Visualizzazione post con etichetta Guardia di finanza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guardia di finanza. Mostra tutti i post

martedì 9 gennaio 2018

NEC RECISA RECEDIT

Ecco il motto araldico che si vide sullo sfondo della gigantesca fotografia dei leader che parteciparono al summit del G8 a l’Aquila presso la scuola Allievi Marescialli della Guardia di finanza di Coppito dove si svolse l’importante incontro tra i cosiddetti grandi della terra e che io avevo già scolpito nel mio cuore dal 15 luglio 1949, quando iniziai a frequentare a Roma, nella caserma Piave, il corso di allievo finanziere. 

Fu il poeta soldato, Gabriele d’Annunzio, cavaliere, marinaio ed aviatore, decorato di due medaglie d’oro, tre di argento ed una di bronzo che volle dedicare alla Guardia di Finanza, per iscritto, questo motto araldico divenuto patrimonio spirituale e viatico di fede per quanti hanno onorato ed onoreranno il Corpo compiendo fino in fondo, oltre ogni ostacolo, il loro dovere. 

I rapporti tra i militari della Guardia di Finanza e il poeta soldato iniziarono il 10 dicembre 1918, quando, dopo tre giorni di marce dure, giungeva a Fiume la XXX compagnia della Guardia di Finanza messa alla diretta dipendenza del corpo di occupazione interalleato con compiti di vigilanza nel porto e di polizia marittima lungo le coste e della costituzione di una dogana interalleata. Il 15 luglio 1919 il reparto fu rinforzato con la 9° compagnia del III battaglione mobilitato e successivamente da altri finanzieri, arrivando a costituire il battaglione che d’Annunzio ispezionò il 21 ottobre successivo. In quella occasione il, Poeta soldato pronunciò un grande discorso:

“Le Fiamme Gialle sono rimaste con me a difendere l’italianità di questo sacro lembo di terra nostra. I finanzieri d’Italia che possono gloriarsi di avere sparato al ponte di Brazzano il primo colpo di fucile della nostra guerra di riscossa, che in tutte le guerre che prepararono e compirono il nostro Risorgimento, dalle cinque giornate alla difesa di Roma, dall’assedio di Venezia fino all’attuale guerra dove nei più fieri combattimenti di Pal Piccolo, degli Altopiani, del Trentno, del Podgora, del Carso e del Piave compirono prodezze gloriose, tingendo di sangue le rocce scabre e le paludi fabbricose, non potevano far mancare il loro contributo alla causa di Fiume la più bella la più santa, la più divina della cause per le quali gli uomini abbiano combattuto. Che se la vostra opera è, non dico misconosciuta, ma troppo poco conosciuta, non per questo è meno nobile, meno apprezzabile, meno gloriosa e meno ispirata a nobilissime tradizioni , ch’io son fiero di esaltare.

Con lo stesso animo che vi assistette durante l’ultima guerra vittoriosa vi consacrate ora alla difesa di Fiume. Questa vostra dedizione mi è sommamente cara. Ed è assai strano e non senza significato che, di fronte all’avida finanza internazionale, al cospetto delle insidie senza scrupoli tentate dai finanzieri democraticamente privilegiati, si affermi sempre salda ed incorruttibile la schiera dei nostri finanzieri di ferro, che il buon diritto italico, il più perfetto dei diritti, contrappone ai finanzieri dell’oro sospinto da brame impure e a contrastarci il possesso della più italiana delle città”.

