mercoledì 23 marzo 2016

I RICORDI RIMASTI SCOLPITI NEL MIO CUORE

Sento forte la  nostalgia di quei tempi in cui scrivevo per l'A.N.F.I. NEWS, il notiziario della sezione di Pisa,  che fu voluto dal Presidente pro - tempore finanziere - commendatore Marco Mugnaini e dallo scrivente che quando uscì il primo numero,  nel mese di ottobre del 1998,  in seno al Consiglio direttivo rivestivo la carica di revisore dei conti. Ho scritto tanti articoli  su questo nostro foglio, dai quali emergeva sempre l'amore nutrito per il  mitico e glorioso Corpo della Guardia di Finanza in cui mi arruolai il 15.7.1949.
Il notiziario nacque dall’esigenza di instaurare a livello locale un filo diretto fra tutti gli iscritti  alla sezione della Torre pendente  che allora contava 120 soci. La collaborazione era aperta a tutti i  soci,  ai quali il notiziario fu sempre offerto gratuitamente. Successivamente fui  eletto vice presidente della Sezione,  carica che mantenni per 10 anni. Devo dire che apprezzai molto le  parole che mi rivolse il presidente Marco Mugnaini quando, per la prima volta,  entrai, nella sezione dopo il mio congedo dal Corpo. “Questa è la tua casa” e ciò che mi disse lo trovai un pensiero eccezionale rimasto sempre impresso nella mia mente.  Mi preme sottolineare che i miei rapporti furono sempre ottimi con tutti gli iscritti. Era bello incontrare  e parlare con i militari in congedo, tra i quali vi erano alcuni   reduci della seconda guerra mondiale che furono internati nei lager nazisti, dove moltissimi di essi morirono in seguito alle inaudite violenze subite ed alla fame patita.
Fu stupendo per me rivedere alcuni colleghi con  i quali negli in anni lontani, avevo  esplicato  importanti servizi E quanta gioia si provava, quando   prima di ritornare a casa,  si andava tutti  a prendere un caffè  in  uno dei tanti esercizi  più vicini alla nostra Sezione. Ho pianto  quando la morte strappò alla vita diversi   soci, tra i quali ricordo, nel tempo in cui ero vice presidente,  il nostro socio onorario Gen. C. A. Ferruccio Canovaro, i marescialli  maggiori Leonardo Uneddu, Carlo Zanni e  Pietro Alesse,  ed i  brigadieri Ezio Ansini, Lorenzo Zitiello, Antonino Marchese,  l'appuntato Guido Zazzini. e il socio simpatizzante Enzo  Fialdini . Si li ho voluti ricordare tutti perché sia con loro che  con tutti gli altri iscritti alla sezione, ebbi sempre rapporti di profonda stima e di affetto.  La morte improvvisa del Comandante del gruppo provinciale di Pisa, Gen B. Paolo Semeraro che era anche lui socio onorario dell’AN.F.I. di  Pisa, addolorò profondamente tutti gli iscritti alla nostra sezione. Il generale Semeraro che da poco tempo aveva compiuto cinquant’anni,  fu un ufficiale di grande  valore. Egli quando pronunciò un suo discorso nella nostra sede dove era venuto a visitarci amò, definirci affettuosamente  di “essere tutti noi i suoi vccchietti”. E ancora,  parlando dell’ANFI,  disse: “Se siamo qui dopo una vita bicentenaria lo dobbiamo a tutti gli ex finanzieri per il servizio svolto a beneficio della nostra Patria.
Ecco cosa pensava dell'ANFI l’associazione che a me mi ha fatto sentire sempre immutato   lo spirito di Corpo che sentii nel mio cuore sin quando mi arruolai nella Guardia di Finanza.
Fui io a scrivere l’articolo sulla morte del generale Semeraro che fu pubblicato sulla nostra importante rivista Fiamme Gialle.  
Fino a quando sono stato relativamente in buone condizioni di salute ho partecipato a tutte le belle cerimonie pubbliche ed ai fantastici  raduni nazionali e interregionali. In particolare non dimenticherò mai il primo raduno  cui presi parte  che fu  quello che avvenne nei giorni 27- 28 settembre 1998, a l'Aquila, dove mentre sfilavamo nelle via del centro cittadino fummo acclamati da una massa imponente di cittadini e da molti bambini e bambine . Tutti i presenti al nostro passaggio gridavano Viva La Guardia di Finanza, viva L’Italia….”. Proprio a l'Aquila mi riconobbe un collega, in forza al Gruppo di Arezzo,  col quale prestai servizio al distaccamento di Passo Foscagno (2295 m) della brigata di Semogo -   nel 1954 -  Ben 45 anni erano trascorsi senza più esserci rivisti. Anche al raduno di Fiuggi fui riconosciuto da un collega che prestò servizio insieme a me, alla Brigata  di  Monte Bisbino nel 1958,  dove lui  era conduttore di un cane anticontrabbando. Di anni senza più rivederci ne erano trascorsi 40. 
Amo pensare che essere stato così riconosciuto  sia dipeso dal fatto che avevo  conservato  un
aspetto giovanile grazie alla mia capigliatura ancora nera.

