martedì 18 febbraio 2025

Basta morti sul lavoro!

Si continua a morire mentre si lavora. Nel 2009 scrissi una breve riflessione sul tema. Rileggendola oggi, dopo diversi anni, purtroppo mi pare ancora estremamente attuale. Dei passi avanti sono stati fatti: le leggi che tutelano i lavoratori esistono, così come la sensibilità sul tema è aumentata. Ma bisogna fare di più, deve essere una priorità assoluta difendere la vita dei lavoratori, sempre e comunque. 

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La scia di sangue continua ad allungarsi in Italia. L’elenco dei morti sul lavoro è in continuo aumento, non sembra mai fermarsi, e questo riempie i cuori degli uomini di un profondo e immenso dolore. Com'è possibile che si continui a morire sul posto di lavoro? Mi pare di capire che tanti lavoratori non conoscano sufficientemente i rischi che corrono svolgendo determinati lavori, quindi è necessario che quando vengono assunti, il primo giorno, siano adeguatamente informati su ciò che gli può succedere quando scendono in una cisterna, in una stiva di una nave o salgono su un'impalcatura. 

I capi dei cantieri dovrebbero attivarsi perché i lavoratori conoscano bene le procedure da eseguire per evitare errori di qualsiasi genere che potrebbero essere fatali. Tutto deve essere fatto perché nell’avvenire non ci siano più uomini che perdono la vita mentre faticano per portare a casa un salario appena sufficiente ad essi e alle loro famiglie per sopravvivere. 

Ricordo, alcuni anni fa, che il crollo di alcuni ponteggi in un cantiere edile causò la morte di alcuni extracomunitari che lavoravano in nero. Vivevano alla giornata dandosi da fare dove capitava. È una vergogna che continuino a verificarsi casi simili, nei cantieri edilizi, nelle fabbriche o nei campi. Il lavoro è fonte di vita, non di morte. Pensiamo al dramma che colpisce le giovani spose e i piccoli figli rimasti disperatamente soli e nel pianto per la perdita dei loro cari. Bisogna punire severamente coloro che, per guadagnare di più, non rispettano le normative di sicurezza. Non è ammissibile che la morte strappi alla vita i lavoratori a causa di questa condotta che oserei definire criminale. 

Prima che inizi ogni turno di lavoro basterebbero pochi minuti ai capi e/o ai dirigenti per porre in allerta i propri collaboratori, in modo che essi possano lavorare con calma e sicurezza. Certo, l’imponderabile può sempre accadere, ma queste raccomandazioni  dovrebbero essere sempre fatte prima dell’inizio di qualsiasi lavoro: nessuno lo dimentichi!

martedì 13 agosto 2024

La gioia, il dolore e la speranza. I miei ricordi mai dimenticati

 

Avrei molte cose da dire in merito ai giorni più felici della mia vita. Il primo, sicuramente, è la fine dell’incubo della Seconda guerra mondiale, che tanto dolore e lacrime aveva causato in tutti noi italiani, compresa la mia famiglia. Il fratello più piccolo di mio padre, Guido, di soli 21 anni, fu dichiarato disperso in Russia dopo uno scontro armato contro l’esercito sovietico. Faceva parte della quarta Divisione alpina Cuneense, con i muli al seguito di ogni militare. Ricordo ancora il giorno in cui partì per il fronte: si fermò per salutarci ma in casa c’ero solo io con i miei fratelli più piccoli. Lo zio Guido aveva sul volto una profonda tristezza. Purtroppo non conobbe mai suo figlio Germano, che nacque dopo la sua partenza per la Russia.

Da ragazzino facevo il chierichetto. In quel periodo più di una volta pensai che, da grande, mi sarebbe piaciuto divenire sacerdote. Con la guerra, la casa fatta saltare in aria, e tante altre sofferenze, questa mia intenzione venne meno.

Il 15 luglio 1949 entrai nella Scuola allievi finanzieri di Roma, in viale 21 Aprile. Non ho mai dimenticato il primo giorno, quando sia io che tutti i miei commilitoni pranzammo a mezzogiorno nella nostra mensa: eravamo tutti felici quando il capo tavola con il mestolo riempiva i nostri piatti di alluminio con un abbondante pasto. Per qualche momento mi parve di sognare. Avevamo sofferto tanto la fame, negli anni della guerra e anche dopo, che tornare a nutrirsi con regolarità era una bella sensazione.

Il direttore della banda del Corpo, maestro Antonio D’Elia, non l’ho mai dimenticato. Grazie alle sue lezioni di canto imparai diverse canzoni. Di una ricordo i seguenti versi, che noi fiamme gialle in servizio anticontrabbando lungo il confine con la Svizzera cantavamo spesso: “Le stelle alpine, le penne nere, son le bandiere del finanziere. Le nostre fiamme son frecce d’or, lanciale Patria verso l’onor…”. Era bravo e paziente come maestro. Ci interrompeva quando la nostra prova non andava bene, ma lo faceva sempre con gentilezza. Arrivai a pensare che la bacchetta con cui dirigeva la banda e il coro fosse magica. Un giorno di festa andai ad ascoltare un concerto della banda diretta dal maestro, in una piazza della Capitale. Riscosse molti applausi.

Nella grande camerata della caserma di Roma dormivo su un letto a castello. Stavo nel posto in basso, sopra di me c’era un allievo di Bari, che ogni volta che ci svegliavamo ripeteva sempre la stessa frase: “Il letto è di rosa, chi non dorme si riposa”.

In libera uscita ero sempre in compagnia di alcuni commilitoni. Facevamo delle passeggiate per le vie del centro, visitando anche i più bei monumenti della Città eterna, ricchi di storia e cultura. A me, che provenivo da un piccolo paese della Toscana, Roma appariva davvero una bella città, una delle capitali più importanti del mondo.

Da finanziere fui assegnato alla Compagnia presidiaria di Roma, per svolgere il servizio di vigilanza, all’interno e all’esterno, presso l’Istituto Poligrafico dello Stato di piazza Verdi.

Quando presi il primo stipendio da finanziere il pensiero che ebbi subito fu di inviare una discreta somma di denaro a mia mamma. Mi sembrava giusto ringraziarla per tutti i sacrifici che aveva fatto per me e i miei fratelli, quando eravamo piccoli, e le difficoltà che continuava ad avere visto che il salario di mio padre era modesto. 

Purtroppo a Roma mi ammalai e fui costretto ad un periodo di convalescenza. Rimessomi in piene forze e riconosciuto idoneo, fui inviato alla Legione di Palermo, dove prestai servizio di vigilanza al porto e ai cantieri navali. Trovai il capoluogo siciliano bello e molto popolato. Frequentai il corso marconisti presso l’undicesima Compagnia trasmissioni, in viale Italia, ottenendo un’ottima votazione: 19,50 punti su venti. Successivamente fui trasferito sull’isola di Marettimo, nelle Egadi, un grazioso paesino di pescatori. Si mangiava molto bene, tant’è che aumentai di peso. Quando avevo voglia di pesce lo andavo ad acquistare in una pescheria, a cuocerlo era il finanziere addetto alla cucina.

In occasione delle elezioni politiche del 1953 da Trapani giunsero alcuni uomini, chiamati a prestare servizio al seggio elettorale allestito sull’isola. Autorizzati dal nostro comandante, furono ammessi a consumare i pasti presso la nostra caserma. Organizzammo anche una gustosa cena a base di pesce.

Un giorno di riposo con un mio collega nativo del Veneto tentammo di arrivare sulla cima del monte più alto, ma dovemmo rinunciare perché la salita era troppo lunga e faticosa. Un passante che incontrammo ci disse che, in lontananza si scorgevano le rocce situate all’estremità dell’isola, dove un tempo lontano aveva sede il carcere del Regno di Napoli.

Vista la nostra giovane e spensierata età spesso ci divertivamo facendoci dei piccoli scherzi, per farci insieme una risata. Mentre mi trovavo a Menaggio, presso la caserma della Gdf sul lago di Como, notai che durante il pranzo della festa del Corpo diversi finanzieri gettavano nel lago delle bottigliette di Coca Cola e di aranciata, con l’intento poi, nei giorni seguenti, di andarle a ripescare, tuffandosi in acqua da una barchetta. Il giorno dopo, con una lunga canna, sulla cui cima avevo agganciato un ferretto rotondo, ne “pescai” alcune. Trovandole molto fresche le gustai con piacere.

Giocare a pallone mi è sempre piaciuto. Da ragazzino, non avendone mai posseduta una vera, coi miei amici ci divertivamo con una palla di carta legata con lo spago. Non era il massimo ma quelle sfide per strada ci rendevano felici. Alla scuola allievi finanzieri ricordo che giocai una partita nel ruolo di attaccante. Quando il pallone giunse ai miei piedi, nella nostra metà campo, mi misi a correre forte, riuscendo a superare gli avversari che mi venivano incontro. Giunto a poca distanza dalla porta mi trovai faccia a faccia con il portiere dell’altra squadra. Con un piccolo tocco avrei potuto segnare, senza tanto sforzo. Invece sferrai un forte calcio e il pallone finì fuori, vanificando la mia dirompente azione solitaria. Fu un dispiacere enorme che mai ho dimenticato.

In forza al gruppo di Sondrio, il nostro colonnello Spaccamonti ci ordinò di recarci con la macchina dell’amministrazione a Madesimo, per assistere ad una importante gara di sci. Il nostro compito era garantire il collegamento radio con le apparecchiature ricetrasmittenti. In quell’occasione, tra le piste da sci, incontrai Zeno Colò, tra i più grandi campioni di sci di tutti i tempi, che già si era distinto vincendo diverse gare anche all’estero. Ad Aspen (Colorado), dove nel 1950 si era disputata la prima edizione dei Mondiali di sci del dopoguerra, la “freccia dell’Abetone” (così era chiamato) aveva vinto due ori e un argento. A Madesimo, quella volta, era stato chiamato per tracciare la pista dove avrebbero gareggiato le sciatrici.

