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mercoledì 26 giugno 2024

Si poteva morire per qualche castagna

 




“Il fuoco è mezzo pane”. Dicevano così i miei genitori quando ero ragazzino, mentre tutta la mia famiglia si scaldava, nelle fredde serate d’inverno degli anni ’30 e ’40, intorno al camino acceso e con la legna scoppiettante che sprigionava fiamme e faville in continuazione. Questo ritornello l’avevo sentito dire tante volte anche dai vecchietti del paese, che stavano in piazza o nelle vie a prendere un po’ di sole d’inverno per scaldarsi.

Erano tempi di miseria nera, coi generi alimentari razionati e il freddo che, nella cattiva stagione, a noi ragazzi faceva venire i geloni alle mani, mentre lo scolo delle acque piovane formava, sotto le grotte del monte e le grondaie dei tetti, grosse candele di ghiaccio che sembravano di cristallo.

A scuola portavamo un mattone riscaldato avvolto in un pezzo di stoffa; qualcuno, invece, un po’ di legna da bruciare nella stufa che avevamo nell’aula. Da ragazzo con altri miei coetanei andavo a raccogliere rametti nei boschi sui monti sopra Seravezza. Le mie forze non erano molte, per la fame che avvertivo forte ogni giorno. Non avevo sempre sentito dire che il fuoco era mezzo pane? In verità gli stecchi che raccoglievamo spesso erano necessari per accendere il fuoco per cuocere la polenta, quando mancavano i soldi per acquistare il carbone da usare nei fornelli. Utilizzando la legna per cuocere i cibi i muri della cucina erano molto anneriti e dovevamo sempre spalancare le finestre per fare uscire il fumo dai locali, poiché il camino non lo tirava fuori in modo sufficiente.

Trovare qualche legnetto da ardere nei boschi era tutt’altro che facile: venivano “puliti” molto bene e sembravano dei giardini, coi proprietari delle selve che raccoglievano minuziosamente le castagne, la cui farina era indispensabile per sopravvivere, cucinando i "ciacci” (sottili piadine cotte sui testi di metallo riscaldati sul fuoco) e le frittelle.

Era uno spettacolo veder passare lungo le nostre strade i barrocci carichi di fascine di legna, sopra i quali stava si ergeva un uomo, come seduto su un trono, che stringeva ben salde tra le mani le briglie del cavallo. D’estate i barroccianti indossavano un cappellaccio di paglia, che d'inverno era sostituito da un copricapo più pesante.

Chi riusciva a salire nelle zone più alte del monte, camminando lungo impervi sentieri tracciati tra i ravaneti, poteva portare a casa, sulle spalle, grossi fasci di legna secca raccolta nei boschi vicini alle cave. Fra questi uomini forti e vigorosi c’era anche mio padre: è così che la mia famiglia riuscì a riscaldarsi nelle stagioni invernali. Noi ragazzi di legna ne raccoglievamo poca: un fascetto piccolo, paragonabile a quello che si ogni anno si preparava per la Befana, perché non avevamo la forza degli adulti.

In quei giorni difficili gli uomini e le donne vigilavano che nessuno rubasse dalle loro selve - di proprietà o che controllavano per conto dei padroni - le castagne che avevano iniziato a cadere e che noi ragazzi tentavamo di raccogliere, essendo più affamati degli scoiattoli.

Un uomo del mio paese picchiò selvaggiamente un ragazzo che aveva sorpreso nel proprio bosco con un pennato in mano, intento a tagliare dagli alberi alcuni rami secchi. Era in compagnia di un suo amico più giovane. Quest’ultimo riuscì a fuggire mentre l’altro si trovò circondato dal padrone e dai suoi giovani figli. Inferocito, l’uomo gli tolse dalla mano l’attrezzo e iniziò a riempirlo di calci e pugni. Una gragnuola di colpi arrivò sulla testa, sul viso e sulle spalle del povero ragazzo, che con le mani tentava inutilmente di ripararsi. “Chi te l’ha dato l’ordine di tagliare le piante del mio bosco? Come ti sei permesso? Guai a te se rimetti i piedi qui”. E giù ancora colpi. Nemmeno i figli ebbero compassione. Anzi, furono spietati, incitando il loro genitore: “Dagliene ancora babbo. Dai, dai, più forte!”. L’uomo smise di picchiare il ragazzo quando si accorse che altre percosse gli avrebbero fatto perdere i sensi. “Vai via, vai via!”, gridò ancora, rifilandogli alla fine un robusto calcio nel sedere. Il ragazzo si allontanò barcollante e subito scomparve tra i cespugli del monte. Mentre scendeva a valle, con la bile in bocca, sentì il bisogno di riprendere fiato. Distesosi per terra rivolse i suoi occhi pieni di lacrime verso il cielo tinto di azzurro.

A quei tempi c’era molta spietatezza e crudeltà fra gli uomini. La carità non si vedeva. A farne le spese erano tanti poveri ragazzi affamati e le persone più anziane.

