mercoledì 13 novembre 2013

Silvano Alessandrini – biografia

Silvano Alessandrini, secondogenito figlio di Garibaldo (poeta insigne della Versilia) e di Elena Tonetti, nasce al Borgo dei Terrinchesi, frazione della piana del comune di Seravezza, il 6 maggio 1920. Interrotti gli studi è chiamato alla armi il 1° aprile 1940 e viene aggregato al 5° Reggimento di fanteria a Rieti. Su sua domanda ottiene l'assegnazione al Corpo degli alpini che lo prende in forza al 4° Reggimento Alpini di Aosta, per poi passare al 6° Reggimento Alpini Divisione Tridentina. Non ancora in zona di guerra nel novembre 1940, fruisce una licenza per esami durante la quale consegue il diploma di maestro elementare presso l'Istituto magistrale “Giovanni Pascoli” di Massa. Sulla fine dello stesso mese, gli viene notificato l'ordine di mobilitazione e viene avviato sul fronte Greco Albanese. A causa dell'assoluta inadeguatezza del vestiario, degli scarponi e dei calzettoni a disposizione, nella zona del lago Pogradec, una schiera di alpini sono colpiti dal congelamento degli arti inferiori. Molti suoi compagni morirono. Silvano ed altri commilitoni riuscirono a cavarsela. Putroppo i postumi del congelamento per Silvano furono molto seri , per evitare una gangrena all'arto inferiore sinistro, gli fu amputata la gamba, all'altezza della parte bassa del terzo medio. Il 25 ottobre 1941, ormai in congedo assoluto, si sposa a Viareggio con Veronica Barghetti e da allora inizia il suo insegnamento presso le scuole elementari di Querceta, Marzocchino e del Frasso.Terminerà nel 1975 dopo aver seduto dietro tantissime cattedre della Versilia, l'ultima della quale fu quella della scuola elementare di Strettoia.
Nel 1958 iniziò la sua collaborazione, assumendone poi anche la direzione, del festival “il Miccio canterino”
E molto prolifico per il festival del “Miccio canterino” scrisse 22 pezzi che io definisco bellissime scenette teatrali in dialetto versiliese. Nel contempo, sotto pseudonimo, scrisse 26 romanzi gialli, editi, i primi tre, dalla Tribuna Edizioni Piacenza, e, gli altri, dalla EPI Edizioni periodiche italiane di Roma.
Concludo con quanto scrisse nella parte finale della sua prefazione, il professore Danilo Orlandi, nel presentare il libro di Silvano “ La scartocciata” che ho nello scaffale dei miei libri, che fa riferimento al teatro popolare breve e rime sparse, e riporta anche divertenti bei racconti dell'Alessandrini e la poesia Un orto grande: “ Silvano con lavori di teatro, di narrativa e in versi per anni ha compiuto un'opera che già può dirsi di recupero, e fissa in documenti letterali il mondo autentico di una Versilia, di cui fra poco gli echi saranno spenti. Ferma infine un fatto linguistico, tramandando la parlata versiliese nella sua effettiva entità di discorso organico, cioè di reale linguaggio. La sua fatica, per questo verso è unica e meritoria. Per onorarne la sua memoria da anni è stato istituito in Versilia, dei quattro comuni storici, il premio di poesia dialettale, intestato, al suo nome.
Renato Sacchelli
IL MULO BRUNETTO