Nel 1954 mi trovavo in licenza nel mio paese di Seravezza. In quel tempo ero in forza alla brigata di Buggiolo (Como), sul confine italo svizzero. Conobbi una ragazza di 15 anni, Angela, io ne avevo nove più di lei. Imparava a cucire nel negozio di una sarta del paese, che vendeva anche articoli di abbigliamento. Mi colpirono la sua giovinezza e bellezza. Il giorno dopo, la domenica, la incontrai di nuovo in piazza, in compagnia di sua sorella Anna, più grande, con il suo fidanzato Giuliano. Fu lui che mi disse: “Noi oggi andiamo a vedere il film ‘Anema e core’, vuoi venire?”. Accolsi la proposta e, da lì, iniziammo a frequentarci. Il “colpo di fulmine”, per me, fu quando con la testa inavvertitamente sfiorai i suoi capelli, proprio dentro al cinema. Dopo tre anni e mezzo di fidanzamento, ottenuta l’autorizzazione dal Comando generale della Guardia di Finanza, il 15 febbraio 1959 ci sposammo. Abbiamo avuto tre figli (Marina, Stefania e Orlando). Le prime due quando erano piccole spesso le facevo salire sulla mia schiena e, percorrendo in ginocchio il lungo corridoio del mio appartamento, simulavo per loro l’elefante. Si divertivano moltissimo. Mia moglie confezionò degli abiti di Carnevale per le bimbe, con un bel tessuto di raso verde che io dipinsi con alcune figure (il drago ed altre immagini) che richiamavano lo stile cinese. Con mio figlio più piccolo, invece, una volta mi recai al campetto della Cittadella, a Pisa. Sferrai un potente calcio al pallone, che finì in alto, divenendo piccolo piccolo ai nostri occhi. Orlando rimase sbalordito ma confesso che anch’io mi stupii di quanto il pallone fosse finito in alto.

Quando ho vissuto in Campania, prestando servizio a Salerno e poi a Napoli, qualche volta con la mia famiglia la sera uscivamo per mangiare la pizza. Un giorno mi venne il desiderio di provare a farla io a casa: acquistammo tutti gli ingredienti, farina, lievito, mozzarella, preparammo la salsa di pomodoro fresca e, dopo averla impastata e fatta lievitare, la infornai. Certo, il forno non era quello a legna ma il risultato fu lo stesso superiore alle aspettative. Iniziò, così, una tradizione che andò avanti per anni ed anni. Quando arrivava il sabato sera preparavo diverse pizze che gustavamo tutti insieme. Dopo qualche decennio di “attività” mi regalarono un grembiule sui cui c’era scritto: “Da Renà pizza di qualità”. Fui molto contento, soprattutto per aver donato un po’ di gioia a tutti i miei familiari, qualche volta anche colleghi, con le mie pizze. Scrissi persino una poesia intitolata “La luna è una pizza”.

A conclusione di questo mio scritto mi piace ricordare che, dopo sessantanove anni dal nostro primo incontro, con Angela ci vogliamo ancora tanto bene.

Renato Sacchelli

mercoledì 26 giugno 2024

Si poteva morire per qualche castagna

 




“Il fuoco è mezzo pane”. Dicevano così i miei genitori quando ero ragazzino, mentre tutta la mia famiglia si scaldava, nelle fredde serate d’inverno degli anni ’30 e ’40, intorno al camino acceso e con la legna scoppiettante che sprigionava fiamme e faville in continuazione. Questo ritornello l’avevo sentito dire tante volte anche dai vecchietti del paese, che stavano in piazza o nelle vie a prendere un po’ di sole d’inverno per scaldarsi.

Erano tempi di miseria nera, coi generi alimentari razionati e il freddo che, nella cattiva stagione, a noi ragazzi faceva venire i geloni alle mani, mentre lo scolo delle acque piovane formava, sotto le grotte del monte e le grondaie dei tetti, grosse candele di ghiaccio che sembravano di cristallo.

A scuola portavamo un mattone riscaldato avvolto in un pezzo di stoffa; qualcuno, invece, un po’ di legna da bruciare nella stufa che avevamo nell’aula. Da ragazzo con altri miei coetanei andavo a raccogliere rametti nei boschi sui monti sopra Seravezza. Le mie forze non erano molte, per la fame che avvertivo forte ogni giorno. Non avevo sempre sentito dire che il fuoco era mezzo pane? In verità gli stecchi che raccoglievamo spesso erano necessari per accendere il fuoco per cuocere la polenta, quando mancavano i soldi per acquistare il carbone da usare nei fornelli. Utilizzando la legna per cuocere i cibi i muri della cucina erano molto anneriti e dovevamo sempre spalancare le finestre per fare uscire il fumo dai locali, poiché il camino non lo tirava fuori in modo sufficiente.

Trovare qualche legnetto da ardere nei boschi era tutt’altro che facile: venivano “puliti” molto bene e sembravano dei giardini, coi proprietari delle selve che raccoglievano minuziosamente le castagne, la cui farina era indispensabile per sopravvivere, cucinando i "ciacci” (sottili piadine cotte sui testi di metallo riscaldati sul fuoco) e le frittelle.

Era uno spettacolo veder passare lungo le nostre strade i barrocci carichi di fascine di legna, sopra i quali stava si ergeva un uomo, come seduto su un trono, che stringeva ben salde tra le mani le briglie del cavallo. D’estate i barroccianti indossavano un cappellaccio di paglia, che d'inverno era sostituito da un copricapo più pesante.

Chi riusciva a salire nelle zone più alte del monte, camminando lungo impervi sentieri tracciati tra i ravaneti, poteva portare a casa, sulle spalle, grossi fasci di legna secca raccolta nei boschi vicini alle cave. Fra questi uomini forti e vigorosi c’era anche mio padre: è così che la mia famiglia riuscì a riscaldarsi nelle stagioni invernali. Noi ragazzi di legna ne raccoglievamo poca: un fascetto piccolo, paragonabile a quello che si ogni anno si preparava per la Befana, perché non avevamo la forza degli adulti.

In quei giorni difficili gli uomini e le donne vigilavano che nessuno rubasse dalle loro selve - di proprietà o che controllavano per conto dei padroni - le castagne che avevano iniziato a cadere e che noi ragazzi tentavamo di raccogliere, essendo più affamati degli scoiattoli.

Un uomo del mio paese picchiò selvaggiamente un ragazzo che aveva sorpreso nel proprio bosco con un pennato in mano, intento a tagliare dagli alberi alcuni rami secchi. Era in compagnia di un suo amico più giovane. Quest’ultimo riuscì a fuggire mentre l’altro si trovò circondato dal padrone e dai suoi giovani figli. Inferocito, l’uomo gli tolse dalla mano l’attrezzo e iniziò a riempirlo di calci e pugni. Una gragnuola di colpi arrivò sulla testa, sul viso e sulle spalle del povero ragazzo, che con le mani tentava inutilmente di ripararsi. “Chi te l’ha dato l’ordine di tagliare le piante del mio bosco? Come ti sei permesso? Guai a te se rimetti i piedi qui”. E giù ancora colpi. Nemmeno i figli ebbero compassione. Anzi, furono spietati, incitando il loro genitore: “Dagliene ancora babbo. Dai, dai, più forte!”. L’uomo smise di picchiare il ragazzo quando si accorse che altre percosse gli avrebbero fatto perdere i sensi. “Vai via, vai via!”, gridò ancora, rifilandogli alla fine un robusto calcio nel sedere. Il ragazzo si allontanò barcollante e subito scomparve tra i cespugli del monte. Mentre scendeva a valle, con la bile in bocca, sentì il bisogno di riprendere fiato. Distesosi per terra rivolse i suoi occhi pieni di lacrime verso il cielo tinto di azzurro.

A quei tempi c’era molta spietatezza e crudeltà fra gli uomini. La carità non si vedeva. A farne le spese erano tanti poveri ragazzi affamati e le persone più anziane.

Un giorno andai a cercare delle castagne con altri miei coetanei nei boschi sul monte Altissimo. Appena usciti dalla strada entrammo nella prima selva. Una donna, che non era neanche la padrona, iniziò a tirarci contro dei sassi. Furono le nostre gambe scattanti a evitarci il peggio. In pochi minuti ci ritrovammo a fondovalle, dove scorreva il fiume. La scampammo bella. Qualcuno di noi, senza neanche aver avuto modo di mettersi in bocca una castagna, sarebbe potuto finire in ospedale se gli fosse andata bene a non rimanere stecchito sul colpo.

mercoledì 13 marzo 2024

L'attualità di Francesco Viti, il poeta-cavatore di Seravezza

 

Dopo aver ricordato l’onorevole Leonetto Amadei, l’avvocato che plasmò la Costituzione, mi fa piacere soffermarmi su un altro grande seravezzino del passato, Francesco Viti, poeta-cavatore. Nei suoi scritti ci ha lasciato importanti testimonianze che riguardano le difficili condizioni di chi viveva sui monti intorno a Seravezza all'inizio del 1900. Come il padre Francesco Viti lavorò sulla cava fin da ragazzo. Nella poesia “Il Cavatore” (1902) scrisse: “Con il latte succhiai, cosa non lieta / la polvere dei marmi e cavatore divenni invece di venir poeta”.

Viti denuncia la durezza del mestiere, che pure svolgeva con impegno e dedizione fino a diventare un esperto capo cava. “Improba troppo e faticosa è l'arte dei cavator / che con disagio e pena/ di sua vita ogni fibra ed ogni parte / risente il peso di si ria catena”. Senza dimenticare il dramma che scaturiva dalle frequenti disgrazie che anche in quel tempo si verificavano. “Ed ahi sventura ed ahi crudel dolore / purtroppo spesso avviene che all'improvviso / un masso cade, lo colpisce e muore”. Nella poesia intitolata “I lamenti del popolo della frazione Cappella”, scritta nel 1905, appare l’incredibile arretratezza delle condizioni in cui viveva la comunità montana, sprovvista dei più elementari servizi di utilità generale. Dopo più 120 anni alcuni temi sono ancora attuali.

Viti scriveva che era giusto pagare le tasse, “anche se siano per noi si gravi / che non hanno più confronto / con quelle dei nostri avi”. Desiderava però, e con piena ragione, che il denaro pubblico fosse speso bene, come lo sarebbe stato se le istituzioni l’avessero destinato alla realizzazione di opere atte a migliorare la vita di tanta gente costretta ad abitare in luoghi isolati e impervi e “privi di levatrice e di medico / e abbiam solo la luna per lampione / e mancaci una scuola / siamo tremila e certo / a chi non sa gli è strana / il medico non vedesi / un dì per settimana”.

E ancora: “Sappiam di certe donne / che giunte a mal partito / avevan per levatrice il povero marito. / E perciò di lagnarci abbiam nostre ragioni: nascer come agnelli morir come montoni”. Con questa semplice poesia, cruda ma vera, nei primi del Novecento Viti poneva sotto accusa le istituzioni che si disinteressavano completamente dei diritti e dei bisogni essenziali della comunità montana. È un documento storico molto importante che descrive, con minuzia di particolare, la difficile vita di tanti versiliesi di quell'epoca. 