Un giorno andai a cercare delle castagne con altri miei coetanei nei boschi sul monte Altissimo. Appena usciti dalla strada entrammo nella prima selva. Una donna, che non era neanche la padrona, iniziò a tirarci contro dei sassi. Furono le nostre gambe scattanti a evitarci il peggio. In pochi minuti ci ritrovammo a fondovalle, dove scorreva il fiume. La scampammo bella. Qualcuno di noi, senza neanche aver avuto modo di mettersi in bocca una castagna, sarebbe potuto finire in ospedale se gli fosse andata bene a non rimanere stecchito sul colpo.

venerdì 28 aprile 2017

Il Comune Unico della Versilia

Dal sito versilia.org
"La costituzione del Comune Unico della Versilia è un obiettivo a cui si deve arrivare per migliorare la situazione dell'intero territorio e dei suoi abitanti, tenendo conto del quadro economico e sociale sempre più complesso, con continui tagli alla spesa pubblica e sacrifici richiesti ai cittadini, a cui purtroppo non corrispondono adeguati servizi. Torno a parlare di questa proposta, propugnata anche da Pietro Marchi quando fu sindaco di Seravezza (dal 1911 al 1919 e dal 1944 al 1946), perché la ritengo ancora oggi di estrema attualità. Quello che segue è un mio articolo pubblicato su "Versilia Oggi" nell'ottobre 2003. 

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"Con i suoi articoli ”Versilia senza respiro” e “Non fate finta di sognare”, pubblicati su Versilia Oggi nei mesi di marzo e di agosto, Paolo Macchia  mise a nudo la situazione del territorio versiliese,  che aveva già evidenziato nel libro “La Versilia Storica - aspetti geografici di un piccolo sistema territoriale", pubblicato nel 1977 a cura della Banca di Credito Cooperativo della Versilia, in accoglimento della proposta avanzata dal professor Milvio Capovani. Condivisi la sua analisi a 360 gradi. Anch'io, anni addietro, accennai su Versilia Oggi alla conurbazione che interessava il nostro territorio, cioè a quel processo di formazione di una grande città dovuto al collegamento di piccoli centri urbani intorno al nucleo maggiore. Questa convinzione l’ebbi quando con mio figlio salii nel 1988 in cima al monte Canala per arrivare a Cerreta S.Nicola, ai piedi del Folgorito, Dal paesaggio che vidi dalla criniera del monte di Ripa, notando le differenze dai primi anni Quaranta, mi resi conto che si stava completando l’intera urbanizzazione della pianura versiliese. 

Nello stesso articolo parlai della difesa del territorio minacciato dalle calamità naturali, dell’inquinamento, dell’approvvigionamento idrico e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani , tutte problematiche che andavano affrontate e risolte sulla base di un piano unico riguardante l’intero territorio versiliese. Diedi risalto all’idea che uomini liberi, disinteressati e colti, appartenenti al movimento dell’Unione Versiliese, ebbero nel progettare il Comune Unico della Versilia, che poteva avere a disposizione più risorse finanziarie e un maggiore peso a fini elettorali. Purtroppo questo progetto naufragò ancora prima di nascere, a mio parere per interessi partitici e di campanilismo. Naufragò soprattutto perché gli elettori versiliesi non seppero cogliere l’importanza di questa nuova formazione politica, l’unica che avrebbe potuto garantire traguardi unitari. Non si vollero eliminare le poltroncine locali, si preferì andare avanti alla peggio. E pensare che nel 1776 l’illuminato granduca Pietro Leopoldo, resosi già allora conto della situazione, pose fine alla frammentazione della Versilia in tanti comunelli, accorpando il territorio in sole tre comunità.

In un libro che gli è costato una fatica durata due anni, a mio parere una pietra miliare della storia del nostro territorio, Paolo Macchia afferma che "per realizzare con successo qualunque forma di riorganizzazione del territorio dell’intero sistema è necessario intervenire in modo organico e completo su tutta l’area, con un unico progetto che abbia finalità chiare e non consideri le parti del sistema sia spaziali che aspaziali, come indipendenti e svincolate le une dalle altre". 

Anche se non siamo arrivati all’ultimo respiro, come ha scritto nel suo articolo Roberto Ippolito,  chi scrive è convinto che se le cose continueranno ad andare avanti di questo passo, l’uomo non potrà più disporre in Versilia di altri spazi di territorio da destinare all’ulteriore sviluppo industriale e artigianale, in quanto già interamente occupato da agglomerati urbani, e da preesistenti   opifici.  Per arrivare al Comune Unico, importante anche per disciplinare la situazione antropica dell’intera Versilia e per evitare possibili diseconomie, c’è bisogno davvero di operare una svolta decisiva.
Renato Sacchelli

sabato 8 aprile 2017

Il Progetto Mare Monti

Il 5.2.1987, periodo in cui collaboravo assiduamente con "Versilia Oggi", mensile diretto da Giorgio Giannelli, fu pubblicato un mio articolo intitolato "ll progetto mare–monti". Non feci alcun cenno ad un sogno a cui avevano lavorato agli inizi del Novecento due uomini geniali quanto intraprendenti: Alemanno Barsi e suo figlio Daniele che tentarono di realizzare una linea di risalita dal mare fino ai loro due alberghi, costruiti sugli arditi rilievi apuani, nella zona alta del Matanna, da Grotta dell’Onda alla Foce. L'impianto di risalita era basato su un pallone aerostatico frenato, tenuto ancorato al suolo con grosse catene metalliche (qui trovate un interessante articolo che parla di questa incredibile storia).