Concludo col ricordare il   maresciallo capo  “terra” Aroldo Ballati, socio benemerito della Sezione ANFI di Pisa che personalmente non ho mai conosciuto, ma col quale parlai al telefono diverse volte per invitarlo a partecipare alle nostre feste, in particolare a quella fantastica relativa  al nostro Corpo.In relazione alla mia richiesta lui , mi rispose che camminava con molta difficoltà, e  di essere quasi cieco,  motivo per cui non poteva più muoversi. Con me ha sempre parlato volentieri, Una volta mi  raccontò di aver fatto parte del 6° battaglione mobilitato - formato a Livorno - del quale fece parte anche l'appuntato Francesco Meattini, medaglia d'oro al valor militare. Aroldo mi disse anche di avere  combattuto nei Balcani  a fianco degli alpini della divisione Tridentina per respingere un attacco dei ribelli, Per il suo comportamento  gli fu concesso un encomio solenne. Quando compì 100 anni  anch'io dovevo far parte della rappresentanza dei finanzieri in congedo della sezione operativa della compagnia di Pisa per festeggiarlo. Stavo per scendere  le scale quando udii mia moglie che mi chiamava: “Renato, Renato, sto molto male…” Ritornai sui  miei passi e così la vidi distesa sul letto in preda a forti dolori. Mi disse che aveva preso una compressa antidolorifera che anziché  farla stare meglio aveva peggiorato le sue condizioni. Dovetti chiamare la guardia medica . La dottoressa che arrivò la trovò grave e per questo motivo chiamò l'autoambulanza per farla subito ricoverare al pronto soccorso dell’ospedale di Pontedera dove gli fu accertato che era allergica al medicinale che aveva preso. Li rimase molte ore prima che venisse dimessa. Fu per questo fatto che  non conobbi  Aroldo. Quando cessò di vivere a 101 anni di età, fui l’alfiere (porta bandiera) durante il  suo funerale, a cui parteciparono molti cittadini di Pomarance, un ufficiale del Nucleo provinciale di Pisa in rappresentanza del Colonnello Paolo Semeraro e diversi marescialli in forza ai reparti vicini al luogo dove Aroldo visse gli ultimi anni della sua vita e da tanti finanzieri. 
 Nel periodo in cui sono stato vice presidente ho vissuto  tanti episodi belli che hanno sempre riscaldato il mio cuore riempiendolo di gioia, motivo per cui sono grato ai soci fondatori della nostra grande Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia la cui esistenza,    riesce ancora oggi a farmi risentire immutato quello spirito di Corpo che avvertii di avere quando entrai, nel luglio del 1949, nella caserma Piave di Roma per frequentarve il corso di allievo finanziere.

Renato Sacchelli

martedì 29 dicembre 2015

Il marmo e le cave di Seravezza



Sulla catena montuosa delle Alpi Apuane si trova il più grande giacimento di marmi del mondo. Le rocce marmifere sono "spuntate" dalla barriera corallina durante il periodo di formazione della crosta terrestre. Mi piace pensare che tale bellezza abbagliò gli occhi di coloro che per la prima volta videro i marmi bianchi e policromi in uno sfavillio di luci riflesse nel cielo. Un bel documentario trasmesso dalla Rai spiega come si sono formate le montagne della Versilia (guarda il video). 