Il 4 dicembre 1919 d’Annunzio consegnò al battaglione il gagliardetto offerto dalla donne fiumane e il 25 giugno 1920, nel corso di una solenne cerimonia, volle personalmente fregiarlo della “ Medaglia di Ronchi”. Anche in questa circostanza il Poeta soldato parlò ai finanzieri:

“Fiamme Gialle - disse- è sempre con profonda commozione che io vi vedo, che io vi incontro. In ciascuno di voi ed in voi tutti noto un gesto affettuoso; ed io vi saluto vedendo sempre in voi l’esemplare del legionario fiumano: la dignità e la semplicità non mai interrotte. Io vi ho dimostrato più di una volta quale sia la riconoscenza della città, che voi avete salvata con gli altri legionari, per esempio che avete dato e date ogni giorno in disciplina, in sagacia, in coraggio ed in resistenza, voi lo sapete, e n’è testimonio il gagliardetto giallo che vi affidarono le donne fiumane. E’ alta ventura per me offrirvi oggi il segno di Ronchi, segno di legionari in questo mese di giugno che è per voi ricco di ricorrenze gloriose. A monte Pal Piccolo, nella primezza della guerra, lo ricordate un battaglione di fiamme Gialle fu assalito da più battaglioni austriaci, fu accerchiato, fu respinto, fu decimato, e nondimeno continuò a combattere senza aiuto di artiglierie, senza aiuto di rinforzi, chiesto insistentemente, e tenne la linea. Pal Piccolo, poi Piave Vecchio e il Piave Nuovo, sulla fine della battaglia che ieri si chiuse, detta del solstizio; e fu appunto il 21 giugno che le vostre bella Fiamme Gialle irruppero nelle posizioni del nemico e lo annientarono. Parlo del VII , VIII E XX battaglione che occuparono il Piave Nuovo e finalmente raggiunsero la sponda el Piave Vecchio. Come sul Pal Piccolo, sul Podgora, sullo Sperone, sul Carso, in Val d’Astco, sul Cimone, dove ricordo l’eroismo di ventotto finanzieri modello ed esempio di disciplina e di sacrificio, voi avete tenuto fermo, o Fiamme Gialle , voi avete compreso che noi siamo qui, come sul Piave, alla difesa suprema della Patria.​

Quindi a voi più che ad ogni altro legionario, a voi che ogni giorno respirate col vento la salsedine e la frescura del Carnaro, è dovuto il segno di Ronchi. Fiamme Gialle, debbo confermare che aggradisco di cuore il vostro pensiero di promuovermi appuntato della Guardia   di Finanza. Il vostro capitano mi aveva chiesto in precedenza di scegliermi un grado dei finanzieri: io mi glorio di essere appuntato...” Al termine del discorso d’Annunzio volle anche dedicare alla Guardia di Finanza, per iscritto, il motto araldico che è divenuto patrimonio spirituale e viatico di fede per quanti hanno onorato e onoreranno il Corpo compiendo fino in fondo, oltre ad ogni ostacolo, il proprio dovere: “ Nec recisa recedit".

Il poeta soldato mostrò sempre negli anni che seguirono, di ricordare con particolare sentimento la sua “ promozione ” ad appuntato della Guardia di Finanza; come attesta anche una lettera indirizzata il 9 settembre 1935 al Comandante Generale dell’Epoca; in cui fra l’altro scrisse:... “ le guardie di Finanza , le Fiamme Gialle; in Fiume d’ Italia furono soldati esemplari: ed io ebbi l’onore di essere iscritto nel Corpo. Cosicché a Lei scrive oggi un subordinato... ".

La lettera finiva con queste parole meravigliose: "Le Fiamme Gialle nella mia memoria splendono e ardono. Il 3 marzo 1938, a Gardone Riviera (Brescia), tra le numerose corone che precedevano il feretro del “ Comandante ” - accompagnato anche da un plotone di 25 finanzieri – ce n’era una bellissima, guarnita con un nastro verde orlato di giallo su cui spiccava in lettere d’oro la dedica “ La Guardia di Finanza al suo glorioso Appuntato d’onore".
Renato Sacchelli