In alcuni versi che da Filettole (Lucca) inviò alla moglie nel marzo del 1908, Viti descrive quella località della valle del Serchio dove, per un certo periodo di tempo, diresse una cava di marmo rosso, utilizzato per la costruzione del palazzo della Borsa di Genova. Dopo aver manifestato apprezzamento per gli abitanti del posto, ricchi di fede cristiana, ribadisce la sua fedeltà coniugale: “Se mi dovrò molto trattenere / sposa stai certa che ci porto il letto, un comportamento che da sempre accresce l'amore e mantiene unita una coppia”.

Curiosi i versi con i quali ordinò al titolare di una nota ditta milanese una mezza dozzina di bottiglie di un liquore, ancora oggi in commercio, che “bevo ogni giorno / ed ora son docile / come un agnello / dice mia moglie a questo e quello”. L’aveva provato la prima volta una sera a Seravezza, mentre si accingeva a fare ritorno a casa, consigliato dal droghiere Benti al quale aveva detto di avere dei disturbi allo stomaco. Sentitosi meglio, Viti pensò di scrivere alla ditta milanese per ordinare delle bottiglie, ricevendo gratis un'intera cassetta del liquore, che aveva proprietà digestive. Il dono lo indusse a scrivere un'altra poesia di ringraziamento: “Io quando ordino, lo tenga a mente / che non le voglio così per niente”. Assicurò, inoltre, sempre in quella circostanza, che il liquore l'avrebbe fatto bere anche ai suoi operai. “Essendo da molti anni capo cava / ancor non ho pensato ai miei operai / che faticano molto / È gente brava / ma bevon ponci e vino e spesso assai / per l'ubriachezza sono molto fiacchi / sì che il lavoro ne risente guai”.


In una poesia scritta nel 1912 al figlio Pasquale, in viaggio verso la Tripolitania - dove avrebbe partecipato alla guerra contro i Turchi - Viti dimostrò di avere un alto senso del dovere e della disciplina, esortando il suo ragazzo a non badare alla fatica, ad obbedire agli ordini dei superiori di qualsiasi grado.

È bello che questo linguaggio sia sgorgato dal cuore di un uomo impegnato in lavori durissimi sulla cava per 12 ore al giorno, dove in due settimane venivano “riquadrati circa 100 tonnellate di blocchi di marmo”, come scrisse in calce ad una poesia inviata ad un suo amico il 14 luglio 1908. Una fatica immane che tuttavia non gli impedì, nel tempo libero, di stringere la penna fra le dita della sua callosa mano, per scrivere quanto gli dettava la sua anima di poeta.

Nei suoi versi non si abbandonò alla contemplazione delle bellezze della natura coi fiori, i colori ed i paesaggi incantevoli bagnati dal mare, che in Versilia sono costantemente sotto gli occhi di tutti, ma si concentrò sugli aspetti della vita di tutti i giorni, le sofferenze e le fatiche delle persone umili e forti che, con i loro sacrifici, nobilitarono la nostra amata Versilia.


Filettole

Io sto bene. Filettole mi piace
per la sua posizione, per le persone.
Star lontano da te certo mi spiace.
Ma sai ben che ubbidir bramo il padrone,
lui comanda, ubbidisco, in questo caso
di non sbagliare son ben persuaso.
 
Siede il paese ai piè d’una collina
del Serchio a destra il quale vita prende
dei monti cui l’altissimo confina
e bello e calmo alla marina scende
contornato di borghi e di Villetti
e di fertil campi e di vigneti.
 
Gentili docili oneste le persone,
vivon tranquille, in questa valle amena
e di natura diligenti e buone e buona
l’aria che il bel Serchio mena.
Qui predomina molto per natura
più che l’industria la bella agricoltura.
 
Ed il secondo venerdì del mese
terzo dell’anno, vieni che qui ti aspetto
che in procession vedrai per il paese
Croce e Cristo portar con gran rispetto.
Si bestemmia ma in cor credi si vede
vive la Religion vive la Fede.
 
E benché per comizi e conferenze
e prediche di preti e pistolotti
vengan suggestionate le coscienze
degli ingenui assai più che non dei dotti
vive la pace ossia regna la quiete
benché molti, si sa, non sian col prete.
 
Qui è libero ciascun e il suo pensiero
esponer puote e la sua propria idea
favorevole o contro il ministero.
Di fede religiosa oppur atea
discute ogniun secondo sua opinione
e discutendo non si va in questione.
 
 
Francesco Viti  (1902)

Le nostre radici cristiane

 

Di recente in Francia c’è stata un’aspra polemica perché l’artista che ha disegnato il manifesto per le prossime Olimpiadi, Ugo Gattoni, ha eliminato la croce dalla cupola dell’Hotel des Invalides. Lui ha detto che non aveva alcun secondo fine ma per molti questo è solo l’ultimo esempio della rimozione delle nostre radici cristiane.

Nei lontani anni Trenta frequentavo la scuola elementare di Seravezza (Lucca), quando un giorno il maestro ci parlò delle Crociate. Qualche giorno dopo si soffermò sullo scontro navale del 7 ottobre 1571 nelle acque antistanti Lepanto, conclusosi con la vittoria dell’armata navale cristiana. Benché siano trascorsi tanti anni da quel giorno lontano della mia fanciullezza, ricordo ancora la commozione che mi pervase mentre ascoltavo il mio insegnante, con gli occhi che si inumidivano dalle lacrime. Nel mio cuore di bambino rimase impressa la figura di Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena, che insieme a Baldovino di Fiandra, Tancredi e Boemondo d’Altavilla, partecipò alla prima spedizione (1096-1099), invocata da Papa Urbano II durante il Concilio di Clermont, che si concluse con la conquista di Gerusalemme. Mi colpì che Goffredo di Buglione rifiutò la corona di re della Terrasanta, accettando per sé solo il titolo di “difensore del Santo Sepolcro”.

Torquato Tasso nella Gerusalemme liberata descrisse Goffredo di Buglione come il prototipo dell’eroe cristiano. Ho sempre pensato che la fede cristiana possa condurre tutti gli uomini a vivere in un mondo migliore, più giusto e umano, senza frontiere e lotte di classe. In un mondo complesso come quello attuale necessariamente bisogna avere rispetto per tutte le religioni, anche se quella islamica appare per certi versi in antitesi rispetto al cristianesimo. Così come noi rispettiamo chi professa altre religioni, analogo riguardo deve essere rivolto ai cristiani in tutto il mondo. Il rispetto esige rispetto. Diversamente si arriva al caos.

In Italia vivono molti stranieri che professano religioni diverse da quella cristiana. Alcuni purtroppo non accettano di adeguarsi alle leggi del Paese che li ospita. Toufic Fahd e Alessandro Bausani nel libro “Storia dell’islamismo” (Editori Laterza, 1986) hanno scritto che “l’Islam, non ammettendo la conoscenza razionale,  fonda le sue conoscenze solo sulla fede come valore assoluto, cioè su un fideismo cieco in nome del Corano”.

Il Corano non può essere compreso facilmente da un cristiano perché in esso è prescritta la guerra (Cor.2.216). “Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite . Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete”.

“Uccidete gli idolatri ovunque li troviate” (Cor.9.5). “Profeta! Lotta contro gli infedeli e gli ipocriti e sii duro con loro” (Cor. 66.9). Lo scrittore Carlo Sgorlon in un articolo su Il Tempo evidenziò che “il Corano è l’unica legge religiosa e civile, immutabile e intoccabile, il vero musulmano non conosce la tolleranza e non cede mai, ‘o fai ciò che lui vuole, oppure si arriva alla guerra’”.

Il cristiano di oggi non è chiamato a fare le Crociate come nell’antichità. La nostra religione ci impone il dialogo, l’ascolto, la carità, il perdono e il camminare insieme. Tutte virtù esaltate dall’esempio di Gesù, che ci chiede di portare la sua parola in tutto il mondo ma non di imporla né di schiacciare il pensiero o le usanze altrui. Rispetto, prima di tutto. Quello stesso rispetto che dobbiamo oggi esigere per i cristiani nel mondo. Non è più ammissibile che avvengano crimini efferati, come di recente avvenuto in Burkina Faso, dove un gruppo di terroristi è entrato in una chiesa uccidendo decine di fedeli riuniti in preghiera. Non sarà facile raggiungere questo risultato. Che Dio ci aiuti. A noi resta la preghiera.

mercoledì 13 dicembre 2023

L’oro alla Patria, tra propaganda, miseria e consenso




Ricordo quella mattina del 18 dicembre 1935, una settimana prima di Natale, in cui mia madre uscì di casa e tornò, tutta emozionata, senza più la fede d'oro ma con un cerchietto di ferro al dito. “Ha fatto il suo dovere! L'ha donato alla Patria”, lessi sulla ricevuta che le fu rilasciata. Avevo solo cinque anni ma sapevo leggere avendolo imparato frequentando l’asilo infantile Delatre di Seravezza.

Mia mamma donò la sua fede nuziale, il solo oggetto d’oro che possedeva, come fecero moltissimi italiani aderendo alla mobilitazione nazionale promossa dal governo fascista per rispondere alle sanzioni varate dalla Società delle Nazioni contro l'Italia, perché il nostro Paese aveva attaccato e invaso l'Etiopia. Erano gli “anni del consenso”, come più tardi li definì lo storico Renzo De Felice. L’Italia era tutt’uno col suo capo, Benito Mussolini. Rinunciare a qualcosa di così intimo e caro come una fede nuziale era un sacrificio, certo, ma al contempo un gesto di amore verso la propria Patria. Questo almeno era il pensiero indotto dalla propaganda fascista.

La “Giornata della fede” fu un successo. In tutta l’Italia furono raccolti milioni di fedi nuziali e un quantitativo complessivo d'oro pari 33.622 chili e 93.473 di argento. Solo a Roma furono raccolti più di 250.000 anelli, a Milano circa 180.000.

Illustri personalità del tempo aderirono all’iniziativa donando i loro oggetti preziosi. La regina Elena del Montenegro donò la propria fede e quella del marito, re Vittorio Emanuele III, il sovrano successivamente aggiunse dei lingotti d’oro; il principe Umberto donò il Collare dell’Annunziata; Rachele Mussolini, moglie del Duce, la propria fede nuziale; Luigi Pirandello donò la medaglia del premio Nobel; Guglielmo Marconi (la fede e la medaglia da senatore); Luigi Albertini e Benedetto Croce la medaglia da senatore; Gabriele D’Annunzio consegnò una spada d’oro, sette medaglie d’oro e la Military Cross ricevuta dal re d’Inghilterra.