Purtroppo nelle zone dove fin dai tempi della Roma antica e degli Etruschi furono aperte le cave, a causa della lunga escavazione di blocchi di marmo sono state distrutte intere colline e versanti di monti. I danni maggiori ovviamente si sono avuti negli ultimi decenni, quando lo sfruttamento è diventato intensivo.

Chi scrive è nato a Seravezza nel 1930. Ricordo che quando frequentavo la scuola elementare tremavo quando, mentre stavo tranquillamente seduto sul panchetto, udivo le fortissime esplosioni delle mine poste sulle cave per staccare i blocchi di marmo (operazione chiamata varata), che poi venivano squadrati e fatti discendere a fondovalle sulle vie a lizza.

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Amo parlare di esse, in primis della cava di bardiglio, la prima che vidi, sulla cima della Cappella, appena sotto la Pieve, quando la scuola elementare che frequentavo organizzò una gita per visitare l'antica pieve di S. Martino alla Cappella, che l'intera scolaresca raggiunse attraversando anche tratti delle vie a lizza. Iniziammo a salire da Riomagno. Giunti davanti alla chiesa della Cappella, sotto la quale c'era una profonda tecchia, causata dall'estrazione del marmo in quel tratto della cava, tutti ammirammo la famosa scultura chiamata, secondo la leggenda, l'occhio di Michelangelo e i resti del portico da lui disegnato, che rimase distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Ammirammo anche l'antica chiesa risalente all'anno 1000, tutta costruita in marmo.



Le cave di Ceragiola e della Costa le visitai la prima volta nel dopoguerra, quando la mia famiglia ritornò a Seravezza al termine di un lungo periodo di sfollamento occupando una casa ubicata all'Uccelliera con annesso piccolo oliveto e due vignette di proprietà di un imprenditore del marmo, che aveva assunto mio padre per lavorare in una cava del monte Costa.
A Compignano la mia famiglia trascorse un paio di anni dopo la fine della guerra. Nel primo periodo di sfollamento ci trovavamo al Pelliccino e poi a Giustagnana, Capezzano Pianore e Pietrasanta. Con il ritorno a Seravezza iniziai a visitare le cave del monte Costa, arrivando fin sulla cima dove raccolsi un fascio di stecchi da utilizzare per cuocere il cibo Mi arrampicai anche su alcune vecchie cave del monte di Ceragiola, dove il marmo non veniva più estratto da tempo.

Quando mi recai sulla cava più grande della Costa, incontrai il capo cava Speroni, che al Ponticello era mio vicino di casa. Sopra un'alta tecchia vidi salire, attaccati a delle corde, due cavatori, mentre altri operai erano intenti a squadrare i blocchi scavati dalla montagna. Altri operai scaricavano, lungo il ravaneto, i carrelli pieni di scaglie dei blocchi squadrati.

Quella volta che salii sulla cava, la più alta di tutte, notai che i cavatori avevano scavato una piccola galleria molto stretta per collocarci le mine per staccare dal monte i blocchi di marmo.
I cavatori si davano da fare per portare a fondovalle blocchi marmo scavati dalla montagna. Notai anche un fabbro accanto ad una forgia, con i carboni accesi, mentre batteva colpi di mazzolo su un'incudine per affilare le punte delle subbie e degli scalpelli occorrenti per la squadratura dei blocchi. Un giorno vidi i lizzatori mentre facevano scivolare lungo la via di lizza del Monte Costa un grosso blocco di marmo fino al poggio di caricamento che era a poca distanza dal palazzo Mediceo.

Non sono mai salito sulle cave del monte Altissimo, dove dal 1515 al 1518, come ha scritto in un libro don Florio Giannini (Michelangelo all'Altissimo - “Edizione Il Dialogo 1996), il grande artista scoprì il marmo statuario, il più candido del mondo, che utilizzò per scolpire i suoi capolavori. E non salii mai neanche sulle cava del Trambiserra, dove lavorò anche mio padre negli anni 30 e dove Michelangelo diresse i lavori per estrarre le colonne che gli dovevano servire per la progettata costruzione della facciata della cattedrale di San Lorenzo, a Firenze, che non fu mai realizzata.