Amo ancora parlare del mulo, questo animale ibrido e infecondo, nato dall'unione di un asino e di una cavalla, sin dai tempi più antichi utilizzato dall'uomo per trasportare materiali e viveri nelle località montane, raggiungibili percorrendo, soltanto, difficili sentieri. Molto vigoroso, ha esigenze alimentari qualitativamente modeste. E' un simbolo di testardaggine e ostinazione. Con la costituzione del Corpo degli alpini avvenuta nel 1872, questo animale si rivelò un veicolo a motore a quattro zampe e fu impiegato nelle attività operative dagli alpini, in particolare durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, trasportando sulle impervie trincee, scavate fin sulle più alte vette alpine, dove si erano trincerati i nostri soldati, armi, munizioni e viveri. I muli furono impiegati anche durante la sanguinosa guerra combattuta in Russia per assicurare i necessari rifornimenti ai nostri soldati, operanti nelle zone dove furono combattute aspre battaglie.
Giorgio Giannelli sul libro “La Versilia ha vinto la guerra” oltre alle tante pagine di eroico valore scritte col sangue da tutti i nostri soldati che combatterono su ogni fronte, ha narrato anche il racconto che ci ha lasciato l' alpino Silvano Alessandrini, famoso scrittore e poeta dialettale versiliese, che fu schierato col suo reggimento sul fronte greco-albanese. Silvano racconta quel giorno che stava seduto su un muretto con un piede congelato. Teneva una coperta ripiegata sul suo corpo e le scarpe slacciate. Mentre si palpava i fori sotto i calzettoni di lana, udì una voce inconfondibile che gli fece alzare il capo. Vicino a lui, sul muricciolo di pietre, erano stati messi zaini affardellati. Accanto a quelli deposti sull'erba ricoperta dalla neve stavano seduti una decina di alpini che mangiavano delle gallette. Tra loro c' era un alpino che indossava il grado di tenente. L'ufficiale portava sulla testa il cappello nuovo di zecca con penna a 85 gradi. Lo sguardo del tenente fissato sulle montagne innevate si abbassò per un attimo su Silvano, poi si voltò per impartire ordini ai suoi soldati. Proprio in quel momento Silvano instintivamente lo chiamò ad alta voce: “O Tito!”. Il tenente, che stava un quindicina di metri di distanza, si volse di scatto e lo fissò. Quella voce l'aveva impietrito, perché l'accento gli risultava, familiare,  ma l'aspetto molto malconcio dell'alpino non gli aveva consentito di riconoscerlo. Silvano invece lo riconobbe. Chi gli stava di fronte era Tito Salvatori, di Strettoia (Pietrasanta).
“Chi sei?”, gli chiese il tenente dopo un attimo, senza muoversi, fissandolo intensamente. Silvano non gli rispose. Allora l'ufficiale , facendo alcuni passi, si mosse lentamente verso di lui.
“Chi sei, per Dio!”, esclamò con foga il tenente. “Sono Silvano. Silvano Alessandrini”. L'abbraccio che seguì fu forte, lungo e molto commovente. Entrambi rimasero abbracciati per un po' di tempo con le lacrime agli occhi. “Tu in questo stato... disse balbettando Tito. Poi tirò fuori dalle tasche un pacchetto di sigarette che donò a Silvano, rammaricandosi di non avere altre cose da offrirgli. Tito accompagnò Silvano, sorreggendolo, in una stanza sotto una casupola di bianche pietre dove c'era della paglia, poi uscì per andare a trovare qualcosa, mentre lui rimase in attesa del suo ritorno sdraiandosi sulla paglia. Tito ritornò poco dopo con alcune pagnotte.“Non ho trovato altro” gli disse, e aggiunse: “Se è vero che che l'argent fa la guerra, per Dio, noi non vinceremo”. Infine lo aiutò ad uscire da quella stanza in penombra perché voleva fotografarlo. Ci riuscì un po' malamente perché le mani di Tito ancora tremavano. Fu quella foto l'unico ricordo della travagliata guerra combattuta dall' alpino Silvano Alessandrini, che lui conservò sempre nel portafoglio finché visse.
Dopo aver scattato la fototografia Tito disse a Silvano che doveva allontanarsi per raggiungere il comando del reggimento, dove era passato anche Silvano, assicurandogli che al suo ritorno gli avrebbe portato qualcosa. Ma Silvano non lo rivide più.
Un'ora più tardi, sul calar della sera, Silvano sentì il passo di un mulo vicino alla porta e udì una voce che disse: “Caporale andiamo!”. L'Alessandrini si alzò. Essere rimasto disteso sulla paglia aveva riacutizzato i dolori ai piedi. Incespicò nel fare i primi passi, motivo per cui fu sorretto da mani robuste che lo afferrarono sotto le ascelle e lo issarono in groppa al mulo. Gli “sconci” (conduttori dei muli) che avevano condotto fin lassù i gli animali carichi di pagnotte, si apprestarono a ridiscendere il monte con Silvano in groppa ad uno di essi. “Tu - disse a Silvano l'uomo che teneva l'animale alla cavezza, - se vedi l'animale che ti disarcia digli: 'Brunetto', intesi? Lui è il più coglione della batteria, ma è intelligente”. Silvano capì le parole dello sconcio quando la colonna dei muli si incamminò giù nei passaggi più difficili, esponendo i suoi piedi al rischio di uno sfregamento quando la pancia del mulo sfiorava contro la roccia nei tratti più stretti dei passaggi sul ripido sentiero. Soltanto una volta sentì questo sfregamento, ma senza patire alcun dolore. Richiamò il mulo soltanto due volte. Fu così che notò che l'animale, dopo essere stato richiamato, rallentava il passo e procedeva più cautamente evitando di sfregare nelle rocce. “Bravo Brunetto”, diceva lo sconcio senza voltarsi, spostando solo il capo verso il muso del mulo.
Intanto era scesa la notte di luna piena. Attraversando la valle a mezza costa i muli camminarono ancora sui sentieri a strapiombo. Silvano si sentiva al sicuro in quanto il mulo poneva le zampe una davanti all'altra, tanto da sembrare che il mulo stesse danzando. Fu così che l'animale, evitò pericolosi sobbalzi non ponendo mai lo zoccolo in fallo.
Silvano sentiva il caldo del dorso del mulo sotto il suo deretano, e la flessione dei muscoli sui fianchi della bestia, che ogni talto accarezzava con la punta dei piedi.
Quando i muli arrivarono in una stretta valle la carovana si fermò. Dopo essere stato scaricato e trasportato in una vicina capanna, nella notte chiara il mulo raggiunse la distesa di un mare di erba dove, senza rispondere al saluto dell'alpino versiliese, Brunetto tuffò il muso per riempirsi la pancia.