Quando scrissi quell’articolo non spiegai perché il pallone frenato fu chiamato "Rosetta" che era la moglie di Daniele Barsi e  non  accennai neppure al suo primo volo de(l’aerostato di Casoli,  che aveva fatto il 28 agosto del 1910, mandando in visibilio i pochi fortunati  che avevano potuto ammirare dall’alto la bellezza dei luoghi appena sorvolati.
Nel mio articolo parlai della storia dell'estrazione dai nostri monti  del marmo  e della sua lavorazione che mutarono, nei secoli passati le condizioni di vita  della gente della Versilia del fiume fino allora dedita all'esercizio della pastorizia  ed all' agricoltura, quest'ultima praticata  su piccoli terreni della montagna al fine di disporre  di una più vasta  estensione di terreno da coltivare per aumentare i raccolti e fare così fronte ai bisogni  dei nuclei familiari arroccati sui monti.  In buona sostanza parlai soprattutto del duro lavoro della terra svolto dai versiliesi nei secoli passati, e che avevano ricamata coi sassi, di cui sono ancora oggi  visibili le tracce negli oliveti e castagneti della nostra amata terra.

Raccontai una storia scritta con il sudore e il sangue, quest'ultimo versato dai tantissimi cavatori morti sulle cave. Mi soffermai anche su un episodio che piacque anche al mio babbo, perché lo riguardava in prima persona. Nel 1928, poco più che ventenne, lavorava nella cava del Palazzolo, situata vicino al passo del Vestito, di proprietà dei fratelli Pellizzari industriali del marmo di Seravezza. Mentre insieme ad altri colleghi,  per raggiungere il posto di lavoro percorreva un sentiero ricoperto dalla neve, scivolando precipitò nel baratro sottostante. Fece un volo di oltre centro metri. Cadde su un mucchio di neve e fortunatamente se la cavò solo con l’incrinatura di alcuni anelli della spina dorsale, che lo costrinse a rimanere sei mesi disteso su una lastra di marmo dell’ospedale di Massa. Amo pensare che se uscì vivo da questa terribile caduta fu grazie agli angeli protettori dei cavatori.

Ecco come concludevo l’articolo scritto nel 1987:  "Sono convinto la bellezza dei nostri monti potrà sempre richiamare in Versilia una più larga massa di turisti e villeggianti solo se saremo capaci di costruire sulle cime più suggestive terrazze raggiungibili con le funivia. In tal modo il sogno: ”Versilia- mare monti “ sarebbe finalmente una realtà". 

L’idea di rifare un nuovo "pallone frenato" non avrebbe senso, per due ragioni: in primo luogo perché la tecnologia ha fatto passi avanti notevoli, e riproporre un sistema di quel genere sarebbe anacronistico. Inoltre perché il maltempo, oggi come allora, potrebbe cancellare, in pochi attimi, tutta la struttura. Al di là del "pallone", però, restava e resta ancora oggi più che mai valida la lucida lungimiranza di quel progetto: sviluppare il turismo della nostra terra utilizzando ciò che di bello e incredibile la natura ci offre, la vicinanza tra il mare e le nostre bellissime e per certi versi uniche montagne. Viverle appieno e farle vivere ai turisti, salvaguardando la natura, creando sviluppo e posti di lavoro per la nostra gente. Politici e imprenditori della Versilia, pensateci!

Renato Sacchelli

martedì 29 dicembre 2015

Il marmo e le cave di Seravezza



Sulla catena montuosa delle Alpi Apuane si trova il più grande giacimento di marmi del mondo. Le rocce marmifere sono "spuntate" dalla barriera corallina durante il periodo di formazione della crosta terrestre. Mi piace pensare che tale bellezza abbagliò gli occhi di coloro che per la prima volta videro i marmi bianchi e policromi in uno sfavillio di luci riflesse nel cielo. Un bel documentario trasmesso dalla Rai spiega come si sono formate le montagne della Versilia (guarda il video). 

Purtroppo nelle zone dove fin dai tempi della Roma antica e degli Etruschi furono aperte le cave, a causa della lunga escavazione di blocchi di marmo sono state distrutte intere colline e versanti di monti. I danni maggiori ovviamente si sono avuti negli ultimi decenni, quando lo sfruttamento è diventato intensivo.

Chi scrive è nato a Seravezza nel 1930. Ricordo che quando frequentavo la scuola elementare tremavo quando, mentre stavo tranquillamente seduto sul panchetto, udivo le fortissime esplosioni delle mine poste sulle cave per staccare i blocchi di marmo (operazione chiamata varata), che poi venivano squadrati e fatti discendere a fondovalle sulle vie a lizza.

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Amo parlare di esse, in primis della cava di bardiglio, la prima che vidi, sulla cima della Cappella, appena sotto la Pieve, quando la scuola elementare che frequentavo organizzò una gita per visitare l'antica pieve di S. Martino alla Cappella, che l'intera scolaresca raggiunse attraversando anche tratti delle vie a lizza. Iniziammo a salire da Riomagno. Giunti davanti alla chiesa della Cappella, sotto la quale c'era una profonda tecchia, causata dall'estrazione del marmo in quel tratto della cava, tutti ammirammo la famosa scultura chiamata, secondo la leggenda, l'occhio di Michelangelo e i resti del portico da lui disegnato, che rimase distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Ammirammo anche l'antica chiesa risalente all'anno 1000, tutta costruita in marmo.



Le cave di Ceragiola e della Costa le visitai la prima volta nel dopoguerra, quando la mia famiglia ritornò a Seravezza al termine di un lungo periodo di sfollamento occupando una casa ubicata all'Uccelliera con annesso piccolo oliveto e due vignette di proprietà di un imprenditore del marmo, che aveva assunto mio padre per lavorare in una cava del monte Costa.
A Compignano la mia famiglia trascorse un paio di anni dopo la fine della guerra. Nel primo periodo di sfollamento ci trovavamo al Pelliccino e poi a Giustagnana, Capezzano Pianore e Pietrasanta. Con il ritorno a Seravezza iniziai a visitare le cave del monte Costa, arrivando fin sulla cima dove raccolsi un fascio di stecchi da utilizzare per cuocere il cibo Mi arrampicai anche su alcune vecchie cave del monte di Ceragiola, dove il marmo non veniva più estratto da tempo.