Questo salto indietro di alcuni secoli mi dà l'occasione per accennare al Lodo di Papa Leone X del 28 settembre 1513, quando Seravezza passò a Firenze, sotto cui rimase fino a quando il Granducato di Toscana, in quel tempo sotto gli Asburgo Lorena, fu annesso al Regno d'Italia in seguito al plebiscito del 5 marzo 1860. Seravezza ricavò molti vantaggi e un po' di autonomia anche in seguito al già citato atto di donazione a Firenze delle cave di Ceragiola e del monte Altissimo. Si deve ai fiorentini l'impulso dato negli anni successivi all'escavazione di marmi cui erano interessati sia Michelangelo che Giorgio Vasari ed altri celebri scultori inviati da Leone X e da Cosimo I per seguire da vicino l'estrazione dei marmi di cui avevano bisogno per le loro opere.

Dopo un periodo di abbandono delle cave, che iniziò nel 1668, l'economia di Seravezza si riprese quando  J.A. Alessander Henraux nel 1821 fondò l'omonima società sotto la quale sia l'escavazione che la lavorazione del marmo ripresero a pieno ritmo, tanto da determinare la crescita di Seravezza a tal punto da essere considerata la capitale della Versilia.

Mi piace concludere questo mio scritto con una poesia (in dialetto) che ho dedicato a chi lavorava per trasportare il marmo.

I mitici lizzatori

In verità li viddì la prima volta
sopra Malbacco, aldilà del fiume,
la matina che ero ito
a ccoglie le more
duve finiva la via a lizza
de le cave del Trambiserra
che era il tratto più pericoloso
perchè il blocco di marmo
rimase, per pochi momenti,
penzoloni nel vuoto,
prima di arrivà nel fiume,
erino gli Anni Trenta.
La seconda volta li osservai
nel dopoguerra, sulla via a lizza,
de le cave del monte Costa,
facevino scivolà a fondo valle
un grosso blocco di marmo.
intorno al quale stacéino curvi
e inginocchiati
mentre si passavino
e mmovevino pali di ferro
e martini pesi più
di cento chili.
Erino tinti dal sole,
con la gola arsa e il corpo asciutto,
lmane aveino d’acciao
come i cavi tesi a llo stianto
ai margini de le scoscese vie,
da duve i mmarmi, lentamente,
sfucicavano a ffondovalle,
tra gli urli del capolizza e dei lizzatori.
Oh, Oh! A Unce...
Oh! Oh! Bel, Bel!
Molla il tiratore...”
Ora nella valle silenziosa
il merlo tecchiaiolo
ci fa il nido
e sulle vie a lizza,
ricoperte di piante e scepaloni,
aleggia lo spirito
dei mitici antichi lizzatori.




sabato 31 ottobre 2015

Lettera aperta al signor Sindaco di Pietrasanta

Ha destato in me una certa perplessità venire a sapere, dal Tirreno, che dalla piazza principale di Pietrasanta è stato allontanato il signor Roberto Palma, che da 35 anni prepara e vende le mondine, come ho sempre chiamato le caldarroste.
Di Pietrasanta ho ricordi incancellabili, fin dai tempi in cui ero bambino quando, insieme a mio padre, la raggiungevamo a piedi da Seravezza per acquistare un paio di scarpe di cui io avevo bisogno, e più di una volta, anche per andare alla fiera di San Biagio. Ho anche abitato a Pietrasanta, per poco tempo, subito dopo la fine della guerra in Versilia. E ci sono andato tante volte in gita in bicicletta, con la mia fidanzata seravezzina: eravamo soliti consumare piccole fette di cecina e anche di torta fatta con la farina di castagne, di cui eravamo ghiotti. Ricordo di aver visitato una importante mostra di belle sculture che anni fa si svolse nella bella piazza centrale di Pietrasanta. La mia attenzione verso le opere esposte non venne minimamente disturbata dall'uomo che faceva le mondine.
So bene che ad ogni Amministrazione comunale spetta il dovere di tutelare l'ambiente e discliplinare l'occupazione delle aree pubbliche. Ed è necessario che qualsiasi attività si svolga in modo ordinato e nel rispetto delle regole, a interesse dell'intera cittadinanza. Mi astengo, pertanto, dal proseguire il discorso in quanto, allo stato degli atti, non sono a conoscenza delle leggi che tutelano l'habitat cittadino.
Comunque sia mi permetto di chiedere al signor sindaco Massimo Mallegni, persona attenta e sensibile ai problemi della cittadinanza, se è possibile revocare l'allontamento del Palma dalla piazza centrale di Pietrasanta. Ovviamente l'amministrazione comunale non può redigere un regolamento ad personam. Ma si potrebbe quantomeno valutare l'opportunità di fare una deroga per chi esercita particolari tipi di attività legati alle tradizioni locali. E le castagne, come ho avuto modo di scrivere nel mio libro "Quando cadevano le castagne", sono nel Dna della Versilia.