La cerimonia principale si svolse, a Roma, all’Altare della Patria. Con queste parole Mussolini sintetizzò il senso della giornata: “Oggi l’Italia è fascista e il cuore di tutti gli italiani batte all’unisono col vostro, e tutta la nazione è pronta a qualunque sacrificio per il trionfo della pace e della civiltà romana e cristiana”.

È bene ricordare quale fosse il sentimento degli italiani rispetto alla conquista di “un posto al sole” annunciata da Mussolini. Il fascismo era riuscito a rinvigorire lo spirito nazionalista e l’idea di conquistare un territorio in Africa, così come avevano fatto altri paesi europei, era considerata non solo giusta ma necessaria. In più la propaganda usava il tasto della civilizzazione. L’Italia, in pratica, non andava solo a conquistare una terra ma anche a portare la civiltà e la libertà. Persino la Chiesa era a favore. Queste le parole pronunciate dal cardinale di Milano Ildefonso Schuster durante un’omelia: “Pace e protezione all’esercito valoroso che in ubbidienza e intrepido al comando della Patria, a prezzo di sangue apre le porte di Etiopia alla fede cattolica e alla civiltà romana”.

Come ha scritto la storica tedesca Petra Terhoeven nel libro “Oro alla Patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista” (ed. Il Mulino, 2006), l’iniziativa “Oro alla Patria” ebbe risultati notevoli, anche se non paragonabili ai costi di una guerra. Ma la raccolta dei beni preziosi fu soprattutto un grande evento di propaganda e di mobilitazione di tutto il popolo italiano, a partire dalle spose, coinvolte in prima persona nel sacrificio per la Patria.

La guerra in Africa si concluse nel 1936 con la conquista dell'Impero. Nel giro di pochi anni dichiarammo guerra alla Francia, all'Inghilterra, e poi alla Russia, schierandoci nel secondo conflitto mondiale a fianco della Germania di Hitler, scelta che ci portò sofferenze, fame e distruzioni. In nome della Patria a scuola ci dissero: “Portate un po' di lana dei materassi. È necessaria per fare i calzettoni per i nostri soldati in Russia, altrimenti rimarranno con gli arti congelati”. Ancora in nome della Patria ci tolsero le inferriate e si presero le pentole di rame per fabbricare armi. Subimmo bombardamenti e immani distruzioni e ci furono moltissime vittime innocenti. Lungo è l'elenco dei soldati, marinai e aviatori italiani che non fecero più ritorno nelle loro case in quanto uccisi in combattimento. 

La mia casa del Ponticello di Seravezza (Lucca) nella tragica estate del 1944 fu fatta saltare in aria dai tedeschi, insieme a molte case sia del capoluogo seravezzino che di altre località della Versilia, che divenne l'estremo limite della Linea Gotica. Le antiche frazioni di Corvaia e Ripa furono completamente rase al suolo. 

Negli ultimi giorni del tragico conflitto, a Dongo, i partigiani trovarono ai gerarchi fascisti in fuga con Mussolini due brocche piene di fedi nuziali che le spose italiane avevano donato alla Patria. Ma quale Patria?

giovedì 31 maggio 2018

Non ho mai più bevuto un'acqua così buona


Ero un bambino sui sei o sette anni quando la mia cara mamma era solita portare me e mio fratello Sergio al mare a Forte dei Marmi. Ricordo che a Seravezza faceva molto caldo ed era bello per noi ragazzi poter fare dei bei bagni vicino alla riva del mare, dove l’acqua non era profonda, e quindi non correvamo alcun pericolo.

Il mio babbo in quel tempo era andato, con altri dieci cavatori di Seravezza, tra i quali ricordo Sandrino Neri, marito dell’Adalgisa, a lavorare in Africa come operaio addetto alla costruzione delle nuove vie di quel territorio, conquistato dopo la guerra italo etiopica (1935-36) combattuta in Abissinia contro il negus Hailé Selassié e la "conquista dell’impero" voluto da Benito Mussolini.

Forte de Marmi la raggiungevamo a piedi. Quando finalmente arrivavamo, ci toglievamo gli zoccoletti o i sandalini e camminavamo sulla spiaggia, la rena scaldata dal sole scottava i nostri piedi. Sostavamo sotto il pontile per un po' di tempo per riparaci dal sole. A mezzogiorno ci spostavamo nella vicina pineta, dove mangiavamo delle ​polpette eccezionalmente saporite che la sera prima mia mamma aveva preparato per mangiarle al mare. Erano davvero molto buone. Con sorpresa lo stesso sapore lo risentii e ancora lo risento nelle polpette che mi cucinò (e ancora oggi lo fa) mia moglie Angela Pucci, seravezzina come me.

Non siamo mai entrati in un bagno dotato di cabine, con gli ombrelloni e sedie a sdraio, in quanto mio padre in Africa percepiva un paga lorda giornaliera di lire 40, detratte lire 3,80 per il vitto giornaliero, e comprate le sigarette e qualche bicchiere di vino, gli rimanevano poco più di 30 lire al giorno. Si stentava a tirare avanti.

Quando sostavamo in piazza Garibaldi di Forte dei Marmi, prima di iniziare il viaggio per tornare la sera a casa, ci ristoravamo bevendo un bel bicchiere di acqua all'anice, servita con il ghiaccio. La vendevano due donne, una anziana e l’altra molto giovane. Appena la bevevamo ci pareva di rinascere. Le due donne come attrezzatura di lavoro avevano fatto costruire un banco a forma di barchetta, dove tenevano i bicchieri e i recipienti contenenti l’acqua aromatizzata.

Sul libro "La Versilia Rivendica l’Impero" di Giorgio Giannelli a pag. 263 è riprodotta  la foto delle due donne intente a vendere ​l’acqua, che veniva preparata  dalla più anziana, Lorenza Paolicchi, detta la "Lorè dell’acquetta". Con lei c'era sua nipote, Raffaella Gianfranceschi.

L’acqua era a base di limone e anice e veniva servita con il ghiaccio. Era una bevanda dissetante e prelibata. I tanti versiliesi del fiume che scendevano dalla montagna per farsi un tuffo al mare, si fermavano al banchetto della Lorè per combattere l'arsura dell'estate con un bel bicchiere di questa buonissima acqua. Quel sapore fresco e piacevole mi è parso di risentirlo quando mio figlio mi ha regalato, non molto tempo fa, delle caramelle all'anice.

Renato Sacchelli

mercoledì 23 maggio 2018

Due angeli nel pozzo


Un uomo, col volto
da lacrime bagnato
dall’orlo del pozzo
col microfono in mano
attaccato a un filo
penzoloni nel vuoto
parlava al bambino:
“Stai calmo, tranquillo,
non disperarti Alfredino.
Una macchina bella
splendente come una stella
è partita e ti raggiungerà,
tra poco ritornerai
tra le braccia
di mamma e papà.
Sì, è davvero fantastica,
a te parrà irreale...
sai, perfora la terra,
raggiunge la luna
lambisce le stelle
e tocca il fondo del mare.
Stai calmo Alfredino".

Per ore e ore
il buon Nando parlava
e il piccino lo sentiva vicino.
Erano le parole che udiva
a scaldare il suo corpicino.

E con le cose belle
che il vigile del fuoco diceva
Alfredino, nel buio profondo,
rivedeva la luce, il sole,
i prati fioriti e i giochi felici.

Il tempo però passava
e come la tv ci mostrava
la macchina non arrivava.

Era l’udire il pianto straziante,
a farci sentire il suo soffrire,
il lento morire sprofondato
a decine di metri più giù.

C’è stato un momento
in cui s’è davvero sperato
che venisse salvato
dai coraggiosi giovani
che legati alle corde
nel pozzo si son calati
e hanno raggiunto
il piccolo Alfredino,
ma invano hanno lottato,
il fango la loro stretta
ha allentato
e con poco fiato
non hanno più riprovato.

Dio che tanto abbiam pregato
perché vivo dai suoi cari 
potesse ritornare
solo non l’ha lasciato.
Un angelo gli ha mandato
che ha accarezzato,
asciugato e baciato
quel caro e piccolo
volto infangato
finché sul suo viso
è riaffiorato il sorriso
e dolcemente
si è addormentato
per sempre in Paradiso.

Renato Sacchelli



Dedico questa poesia all'amico don Giorgio Servi, che purtroppo ci ha lasciati diversi anni fa. Fu lui, dopo avergliela letta, a suggerirmi di concludere con le parole "in Paradiso".

giovedì 19 aprile 2018

Anche a Seravezza prediche inutili

Ripropongo un articolo che scrissi per Versilia Oggi il 4 novembre 1985. Sono passati molti anni e diversi lavori sono stati fatti. L'acqua del fiume non è più torbida e inquinata come una volta, e il cimitero non è nelle condizioni disastrose in cui si trovava all'epoca. Molte cose però restano da fare. E i cittadini non devono mai smettere di far sentire, forte, la propria voce. 

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La politica più incisiva è quella che parte dalle piccole cose. Proviamo ad elencarle. In Versilia ci sono ancora persone che scaricano nel fiume rifiuti di ogni genere. Sovente vedo l’acqua torbida scorrere su un letto pieno di melma e fango, che a lungo andare causerà la cessazione di ogni forma di vita esistente in tale mondo acquatico. Poi, quando cadrà molta pioggia, ci penserà la piena a riversare nel mare tutti i rifiuti e così l’inquinamento continuerà ad allargarsi.

Per la salvaguardia della vita del fiume, vitale per la continuazione di quella degli uomini, occorrono adeguate e continue misure di sorveglianza. Se le attuali leggi non sono sufficienti, il legislatore dovrà impegnarsi ad emanare nuove norme più efficaci per far sì che nel fiume scorra sempre acqua limpida. Insomma ogni sforzo dovrà essere fatto perché non venga trasformato in una fogna di scarico di liquami velenosi: certamente il fenomeno è esteso. Ne sono interessate diverse regioni d’Italia ed anche altre nazioni. Ma io desidererei che nella nostra bella Versilia tutto ciò non accadesse.