Quando mi recai sulla cava più grande della Costa, incontrai il capo cava Speroni, che al Ponticello era mio vicino di casa. Sopra un'alta tecchia vidi salire, attaccati a delle corde, due cavatori, mentre altri operai erano intenti a squadrare i blocchi scavati dalla montagna. Altri operai scaricavano, lungo il ravaneto, i carrelli pieni di scaglie dei blocchi squadrati.

Quella volta che salii sulla cava, la più alta di tutte, notai che i cavatori avevano scavato una piccola galleria molto stretta per collocarci le mine per staccare dal monte i blocchi di marmo.
I cavatori si davano da fare per portare a fondovalle blocchi marmo scavati dalla montagna. Notai anche un fabbro accanto ad una forgia, con i carboni accesi, mentre batteva colpi di mazzolo su un'incudine per affilare le punte delle subbie e degli scalpelli occorrenti per la squadratura dei blocchi. Un giorno vidi i lizzatori mentre facevano scivolare lungo la via di lizza del Monte Costa un grosso blocco di marmo fino al poggio di caricamento che era a poca distanza dal palazzo Mediceo.

Non sono mai salito sulle cave del monte Altissimo, dove dal 1515 al 1518, come ha scritto in un libro don Florio Giannini (Michelangelo all'Altissimo - “Edizione Il Dialogo 1996), il grande artista scoprì il marmo statuario, il più candido del mondo, che utilizzò per scolpire i suoi capolavori. E non salii mai neanche sulle cava del Trambiserra, dove lavorò anche mio padre negli anni 30 e dove Michelangelo diresse i lavori per estrarre le colonne che gli dovevano servire per la progettata costruzione della facciata della cattedrale di San Lorenzo, a Firenze, che non fu mai realizzata.

Questo salto indietro di alcuni secoli mi dà l'occasione per accennare al Lodo di Papa Leone X del 28 settembre 1513, quando Seravezza passò a Firenze, sotto cui rimase fino a quando il Granducato di Toscana, in quel tempo sotto gli Asburgo Lorena, fu annesso al Regno d'Italia in seguito al plebiscito del 5 marzo 1860. Seravezza ricavò molti vantaggi e un po' di autonomia anche in seguito al già citato atto di donazione a Firenze delle cave di Ceragiola e del monte Altissimo. Si deve ai fiorentini l'impulso dato negli anni successivi all'escavazione di marmi cui erano interessati sia Michelangelo che Giorgio Vasari ed altri celebri scultori inviati da Leone X e da Cosimo I per seguire da vicino l'estrazione dei marmi di cui avevano bisogno per le loro opere.

Dopo un periodo di abbandono delle cave, che iniziò nel 1668, l'economia di Seravezza si riprese quando  J.A. Alessander Henraux nel 1821 fondò l'omonima società sotto la quale sia l'escavazione che la lavorazione del marmo ripresero a pieno ritmo, tanto da determinare la crescita di Seravezza a tal punto da essere considerata la capitale della Versilia.

Mi piace concludere questo mio scritto con una poesia (in dialetto) che ho dedicato a chi lavorava per trasportare il marmo.

I mitici lizzatori

In verità li viddì la prima volta
sopra Malbacco, aldilà del fiume,
la matina che ero ito
a ccoglie le more
duve finiva la via a lizza
de le cave del Trambiserra
che era il tratto più pericoloso
perchè il blocco di marmo
rimase, per pochi momenti,
penzoloni nel vuoto,
prima di arrivà nel fiume,
erino gli Anni Trenta.
La seconda volta li osservai
nel dopoguerra, sulla via a lizza,
de le cave del monte Costa,
facevino scivolà a fondo valle
un grosso blocco di marmo.
intorno al quale stacéino curvi
e inginocchiati
mentre si passavino
e mmovevino pali di ferro
e martini pesi più
di cento chili.
Erino tinti dal sole,
con la gola arsa e il corpo asciutto,
lmane aveino d’acciao
come i cavi tesi a llo stianto
ai margini de le scoscese vie,
da duve i mmarmi, lentamente,
sfucicavano a ffondovalle,
tra gli urli del capolizza e dei lizzatori.
Oh, Oh! A Unce...
Oh! Oh! Bel, Bel!
Molla il tiratore...”
Ora nella valle silenziosa
il merlo tecchiaiolo
ci fa il nido
e sulle vie a lizza,
ricoperte di piante e scepaloni,
aleggia lo spirito
dei mitici antichi lizzatori.




martedì 21 luglio 2015

Alla Desiata mossi i primi passi

Ho letto con particolare interesse l'articolo scritto da Tiziano Baldi Galleni intitolato "Deturpato il Paradiso della Versilia", pubblicato su il Tirreno del 7 luglio u.s.. Mi ha colpito perché proprio alla Desiata mossi i miei primi passi di bambino, nato nel settembre del 1930. I fratelli Pellizzari, noti industriali versiliesi del marmo e proprietari di cave di marmi bianchi in Trambiserra, avevano dato lavoro a mio padre nella loro segheria della Desiata, dopo il grave infortuno che gli era capitato nel rigido inverno del 1928-1929, quando la neve imbiancò l'intera Versilia e gran parte d'Italia. Nel percorrere il sentiero per raggiungere o discendere dalla cava sulle Apuane del Vestito, gestita dai fratelli Pellizzari (alle cui dipendenze mio padre già si trovava) non riuscendo a vedere il sentiero a causa della neve troppo alta, scivolò, facendo un salto nel vuoto per cento metri. La neve che lo aveva fatto cadere nello strapiombo l'aveva anche salvato, perché questo suo volo fini su un'alta e morbida coltre di neve. anche se ho sempre pensato che a salvarlo sia stata la Madonna del Cavatore.