giovedì 6 luglio 2017

Le mie Fiamme Gialle


C’è qualcosa nel suo cuore 
che non riesco a spiegare, 
intanto a dieta deve stare. 
Dottore, ma proprio ora ch’è Natale 
e con tutto il po' po' di buono
che c’è da mangiare? 
Sì, non c’è da scherzare, 
il suo cuore, ci pensi, 
pompa da quasi novant’anni 
e ora deve stare attento 
non può più tanto faticare 
ha bisogno di riposare. 
Ah! Comprendo dottore, 
che sollievo mi danno 
le sue parole.
Mi fanno capire 
dove sono finite 
le amate Fiamme Gialle 
che per oltre quaranta anni 
ho portato con fierezza 
sul risvolto della giacca grigioverde
mia gloriosa divisa,
e che ora fanno parte
del mio cuore. 
Buon Natale dottore! 

(Renato Sacchelli)



giovedì 1 giugno 2017

“Mamma, ho visto passare Gesù”. La grandezza di don Quintino, servo di Dio

Conservo ricordi commoventi rimasti scolpiti nel mio cuore della gita cui partecipai nell'agosto 1997 a Balze (Forli-Cesena), per visitare i luoghi dove visse gli ultimi anni della sua vita don Quintino Sicuro, che dal 1939 al 1947 prestò servizio nel glorioso Corpo della Guardia di Finanza. All’arrivo del pullman (ero con la mia sezione Anfi di Pisa e quella della Versilia storica) fummo accolti dal maresciallo capo Duilio Farneti di Forlì, che insieme a Quintino aveva frequentato a Roma il 19° corso allievi sottufficiali (8 luglio 1945/ febbraio 1946). Farneti fu una guida eccezionale. Dai 7 a 13 anni aveva vissuto accanto al fratello, don Silvio, nel periodo in cui questi era stato parroco di Balze, località famosa perché su un'altura chiamata il “Sasso dell’apparizione” il 27 aprile 1404 due pastorelle infelici videro la Madonna; secondo la tradizione la madre di Cristo ad una delle ragazzine restituì la voce e l’udito, all’altra la vista. Il popolo di Balze volle scolpire su una lastra di marmo il ricordo di questo evento, facendola murare nel luogo esatto dove sarebbe avvenuto il miracolo.

Quintino Sicuro, quinto di cinque figli, nasce a Melissano (Lecce) il 9 maggio 1920 da Maria Potenza e da Cosimo Sicuro. Da ragazzo esprime il desiderio di farsi frate, ma il superiore del convento di S. Simone non lo ammette perché non ha superato l’esame di ammissione alla terza classe della scuola media. Cambia scuola iscrivendosi all’Istituto tecnico industriale di Gallipoli, che porta a termine con successo. Nel 1939 frequenta il corso Allievi finanzieri e, dopo essere stato promosso finanziere, viene assegnato alla Brigata di Chiavenna (Sondrio). Durante la Seconda guerra mondiale viene mobilitato nel 1° battaglione a fianco della divisione Julia, del IV reggimento bersaglieri e di altri reparti delle camicie nere. Prende parte, nella squadra degli Arditi, ad alcune dure battaglie sul monte Tumori, contro un nemico forte, ben armato e combattivo. La gelida temperatura dei Balcani procura a molti soldati italiani il congelamento degli arti inferiori. Dopo un breve spostamento a Tre Bisti, sul fronte jugoslavo, ed ai movimenti successivi per raggiungere le città greche di Gianina e di Patrasso, il finanziere Sicuro viene assegnato alla brigata di Cefalonia. Riesce fortunosamente a sfuggire al massacro commesso dai tedeschi contro gli uomini della divisione Acqui, che si rifiutano di consegnare le armi dopo l’8 settembre 1943, impugnandole per scatenare una battaglia proprio contro le truppe germaniche che avevano loro imposto tale ordine. A causa della superiorità di uomini e mezzi, ed anche all’impiego di aerei Stukas, i tedeschi costringono i soldati italiani ad arrendersi. 