Renato Sacchelli


P. S. Silvano ricevette le prime cure in Albania. Rientrato in Italia fu curato a Roma, all'ospedale militare del Celio, dove gli furono amputati un piede e una gamba. Per gli interventi subiti fu degente anche all'ospedale Italo Balbo del Cinquale (Massa Carrara).









sabato 7 settembre 2013

Il mulo degli alpini

La lettura su "Stella Alpina" del breve racconto intitolato “Pierino Balocco...uno sconcio...”, tratto da “ Vita quotidiana durante la campagna di Russia” descritta dall'alpino Pasquale Grignaschi, mi ha fatto ripensare a come sarà morto nell'Unione Sovietica il fratello di mio padre, Guido (classe 1919), in forza al 4° Reggimento Artiglieria da Montagna – reparto munizioni e viveri – della divisione Cuneense, impiegato sul fronte russo a fianco dei soldati della Germania che in quel tempo erano nostri alleati.
La sua partenza per la Russia credo gli abbia impedito di vedere il bambino che la sua sposa, con la quale da poco tempo si era unito in matrimonio, aveva dato alla luce quando lui si trovava in quella gelida nazione, dove furono combattute sanguinose battaglie.
Ricordo che mio zio Guido fu dichiarato disperso in Russia. Probabilmente sarà caduto stremato dalla fatica nella steppa ghiacciata, oppure ucciso dal fuoco nemico.
Amo pensare che nell'emettere gli ultimi respiri abbia avuto accanto a lui il suo mulo col quale aveva condiviso fatiche e pericoli. Chissà se davvero siano morti insieme?
Se così fosse avvenuto mi pare bello pensare che mio zio, prima di chiudere gli occhi abbia accarezzato il muso e il collo dell'animale che certamente gli attenuò gli spasmi della morte. E, infine, ancora bello mi pare di pensare che appena la morte lo strappò alla vita, abbia, potuto udire le seguenti parole pronunciate dal nostro Dio misericordioso:Oggi sei in Paradiso!”.


mercoledì 4 settembre 2013

Ricordo del Generale di Corpo d'Armata Arturo Dell'Isola

Un uomo profondamente colto e pieno di umanità

Ho appreso dalla rivista “Fiamme Gialle” la ferale notizia della morte del Generale di Corpo d'Armata Arturo Dell'Isola, avvenuta a Milano l'11 ottobre 2012. Non mi dilungherò sulle notizie relative alla sua eccezionale carriera militare (interamente trascorsa nel Corpo della Guardia di finanza, di cui fu anche vice Comandante dal 1° gennaio 1982 al 2 dicembre 1984) essendo già state compiutamente evidenziate dalla rivista dell'A.N.F.I., associazione della quale, dal 1985 al 1993, il generale di Corpo d'Armata dell'Isola fu Presidente Nazionale. Racconterò soltanto alcuni fatti rimasti scolpiti nel mio cuore nel periodo in cui prestavo servizio alla sede del Comando Gruppo di Salerno, comandato dall'allora Tenente colonnello Dell'Isola.

Quando lui arrivò a Salerno, proveniente dal Nucleo Regionale p.t. di Milano, ero addetto all'ufficio matricola. Mi aveva scelto ad assolvere questo servizio il precedente suo pari grado, Nicola Fiore, che fu collocato in congedo per raggiunti limiti di età. Sentendomi molto umile, quando fu disposta la mia assegnazione dalla Compagnia al superiore Comando, mi chiesi se sarei stato all'altezza. Per la trattazione delle numerose pratiche avevo frequenti colloqui coi comandanti del Gruppo, all'inizio con l'alto ufficiale Nicola Fiore e dopo col suo successore.

Una mattina il Tenente Colonnello Dell'Isola mi chiamò nel suo ufficio. Aveva davanti a sé, sulla scrivania, gli elenchi dei militari che contavano diversi anni di lunga permanenza al reparto cui erano in forza, motivo per cui il Comando Generale aveva disposto che fossero trasferiti in altri reparti. Questo provvedimento riguardò i finanzieri alla dipendenza di tutti i reparti della Guardia di finanza operanti nell'ambito del territorio nazionale.

Il nuovo Comandante del Gruppo, aveva posto la sua attenzione sulla richiesta prodotta da un graduato, che fu allegata all'elenco, con la quale chiedeva di non essere trasferito, avendo un figlio disabile e allettato, motivo per cui se avesse dovuto ottemperare all' ordine di trasferimento avrebbe dovuto farlo trasportare nelle nuova sede di servizio a bordo di una autoambulanza.