Rimase sei mesi disteso su una tavola di marmo dell'ospedale di Massa, dopo un periodo di convalescenza si sposò, ma i dolori di questo casco, come lui spesso me lo ricordava, li risentì, molto gravemente, soprattutto, durante gli anni della sua vecchiaia. Ricordo, ancora il bagno che mio padre stringendomi forte fra le sue braccia, mi faceva fare, mentre anch'io mi stringevo forte a lui per la paura che sentivo di avere nel trovarmi su un tratto del fiume profondo, proprio all'imbocco dell'acqua dove girava il rotore, nel quale c'erano tanti pesci.

Un giorno quando vidi una grossa bodda sul fondo delle scale vicino alla porta d'ingresso di casa, mi spaventai da morire da tanto che era brutta. Quante emozioni provai da piccolo alla Desiata, come avvenne quel giorno che mio padre salì e si distese sul grosso carrello della teleferica il cui impianto terminale era vicino alla segheria, per arrivare sulla cava del Trambiserra per poi proseguire il cammino, tra gli irti sentieri, per andare a trovare i suoi genitori che abitavano in località Strinato vicina a Strettoia dove coltivavano una vigna e un oliveto di proprietà di una ricca famiglia di Seravezza. La teleferica partì dopo che un cavatore colpi con un paletto di ferro il suo filo.

Ho un vago ricordo quando mi aggirai tra i macchinari che facevano girare i telai, procurando molte preoccupazioni alla mia mamma che non si era accorta del mio allontanamento da lei: ma ero stato bravo, non avendo toccato nulla. 

Ricordo di essermi più volte dissetato presso la fontana dove era solita rifornirsi di acqua la locomotiva della tranvia dell'Alta Versilia che era solita caricare e portare a valle i blocchi di marmo a bordo dei vagoni che venivano messi brevemente sul poggio di caricamento ubicato vicino alla segheria. 

Nel piazzale della segheria c'erano tanti giovani raffilatori di Seravezza, tra i quali ricordo Armandino Bandelloni che poi rividi, per anni, al Ponticello di Seravezza, dove la mia famiglia si trasferì in una casa per farmi frequentare l'asilo infantile Delatre. Lì restammo fino al giorno tragico dello sfollamento ordinato dai tedeschi nell'estate del 1944.

Da bimbo mai fui portato a vedere la cascata della Desiata e il Pozzo della Madonna, un luogo che vidi soltanto negli anni del dopoguerra, quando trascorrevo le licenze nella casa dei miei suoceri Pucci Giuseppe e Guerrini Bruna. Per anni notai che era un luogo dove masse di giovani trovavano refrigerio tuffandosi nelle sue fresche acque che uscivano e continuano ad uscire nei mesi asciutti dell'estate davvero da sotto il monte Altissimo, la montagna di Michelangelo.

Nei primi anni 80 nella cascata della Desiata affogò Cristina, la figlia di mia sorella Renata. Ragazzina volle raggiungere quel luogo per rinfrescarsi insieme ad altri coetanei. La sua morte fece sprofondare nel dolore la sua mamma, le sue sorelle e tutti i suoi cari. Mi è di conforto pensare che la sua anima giri negli spazi infiniti del Cielo fra gli Angeli e gli Arcangeli, sotto gli occhi del nostro Dio Misericordioso che ci ha creato.

Concludo dedicando un pensiero a coloro che hanno deturpato un luogo cosi bello e fresco come la Desiata, da anni punto d'incontro per tantissimi ragazzi. Li vorrei invitare a non imbrattare più questo luogo con scritti o segni privi di senso. Provino a dipingere su tela, su carta o altri materiali, oppure si cimentino con un mazzuolo e una subbia per provare a scolpire il marmo (io in età già adulta l'ho fatto, traendone grande soddisfazione, pur non avendo frequentato scuole o corsi). Chissà se fra di loro, salterà fuori un bravo pittore o scultore. Auguri a tutti! Anche alla nostra bella Desiata.

martedì 10 aprile 2012

"Quando cadevano le castagne"


Sette mesi vissuti tra due fuochi: i tedeschi da un lato, gli americani dall'altro. In mezzo la popolazione sfollata. Siamo a Seravezza, in Versilia, lungo la famigerata Linea Gotica durante la Seconda Guerra Mondiale, tra le bombe che piovono dal cielo, gli spari, le case fatte saltare in aria e la ricerca disperata di cibo. Ho raccolto in un libro i racconti scritti nel corso degli anni. Si intitola "Quando cadevano le castagne". Potete acquistarlo su internet (clicca qui) oppure ordinarlo in tutte le librerie Feltrinelli.

sabato 13 novembre 2010

UOMINI E TOPI

Ho girato questo mio racconto sullo sfollamento della gente di Seravezza, ordinato dai tedeschi nell'estate del 1944, a Paolo Capovani, affinché lo facesse pubblicare sul libro, curato dal Circolo Culturale Sirio Giannini, che parlerà della barbara uccisione dell'eroe seravezzino Amos Paoli.