giovedì 22 ottobre 2015

La bella stagione di mio nipote Tommaso in bici

A fine stagione ciclistica amo parlare dei risultati conseguiti da mio nipote, Tommaso Fiaschi, che quest'anno ha corso nella categoria Juniores con la maglia del Gruppo Sportivo Stabbia Ciclismo.
Tommaso iniziò a correre con la maglia del Pedale Certaldese Nuovo Abitare Cornici, ottenendo trenta vittorie tra i Giovanissini e 15 da Esordiente. Quando passò nella categoria Allievi con la maglia della Stabbia Iperfinish, fu colpito dalla mononucleosi, che gli tarpò le ali impedendogli di potersi esprimere al meglio. Rimessosi in piena salute riuscì a vincere alcune gare ed a ottenere alcuni buoni piazzamenti.

Quest'anno, diciottenne, grazie ai buoni risultati conseguiti il ct della Nazionale Rino de Candido lo ha ritenuto meritevole di partecipare alla Parigi-Roubaix. In questa grande classica si è distinto in una lunga fuga, insieme a tre corridori stranieri. Stremato dallo sforzo, è riuscito comunque a concludere la corsa classificandosi al 48° posto.
Lo scorso luglio ha partecipato agli Europei, in Estonia, senza purtroppo riuscire a concludere la gara a causa dei forti crampi che l'hanno costretto al ritiro.
Ha chiuso la sua bella stagione sportiva, a fine settembre, prendendo parte, sempre coi colori azzurri, ai Mondiali di Richmond, negli Stati Uniti. Ha fatto una bella gara e nell'ultimo giro era nel gruppo di testa, con un'ottima condizione fisica, insieme all'altro azzurro Nicola Conci (arrivato 6°). Incredibilmente però ha forato, non una ma due volte, prima alla ruota anteriore e poi a quella posteriore. Da suo grande tifoso sognavo che potesse concludere la gara iridata con il suo solito travolgente sprint finale, così come era riuscito a fare il 13 settembre 2015 a Montignoso (MS), dove aveva vinto il prestigioso Trofeo Buffoni.
Tommaso mi ha raccontato che ai Mondiali “aveva il morale alto e le gambe”, cioè stava bene fisicamente, e nel suo cuore sperava di poter vincere o almeno di provarci fino all'ultimo. Putroppo la sfortuna gliel'ha impedito: si è classificato al 72° posto.

Mio nipote riconosce che deve i suoi successi agli insegnamenti avuti dal suo ottimo allenatore, Tiziano Antonini, e all'aiuto ricevuto dai suoi compagni di squadra, in primis il suo fedele amico Daniele Masi.



Sono felice che Tommaso abbia deciso di continuare a correre in bicicletta, pur essendo molto impegnato con la scuola (quest'anno avrà l'esame di Maturità). Gareggerà per la GS Mastromarco e di sicuro farà sognare ancora sia me che l'altro suo nonno, Mauro. Entrambi siamo cresciuti sentendo parlare delle gesta, in bicicletta, di campioni del calibro di Alfredo Binda (vincitore di cinque Giri d'Italia e tre Mondiali) e Learco Guerra (un Giro e un Mondiale).

Ricordo di avere visto Tommaso, prima che iniziasse a correre per il Pedale Certaldese, pedalare ad un ritmo forsennato in sella ad una biciclettina: riuscì ad arrivare in cima ad una ripida salita lunga poco più di una decina di metri, in pochi secondi, tanto da lasciarmi a bocca aperta. Si vedeva già che aveva la bici nel sangue. 