Quintino durante la guerra di liberazione è partigiano nelle squadre di azione Patriottica (SAP). Mai viene coinvolto in fatti di sangue. Dopo la nomina a sotto brigadiere viene decorato della Croce al merito di guerra. Nel mese di maggio 1946 è trasferito alla brigata di frontiera del Brennero e nel novembre 1947 viene assegnato al Nucleo p.t. di Trento. I componenti di tale reparto apprezzano il suo carattere di uomo buono e giusto. A Trento il sotto brigadiere Quintino Sicuro compilerà un verbale di accertamento nei confronti di un padre di famiglia, che non aveva il denaro per pagare il tributo evaso né la pena pecuniaria relativa. Sarà lo stesso Sicuro a versare all’Erario quanto dovuto dal pover uomo sanzionato, attingendo il denaro necessario dai suoi modesti risparmi.

Sentendosi ancora fortemente attratto dalla vocazione di servire Dio, a 27 anni si congeda dalla Guardia di finanza ed entra nel convento dei frati minori di Ascoli Piceno, nel quale rimane per due anni. Dopodichè raggiunge l’eremo di S. Francesco presso Montegallo, dove resta per 4 anni. Da lì si sposta verso il monte Fumaiolo intorno al quale c’è l’eremo di S. Alberico, che lui prende in custodia.

Ho avuto modo di conoscere diversi aneddoti della vita di don Quintino, sia grazie all’omelia pronunciata dal parroco di Balze durante la Santa Messa, sia dalla lettura del libro su Sicuro scritto dal Farneti. Avvertire su quel monte la presenza di Dio credo abbia fortificato non poco l’esistenza di don Quintino, che visse in estrema povertà elevando al Signore continue preghiere volte a glorificarne il nome. La nostra visita all’eremo di S. Alberico si concluse con la deposizione effettuata dal presidente della sezione Versilia storica, cav. uff. Renzo Maggi e da due finanzieri in congedo, di una corona di alloro sulla tomba dove riposano i resti di don Quintino. Tomba da lui scavata, quando era ancora in vita, sulla roccia arenaria esistente davanti alla chiesa.  Quel giorno fui particolarmente felice: insieme a me c’erano i cari amici Primo Giorgi e Guido Angelini, insieme ai quali frequentai a Roma il corso allievi finanzieri dal 15/7/1949 al 15/1/1950.

Nell’eremo don Quintino dormiva su una tavola di legno e con la testa poggiata su un sasso. Viveva della carità dei suoi fedeli, che avendolo conosciuto lo consideravano già un santo. Il maggiore ed unico desiderio che ebbe Quintino fu quello che tutti gli uomini della Terra potessero conoscere Dio e che gli dessero gloria, salvando così la loro anima. Sì, Quintino pensava di continuo all’anima degli uomini, la cui vita non si spegne con la morte ma continua a vivere in eterno, un premio solo per gli uomini buoni e giusti. La vita di don Quintino dedicata alla preghiera e alla predicazione del bene, colpì il cuore di tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo.

Un ragazzino che un giorno lo vide transitare davanti alle case ubicate in località Capanne, corse verso la sua casa urlando: “Mamma, mamma, ho visto passare Gesù!” La povertà, attraverso la quale Dio si presenta sulla Terra all’uomo che vive quotidianamente aiutato anche dalla divina provvidenza, suscita stupore ed ammirazione negli abitanti di Balze e dei dintorni, quando lo vedono camminare scalzo, coi piedi sanguinanti, sui sentieri difficili delle montagne piene di sassi sconnessi, per raggiungere l’eremo da lui scelto per sentirsi più vicino a Dio.