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Davanti al metato dove si era rifugiata la mia famiglia, nell’estate del 1944, tra il Pelliccino e il Colle, un pomeriggio del mese di luglio o del mese successivo, si presentò una pattuglia di militari tedeschi al comando di un ufficiale. Nella nostra lingua che parlava abbastanza bene, ci disse che da lì dovevamo andare via. “Via, via! Subito! Guerra! Guerra! Gli americani sono vicini e fra pochi giorni ci saranno i primi scontri” In preda ad una comprensibile paura tutti rimanemmo senza parole. L’ordine era perentorio. C’era ben poco da dire e da fare, in fondo si trattava della nostra sopravvivenza. Dove andiamo? Sgomento e smarrimento trasparivano dagli occhi dei miei genitori. Sotto di noi, in fondo alla stretta valle, si vedevano i tetti delle case di Riomagno, troppo vicine alle postazioni tedesche per pxensare di rimanere laggiù. Più in alto a metà del monte che avevamo davanti, tra le foglie dei castagni si intravedevano le case di Giustagnana e fu proprio in quella località che mio padre decise di andare.

Lasciammo il metato con le poche cose che avevamo. A me fu affidato il compito di portare il materasso dal quale, quando qualche anno prima fu promossa, a scuola, una raccolta di lana da destinare alla produzione di maglieria e di calzettoni per i nostri soldati in Russia, mia madre ne estrasse alcuni pugni. Oh! Come appariva lontana la guerra da noi, il cui esito vittorioso all’inizio nessuno osava mettere in dubbio. Avevamo otto milioni di baionette e i canti "Vincere e vinceremo in cielo in terra e mare…". "Partono i sommergibili", forieri di tante illusioni e di troppo facili ottimismi. Per noi ragazzi, nati figli della Lupa, poi divenuti balilla e infine balilla moschettieri, la partita si stava chiudendo in modo davvero imprevedibile e non come tante volte ci avevano fatto credere o sperare. A Riomagno che raggiungemmo in poco tempo c’era una grande confusione con tanta gente che scappava dalla zona arrampicandosi sul monte per raggiungere i paesi sovrastanti di Giustagnana, Minazzana, Fabbiano e Azzano. Giunto alle piane del Loghetto, mentre mi riposavo, mi passarono accanto due fratellini, un bimbo e una bimba. L’uno con delle pentole e l’altra con dei piatti in mano. Gli occhi neri e tanto sbarrati della piccina esprimevano la grande paura di cui doveva essere in preda. Quello sguardo terrorizzato non l’ho mai dimenticato. Dopo aver ripreso l’arrampicata giungemmo vicino alla chiesa di Giustagnana, dove sostammo, ai margini della mulattiera, in attesa che mio padre facesse ritorno dal centro abitato in cui subito si era recato alla ricerca di una stanza dove poterci trascorrere almeno la notte.

Quando ritornò bastò guardarlo in faccia per capire l’esito negativo delle sue ricerche. Peraltro Giustagnana già da tempo era gremita di sfollati. Tutte le casupole ubicate lungo i pendii, adibite a ricovero degli attrezzi, erano state occupate da tanta gente ch’era fuggita dalle loro case sul mare o dall’immediato retroterra. “Stanotte si dorme sotto un castagno!”. E mentre mio padre pronunciava siffatte parole, fu udito anche da due uomini che con la "giubba" (giaccone, ndr) sulle spalle e con il pennato attaccato alla cintura dei pantaloni, all’altezza del fondoschiena, facevano ritorno a casa dopo aver lavorato nei boschi o nelle selve, l’unica attività che potevano ancora svolgere essendo state da tempo chiuse le cave e tutte le aziende della Versilia. "Potete sistemarvi in chiesa, ci sono già altri sfollati”, disse uno di loro. Quando mio padre ritorno bastò guardarlo in faccia per conoscere l’esito negativo delle sue ricerche. Nessuno ci diede una mano. Giustagnana gà da tempo era gremita di sfollati. Tutte le casupole, fatte di muri a secco e con i tetti di piastre erano state occupate da tanta gente costretta a lasaciare le loro case vicine al mare e nell’immediato retroterra. “Stanotte si dorme sotto un castagno!Quando ritornò bastò guardarlo in faccia per conoscere l’esito negativo della sua ricerca. Nesssuno ci diede una mano. Peraltro Giustagnana già da un po’ di tempo era gremita di sfollati. Tutte le casupole che c’erano in quel tempo lungo le pendici del monte, solitamente adibite al ricovero degli animali e degli attrezzi da lavoro con visibile soddisfazione. Per la buona notizia che ci aveva dato. In chiesa? Mi sdembrò una cosa incredibile da farsi. Ma non c’erano altre soluzioni e lì dovevamo andaare se non avesssimo voluto trascorrere la notte all’addiaccio.