Il Tenente Colonnello Dell'Isola non solo comprese la difficile situazione a cui il militare sarebbe andato incontro, ma andò anche oltre in quanto pensò ai doveri che spettavano ai genitori per continare a curare ed assistere il loro discendente. Così mi disse di fare la richiesta al Fondo di Assistenza per i Finanzieri, perché gli concedesse un sussidio, cosa che feci subito.

Un' altra volta mi chiamò per parlare di una domanda di trasferimento presentata da un finanziere che avevo messo nella cartella della posta in partenza che lui avrebbe dovuto firmare. Il Comandante mi disse che ciò che avevo scritto nell'attergato (recante le osservazioni relative alla pratica) erano molto importanti per la definizione della stessa, anche se l'interessato nella sua domanda non aveva fatto menzione alle problematiche che avevo evidenziato. Ebbi la sensazione che Dell'Isola avesse molto apprezzato il mio scritto.

Non ho mai dimenticato quando mi convocò nel suo ufficio per la trattazione di una pratica riguardante l'esecuzione dei servizi di istituto demandati ai reparti dipendenti. Cercai di documentarmi bene sulla materia leggendo accuratamente la bozza di stampa 1959 Appena la vide, mi disse “l'ho scritta io nel periodo in cui prestai servizio al Comando Generale”. La pratica fu definita secondo le sue precise direttive in linea con quanto stabilito dalla bozza di stanpa succitata. Capii in quel modo, che la sua preparazione era ai massimi livelli. In quella come in altre occasioni rimasi molto contento di avere un comandante con un'enorme cultura, che trapelava con naturalezza, senza che lui ne facesse mai vanto. Non mi dilungo oltre anche se avrei ancora altre cose da dire per descrivere la sua figura di alto ufficiale molto amato da tutti i finanzieri che ebbe alla sua dipendenza.

Di grande spessore umano fu il discorso che il comandante Dell'Isola pronunciò in occasione della ricorrenza annuale della fondazione della Guardia di Finanza o forse durante la festa dedicata al nostro Patrono San Matteo , il cui busto veniva portato in processione lungo le strade del centro cittadino, fino all'androne della nostra caserma, dove veniva effettuava una breve sosta durante la quale il vescovo impartiva la sua benedizione.

Per merito del signor Comandante del Gruppo e degli uomini che facevano parte del mio ufficio, l'appuntato Renato Tiglio, reduce da un lager tedesco, e dai finanzieri scelti, Carmine Miglino, dattilografo che usava tutte le dita delle sue mani, e Innamorato, (se non ricordo male, di nome Francesco), esperto nella trattazione delle pratiche relative all' avanzamento di grado, credo di poter dire, senza alcuna presunzione, che l'ufficiò matricola cui ero addetto lavorò sempre al “meglio”.

A Salerno occupavo un appartamento di servizio le cui finestre si affacciavano sulla via Duomo, mentre quello occupato dal Comandante del Gruppo era ubicato all'ultimo piano. Agli alloggi di servizio si accedeva non dall'ingresso principale della caserma , ma anche dalla porta laterale, situata in via Mercanti se non ricordo male al N,77.  Proprio per questo ebbi modo di conoscere i familiari del Comandante, la sposa deceduta anni fa, e i due loro figli: il maschio, allora giovane studente universitario a Napoli che vedevo spesso e la femmina, una bimba che poteva avere dieci - dodici anni, che incontrai soltanto poche volte.

Quando in occasione delle ultime feste natalizie espressi, telefonicamente, le condoglianze alla figlia del defunto generale, dottoressa Maria Grazia, il cui numero avevo trovato grazie ad una ricerca fatta su internet, seppi che suo padre aveva sofferto molto prima di morire a causa della malattia che lo aveva colpito.
Le chiesi notizie del fratello, così appresi che era deceduto due anni prima della morte del padre. A conclusione della telefonata le dissi che il ricordo del Generale era rimasto vivo nel mio cuore, e le ribadii che per me suo padre era stato e restava un mito.

Mi piace pensare che l'anima del Generale di Corpo d'Armata Arturo Dell'Isola viva in eterno nella Casa del Nostro Padre Celeste, dove ha raggiunto le anime della sua sposa, del figlio, di tutti i suoi cari e dell'infinita schiera dei finanzieri defunti che furono sotto il suo comando.