È l’arrivo all’eremo di tanti fedeli, che giungono da località lontane, che lo sprona ad iniziare i lavori di ristrutturazione di quell'immobile fatiscente, con porte e finestre rotte, così come gravemente danneggiato è anche il tetto. Anche il camino della cucina non tira più fuori il fumo prodotto alla legna che arde. Don Quintino a questo punto decide di ricostruire la chiesa e ristrutturare la sua abitazione, ubicata al piano superiore, in quanto le pareti dei locali, molto umide, sono ridotte in pessime condizioni. Infine ristruttura l’intero edificio innalzandolo anche di un piano. Quintino aiuta i muratori nei lavori più pesanti. Impasta il calcestruzzo che poi, con i secchi, porta sulle spalle ai muratori che lavorano sui ponti. Ai giovani che recano lassù per aiutarlo dice chiaramente, fin da subito, che non può offrire che un piatto di spaghetti. Paga invece i materiali necessari: mattoni, calce, cemento, sabbia e quant’altro serva per i lavori, con gli oboli che gli donano i fedeli. Anche se la maggior parte delle offerte vanno, come al solito, ai più poveri. In quella località, ricca di cento fontane, l’eremo di Sant’Alberico diventa un'oasi di spiritualità.

Nel luogo dove don Quintino visse da eremita è rimasta scolpita nella memoria la sua figura di asceta e penitente, sempre amorevolmente vicino ai giovani che si stringevano forte a lui quando salivano all’eremo per conoscerlo. Quintino confortò i malati e i più bisognosi e fu così che tutti quelli che lo conobbero gli vollero bene. Soffriva di disturbi cardiaci e morì la gelida mattina del 26 dicembre 1968, mentre stava per raggiungere e benedire un nuovo impianto di sciovia. L’autovettura sulla quale era salito andò in panne, a causa dell’alta neve che era caduta nella nottata. Sceso dal mezzo insieme agli altri occupanti, si mise a spingerla per parcheggiarla in un vicino spiazzo. Ad un certo punto cadde a terra, fulminato da un infarto.

Il 29 agosto 1991 nell’antica cattedrale di Sarsina (Forli-Cesena), si concluse positivamente il processo diocesano di beatificazione del servo di Dio don Quintino Sicuro. Tutto l’incartamento, sigillato col timbro vescovile, fu inviato alla Congregazione della causa dei santi del Vaticano. Alla luce di una vita interamente dedicata all’amore contrassegnato dalla croce, emblema di luce e speranza, mi piace pensare che un giorno le campane delle chiese potranno risuonare a festa per annunciare ai fedeli che don Quintino è salito agli onori degli altari.
Renato Sacchelli

* L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Fiamme Gialle (Aprile 2017)

mercoledì 23 marzo 2016

Ricordi sempre vivi nel mio cuore

A 86 anni quasi compiuti ricordo ancora i due finanzieri di bello aspetto,  che vidi, per la prima volta nei primi anni 40, quando da Pietrasanta, dove aveva la sede la loro brigata, giunsero in bicicletta a Seravezza dove si fermarono davanti al molino che in quell’epoca esisteva vicino alla mia casa ubicata nel rione Ponticello per parlare con il proprietario e gestore dell’opificio che  era l’anziano signor Bonci. Entrambi indossavano la bella divisa in grigio verde ed erano armati entrambi della pistola Glisenti che portavano attaccata alla bandoliera. Io stavo saltando  con altri ragazzi sul mucchio di rena messa, all'interno dell'area del molino che gli operai della vicina segheria del Salvatori utilizzavano a cariolate per segare i blocchi di marmo. Sul quel mucchio di rena era solito giocarci anche Giuseppe Salvatori, detto Beppino che con il nome d’arte Renato girò nel dopoguerra il famoso film intitolato “Poveri ma belli” e ,successivamente, altri bei film diretti da importanti registi.