Fui proprio io che, poco dopo, varcai la soglia della casa di Dio. A prima vista mi sembrò che all’interno non ci fosse più spazio tanta era la gente che l’aveva occupata. Fatti alcuni passi tra i materesassi e le altre cose sistemate con ordine sul pavimento della chiesa, vidi che ai piedi di un altare non c’era nessuno, era il solo posto rimasto libero. Tirai un grosso sospiro di sollievo. Intanto gli ultimi raggi del sole che stava per scomparire dietro il crinale del Monte Canala, penetrati a fasci, attraverso le vetrate colorate , illuminavano ancora l’interno del sacro edificio, nel quale spiccavano le immagini sacre e si muovevano esseri umani colpiti dalla sventura. Per un attimo mi sembrò di essere al centro di una scena irreale. Raccolta frettolosamente della legna secca e acceso il fuoco furono cotti gli ultimi patatini. E con la fame che ancora si sentiva, ci distendemmo sul materasso addosso ai nostri genitori. Quattro figli: un nido!. Quando stavo per chiudere gli occhi, uno sfollato fu improvvisamente colpito da convulsioni. Lo conoscevo questo uomo che a Seravezza , ogni domenica vendeva i giornali lungo le vie del paese. “Aiuto, aiuto…” gridavano i suoi familiari. In un attimo tutti gli uomini che erano in chiesa gli si avvicinarono per tenerlo fermo. Appena sentii dir:. “Si è calmato” di colpo mi addormentai. I giorni trascorsi a Giustagnana li ricordo come i più tribolati della mia vita. Nessuno pensò di scavare delle fosse per certi bisogni fisiologici, motivo per cui quando si era costretti a inoltrarsi nella vicina selve, non si poteva ritornare in chiesa se prima non si passava dal canale per lavarci bene i piedi, tanto puzzavano per avere calpestato gli escrementi umani di cui quel terreno era pieno.

Io non ce la facevo più a vivere in quel posto, troppo grande era la sofferenza. Esortai i miei genitori a cercare qualche casupola dove trasferirci. Fortunatamente trovammo una casettina tutta scalamata, ubicata tra Giustagnana e Fabiano, non più utilizzata dall’uomo, motivo per cui da tempo doveva essere il regno incontrastato dei topi visto lo spessore sotto le vecchie e screpolate tavole del pino riaalzato, dei  loro escrementi alto diversi centimetri formatosi col trascorrere del tempo sotto le tavole del piano rialzato. Dopo aver fatto riparare il tetto a nostre spese ed averla ripulita quella casettina che aveva una finestrina mi sembrò persino bella. Lì trascorse pochi giorni anche mia nonna Marianna che all’inizio dello sfollamento era stata ricoverata all’ospedale di Valdicastello. La portò lassù mio padre sulle spalle, quando venimmo a sapere che dimessa inspiegabilmente dal nosocomio, aveva fatto lentamente ritorno nella sua casa del Ponticello, dove fu assistita, non so per quanti giorni, dalla buona famiglia Landi che non aveva ottemperato all’ordine di sfollamento, continuando a rimanere nella propria abitazione fino al momento in cui i tedeschi decisero di far saltare in aria l’intero rione. Senza l’aiuto della famiglia Landi sicuramente mia nonna sarebbe morta di fame e di sete. E in quella casettina di Giustagnana che pareva dell’uomo primitivo, tanto piccola da poter sembrare quella di Biancaneve e Settenani, rimanemmo fino alla caduta delle castagne e alla nascita dei primi funghi. Fu proprio in quei giorni che a Giustagnana arrivarono i soldati di colore statunitensi della divisione Bufalo.

Raccogliere le castagne proprio davanti al nostro rifugio era un sogno che non poteva durare e infatti non durò. Quando immediatamente dopo l’arrivo dei soldati americani, mia madre rimase ferita ad una gamba dalle schegge dei colpi di mortaio coi quali i tedeschi accolsero l’arrivo dei soldati americani, fummo costretti a rifugiasi in un fondo del centro abitato adibito alla custodia di attrezzi per lavorare la terra. In un angolo c’era anche un mucchio di fieno. Mia madre ferita fu medicata dai soldati americani. E così mentre la natura donava i suoi frutti nutrienti e saporosi, la guerra scatenata da uomini folli che con la forza delle loro armi volevano imporre ai propri simili le loro ideologie e i proprie interessi, senza alcuna considerazione per i diritti sacri e inalienabili dell’uomo, primo fra tutti quello della libertà, continuava a mietere vittime innocenti. Che stridente contrasto tra il mondo davvero fantastico e meraviglioso e la libertà repressa nella maniera più violenta da essere spregevoli che meriterebbero di bruciare in eterno fra le fiamme dell’inferno.

martedì 9 novembre 2010

ECCO COME FU UCCISO AMOS PAOLI

Ho affidato questo mio scritto, sull'uccisione dell'eroe seravezzino Amos Paoli da parte delle S.S., a Paolo Capovani per il "Circolo Culturale Sirio Giannini", che lo pubblicherà sul suo libro, ricco di altre testimonianze di persone che videro, coi propri occhi, fatti violenti e sanguinari che si verificarono in Versilia e in Apuania durante la tragica estate del 1944 ed anche nei sette mesi successivi in cui, nella nostra terra, furono combattute aspre battaglie.

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Da ragazzo vedevo spesso transitare lungo la via del Ponticello di Seravezza un giovane con le grucce sotto le ascelle, abitante in una delle prime case di Riomagno, a poca distanza dall’inizio della mulattiera che conduce sulla cima del Monte Canala. Era Amos Paoli rimasto paralizzato alle gambe a causa della poliomielite contratta in tenera età, quando non esisteva alcun vaccino per combattere questa tremenda malattia infantile. Sul suo volto non vidi mai alcun segno di disperazione; andava avanti sopportando serenamente il suo grave handicap.