sabato 24 agosto 2013

Ricordo dell''Alpino Caporal Maggiore Ferdinando Tabarrani

Ricordo dell'alpino caporal maggiore Ferdinando Tabarrani

Mi ha commosso l'articolo “Una lapide a ricordo dei cinque Alpini caduti nella Campagna di Russia, pubblicato sulla rivista Stella Alpina del dicembre 2012, scritto dal direttore Florio Binelli. Mi ha commosso perché uno di questi alpini, il Caporal Maggiore Ferdinando Tabarrani,  l'avevo conosciuto anch'io quando la sua famiglia venne ad abitare in una casa vicina alla mia, al Ponticello di Seravezza.
Allora ero un ragazzo già grandicello, mentre lui era era un giovanotto atletico e molto forte. Giocava al calcio nella squadra di  Seravezza,  aveva classe e, in mezzo al campo sprizzava tutta la sua potenza fisica. Non ricordo di avere mai parlato con lui. Ho conosciuto i suoi genitori. Il babbo Beppe, forte cavatore, la mamma Germana e le sue due sorelle l'Angiò che mi cuci il vestito con cui passai la prima Comunione e l'altra, di cui non ricordo il nome, che andò in sposa ad un uomo di Ripa. La Germana ed una sua parente facevano i materassi di lana e di vegetale. Le modeste somme che esse guadagnavano, migliorarono un pò  le condizioni di vita delle loro famiglie.  Dopo la nascita del figlio di Ferdinando, chiamato Paolo, dato alla luce dalla sua sposa, la molto bella e giovane Maddalena Rosssi, prima che suo marito partisse per combattere in Russia, partenza che un effetti avvenne nel mese di luglio del 1942. La Germana un giorno mi chiese   di portare una bottiglia di latte a casa della nuora, abitante in Torcicoda. Si , le risposi. Quando entrai nel suo appartamento, vidi dalla   porta della camera lasciata aperta,  Ferdinando che stava disteso sul letto accanto al suo neonato.  Gli parlava facendo dei gesti con le mani, si  gli stava faendo molti “crecchi”.
Ho rilevato dal libro di Giorgio Giannelli “La Versilia rivendica l'impero” che il Tabarrani é menzionato fra gli alpini versiliesi che fecero ritorno a casa dopo aver partecipato all' impresa africana che si concluse con la conquista dell' Etiopia (1935/36). Un altro volume, sempre scritto dal Giannelli intitolato “ Sant'Anna, l'infamia continua” riporta il lungo elenco dei soldati dei quattro comuni storici della Versilia, oltre a quelli di Camaiore, Massarosa e Viareggio, morti o dispersi durante la seconda guerra mondiale, tra i quali figura anche il Tabarrani ucciso sul fronte russo il 31 gennaio 1943.
I cinque alpini ricordati nella lapide murata sulla facciata di una casa dell' antico rione di Torcicoda di Seravezza, erano in forza alla divisione Cuneense, di cui fece parte anche il fratello di mio padre Guido Sacchelli (classe 1919), avviato in Russia col suo reparto che con l' impiego dei muli, doveva rifornire di munizioni e viveri gli alpini schierati lungo la gelida linea del fronte.
A lungo mi sono chiesto se sulla sponda del Don, Ferdinando, mio zio ed altri alpini versiliesi ebbero 
 l' occasione di conoscersi e parlare fra loro della terra dove erano nati nella quale avevano lasciato le loro spose, i figli appena nati , i genitori e tutti i loro cari che purtroppo non rividero più.
Mi fa piacere ricordare anche la maestra Ilva Angelini mia coetania che fu la prima persona di Seravezza a cui venne in mente di collocare una lapide in Torcicoda , a perenne memoria dei nostri alpini morti in Russia. Ne parlò a tavola con tutti i suoi cari , tra i quali c 'era anche Pier Luigi Marrai, uomo di grande valore, prematuramente scomparso nello scorso anno, che sposò in pieno l' idea della sua cognata, dandosi subito da fare per realizzarla. Amo ricordare Pier Luigi quando sul finire degli Anni 30 e all'inizio dei quaranta, insieme ai suoi genitori veniva al Ponticello a trovare il nonno materno, Giuseppe Bussoli e la laboriosa ed instancabile nonna Teodora Tessa, nativa di Riomagno. Nelle mie visite a Seravezza effettuate negli anni in cui non vi risiedevo più, Pier Luigi ed io vivemmo attimi di felicità quando ci incontravamo nelle vie della nostra Seravezza.
Ora che non c'è più fra noi, mi è di conforto sapere che la sua anima di uomo pio e giusto nonché di alpino aggregato è nel cielo Cielo nella casa del nostro Padre Celeste, insieme a quella di tutti i suoi cari defunti e di quelle della fitta schiera degli alpini valorosi caduti in tempo di guerra o scomparsi in tempo di pace.

