
materni dove nacqui il 25 settembre 1930. Ricordo che la mia mamma intorno al fuoco del
camino raccontava, spesso a me e ai miei fratelli, fantastiche fole che ci
facevano sognare, così come penso che era solito raccontarle anche il nonno di
Enrico Pea, che sicuramente fu il primo maestro di vita del suo nipotino.
Nei miei occhi sono sono riapparse anche le immagini dell’immediato
dopoguerra, con tutti i ponti fatti saltare in aria dai tedeschi insieme a
molte abitazioni rase al suolo, fra le quali anche la mia casa. Seravezza
fintanto che non fu insanguinata dalla guerra, fu popolata da uomini impegnati
ogni giorno sull
e cave,
lungo le vie “della lizza”,
nelle
segherie, fonderie, officine e
nelle falegnamerie e in tanti altri laboratori del marmo, tra i
quali scolpivano anche bravissimi scultori. Ho rivisto il Caffè Centrale di
Angelo Battelli, dotato di una voliera con pappagallo ed alcuni merli, ubicato
nella piazza Carducci dietro il monumento ai Caduti ed anche innalzarzi nel
cielo il grande pallone cartaceo, gonfiato sotto il calore dell’alcol acceso
nella padella, che
era solito
far costruire lo stesso Battelli, noto animatore delle feste seravezzine. Un
anno fece volare anche un asino di cartapesta dalla Mezzaluna vecchia fino alla
piazza Carducci.
E’ riapparsa nei miei occhi la criniera del Monte di
Ripa, senza più neppure una pianta di pino né un arbusto, in quanto la cima,
spazzata dalle cannonate e colpi di mortaio sparati dai tedeschi su quel
terreno che fu la prima linea del fronte americano sotto il Castellaccio, pieno
di trincee, cui si trincerarono i soldati americani, pareva che fosse stata
arata, non c’ era rimasto un solo filo d’erba. Quel giorno che la percorsi,
lassù, ad un tratto, respirai, un’aria maleodorante che proveniva da sotto una
buca dove era stato sepolto, nei pressi di una trincea, un soldato americano
ricoperto da poche palate di terra.
Era il lavoro che si svolgeva
quotidianamente nella nostra terra che dava la vita alla gente,
anche se era davvero tragico il faticare dei versiliesi e delle bestie da tiro
dei carri carichi di grossi pezzi di marmo che venivano trasportati nelle
segherie Nei pressi del Ponticello ho visto grossi carri provenienti dai poggi
di caricamento del Trambiserra e della Desiata,
tirati da più coppie di bovi i cui
conducenti usavano la frusta per spronarli, tra urla e imprecazioni, perché
producessero il massimo sforzo per tirare fuori i pezzi di marmo caricati sui
carri impantanatisi nel fango alto della strada. Quando ero ragazzzo le vie del
centro di Seravezza venivano sovente cosparse di ghiaia e il passaggio su esse dei carri
e delle membrucche producevano molto polverone, tant’è che d’estate, per
eliminarlo temporaneamente ci passava sopra un’autocisterna comunale che munita
di un apposito annaffatoio vi lanciava forti getti di acqua.
All’inizio degli anni 40, nel tempo dedicato alla benedizione delle case, in
cui svolgevo le mansioni di chierichetto, seguii monsignor Angelo Riccomini , parroco di Seravezza, che benedì la casa di Teresa
Pilli, la mamma di Dino Bigongiari, la donna più anziana del paese (mori a 106
anni). Era allettata e veniva continuamente assistita, notte e giorno, dalla
mamma di Elena e di Vincenzo Tabarrani, noto calciatore del Seravezza. Negli
anni 50 vidi uscire dalla casa dove abitava la vedova Bigongiari, un uomo che poi
seppi che era suo figlio Dino, il professore che fece parte del corpo docente,
dal 1904 al 1950, della Columbia University di New York. Durante la sua
permanenza in America Dino Bigongiari ogni anno arava l’Atlantico, come lui era
solito dire, per andare a trovare la sua mamma che non aveva mai voluto
allontanarsi da Seravezza, facendosi anche accompagnare dalla donna che aveva
spostato nel 1939, l’americana Gladis Van Brunt, che era stata una sua ex
allieva.