Tempo fa alla periferia di Forte dei Marmi, ai margini di strade interne, ed anche in mezzo di alcune pinete, ho visto rottami di un televisore, bottiglie vuote, sacchetti di immondizia, persino materiale di scarico derivante dalla ristrutturazione di immobili. Non è questo il modo di comportarsi. Non si può pretendere che gli addetti al ritiro di tali rifiuti arrivino dovunque. Non ce la potrebbero mai fare. Dobbiamo dare loro una mano. Come? Basterebbe concentrare i rifiuti nei punti di raccolta e scaricare gli altri materiali nei luoghi consentiti. Che bello sarebbe vedere tutto il territorio della Versilia accuratamente pulito e che ricordo indimenticabile della nostra terra si porterebbero a casa i turisti al rientro dalle vacanze. Nel 1959 mi recai un giorno a Lugano. Oltre alla bellezza di quel paesaggio lacustre, mi colpì il fatto di non avere notato, nelle strade, neppure un pezzettino di carta: erano tutte estremamente pulite.

Ogni tanto mi reco al cimitero di Seravezza dove sono sepolti cari parenti, amici e tante persone che ho avuto modo di conoscere. Per ciò che furono in vita e per tutto quello che seppero tramandare ed insegnarci coloro che ora vi riposano, il cimitero è un luogo sacro e come tale deve essere ben tenuto mentre le condizioni in cui si trova quello di Seravezza lasciano molto a desiderare. I morti vengono sepolti, ma poi? Un tratto del muro di cinta (parte alta a destra salendo) è sostenuto da paletti di legno che sono ridotti in pessimo stato d’uso a causa della lunga esposizione alle intemperie. Quindi sta per crollare. Dietro il muro pericolante sono stati ammucchiati, detriti, forse prodotti dai lavori di costruzione di nuove tombe. Il crollo provocherebbe anche la rovina dei marmi scolpiti che adornano le vecchia tombe, sarebbe un peccato perché si tratta pur sempre di opere d’arte. Infiltrazione dal tetto di acqua piovana hanno ridotto le pareti interne della cappellina, ubicata al centro più in alto del cimitero, in uno stato pietoso.

Vetri rotti alle finestre completano il quadro desolante. Urgono quindi urgenti lavori di riparazione e di imbiancatura dell’immobile. I servizi igienici , pieni di sporcizia e di residui di materiali per la costruzione di tombe (cemento contenuto in sacchetti di carta) sono visibilmente in disuso da molto tempo. Dal rubinetto dell’acqua all'interno del cimitero in certi giorni non esce una goccia d’acqua. Bisognerebbe quindi installarvi un deposito. Sono stato informato che alcune persone in visita ai loro cari defunti, a causa dell’inefficienza dei servizi igienici, sono stati costrette a ritornare frettolosamente a casa per soddisfare impellenti necessità personali.

Qualche volta fra la terra accumulata ai bordi delle tombe appena scavate ho visto brandelli di stoffa e pezzi di legno delle casse che contenevano i morti. Certe visioni anche se ci inducono a meditate riflessioni non sta bene vederle. Ritengo che quando le persone visitano il cimitero tutto dovrebbe essere in ordine. Alcuni scalini di marmo sono sconnessi (lato destro salendo) e qualche persona potrebbe inciamparvi e farsi del male. Il senso di smarrimento maggiore l’ho provato quando domenica mattina il 14 luglio 1985 ho notato nel locale adibito alle eventuali “autopsie” delle salme , diversi sacchetti di plastica contenente le ossa dei morti dissepolti per consentire la tumulazione nella terra delle persone decedute negli ultimi tempi. Forse non è più possibile accedere all'ossario, visto che la porta d’ingresso è legata con fili metallici ad alcuni paletti di legno messi all'esterno in modo orizzontale. Forse è necessario costruire un nuovo ossario?

Di fronte ai resti dei nostri simili tutti dovremmo inchinarci in linea generale. E quando non ci sono richieste dei familiari per deporli in apposite cassette da sistemare in altre tombe, dovrebbero essere messi tutti insieme in una stanza ampia ed illuminata da fasci di tenua luce, in modo da farli apparire come elementi di una costruzione a forma piramidale, una sorta di monumento alla ritrovata fratellanza, troppo spesso in questo mondo dimenticata. Ecco come sistemerei le ossa di coloro che non si possono permettere di avere un’altra sistemazione, oppure desiderano essere sepolti nella terra. Una sistemazione siffatta mi sembra suggestiva e bella, tale da onorare degnamente i defunti. Invece a Seravezza li ho visti in sacchetti di plastica e se le cose non cambieranno, un giorno la stessa sorte toccherà ad altri e nessuno potrà lamentarsi.

Tramite Versilia Oggi, su cui si riflettono tutte le facce della realtà versiliese, vorrei invitare il signor Sindaco di Seravezza e le altre Autorità comunali ad adoperarsi nel modo migliore possibile sia per impedire l’inquinamento delle acque del fiume e sia per dar corso al lavori necessari affinché il cimitero divenga il più bello e funzionale della Versilia. Lo chiedo anche a nome di diversi lettori del suddetto periodico, perché sono stati loro a pregarmi di descrivere le condizioni attuali del fiume e del cimitero.
Renato Sacchelli

mercoledì 7 marzo 2018

Chierichetto a Seravezza i primi anni del 1940


All’inizio degli anni 40 iniziai a frequentare la  parrocchia  di Seravezza, facente parte della Diocesi di Pisa, nella cui canonica si riunivano festosi  molti ragazzi. Ricordo che  c‘erano tanti chierichetti che dedicavano il loro tempo libero ad assistere  i sacerdoti quando celebravano le Sante Messe e le altre funzioni religiose che erano i   Vespri cantati, le  Processioni, i  Battesimi, la scopertura del  quadro della Madonna del Soccorso, i Matrimoni  ed i  Funerali dei nostri parrocchiani defunti.
 Siccome vidi che fra noi ragazzi c’era amore,  rispetto e gioia di vivere, decisi anch’io di divenire un chierichetto iniziando, prima di ogni altra cosa, a servire la Santa Messa che allora si celebrava in  latino.
In quel tempo ero già grandicello, forse  frequentavo la terza o quarta classe elementare. Ricordo che nel giorno della festa delle Palme sin da quando ero più piccolo di età, noi bambini andavamo in chiesa portando ognuno di noi i palmizi  dentro i quali c’era una piccolissima figura del neonato bambino Gesù,  formato da un impasto zuccherino  secco, che, terminata   la festa,   lo succhiavamo, provando anche  un certa emozione facendolo disciogliere  nella nostra bocca.  Quindi pensandoci bene , non fui mosso dalla ricerca di un qualcosa di nuovo per passare le giornate, ma perché sentivo di essere attratto dalla fede nel Cristo Redentore, che era stato inchiodato sulla Croce per salvare l’Umanità dal peccato originale. Durante la sua vita terrena Gesù compì miracoli  incredibili, quali furono la moltiplicazione dei pani, far risuscitare Lazzaro , infine salì in cielo dopo la sua morte inchiodato sulla Croce per vivere accanto al suo ed anche nostro Padre celeste. Sentii da piccolo che Gesù aveva conquistato il mio cuore, perché lui predicava amore, carità e perdono,   il suo emblema è rappresentato dalla Croce.
L’attrazione verso la nostra chiesa aumentò quando sentii parlare di don Giovanni Bosco, il santo  e apostolo  della carità cristiana, nato in contrada Becchis c. di Castelnuovo d’Asti  il 16. 8.1815, deceduto a Torino il 31.1.1888. Si dedicò alla cura dei fanciulli poveri o abbandonati per dare ad essi una educazione ed un mestiere. Per realizzare tutti i suoi ottimi progetti anche  a livello mondiale fondò nel 1859  la Congregazione dei Salesiani, per l’educazione e l’istruzione della gioventù  più bisognosa  e delle figlie  di Maria Ausiliatrice  per le ragazze abbandonate, tant’è che i suoi principi educativi ebbero una grande diffusione nelle parrocchie italiane,  in tutta l’ Europa  e nel Sud America. Fu beatificato il 19 marzo 1929 e proclamato Santo il 1° aprile  1934 da Pio XI.
Ricordo quando d‘inverno mi alzavo molto presto  dal letto  tutto infreddolito e con le mani che mi duolevano perché intirizzite dal freddo (un malessere  chiamato in dialetto versiliese “gronchio”) , mentre raggiungevo,   con gli zoccoletti ai piedi  protetti dai calzettoni di lana di pecora che mi faceva la mia mamma, il Duomo di Seravezza intitolato ai Santissimi Lorenzo e Barbara il cui parroco era monsignor  Angelo Riccomini coadiuvato dal Cappellano  Don Giuseppe Bertini, nato a Barbaricina zona periferica di Pisa, trucidato dalle SS tedesche nel 1944,  medaglia d’oro al valor militare,  di cui ne ha già parlato su Vita Nova del  28.5.2017  Antonio F. Gimignano.
Più di una volta anziché attraversare le strade di un paese ancora non completamente illuminate dalle luci del giorno, mi pareva di percorrere un paesaggio lunare col ghiaccio a forma di candele  formatesi sotto le gronde dei tetti a seguito dello sgocciolio delle ultime gocce della pioggia caduta sulle case di  Seravezza, oppure dallo scioglimento della neve  la cui coltre aveva imbiancato Seravezza.
 Ricordo di avere servito la Santa Messa anche all’ anziano sacerdote Don Binelli che era un cugino della mia mamma,  che spesso vedevo uscire all’ora del pranzo insieme a tutti gli altri impiegati della  filiale  del Monte dei Paschi di Siena di Seravezza , tanto da farmi immaginare  che fosse anche lui un impiegato di questa nostra antica banca Toscana. Sicuramente Don Binelli   doveva conoscere i bisogni della mia famiglia, col babbo cavatore che quando si scatenava il bruttissimo tempo (forte pioggia e caduta della neve)  non poteva raggiungere la cava e quindi  in casa  non avendo altre entrate di   denaro all’infuori di quelle derivanti dal  lavoro di mio padre,  eravamo nell’impossibilità di pagare la spesa che ogni giorno si doveva fare per sopravvivere. Meno male che c’erano i bottegai che segnavano a loro credito le vendite  dei generi alimentari, dando,  la possibilità ai cavatori di saldare i debiti  quando venivano pagati per il loro lavoro. La sopravvivenza di  molte famiglie si deve quindi a questa benemerita categoria di commercianti.