lunedì 22 luglio 2013

CHE BELLA SORPRESA RIVEDERE SOLIDEA PAOLI A SERAVEZZA , DOPO 68 ANNI DALL' ULTIMA VOLTA CHE LA VIDI A PIETRASANTA

ll 25 aprile 2013,  nel salone Granducale di Seravezza è stata festeggiata la ricorrenza del 68° anniversario della liberazione dal nazifascismo  e, nel contempo;  é avvenuta la presentazione del libro  " La guerra di Claudio" voluto dalla Guardia di finanza  per onorare la memoria del finanziere scelto Claudio Sacchelli, morto di stenti e per le atroci sofferenze patite nel campo di sterminio nazista di Mauthausen il 5 aprile 1945.    
In particolare, puntualizzo, per i lettori che non conoscessero bene i fatti che  portarono alla cattura da parte dei nazisti ed all'imprigionamento di Claudio Sacchelli nel famigerato lager già innanzi citato,  che avvenne dopo  l'armistizio dell' 8 settembre 1943, quando lui era in forza alla brigata di frontiera  di Villa di Tirano -  distaccamento di Lughina -, dove aiutò ad espatriare in Svizzera trecento  cittadini di origine ebraica, ristretti  nella zona dell'Aprica che se non fossero espatriati sarebbero stati sterminati  nelle camere a gas o nei forni crematori impiantati dai nazisti nei loro famigerati lager.
Anche durante il 1944 favori l' espatrio di tanti altri  perseguitati di origine ebraica,  inoltre collaborò con la formazione partigiana operante  nell'alta Valtellina denominata Fiamme Verdi.
Per il suo eroismo il finanziere scelto Claudio Sacchelli il 24 aprile 2012 è stato decorato dal Presidente della Repubblica  Giorgio Napolitano della medaglia d'oro al merito civile alla memoria.
Nell'articolo che ho scritto su queste due commoventi cerimonie devo dire che  non ho parlato della sorpresa che ho avuto  quando sullo schermo della sala Granducale è stato proiettato il video riguardante la lotta partigiana combattuta dalle donne versiliesi.durante la resistenza, nel quale è apparsa l'immagine della signora Solidea Paoli , sorella di Amos, medaglia d'oro  al valor militare, trucidato dai tedeschi a Compignano del comune di Massarosa, nella tragica estate del 1944, per essersi rifiutato di fare i nomi dei partigiani seravezzini  e della zone viciniore, operanti sui nostri monti.  Confesso di avere avuto molta difficoltà a riconoscere la Solidea,  presente anche lei a  queste due cerimonie;  infatti l' ho vista seduta in una fila un pò più avanti della mia. Negli anni della mia infanzia ed adoloscenza, non ho mai parlato con la bimba Solidea che spesso transitava nelle vie  del Ponticello, le cui case erano vicine  a quella occupata dalla sua  famiglia a Riomagno, aldilà del fiume, sotto il monte Canala. Tutti gli edifici  a partire appunto da Riomagno, fino alla Fucina compresi i  paesi di Corvaia e  di Ripa fattti saltare in aria dagli operai della Todt  che utilizzarono proiettili di artiglieria  attaccati con  fili ad un detonatore.
La prima volta che scambiai con lei alcune parole fu quando, a guerra finita,  insieme ai miei compagni  Enrico Cioletti, e coi fratelli Mariani, nati nella Corvaia che non esisteva più, si andò a bere qualcosa di fresco nel  bar gestito dalla famiglia Paoli a Pietrasanta in via di Mezzo. Non ricordo se con noi ci fosse anche Vincenzo Cinquini. Si era nel tempo in cui mio padre fu riassunto dall'ingegnere Attilio Cerpelli per recuperare quei materiali che potevano essere ancora utilizzati nonostante siano  stati  per tanto tempo  sotto le macerie della sua officina, situata alla Centrale,  saltata in aria insieme al deposito dei mezzi della tranvia dell'alta Versilia, sempre ad opera degli operai della Todt che fortificarono l'estremo limite della Linea Gotica. 
Fu per questo motivo che la mia famiglia abbandonò il rifugio di  Capezzano Pianore, per andare ad abitare a Pietrasanta dove si adattò  a vivere, col consenso del proprietario, che era l'ingegner Cerpelli, nel  suo locale adibito a deposito sito in via dei Piastroni, vicino alla cantina vinicola della famiglia Palla. Ricordo quanto tribolò  la mia cara mamma quando metteva il paiolo  su un fornello traballante, sopra il fuoco acceso con della legna secca,  per prepararci qualcosa da mangiare.ed era costretta quando pioveva a dirotto, ad aprire l'ombrello per  ripararsi dalla pioggia che entrava dal tetto scoperchiato dalle cannonate tedesche. . .
Mi pare che fu Enrico che  propose di entrare nel  bar dei Paoli, quel giorno che  ci incontrammo nelle vicinanze del Duomo di Pietrasanta.
Quando entrammo nel locale la Solidea, ci accolse col suo bellissimo sorriso. Vidi che era molto bella.  Qualcuno dei miei compagni scambiò con lei alcune parole. Io, timidò da mori com' ero,  la guardai  in silenzio.  Bevvi una spuma o una gazzosa e da  quel lontano giorno non l'ho più rivista, ecco perchè non sono riuscito a riconoscerla il 25 aprile scorso.
Alcune parole le voglio dire sul nonno Raffaello, padre di Gino,  il babbo di Amos , della Solidea e di altri due figli maschi. Entrambi furono noti antifascisti. Su  Versilia Oggi di tanti anni fa, il seravezzino William Speroni con il quale ebbi sempre cordiali rapporti fin dai tempi in  la cui famiglia abitò al Ponticello di Seravezza prima di trasferirsi nella nuova casa che fece costruire nelle vicinanze dell'allora cinema dei Costanti,  ha raccontato che in una notte  del settembre 1924 la loro casa fu  attaccata  da 250 squadristi di Massa e di Carrara, I Paoli,  risposero al fuoco sparando sugli attaccanti molti   pallettoni, Non  si vollero arrendere. Dopo  qualche ora in piena notte i fascisti ripresero l'attacco scatenando una vera guerra, in cui i Paoli furono costretti a darsi alla fuga  sul monte sopra il Pelliccino ed il Colle, dove si nascosero per diversi giorni.
Concludo questo mio scritto col dire che al termine dei festeggiamenti svoltisi nella sala Granducale di Seravezza ho voluto salutare la Solidea.  Avvvicinatomi al posto dove  si era seduta, mi sono presentato, dopodichè le ho ricordato gli anni dell'infanzia e della nostra adoloscenza vissuta quando eravamo vicini di casa, Ho pensato che anche lei abbia avuto molte difficolta a riconoscermi  per il carico dei tanti anni che abbiamo entrambi sulle  spalle. Forse siamo della stessa età. Mi ha fatto molto piacere constatare  che ella era ancora una donna energica e con una mente molto lucida.ed attenta.  Voglio pensare  che ciò sia dipeso dal fatto che nonostante l'età e le atroci sofferenze patite a causa della barbara uccisione di suo fratello Amos, il suo cuore  è rimasto ancora giovane. Auguri, Solidea!
 Renato Sacchelli 