Non è facile parlare del grande scrittore e poeta Enrico Pea nato nel 1881 a
Seravezza e deceduto a Forte dei Marmi nel 1958. Lo incontrai nel 1950 una sola
volta nelle strade di Seravezza vicino al Ponte della Passerella.
Non sapevo chi fosse quell’uomo
anziano davvero con una “barba da re biblico. ”Aveva il passo svelto, era in
compagnia di un bel giovane, alto e coi capelli neri, forse era un suo nipote.
Seppi da alcuni passanti che questo uomo era il famoso Enrico Pea. Non ho mai
parlato con Enrico Pea, conosco soltanto le sue opere più famose da lui scritte
che ho letto nel periodo più giovane della mia vita. Un mio amico che conobbi
sin dall’asilo, che si chiamava Gianfranco Pea, scomparso qualche anno fa, mi
disse ,nel tempo in cui andavamo entrambi a scuola, che Enrico Pea era suo
cugino.
I
l professor
Paolicchi ha evidenziato il seguente pensiero di Pietro Pancrazi , il quale nel
collocare Enrico Pea fra gli scrittori d’eccezione ha asserito che costoro
“scrivono come detta dentro e basta” Poi il Pancrazi si è domandato come il Pea
abbia imparato l’arte? “Se fosse stata rivolta al Pea questa domanda, si
sarebbero visti i suoi occhi rivolti al cielo per farci capire il suo riferimento
alla Provvidenza." Ecco cosa pensò
il Pancrazi in merito all’ attivita di scrittore svolta da
Enrico Pea. Personalmente credo che scrivere in quel modo sia stato un
dono datogli dal nostro Dio. Anch’io credo che la strada fu la sua scuola, Il
primo suo maestro fu il nonno che
con quanto raccontava al nipote gli accese la fantasia ad emularlo, tant’è
che il suo primo libro che diede alla stampe fu proprio intitolato Fole,
fattogli stampare da un editore di Pescara da Giuseppe Ungaretti, che Pea aveva
conosciuto in Alessandra dì Egitto, e col quale fu legato da vincoli di
fraterna amicizia. Penso che questa amicizia abbia spinto Enrico Pea a
dedicarsi alla letteratura.
Enrico esercitò diverse attività: contadino , pastore, mozzo, meccanico,
ferroviere , falegname e anche maggiante. In Egitto esercitò il commercio di
marmi, di vini ed anche di castagne secche e di altri prodotti, ma non fu
fortunato in questi commerci, forse non ci sapeva fare. Essendo stato un
ammiratore di Enrico Pea accolsi con piacere l’idea che ebbe Enzo Silvestri,
uomo sensibile e molto attaccato alla Versilia e in particolare a Seravezza che
costituì un comitato cui aderìrono Giuseppe Tessa ed altri seravezzini che non
cito perchè davvero non ho mai saputo chi fossero, per la raccolta di denaro
per far scolpire il busto marmoreo di Enrico Pea che da anni si può ammirare in
località Puntone di Seravezza, nel punto dove i due fiumi nei secoli trascorsi
chiamati uno di Rimagno (ora Serra) e l’altro di Ruosina, (ora Vezza) si incontrano dando
vita al fiume Versilia, per ricordare ai posteri che nella nostra terra era
nato uno dei più bravi scrittori italiani contemporanei.
Mi fa piacere di avere
contribuito, col pagamento, mi pare di ricordare, di cinquantamila lire, alla realizzazione di questa opera,
realizzata dallo scultore Enzo Pasquini, perché Enrico Pea sicuramente amò la
sua Seravezza, nonostante abbia detto, “ Seravezza... il paese che m’ha
negato il pane, ma che non rinnego né maledico”.