Una mattina don Binelli,  dopo avergli servito la Santa Messa si avvicinò a me mettendo nelle mie mani mezza lira,  dicendomi:  “Mettila in  tasca e non ci rumare. Non la devi  spendere, devi darla alla tua mamma. “ Appena arrivai a casa diedi,  con molta gioia,  quella mezza lira alla mia cara mamma.
I recenti gravissimi episodi che vedono coinvolti la cosiddette baby gang mi hanno  fatto ripensare  agli anni in cui  anch’io  ero un piccolo fanciullo  che però voleva crescere e vivere nella fede in santa pace con tutti i miei coetanei e non nel disordine  e nella violenza.


                                                                                                                                      Renato Sacchelli

martedì 9 gennaio 2018

NEC RECISA RECEDIT

Ecco il motto araldico che si vide sullo sfondo della gigantesca fotografia dei leader che parteciparono al summit del G8 a l’Aquila presso la scuola Allievi Marescialli della Guardia di finanza di Coppito dove si svolse l’importante incontro tra i cosiddetti grandi della terra e che io avevo già scolpito nel mio cuore dal 15 luglio 1949, quando iniziai a frequentare a Roma, nella caserma Piave, il corso di allievo finanziere. 

Fu il poeta soldato, Gabriele d’Annunzio, cavaliere, marinaio ed aviatore, decorato di due medaglie d’oro, tre di argento ed una di bronzo che volle dedicare alla Guardia di Finanza, per iscritto, questo motto araldico divenuto patrimonio spirituale e viatico di fede per quanti hanno onorato ed onoreranno il Corpo compiendo fino in fondo, oltre ogni ostacolo, il loro dovere. 

I rapporti tra i militari della Guardia di Finanza e il poeta soldato iniziarono il 10 dicembre 1918, quando, dopo tre giorni di marce dure, giungeva a Fiume la XXX compagnia della Guardia di Finanza messa alla diretta dipendenza del corpo di occupazione interalleato con compiti di vigilanza nel porto e di polizia marittima lungo le coste e della costituzione di una dogana interalleata. Il 15 luglio 1919 il reparto fu rinforzato con la 9° compagnia del III battaglione mobilitato e successivamente da altri finanzieri, arrivando a costituire il battaglione che d’Annunzio ispezionò il 21 ottobre successivo. In quella occasione il, Poeta soldato pronunciò un grande discorso:

“Le Fiamme Gialle sono rimaste con me a difendere l’italianità di questo sacro lembo di terra nostra. I finanzieri d’Italia che possono gloriarsi di avere sparato al ponte di Brazzano il primo colpo di fucile della nostra guerra di riscossa, che in tutte le guerre che prepararono e compirono il nostro Risorgimento, dalle cinque giornate alla difesa di Roma, dall’assedio di Venezia fino all’attuale guerra dove nei più fieri combattimenti di Pal Piccolo, degli Altopiani, del Trentno, del Podgora, del Carso e del Piave compirono prodezze gloriose, tingendo di sangue le rocce scabre e le paludi fabbricose, non potevano far mancare il loro contributo alla causa di Fiume la più bella la più santa, la più divina della cause per le quali gli uomini abbiano combattuto. Che se la vostra opera è, non dico misconosciuta, ma troppo poco conosciuta, non per questo è meno nobile, meno apprezzabile, meno gloriosa e meno ispirata a nobilissime tradizioni , ch’io son fiero di esaltare.

Con lo stesso animo che vi assistette durante l’ultima guerra vittoriosa vi consacrate ora alla difesa di Fiume. Questa vostra dedizione mi è sommamente cara. Ed è assai strano e non senza significato che, di fronte all’avida finanza internazionale, al cospetto delle insidie senza scrupoli tentate dai finanzieri democraticamente privilegiati, si affermi sempre salda ed incorruttibile la schiera dei nostri finanzieri di ferro, che il buon diritto italico, il più perfetto dei diritti, contrappone ai finanzieri dell’oro sospinto da brame impure e a contrastarci il possesso della più italiana delle città”.

Il 4 dicembre 1919 d’Annunzio consegnò al battaglione il gagliardetto offerto dalla donne fiumane e il 25 giugno 1920, nel corso di una solenne cerimonia, volle personalmente fregiarlo della “ Medaglia di Ronchi”. Anche in questa circostanza il Poeta soldato parlò ai finanzieri:

“Fiamme Gialle - disse- è sempre con profonda commozione che io vi vedo, che io vi incontro. In ciascuno di voi ed in voi tutti noto un gesto affettuoso; ed io vi saluto vedendo sempre in voi l’esemplare del legionario fiumano: la dignità e la semplicità non mai interrotte. Io vi ho dimostrato più di una volta quale sia la riconoscenza della città, che voi avete salvata con gli altri legionari, per esempio che avete dato e date ogni giorno in disciplina, in sagacia, in coraggio ed in resistenza, voi lo sapete, e n’è testimonio il gagliardetto giallo che vi affidarono le donne fiumane. E’ alta ventura per me offrirvi oggi il segno di Ronchi, segno di legionari in questo mese di giugno che è per voi ricco di ricorrenze gloriose. A monte Pal Piccolo, nella primezza della guerra, lo ricordate un battaglione di fiamme Gialle fu assalito da più battaglioni austriaci, fu accerchiato, fu respinto, fu decimato, e nondimeno continuò a combattere senza aiuto di artiglierie, senza aiuto di rinforzi, chiesto insistentemente, e tenne la linea. Pal Piccolo, poi Piave Vecchio e il Piave Nuovo, sulla fine della battaglia che ieri si chiuse, detta del solstizio; e fu appunto il 21 giugno che le vostre bella Fiamme Gialle irruppero nelle posizioni del nemico e lo annientarono. Parlo del VII , VIII E XX battaglione che occuparono il Piave Nuovo e finalmente raggiunsero la sponda el Piave Vecchio. Come sul Pal Piccolo, sul Podgora, sullo Sperone, sul Carso, in Val d’Astco, sul Cimone, dove ricordo l’eroismo di ventotto finanzieri modello ed esempio di disciplina e di sacrificio, voi avete tenuto fermo, o Fiamme Gialle , voi avete compreso che noi siamo qui, come sul Piave, alla difesa suprema della Patria.​

Quindi a voi più che ad ogni altro legionario, a voi che ogni giorno respirate col vento la salsedine e la frescura del Carnaro, è dovuto il segno di Ronchi. Fiamme Gialle, debbo confermare che aggradisco di cuore il vostro pensiero di promuovermi appuntato della Guardia   di Finanza. Il vostro capitano mi aveva chiesto in precedenza di scegliermi un grado dei finanzieri: io mi glorio di essere appuntato...” Al termine del discorso d’Annunzio volle anche dedicare alla Guardia di Finanza, per iscritto, il motto araldico che è divenuto patrimonio spirituale e viatico di fede per quanti hanno onorato e onoreranno il Corpo compiendo fino in fondo, oltre ad ogni ostacolo, il proprio dovere: “ Nec recisa recedit".

Il poeta soldato mostrò sempre negli anni che seguirono, di ricordare con particolare sentimento la sua “ promozione ” ad appuntato della Guardia di Finanza; come attesta anche una lettera indirizzata il 9 settembre 1935 al Comandante Generale dell’Epoca; in cui fra l’altro scrisse:... “ le guardie di Finanza , le Fiamme Gialle; in Fiume d’ Italia furono soldati esemplari: ed io ebbi l’onore di essere iscritto nel Corpo. Cosicché a Lei scrive oggi un subordinato... ".

La lettera finiva con queste parole meravigliose: "Le Fiamme Gialle nella mia memoria splendono e ardono. Il 3 marzo 1938, a Gardone Riviera (Brescia), tra le numerose corone che precedevano il feretro del “ Comandante ” - accompagnato anche da un plotone di 25 finanzieri – ce n’era una bellissima, guarnita con un nastro verde orlato di giallo su cui spiccava in lettere d’oro la dedica “ La Guardia di Finanza al suo glorioso Appuntato d’onore".
Renato Sacchelli

domenica 12 novembre 2017

Giacomo Puccini, appuntato ad honorem della Guardia di Finanza

Novantatre anni fa, il 29 novembre 1924, cinque giorni dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico alla gola, moriva a Bruxelles l’appuntato ad honorem della Regia Guardia di Finanza Giacomo Puccini, celebre autore di opere immortali che tuttora vengono rappresentate nei più importanti teatri del mondo. 

Discendente di una famiglia di musicisti, era nato a Lucca il 22 dicembre 1858. Studiò al conservatorio di Milano, con il violinista Antonio Bazzini e Amilcare Ponchielli come maestri. Nella città della Madonnina visse con la sua compagna Elvira, che per seguirlo abbandonò il marito. La coppia attraversò un periodo di stenti. Con il successo, ottenuto nel 1884 attraverso la rappresentazione della sua prima opera “Villi”, Puccini ebbe dall’editore Ricordi l’incarico di scriverne una nuova. Riuscì così a portare avanti la sua attività di maestro compositore di opere musicali, fino a raggiungere i massimi livelli. 

La sua musica fa pulsare il sangue nelle vene, è rara, dolce, drammatica, piena di pathos. Porta l’ascoltatore a immedesimarsi nelle scene che gli appaiono davanti agli occhi, riuscendo a farlo sognare mentre si inebria. Quelle sue note, magicamente assemblate come i colori sulla tavolozza di un grande artista, inducono a pensare a quanto sia bella la vita se l’uomo è in grado di amare. Ma non voglio dilungarmi oltre sui sentimenti che la musica di Puccini è capace di suscitare in chi l’ascolta. In questo mio scritto desidero soffermarmi sull’uomo Giacomo Puccini, quando negli anni tra il 1920 e il 1921 trascorse lunghi periodi tra Orbetello e Capalbio, dove aveva acquistato una torre cinquecentesca chiamata Tagliata Etrusca, vicina alla quale vi era un piccolo edificio che ospitava la sede della Brigata della Guardia di Finanza litoranea, con pochi uomini in forza, impiegati a svolgere servizi di vigilanza doganale marittima lungo 14 km di costa. 

La passione per la caccia portò Puccini a trasferirsi temporaneamente da Torre del Lago (LU) in Maremma,  sicuramente attratto da quel territorio dove volavano una miriade di uccelli migratori di tante specie. Nel tempo trascorso nella Torre Tagliata (foto) il Maestro strinse rapporti di cordiale amicizia e di reciproca stima con il comandante del reparto, l’appuntato Teriggi Campelli, e con tutti gli altri finanzieri. Spesso giocava con loro a tressette e beveva volentieri un bicchiere di vino giovane. Altre volte, invece, si soffermava a mangiare il minestrone preparato dal finanziere addetto alla cucina. L’appuntato Teriggi amava ed apprezzava le cose belle, tra le quali la musica, cosicché il Maestro spesso gli chiedeva cosa pensasse di certi brani musicali che lui stava componendo. 