giovedì 6 giugno 2013

Seravezza STORIA DI RENATO sACCHELLI


La lettura dell’articolo “Il paese dell’anina” scritto dal professor Costantino Paolicchi e pubblicato sull’ultimo numero di Versilia Oggi, mi ha fatto rivedere la Seravezza degli anni della mia fanciullezza. Così la mia mente è ritornata a quando ero bambino e vivevo nella casa dei miei nonni materni dove nacqui il 25 settembre 1930. Ricordo che la mia mamma intorno al fuoco del camino raccontava, spesso a me e ai miei fratelli, fantastiche fole che ci facevano sognare, così come penso che era solito raccontarle anche il nonno di Enrico Pea, che sicuramente fu il primo maestro di vita del suo nipotino.

Nei miei occhi sono sono riapparse anche le immagini dell’immediato dopoguerra, con tutti i ponti fatti saltare in aria dai tedeschi insieme a molte abitazioni rase al suolo, fra le quali anche la mia casa. Seravezza fintanto che non fu insanguinata dalla guerra, fu popolata da uomini impegnati ogni giorno sulle cave, lungo le vie “della lizza”, nelle segherie, fonderie, officine e nelle falegnamerie e in tanti altri laboratori del marmo, tra i quali scolpivano anche bravissimi scultori. Ho rivisto il Caffè Centrale di Angelo Battelli, dotato di una voliera con pappagallo ed alcuni merli, ubicato nella piazza Carducci dietro il monumento ai Caduti ed anche innalzarzi nel cielo il grande pallone cartaceo, gonfiato sotto il calore dell’alcol acceso nella padella, che era solito far costruire lo stesso Battelli, noto animatore delle feste seravezzine. Un anno fece volare anche un asino di cartapesta dalla Mezzaluna vecchia fino alla piazza Carducci. 

E’ riapparsa nei miei occhi la criniera del Monte di Ripa, senza più neppure una pianta di pino né un arbusto, in quanto la cima, spazzata dalle cannonate e colpi di mortaio sparati dai tedeschi su quel terreno che fu la prima linea del fronte americano sotto il Castellaccio, pieno di trincee, cui si trincerarono i soldati americani, pareva che fosse stata arata, non c’ era rimasto un solo filo d’erba. Quel giorno che la percorsi, lassù, ad un tratto, respirai, un’aria maleodorante che proveniva da sotto una buca dove era stato sepolto, nei pressi di una trincea, un soldato americano ricoperto da poche palate di terra.

Era il lavoro che si svolgeva quotidianamente nella nostra terra che dava la vita alla gente, anche se era davvero tragico il faticare dei versiliesi e delle bestie da tiro dei carri carichi di grossi pezzi di marmo che venivano trasportati nelle segherie Nei pressi del Ponticello ho visto grossi carri provenienti dai poggi di caricamento del Trambiserra e della Desiata, tirati da più coppie di bovi i cui conducenti usavano la frusta per spronarli, tra urla e imprecazioni, perché producessero il massimo sforzo per tirare fuori i pezzi di marmo caricati sui carri impantanatisi nel fango alto della strada. Quando ero ragazzzo le vie del centro di Seravezza venivano sovente cosparse di ghiaia e il passaggio su esse dei carri e delle membrucche producevano molto polverone, tant’è che d’estate, per eliminarlo temporaneamente ci passava sopra un’autocisterna comunale che munita di un apposito annaffatoio vi lanciava forti getti di acqua.