Sono grato alla dirigenza del Gruppo sportivo Stabbia Iperfinish, per aver voluto con sé Tommaso, alcuni anni fa, facendolo crescere in un importante gruppo, e al c.t. Rino de Candido che l'ha spronato coi suoi insegnamenti aiutandolo ad esprimersi sempre al meglio in questo sport, che a me pare il più bello del mondo. E sono grato, ovviamente, anche al babbo di Tommaso, Massimo Fiaschi, che gli ha trasmesso l'amore per la bici. 


Risultati di Tommaso Fiaschi nel  2015
6 vittorie

- 15 marzo - Monsummano Terme – G.P. Società toscane, gara di km 75,600, vinta alla media di km/h 37,800;
- 10 maggio – 53 coppa di S.Michele – Umbria – cave di Foligno, gara di km 113, vinta alla media di km/h 39,240;
- 31 maggio – 53 coppa Paolo Batignani - Reggello loc. Donnini - gara di km 106, vinta alla media di km/ 41,032;
- 28 giugno - Vergaio -Toscana ) - (FI) - trofeo Fiaschi cav. Alfredo, gara di km 118,vinta alla media di km/h 38,741;
- 26 luglio - Toscana la Stella (FI) di km. 111,700, vinta alla media di km/h 38,965;
- 13 settembre – Montignoso (MS) 48° Trofeo Buffoni, gara nazionale di km 137, vinta alla media di km/h 40,026.

9 volte al secondo posto

- 8 marzo - Toscana - Prato - frazione S.Giusto (PO) - 57 Coppa Piero Mugnaioni – km 79,200;
- 22 marzo - Veneto - Silvella di Cordigliano (TV) - 56 giro delle Conche - km 105;
- 29 marzo - G.P. Toscana – Stabbia -Artigianato e Commercio Stabbiese - km 79,200;
- 6 aprile - Toscana - Settimello di Calenzano - 15° Trofeo degli Assi - km 80,500;
- 19 aprile - Toscana - Fucecchio - 5° Trofeo, frazione pro loco Torre, km 78;
- 25 aprile - Toscana - Turano (MS) – 41° Gran Premio Liberazione Città di Massa - km132;
- 26 aprile - Toscana – Casalguidi (PT) - Ricordando Franco Ballerini km78;
- 6 settembre - Liguria La Spezia - 40° Giro ciclistico Lunigiana - terza tappa /km 94,400;
- 4 settembre - Liguria Castelnuovo Magra - Ponzano Superiore - 40 giro Lunigiana – prima tappa km
  98,370.

Una volta al terzo posto
- 18 agosto - Toscana – Borgo a Buggiano (PT) – 50 coppa Pietro Linari – km 108.

4 volte al settimo posto
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- 19 luglio - Toscana Sillicagnana – 1° Gran premio Garfagnana km 109,600;
-   5 luglio - Liguria - Beverino (SP) 4° Trofeo memorial Aurelio Del Rio – km 128;
- 23 maggio - Brandiy Elven  (Francia )Trophee CentreMorbihan - prima tappa di km.116
-   5 settembre - seconda tappa giro Lunigiana . Fosdinovo - Fosdinovo;

 Con i due secondi posti ed il 7° posto in cui è arrivato durante il giro della Lunigiana, Tommaso Fiaschi è risultato essere il vincitore della classifica a punti del giro di cui trattasi.

Una volta al nono posto
- 21 giugno – Abano Terme - Campionato italiano su strada - km 136,380.





lunedì 14 settembre 2015

Il cibo lanciato ai maiali

L'opinione pubblica è rimasta fortemente colpita da alcune immagini provenienti dall'Ungheria, in cui si vedeva un folto gruppo di migranti, ammassati l'uno sull'altro in un centro di raccolta, con le mani protese alla ricerca disperata di un po' di cibo che veniva lanciato loro alla rinfusa. Molti giornali, sdegnati, hanno scritto che quelle persone venivano trattate come gli animali (guarda il video).

Non credo che alla base di quel gesto poco edificante (il lancio di cibo) ci fosse la mancanza di rispetto per la dignità umana. Credo tutto sia dipeso dalla disorganizzazione, o per meglio dire improvvisazione con cui viene gestita una situazione di proporzione enormi.