I due militari  si muovevano con dignitosa compostezza. Uno di essi mi sembrò essere più grande di età rispetto all’altro che verosimilmente doveva essere il capopattuglia. Dopo essere entrati nel molino i due militari della Guardia di finanza non li ho più rivisti.  Quindi ritorno a parlare del mio amico Beppino che possedeva una teleferica in miniatura che piazzava sulla cima del mucchio di rena facendo andare in su e giù i due mini carrelli. Con lui ci giocava anche il suo coetaneo Agostino Pucci che abitava in una delle case costruite sulle prime rampe del monte Canala, sulla cui cima i soldati tedeschi trinceratisi nel loro formidabile caposaldo difensivo chiamato il Castellaccio,  per sette mesi,  dall’estate del 1944 e fino all’aprile del 1945 fermarono l’avanzata delle truppe della divisione americana chiamata Buffalo. La prima volta che sentii parlare dei finanzieri, senza riuscire a vederli fu quel giorno dell’ anno 1940 in cui  mio padre mi portò con se alla vendemmia dell’uva  nella vigna che il suo babbo coltivava a mezzadria nella zona più alta del Monte di Ripa. Preciso che  fu l’unica volta che mi ci portò. Fu lui che mi aiutò a superare i più tratti difficili dei sentieri che conducevano sulla cima del monte, tirandomi su con le sue fortissime  braccia.  Eravamo vicini alla vetta del monte quando udimmo  lo scalpitio ferrato dei muli dei finanzieri che percorrevano la mulattiera per arrivare forse a Cerreta S. Nicola, come mi disse il mio babbo. A causa della folta vegetazione non riusci neppure a vedere le ombre dei muli nè neppure quelle dei finanzieri che li conducevano

La seconda volta che udii ancora parlare di un finanziere avvenne nel mese di luglio 1941, quando nel mio rione si diffuse la notizia, data da uno strillone che durante le domeniche vendeva i giornali lungo le strade del paese. Quanto lui urlava riguardava l'eroica morte  che affrontò l'appuntato dell' allora Regia Guardia di Finanza Francesco Meattini, nato a Cortona (Arezzo) il 18 luglio 1901 che era in forza al distaccamento di Berane, località del Montenegro. Il distaccamento fu attaccato e incendiato da preponderanti bande di ribelli. Durante la cruenta battaglia il Meattini, che era il capo squadra fucilieri, nonostante fosse stato più volte ferito, rifiutò ogni aiuto continuando a spronare i suoi commilitoni a combattere. Finite le cartucce e con i suoi colleghi quasi tutti morti, si fermò un attimo per baciare la fotografia dei suoi cari, dopodiché con calma e freddezza si mise in tasca alcune bombe a mano e tolta la sicura saltò sui ribelli seminando distruzioni e morte. Per questo suo eroico sacrificio, che commosse non solo tutte le persone di Seravezza che si erano affacciate alle loro finestre  bensì tutti i cittadini italiani, l‘appuntato Francesco Meattini fu insignito della medaglia d'oro al valor militare alla memoria.per il suo fulgido esempio di sublime sacrificio (Berane, Montenegro, 17 -18 luglio 1941-XIX )

Ricordo ancora  che durante la seconda guerra mondiale entrò una mattina nella mia  aula dell’Avviamento Professionale al Lavoro di Seravezza che allora frequentavo,  il  babbo di un mio  compagno di classe che di cognome mi pare che  si chiamasse Giannaccini. Indossava la divisa di finanziere, con attaccati sulle maniche della sua giacca i gradi di brigadiere. Il padre aveva ottenuto una breve licenza da fruire a Basati (328 m), ma prima di raggiungere il suo paese si era voluto fermare a Seravezza per salutare il proprio figlio. Tutti giorni, anche col cattivo tempo, suo figlio scendeva a Seravezza e ritornava a casa al termine delle lezioni percorrendo una lunga mulattiera..  Ancora non esisteva una strada asfaltata e, quindi, per lui ebbi subito una grande ammirazione, per la fatica che affrontava, per frequentare, ogni giorno   a Seravezza, la nostra scuola dell’Avviamento al lavoro.. Devo dire che durante l’anno precedente questo ragazzo aveva frequentato, insieme ad un altro ragazzo basatino, di nome Sergio,  la quinta classe. Sapevo che ai ragazzi di Basati, ricca di castagneti  non mancava ad essi la farina di castagne  con la quale potevano nutrirsi coi saporosi ciacci  ( necci fatti con farina dolce  di castagne  disciolta in acqua  con poco sale   e cotta fra due testi riscaldati a fiamma viva) mentre per tanti bimbi di Seravezza, sfortunatamente  per tutta la durata della guerra, mangiare i ciacci, rimase un sogno irrealizzabile.