All’inizio degli anni 40, nel tempo dedicato alla benedizione delle case, in cui svolgevo le mansioni di chierichetto, seguii  monsignor Angelo Riccomini , parroco di Seravezza, che benedì la casa di Teresa Pilli, la mamma di Dino Bigongiari, la donna più anziana del paese (mori a 106 anni). Era allettata e veniva continuamente assistita, notte e giorno, dalla mamma di Elena e di Vincenzo Tabarrani, noto calciatore del Seravezza. Negli anni 50 vidi uscire dalla casa dove abitava la vedova Bigongiari, un uomo che poi seppi che era suo figlio Dino, il professore che fece parte del corpo docente, dal 1904 al 1950, della Columbia University di New York. Durante la sua permanenza in America Dino Bigongiari ogni anno arava l’Atlantico, come lui era solito dire, per andare a trovare la sua mamma che non aveva mai voluto allontanarsi da Seravezza, facendosi anche accompagnare dalla donna che aveva spostato nel 1939, l’americana Gladis Van Brunt, che era stata una sua ex allieva.

Non è facile parlare del grande scrittore e poeta Enrico Pea nato nel 1881 a Seravezza e deceduto a Forte dei Marmi nel 1958. Lo incontrai nel 1950 una sola volta nelle strade di Seravezza vicino al Ponte della Passerella. Non sapevo chi fosse quell’uomo anziano davvero con una “barba da re biblico. ”Aveva il passo svelto, era in compagnia di un bel giovane, alto e coi capelli neri, forse era un suo nipote. Seppi da alcuni passanti che questo uomo era il famoso Enrico Pea. Non ho mai parlato con Enrico Pea, conosco soltanto le sue opere più famose da lui scritte che ho letto nel periodo più giovane della mia vita. Un mio amico che conobbi sin dall’asilo, che si chiamava Gianfranco Pea, scomparso qualche anno fa, mi disse ,nel tempo in cui andavamo entrambi a scuola, che Enrico Pea era  suo cugino.

Il professor Paolicchi ha evidenziato il seguente pensiero di Pietro Pancrazi , il quale nel collocare Enrico Pea fra gli scrittori d’eccezione ha asserito che costoro “scrivono come detta dentro e basta” Poi il Pancrazi si è domandato come il Pea abbia imparato l’arte? “Se fosse stata rivolta al Pea questa domanda, si sarebbero visti i suoi occhi rivolti al cielo per farci capire il suo riferimento alla Provvidenza." Ecco cosa pensò il Pancrazi in merito all’ attivita di scrittore svolta da Enrico Pea. Personalmente credo che scrivere in quel modo sia stato un dono datogli dal nostro Dio. Anch’io credo che la strada fu la sua scuola, Il primo suo maestro fu il nonno che con quanto raccontava al nipote gli accese la fantasia ad emularlo, tant’è che il suo primo libro che diede alla stampe fu proprio intitolato Fole, fattogli stampare da un editore di Pescara da Giuseppe Ungaretti, che Pea aveva conosciuto in Alessandra dì Egitto, e col quale fu legato da vincoli di fraterna amicizia. Penso che questa amicizia abbia spinto Enrico Pea a dedicarsi alla letteratura.

Enrico esercitò diverse attività: contadino , pastore, mozzo, meccanico, ferroviere , falegname e anche maggiante. In Egitto esercitò il commercio di marmi, di vini ed anche di castagne secche e di altri prodotti, ma non fu fortunato in questi commerci, forse non ci sapeva fare. Essendo stato un ammiratore di Enrico Pea accolsi con piacere l’idea che ebbe Enzo Silvestri, uomo sensibile e molto attaccato alla Versilia e in particolare a Seravezza che costituì un comitato cui aderìrono Giuseppe Tessa ed altri seravezzini che non cito perchè davvero non ho mai saputo chi fossero, per la raccolta di denaro per far scolpire il busto marmoreo di Enrico Pea che da anni si può ammirare in località Puntone di Seravezza, nel punto dove i due fiumi nei secoli trascorsi chiamati uno di Rimagno (ora Serra) e l’altro di Ruosina, (ora Vezza) si incontrano dando vita al fiume Versilia, per ricordare ai posteri che nella nostra terra era nato uno dei più bravi scrittori italiani contemporanei.

Mi fa piacere di avere contribuito, col pagamento, mi pare di ricordare,  di cinquantamila lire, alla realizzazione di questa opera, realizzata dallo scultore Enzo Pasquini, perché Enrico Pea sicuramente amò la sua Seravezza, nonostante abbia detto, “ Seravezza... il paese che m’ha negato il pane, ma che non rinnego né maledico”.