Quelle immagini, e quel paragone agli animali (qualcuno ha detto maiali), mi hanno fatto venire in mente un triste episodio che ho vissuto sulla mia pelle, risalente alla Seconda guerra mondiale, quando i soldati americani della divisione Buffalo arrivarono a combattere in Versilia (Lucca) per liberare il nostro paese dai nazisti.

Con le case fatte saltare in aria dai tedeschi, chi come me e la mia famiglia era fuggito da Seravezza, rifugiandosi a Capezzano Pianore, Viareggio o nelle zone limitrofe, non essendovi  alcuna forma di assistenza nei confronti degli sfollati, non sapeva proprio come fare a procurarsi il cibo per sopravvivere. Così, davanti alla cucina degli americani, stazionavano donne e bambini con dei recipienti in mano che venivano riempiti con il rancio avanzato ai militari. Anch'io più di una volta mi misi in fila e attesi che qualche soldato, dopo essersi saziato, mi cedesse qualcosa. Il tutto, mescolato, diveniva un impasto disgustoso che soltanto la fame riusciva a farci inghiottire. Un pastone che assomigliava tanto a quello che viene dato ai maiali.

venerdì 11 settembre 2015

Un ricordo del grande Manlio Cancogni


Desidero soffermarmi sul famoso giornalista e scrittore Manlio Cancogni, scomparso il 1° settembre 2015 all'età di 99. Lo faccio partendo dalle parole (che anche oggi considero attuali) che pronunciò il 13 dicembre 1987, quando fu eletto presidente dell'Unione Versiliese, formazione politica che aveva contribuito a far nascere: "La democrazia politica nel suo stato moderno non si esercita direttamente ma per delega. Cioè i partiti sono il tramite tra i cittadini e lo Stato, ma allora ci chiediamo per quale motivo si debba ricorrere a loro anche per la vita locale che è sotto i nostri occhi, E così per i problemi che abbiamo quotidianamente davanti e che conosciamo certamente non meno dei politici, non vediamo per quale motivo si debba sempre ricorrere al sistema delle elezioni per lista di partiti che mandano poi nei consigli comunali i loro rappresentanti e non quelli dei cittadini comuni".

Per l'Unione Versiliese fu eletto nel Consiglio comunale di Seravezza (1990), a fianco di Giorgio Giannelli. Cancogni era stato tra i fondatori di quel movimento apartitico che desiderava impegnarsi per la buona amministrazione del territorio, contro le logiche centralistiche della partitocrazia. Quando nacque l'Unione Versiliese pensai subito alla Repubblica dell'Apua, sognata da uomini eccezionali alla fine dell'800.

Cancogni amò profondamente le montagne dell'alta Versilia, in particolare la Pania, che considerava la più bella che avesse mai visto. E amava ricordare il gelato fatto con la neve raccolta dalle buche sulla Pania e trasportata a Seravezza dentro a un sacco. Anch'io, da bambino, ebbi modo di mangiare quel gelato di neve, venduto per pochi centesimi. Più che il gusto di quel gelato ricordo l'enorme senso di freschezza che provai dopo averlo mangiato.

Nel 1997 dedicò un racconto all'alta Versilia, “Caro Tonino”, indirizzato ad una suo carissimo amico. Parlò della terribile alluvione che nel 1996 si era abbattuta sui monti di Stazzema, procurando morti e devastazioni. Alla luce delle profonde parole di amore per la Versilia che espresse nel suo scritto, il Comune di Stazzema volle conferirgli la cittadinanza onoraria. Cancogni sognava sempre i bei monti della Versilia, e lo dimostrava spesso nei suoi scritti. L'opera Pia Mazzucchi gli consegnò le chiavi del paese di Pruno per dimostragli quanto gli fosse riconoscente.

Cancogni era nato a Bologna il 16 luglio 1916, ma i suoi genitori erano entrambi versiliesi: Maria Pistolesi e Giuseppe. Si erano trasferiti in Emilia per un breve periodo durante la Prima guerra mondiale. Dopo qualche mese dalla nascita di Manlio la famiglia fece ritorno in Toscana. Manlio crebbe poi a Roma, dove si formò a scuola. Conseguita la maturità classica si iscrisse all'Università La Sapienza. Fu durante gli studi universitari che iniziò il servizio militare nel Corpo degli Alpini a Bassano del Grappa (1936), ma non ottenne l'idoneità fisica perché, ammalatosi, era stato ricoverato in ospedale.