Il giorno 1.11.1948 epoca in cui  lavoravo come apprendista formista fonditore presso la famosa ditta Cerpelli Pompe con sede a Querceta, presentai domanda di arruolamento nel Corpo della Guardia di finanza che consegnai “brevi manu” al piantone della caserma del comando del Circolo della Guardia di Finanza di Lucca, distante da Seravezza di circa una trentina di km. che raggiunsi in bicicletta.
Dopo aver superato gli esami fisici e culturali, nella notte successiva al 15.7.1949, tutti noi giovani dichiarati idonei, si parti in treno per raggiungere Roma, accompagnati da un maresciallo, per frequentare, dopo avere superato altri esami, il corso  allievi finanzieri della durata di sei mesi. Ricordo ancora le belle pagine fulgide di storia scritta col sangue dai finanzieri, a partire dal 1774, e le altre  tante lezioni che ci furono impartite in materia tributaria e penale e quant’altro che occorreva sapere per disimpegnare   al meglio i servizi che dovevamo espletare per la difesa delle leggi del nostro Stato dopo essere stati nominati finanzieri.
Desidero rivolgere un commosso ringraziamento ai seguenti ufficiali per gli alti insegnamenti che seppero darci.
- Colonnello Luigi Fantapiè ,comandante della scuola allievi finanzieri;
- Maggiore Fulgenzio , comandante del battaglione allievi finanzieri;
- Capitano Luigi   Signoriello, comandante della 1^ compagnia allievi finanzieri,
- Tenente Nello Febbraro,  comandante del mio plotone.

 Renato Sacchelli

mercoledì 25 aprile 2012

Medaglia d'oro al finanziere scelto Claudio Sacchelli: salvò ebrei e perseguitati


Ieri sera, alle ore 21 circa, ho letto un'email inviatami dal capitano Gerardino Severino, direttore del Museo Storico e capo Sezione Ufficio Storico Comando Generale Guardia di Finanza con sede a Roma: "Sono particolarmente lieto di comunicarle che oggi pomeriggio, alle ore 17, al Quirinale, il Presidente della Repubblica consegnerà, nelle mani del nostro Comandante Generale, la medaglia d'oro al merito civile concessa lo scorso 17 aprile "alla memoria" del Finanziere scelto Claudio Sacchelli (nella foto). Alla cerimonia saranno presenti, oltre allo scrivente ed al Presidente del Museo Storico, Gen. C. A. Luciano Luciani, anche i tre nipoti di Claudio".
Questa è la motivazione per il conferimento dell'onorificenza, come si può leggere nel sito internet della Presidenza della Repubblica: "Di stanza nel territorio di frontiera del Tiranese, nel dorso dell'ultimo conflitto mondiale, durante l'occupazione tedesca, si prodigò in favore dei profughi ebrei, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dalle autorità tedesche fu infine trasferito nel campo di sterminio di Mathausen, dove morì di stenti e di sevizie. Mirabile esempio di umana solidarietà e di altissima dignità morale, spinte fino all'estremo sacrificio. 1943 - Villa di Tirano (SO). 
La medaglia a Claudio Sacchelli onora, oltre a commuoverli profondamente, tutti i finanzieri italiani sia in servizio che in congedo, e in particolare coloro che sono nati nella nostra amata e bella terra di Versilia.