Puccini era cordiale ed amichevole con tutti i finanzieri. Comprendeva il duro servizio che svolgevano sia di giorno che di notte, anche con il brutto tempo. Il carattere buono e socievole del Maestro conquistò il cuore di tutti i finanzieri che a loro volta nutrivano, nei suoi confronti, sentimenti di vivo e sincero affetto. Una mattina Puccini andò a trovare in caserma il Comandante, che era ancora al letto. "Stanotte sono andato a dormire alle quattro, dopo 14 ore di perlustrazione ero molto stanco, sono stato a scambiare il visto al fiume Chiarone col drappello di Montalto. Almeno avessi incontrato qualche contrabbandiere", gli disse il Teriggi. "Ma se non ci sono i contrabbandieri perché fate questi servizi? gli chiese allora il Puccini. "I contrabbandieri non ci sono perché ci siamo noi". Fu al termine di questo cordiale colloquio che Puccini invitò il comandante della brigata ad utilizzare per l’avvenire il suo asino, così si sarebbe stancato di meno. 

Quando Puccini lasciò definitivamente la Torre Tagliata, oltre ad una sua fotografia volle donare al comandante della Brigata il proprio asinello. Solenni onori furono attribuiti dalla Guardia di Finanza a Giacomo Puccini dopo la sua morte. Sulla facciata della torre Tagliata fu murata una lapide di marmo con la seguente scritta a caratteri cubitali: 

"IN QUESTA TORRE CHE FU SUA GIACOMO PUCCINI RIPOSANDO NELLA SILENTE POETICA QUIETE DI MILLENARI RICORDI - NEL FRAGORE DELLE ONDE RIPETENTI SULLO SCOGLIO L’ECO DI GRANDI NOMI VISSE FRATERNAMENTE DUE ANNI CON I MILITI DELLA REGIA GUARDIA DI FINANZA - APPREZZANDONE LA SINCERITA’ DEGLI AFFETTI E L’ABNEGAZIONE DELLA VITA TUTTA VOTATA ALLA PROSPERITA' DELLA PATRIA. I FINANZIERI GRATI DI TANTO ONORE POSERO QUESTO RICORDO.  MAGGIO 1925".

Renato Sacchelli


giovedì 26 ottobre 2017

Ricordo dell'amico don Giorgio Servi

Conservo un ricordo sempre vivo nel cuore del sacerdote pisano don Giorgio Servi, che conobbi verso la fine dell’anno 1984, da quando, con la famiglia mi trasferii da Pisa a Casciavola, nel Comune di Cascina. Tutte le mattine attendevo l'autobus per arrivare in città, dove si trovava il reparto della Guardia di finanza cui ero in forza. Lui usciva dal cancello delle suore dell’ordine di S. Antonio, che gestivano un asilo infantile, dopo aver celebrato la Messa nella chiesina annessa al loro fabbricato, che don Giorgio raggiungeva ogni giorno, al mattino presto, salendo su uno dei primi bus che partivano da Pisa diretti a Pontedera. Quando l’automezzo non era affollato mi sedevo sempre accanto a lui. Mi raccontava molte cose interessanti.

Don Giorgio era nato nell’inverno del 1926 dopo che il “carro di Tespi” e alcuni carrozzoni giunsero a Fusignano (Ferrara) con a bordo i teatranti della Celebre Compagnia Drammatica, che doveva recitare il lavoro teatrale intitolato “Stefano Pelloni il Passatore”, dramma storico in 6 atti e 9 quadri, incentrato sulla vita del famoso bandito della Romagna che fu appunto il Pelloni. La compagnia era diretta dal capo della famiglia, Ubaldo Servi (padre del futuro sacerdote don Giorgio), che era anche l’attore più importante del gruppo insieme alla moglie, prima attrice.

Qualche volta, durante i nostri brevi viaggi per Pisa, capitava che non riuscendo a concludere gli argomenti trattati appena arrivavamo in città don Giorgio mi accompagnasse, a piedi, fino al ponte Solferino, in modo tale da poter terminare i suoi racconti. La mamma di don Giorgio quando giunse a Fusignano era agli ultimi giorni di gravidanza. Infatti, subito dopo l'arrivo nella località romagnola, partorì il figlioletto, che dopo la nascita venne lasciato a succhiare il latte dal seno di un'ottima balia, che lo allevò fino al 18° mese. Don Giorgio mi fece anche un drammatico racconto, relativo al devastante bombardamento aereo effettuato su Pisa dalle fortezze volanti americane il 31 agosto 1943, che procurò moltissimi morti, feriti e ingenti danni (leggi qui il racconto del bombardamento).

Alle ore 7 del 2 luglio 1950 nella primaziale di Pisa l'Arcivescovo Ugo Camozzo chiamò Giorgio Servi sacerdote per il popolo cristiano, consacrandolo ed immettendolo come “cadetto pastore”, prima di affidargli ulteriori incarichi. La commozione unita alla sua fresca purezza gli fecero sognare opere e conversioni grandiose. Ma il suo impatto con Dio fu indovinato e giusto, tanto da rallegrare per sempre la sua scelta di vita. Dalle sue dotte omelie, che sgorgavano dal cuore e si basavano sulla lettura approfondita dei Vangeli e sugli esempi di vita terrena del nostro Redentore, mi resi conto di quanto fosse grande la fede che don Giorgio nutriva verso il Creatore. Egli rivolgeva sempre il suo pensiero affettuoso nei confronti dei più bisognosi, dei poveri e degli ammalati, e invocava l’aiuto di Dio affinché tutti potessero trovare ristoro dalla sofferenze, non solo fisiche.

Che bello fu per me poterlo ascoltare quando mi raccontò che da giovane, oltre ad essere tifoso della Juventus ebbe una grande passione per il calcio fino ad arrivare a giocare ad ottimi livelli. Fu per questo che i suoi colleghi seminaristi lo nominarono loro capitano. Un giorno il futuro sacerdote don Giorgio disputò una partita contro una squadra che schierava, tra le proprie file, Carlo Annovazzi, un forte giocatore del Milan. Quest'ultimo rimase sorpreso nel vedere giocare così bene il giovane seminarista. Quando durante una fase di gioco si trovarono vicini, sul campo, Annovazzi gli chiese se per caso giocasse in serie B.

Nei giorni festosi del Santo Natale e della Santa Pasqua, in cui i mezzi pubblici non circolavano, lo andavo a prendere a Pisa per portarlo con la mia vecchia auto a Casciavola, dove rimaneva per celebrare la Santa Messa dalle suore Antoniane. Al termine della celebrazione lo riportavo nella città della torre pendente. Nelle sue preghiere don Giorgio pronunciava sempre parole di amore volte a glorificare la nostra fede cristiana, dichiarandosi un umile e povero pastore del gregge di Dio. 

Quando divenne prete fu nominato parroco della più povera parrocchia dell’alta Versilia, Basati, il paese dove era nata la mia cara nonna materna, Marianna Marrai. Nella comunità di Basati, dove fu parroco per nove anni, don Giorgio fu un abile camminatore di Dio, con scarponi ai piedi e zaino sulle spalle per il pane quotidiano, molto faticoso per un sacerdote che operava tra le rocce e i castagni. Basati, però, gli è sempre rimasta nel cuore. Quando le circolari mandate dalla Curia lo ammonivano per la scarsa partecipazione della sua parrocchia rispetto a quanto facevano altre, che presumibilmente avevano più congrue rendite, per attenuare il suo dispiacere don Giorgio metteva fuori dalla finestra, al freddo della notte e al sibilo del vento della tramontana (chiamata “cavallaccia”), le lettere che aveva ricevuto, e al mattino le riponeva malconce in casa, tirando un sospiro di sollievo.

In occasione della processione del Corpus Domini un anno disse alle ragazze di portare loro il baldacchino e quando uscirono dalla Chiesa tra gli uomini esterrefatti udì la voce del capo sezione del Pci bofonchiare... dopodiché, con alcune occhiate d’intesa, furono i giovanotti a sostenere lo sforzo portando le aste dorate. Il suono amichevole delle campane era reso più convincente quando i fiaschi di vino ungevano le funi ai sonatori, tanto da non sentire lo sfregamento delle corde sulla pelle delle loro mani. Le feste paesane erano attese sempre con trepidazione, come se si trattasse dell’arrivo di re o principi: mentre si riunivano i comitati, che promuovevano adunanze, raccolte e sonetti per i minori del paese e per le famiglie, le mense si rallegravano per la gente accorsa numerosa da fuori per gustare i buonissimi e nutrienti tordelli preparati dalle casalinghe, e i preti delle vicine parrocchie si ritrovavano per la Messa e per i Vespri. L’organo diffondeva note musicali che facevano vibrare sempre di più il cuore dei fedeli. Talvolta capitava che le campane suonassero “al fuoco”, nottetempo, per chiamare i parrocchiani a spegnere gli incendi seguendo l'ordine del parroco, unico tutore della legge e della sicurezza.Basati era abitata da famiglie povere e buone, ospitali ed umili, che trasmettevano a don Giorgio una sensazione di responsabilità e fiducia nei suoi interventi a vantaggio dell’intera Comunità. Verde vallata era, ed è tuttora, quella di Basati percorsa da piccoli ruscelli “chiacchieroni” e puliti che cambiano volto solo quando arrivano al piano, giungendoci contenti perché aiutano l’operosa volontà dell’uomo di cava, di segheria e di laboratorio della Versilia”: ecco un altro dei tanti bei pensieri scritti da don Giorgio nel suo bellissimo libretto intitolato “Serse da Pisa” che lui mi volle donare un giorno.

Per diversi anni don Giorgio prestò servizio quotidiano nelle colonie estive. Furono anni per lui molto belli, in quanto udiva il linguaggio del mare al quale rispondeva con le preghiere rivolte a Dio. Conobbe poi il servizio quotidiano svolto nel Pian di Pisa. Un periodo che visse con stanchezza, per l'età avanzata, ma anche con grande freschezza spirituale, per avere lì trovato e portato gioia, con le sue celebrazioni, alle Suore Antoniane. Alla luce del bene che nutrivo nei suoi confronti più di una volta lo invitai a cena a casa mia, dove veniva sempre accolto con grande festa dai miei familiari. Quando arrivava il momento del caffè e gli veniva messa la tazzina nel posto che lui occupava, a tavola, lo beveva solo dopo averlo versato nel piattino, precisando, mentre tutti noi sorridevamo, che così lo sorseggiava il cardinale Svampa. Mi sembra doveroso e opportuno elencare, qui di seguito, l’attività sacerdotale svolta da don Giorgio durante la sua vita.