Si laureò in Legge nel 1938 e successivamente in Filosofia. A Roma conobbe Carlo Cassola (scrittore e saggista) con il quale strinse un legame che durò fino alla morte di questo suo carissimo amico. Conobbe anche altre importanti personalità del mondo della cultura: Carlo Levi, pittore e scrittore; i poeti Mario Luzi ed Eugenio Montale; lo scrittore e critico letterario Luigi Silori, combattente nella campagna di Grecia e poi sul fronte albanese.

Dopo la liberazione si stabilì a Firenze, dove iniziò l'attività giornalistica scrivendo su "La Nazione del Popolo". In seguito fu chiamato a Milano per collaborare con quotidiani e riviste nazionali. Molto importante la sua inchiesta sulla corruzione a Roma, pubblicata sull'Espresso l'11/12/1955 con il titolo a tutta pagina: “Capitale corrotta-Nazione Infetta”.

Firma sagace, oltre al giornalismo si dedicò con successo anche alla letteratura, scrivendo oltre sessanta opere, che gli valsero diversi premi (Bagutta nel 1966, Strega nel 1973, Viareggio nel 1985, Grinzane Cavour nel 1987, Pen club Italia nel 2010). Si dedicò anche alla sceneggiatura di Giuseppe Verdi (per la Rai).

Incontrai Cancogni per la prima volta quando, al Palazzo Mediceo di Seravezza, Giorgio Giannelli presentò il bellissimo libro scritto da Giulio Salvatori, intitolato “Oltre la Siepe di Bussilo, - un paese nei racconti (edizioni Versilia Oggi 1986). In quell'occasione Giannelli aveva seduti accanto a sé due pilastri della cultura, Cancogni e Salvatori.

Nel periodo in cui ebbi modo di collaborare col il periodico “Il Dialogo”, fondato e diretto dall'indimenticabile don Florio Giannini, chiamai al telefono Cancogni (il cui numero mi aveva dato proprio Giannini, che ben conosceva lo scrittore) per chiedergli alcuni consigli sulla carriera giornalistica che mio figlio desiderava intraprendere. Cancogni fu molto cortese e mi raccontò che, rispetto ai suoi tempi, le cose nel giornalismo erano molto cambiate. Si riferiva al fatto che, un tempo, a decidere le assunzioni era solo il direttore di una testata. Oggi non più. E per questo, per inserirsi oggi nella professione, non bastava più saper scrivere bene e mettersi in mostra. Nel farmi questo onesto discorso, improntato a un sano realismo, mi parve molto amareggiato.

Mi ha profondamente addolorato la scomparsa di Cancogni, anche se è avvenuta a un'età ragguardevole, 99 anni. Mi è di conforto pensare che questo grande figlio della Versilia possa aver raggiunto la casa del nostro Padre celeste.

sabato 29 agosto 2015

Correre (e vincere) a piedi scalzi


Ho letto con interesse un articolo de La Stampa che parla degli atleti che, nel 2015, corrono scalzi le gare di atletica ai mondiali di Pechino (leggi l'articolo). L'autrice, Giulia Zonca, osserva che, al giorno d'oggi, è impossibile gareggiare e vincere senza scarpe. Personalmente non sono del tutto d'accordo, anche se, ovviamente, un buon paio di scarpe aiuta gli atleti.
Da ragazzo per anni ho camminato a piedi scalzi nelle vie, nei fiumi e nei sentieri boscosi dei monti del luogo dove sono nato, in Versilia. Nonostante la fame patita in tempo di guerra ero allenato alla fatica e i miei piedi erano "abituati" a calcare, per ore ed ore, superfici dure di ogni tipo.

Qualche volta ho pensato che, se debitamente allenato, non avrei sfigurato accanto al grande Abebe Bikila, vincitore della maratona all'Olimpiade di Roma del 1960. Una corsa che fece a piedi scalzi.