Guido Menchetti, che frequentò insieme ad Amos le scuole elementari di Seravezza, lo ha ricordato con la commovente poesia intitolata “Il mi' compagno di banco”, già pubblicata nel libro di storia versiliese di Giorgio Giannelli “Versilia. La trappola del 44”, che ricorda anche la cronaca della cattura di giovani di Riomagno da parte delle S.S., ritenuti aderenti al movimento partigiano: “Le gruccette tenea sotto l’ascelle / e stragicava le gambette secche; / su da Rimagmo fino ’n cima al Chiasso; / sembra guasi un assurdo: passo, passo. / A tracolla la misera cartella, /quando un era una borsa di pezzame, / gli sballottava sempre sulla schiena / e cotanta sventura era ’na pena. / E dopo tre rampate di scalini / con le stampelle misse sott’un braccio, / arrivava nell’aula già stanco / il Paoli, compagno mio di banco. / Fu martire da vivo ed or che morto / leggo ’l suo nome su ’na lastra bianca, /una palma, mi sovvien, / forse era nata / perché al mi amico fusse un dì donata. / Come fece ’l Ferrucci a Gavinana, / puntando ’l dito contro l’aguzzino, / gli avrà certo parlato a fiato corto: / Oh vigliacco! Tu uccidi un òmo morto. / Che eroi! Che bravi! / E che fadigata / avranno fatto per distrugge un mito! / Che ‘n Versilia era esempio d’onestà / d’amore, d’abnegazione e libertà. / Povero Amos! Te un ridei mai; / ma’n t’ho mai visto piange o lamentatti: / con que’ riccioli biondi e ’l viso bianco, / fusti per me,’l compagno mio di banco”.

Ricordo Amos anche quando i suoi amici lo portavano in giro sulla canna delle proprie biciclette. Stridevano i freni allorché scorrazzavano lungo la via sterrata e piena di sassi del Ponticello, dove Amos ed il suo amico si fermavano sempre nella piazzetta del centro del rione per chiacchierare con le ragazze, che Amos accoglievano sempre con simpatia. Allora lui rideva, oh come rideva in quei momenti! Nella notte fra il 25 e 26 giugno 1944, un gruppo di S.S. guidate da un repubblichino che faceva da interprete, circondarono la casa del Paoli per catturare suo padre che invece non vi fu trovato. La soldataglia stava per andarsene quando il repubblichino gridò: “Qui ci devono essere delle armi per forza!” Saltarono così fuori uno Sten e due pistole Smith che prima che i tedeschi entrassero nell’abitazione, il fratello più piccolo di Amos aveva nascosto sotto un materasso. Alla fine Amos, fatto salire sulla propria carrozzina, fu trasportato in una villa vicina a Corvaia insieme a Luigi Novani che si era fermato a dormire nella casa dell’amico ed a Lorenzo Tarabella, arrestato in una abitazione adiacente a quella del Paoli, dove pensavano che vi fosse il partigiano Giuseppe Marchi, che fortunatamente aveva trascorso la notte altrove. Il giorno 26 giugno le S.S. portarono in giro Amos e i due suoi amici per le vie di Seravezza e di Riomagno, a bordo di una camionetta, che tra l’altro, nel momento in cui aerei alleati sorvolarono la zona, si riparò sotto la piccola volta di Riomagno, all’inizio della mulattiera che sale alle cave della Cappella. Al Paoli fecero rivedere la sua casa; volevano intenerirlo.

Gli promisero che lo avrebbero rilasciato se lui avesse fatto il nome dei partigiani che conosceva, ma lui non fiatò. Disse soltanto: “Finimola con questa storia!” Riportati a Corvaia li misero al muro con le spalle rivolte verso di loro, sparando colpi di pistola fra l’uno e l’altro. Dopo qualche ora i tre furono fatti salire su un camion e trasportati nella villa di Compignano, sopra il monte Quiesa, dove operava il comando delle S.S.. Durante il trasporto dovevano stare in ginocchio e non più seduti. Amos non ci riusciva e furono i suoi due amici a sorreggerlo durante tutto il viaggio. Appena arrivati, i tre giovani furono picchiati a sangue e mentre picchiavano, al Paoli gridavano: ”Tu capo partigiano!”. All’alba del 27 giugno 1944 una S.S. trascinò per una gamba il povero Amos fuori dalla villa per un centinaio di metri, mentre il poveretto urlava: “Oddio, Oddio!”. Quando egli vide che il tedesco stava caricando la pistola cominciò a invocare la sua mamma. Fu in quel momento che la S.S. gli scaricò al centro della fronte l’intero caricatore, gettandone poi il corpo giù da un poggio.

Aveva solo ventisette anni. I due amici di Amos, il Novani e il Tarabella, che raccontarono poi gli avvenimenti e le loro peripezie, riuscirono a salvarsi dopo aver subito botte e concrete minacce di venir uccisi. Concludo ricordando che fu mio padre a murare a Compignano, dove la mia famiglia si era trasferita qualche mese dopo la fine della guerra, la piccola lapide nel punto in cui Amos Paoli - che per il suo comportamento fu insignito, alla memoria, di Medaglia d’oro al Valor Militare - fu barbaramente trucidato; fui io a tenerla alzata e aderente al muro mentre la murava. Glielo aveva chiesto il babbo dell’eroe che aveva occasionalmente incontrato a Pietrasanta. Il Paoli sapeva che abitavamo in quella località e dopo aver saputo da mio padre stesso che il fattore della tenuta, in cui fu ucciso suo figlio, non aveva provveduto all’incarico che gli aveva dato, gli disse “Orlando, pensaci tu”.