Inizio da Basati, che fu per lui una grande palestra di zelo e semplicità, e dove fu amatissimo dalla popolazione; il breve mostrarsi a Palazzi gli valse come giro di volta per correggere il precedente comportamento di timidezza che ebbe verso gli altri di ogni grado; la dolce pausa a Forte dei Marmi gli ridiede la fiducia in sé e nei confronti della gente che conobbe; il cappellanato agli Istituti Riuniti lo rese amichevole educatore dei giovani che valse anche per il servizio comandato; l’insegnamento religioso nella scuola media lo rese amico di tanti ragazzi e famiglie; la collaborazione in S. Pierino con don Burgalassi gli aprì la mente verso gli interessi culturali; il servizio volontario ai Cavalieri lo vide generoso servitore; la libera collaborazione all’Associazione diocesana del clero lo vide festosamente impegnato; il servizio triennale ripetuto come confessore delle suore lo tenne spiritualmente fertile; ritenne magnifiche le esperienze di Assistente Scout che ebbe per circa venti anni; i servizi prestati in occasione delle feste di S. Matteo e S. Antonio, e presso l'Arcivescovado, lo misero a stretto contatto con il mondo giovanile cristiano; le varie supplenze interinali nelle parrocchie di San Pierino e San Prospero, affidategli dal Superiore e la guida spirituale del movimento Vedovile di spiritualità lo tenne mensilmente impegnato nella chiesa dei Galletti per oltre 10 anni. Svolse altre attività prettamente clericali, come la predicazione di esercizi alle suore o in grandi parrocchie che fecero sentire a don Giorgio di essere stato un prete sereno e felice.

Un anno chiesi al signor Comandante del Gruppo di Pisa della Guardia di finanza di invitare don Giorgio a partecipare alla bella festa per la ricorrenza della fondazione del nostro Corpo, risalente al 1774. La mia richiesta fu accolta. Fui felice quando vidi il nostro arcivescovo, il compianto monsignor Alessandro Plotti, celebrare nel cortile della nostra caserma la Santa Messa, con al fianco, come concelebrante, don Giorgio Servi, che in quella occasione indossò un nuovo abito talare. Il padre di don Giorgio, l'attore Ubaldo Servi, era stato un letterato cattolico molto apprezzato, come dimostrò con una sua opera teatrale sulla Passione di Gesù che fu molto gradita dal Vescovo e da tutti gli spettatori. Egli terminò l’attività di attore e regista nel 1931, per esercitare successivamente l’attività di bancario. Quando suo figlio era parroco di Basati andò a trovarlo per stare un po' insieme a lui. Purtroppo però il tempo fu troppo breve: fu colpito, infatti, da un infarto che lasciò nel più profondo dolore il figlio don Giorgio.

Una bella fotografia di don Giorgio (vedi a lato) ritratto insieme a Piero, Dario Giannini, Luciano Leonardi, l’ho trovata stampata sul bel libro intitolato “Sui sentieri delle Apuane” scritto dal compianto don Florio Giannini, fondatore della rivista cattolica “II Dialogo” e parroco di Ruosina e successivamente del Tonfano, a Marina di Pietrasanta. Detta foto, con l’immagine del corpo di Gesù crocifisso, reca anche le annotazioni “Traversata” e l’anno 1958. Mi è rimasta sempre nel cuore la rivista fondata da don Florio, di cui ero abbonato e appassionato collaboratore. Quale pastore delle anime dei fedeli, don Giorgio fu sempre più vicino ai fedeli della chiesa del Signore. Oltre che nelle chiese celebrò funzioni religiose in più di 500 altari: caserme, campeggi, cimiteri, rettorie, fabbriche, Circo Medrano, Palazzo della Provincia, istituti religiosi oltre ad alcuni altari improvvisati su dighe, cave di marmo, alberghi, pinete, spiagge. Da livello 0, a bordo di navi nel mar Tirreno e nell’Adriatico, salì fino ai 2757 metri della Cima Coppi, al passo dello Stelvio. Con i suoi confratelli sacerdoti ebbe rapporti consolanti che lo arricchirono. Nel suo libretto ha ricordato don Borla, don Virgili, don Burgalassi ed altri che gli sono stati fratelli nell’aiuto e nel consiglio, come ad esempio don Innocente e il suo seminarista in Versilia, don Leonardi. Ma anche don Luigi Morra, cappellano militare della 46^ Brigata Aerea di Pisa, che lo introdusse in un ambiente che quando era giovane aveva chiesto di poter frequentare al suo superiore, sempre ottenendo una risposta negativa.

Don Giorgio fu legato da vincoli di fraterna amicizia anche con l'allora parroco della Cappella, don Hermes Lupi (ora monsignore e parroco a Seravezza). Don Hermes è un grande sacerdote amato da tutta la popolazione seravezzina. Molti anni fa vidi arrivare don Giorgio con molta sorpresa a Seravezza, dove mi trovavo a trascorrere un periodo di riposo estivo nella casa di mio suocero, Giuseppe Pucci. Don Giorgio viaggiava a bordo di una Vespa. Mi disse che doveva salire alla Cappella, dove era parroco il suo confratello e amico don Hermes Lupi.

In occasione della Messa d’argento l'arcivescovo di Pisa, Benvenuto Matteucci, dimostrò molta generosità nei confronti di don Giorgio, offrendogli un bellissimo pellegrinaggio in Francia mentre altri due confratelli, don Sabucco, parroco di Forte dei Marmi, e Borlas, gli offrirono un pellegrinaggio in Israele, di cui lui fece un bel resoconto pubblicato nella diocesi di Pisa e a Gerusalemme, che successivamente donò anche a me. Ricordo il dispiacere che mi manifestò quando subì un furto, nella sua modesta abitazione, da alcuni malviventi che avevano gettato a terra tutta la biancheria e gli abiti che teneva riposti con ordine nei cassetti del canterale e nell’armadio. Sotto agli abiti rinvenne anche il calice che usava quando celebrava la Santa Messa. Gli rubarono delle monetine che aveva raccolto quando era andato in pellegrinaggio a Gerusalemme, a Roma ed in altre località dove esistevano basiliche e famosi santuari cristiani. Quando fu sfrattato dalla casa in cui abitava a Pisa non riuscì a trovarne un’altra in cui andare ad abitare né trovò una stanza per poter dormire. Non trovò aiuto da nessuno, e questo indubbiamente lo fece molto soffrire. Accettò, alla fine, la proposta di andare a stare presso una anziana signora di profonda fede cristiana che abitava vicina alla chiesa della Parrocchia di Sant'Ermete, a Forte dei Marmi. Nel periodo in cui era stato parroco del Forte don Sabucco, questi si era avvalso della collaborazione di don Giorgio. Fu per questo fatto che tale chiesa rimase sempre nel cuore di don Giorgio. In quegli anni don Sabucco inviò una lettera a don Giorgio che iniziava così: “Al caro puntello spirituale di Forte dei Marmi…”. Credo che sia stata questa grande e meritata considerazione a convincere don Giorgio a trasferirsi in Versilia.

Quando andai a trovarlo nella sua nuova abitazione mi disse che aveva avuto un infarto che lo aveva scosso e fatto molto soffrire, aggiungendo anche: “Ora non ci vedo più “. Appena seppi che era stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale vicino al Lido di Camaiore, andai a visitarlo. Lo trovai disteso su un lettino. Soffriva molto e si lamentava. Accanto stava seduta su una sedia una giovane donna che lo assisteva. Subito gli dissi: “Don Giorgio, sono il maresciallo Sacchelli”. A fatica e con scarsa intellegibilità ripetette “ma-re-sci-al-lo, Sac-chel-li” , emettendo anche dei rantoli che mi fecero capire che stava per morire. Infatti il 2 febbraio 2005 si spense. Trovai conforto dalla certezza che subito dopo il decesso la sua anima era subito volata nella casa del nostro Padre Celeste, per vivere in eterno accanto ai suoi genitori, ai suoi cari defunti ed a tutti coloro che lo conobbero e gli vollero bene. Quando uscii dall’ospedale non pensai di dare il numero della mia utenza telefonica alla donna che assisteva don Giorgio, perché lo desse a qualcuno dei suoi nipoti o alla signora presso la quale era stato accolto a Forte dei Marmi. Fu a causa di questa mia imperdonabile dimenticanza che non mi venne comunicata la morte di don Giorgio, motivo per cui non partecipai al suo funerale. 

Voglio ricordare che quando gli lessi, nel 1989, la mia poesia “Due Angeli nel pozzo”, dedicata alla memoria del piccolo Alfredino Rampi (morto a Vermicino nel 1981 dopo essere caduto in un pozzo artesiano), l’ultima parola scritta, “Paradiso”, è sua. Fu lui che volle che l’aggiungessi subito dopo che gliel'avevo letta. È sua anche la presentazione di un mio libretto di poesie (C. Cursi editore 1989) che volle firmare anonimamente, “un amico”. Ho sempre vivo nel cuore il suo pensiero su ciò che scrivevo in merito alla fede cristiana da me sempre fortemente sentita, facendomi intendere che era stato Dio a scegliermi per diffondere le parole di amore, carità e perdono e quant’altro espresse Gesù Cristo quando discese fra gli uomini in terra. Ebbi da lui anche il dono di una bella penna a sfera “Aurora”: gli dissi che non doveva donarmi nulla ma lui non volle ascoltarmi. Quando si trasferì a Forte dei Marmi mi volle regalare anche diversi bellissimi volumi sulla storia del calcio, di cui era grande appassionato.

Caro don Giorgio, spero che le mie parole possa sentirle lassù nel Cielo: le confesso che le ho voluto tanto bene. Mi perdoni se non gliel’ho mai detto, ma voglio pensare che in anni lontani lei abbia compreso questo mio muto pensiero che ho sempre avuto nei suoi confronti.

Concludo rivolgendo il mio pensiero a nostro Dio Misericordioso perché, quando morirò, accolga la mia anima in cielo per poter rivedere tutti i miei cari e l'amico don Giorgio.