Il 26 gennaio 2012, Giornata della memoria, nella sala convegno della scuola media “Enrico Pea” di Seravezza è stato solennemente ricordato il finanziere del contingente di terra Claudio Sacchelli, nato a Cerreta San Nicola (Seravezza) il 31 dicembre 1913 e deceduto di stenti, nel lager di sterminio nazista di Mauthausen (Austria) il 26 aprile1945.
La cerimonia si è svolta alla presenza dell'assessore alla cultura Riccardo Biagi, del preside della scuola Maurizio Tartarini, di alunni e professori, del presidente dell'ANPI della Versilia Moreno Costa, delle rappresentanze delle locali associazioni dell'ANFI, dei Marinai d'Italia e degli Alpini in congedo, attorniati da un folto pubblico.
A introdurre la “Giornata della memoria”, organizzata dal comune di Seravezza con l'adesione del Circolo culturale Sirio Giannini, è stato il professor Giovanni Cipollini, che si è soffermato sul “coraggio di dire no”, sottolineando il coraggio di uomini e donne che scelsero di opporsi all'orrore. La professoressa e scrittrice Paola Lemmi ha approfondito la storia del Corpo della Guardia di Finanza, soffermandosi poi sulla tragedia che colpì l'eroico finanziere Claudio Sacchelli.
Dalle sue parole sono emersi i valori fondanti che sono alla base della Guardia di finanza, sin dalla sua costituzione, che trae origine dalla Legione Truppe Leggere, avvenuta nel regno di Sardegna il 1° ottobre 1774 ad opera di Vittorio Amedeo III. Nel corso della sua storia i finanzieri hanno partecipato a tutte le guerre, a partire dal 1792, a quelle risorgimentali e alle due guerre mondiali, con l'impiego, negli ultimi due conflitti, di diciotto battaglioni mobilitati. In ogni epoca si sono coperti di gloria, scrivendo con il sangue pagine di epico valore. E questo non può che inorgoglire i cuori di chi ha indossato la divisa delle Fiamme Gialle.
Il nome del finanziere Claudio Sacchelli è riportato nell'elenco dei militari caduti nei lager nazisti (fonte Associazione ex internati “Resistenza senz'armi”, Le Monnier, 1988).
Il Sacchelli si sposò con Mafalda Testa il 5 settembre1943 nel comune di Fiorenzuola d'Arda (PC).
Dalla lettura degli appunti del direttore del Museo storico del Corpo, capitano Gerardo Severino, risulta che il finanziere Sacchelli negli anni 1942-1944 era in forza alla brigata di frontiera di Villa di Tirano, dove venne catturato dai tedeschi, il 7 aprile 1944, per aver fatto espatriare clandestinamente, in Svizzera, italiani di origine ebraica che poi affrontarono l'avventuroso espatrio in Palestina, effettuato dall'organizzazione paramilitare dell' Haganà e per avere collaborato coi partigiani della zona della formazione “Fiamme Verdi”.
Lungo tutto il confine italo-svizzero i nazifascisti diedero la caccia non solo ai cittadini di origine ebraica ma anche ai finanzieri che avevano aiutato alla fuga gli ebrei perseguitati e collaborato coi partigiani del posto nelle loro formazioni.
Deportato successivamente a Bolzano, il 5 agosto 1944 raggiunse il campo di sterminio di Mauthausen (Austria), dove il 26 aprile 1945 mori di stenti. Il suo corpo fu bruciato in un forno crematorio.
Tutte le Forze armate italiane, come evidenziato dal capitano Severino, nella Seconda guerra mondiale si distinsero nella protezione dei perseguitati dal nazismo e dai loro fiancheggiatori, per il solo fatto di essere di razza ebraica.
Ecco chi furono questi valorosi finanzieri oltre a Claudio Sacchelli: appuntato Paolo Arenare, maresciallo Alberto Rossi, finanziere Pietro Occhi (decorato di Croce di Guerra al Valor Militare). L'appuntato Domenico Annetta e il finanziere Tullio Centurioni persero la vita per fare espatriare in Svizzera alcuni perseguitati. Ancor più nutrito è l'elenco dei militari del Corpo che aiutarono la fuga in Svizzera di tanti italiani di origine ebraica.
Mio fratello Sergio, brigadiere in congedo della Guardia di finanza, il quale di recente ha avuto modo di parlare con la signora Berlina Sacchelli, abitante sui monti di Strettoia, ha appreso che Claudio Sacchelli era suo cugino, da lei mai dimenticato. Lo ricorda ancora come un giovane alto, robusto e bello. Nei lavori della terra cui era impegnato anche il suo babbo Garibaldo, era forte e instancabile. Su per i monti portava, sulle spalle, carichi molto pesanti.
La moglie di Claudio, deceduta tre anni fa, dopo essere rimasta vedova si sposò, successivamente, con un fratello del defunto marito, dal quale ebbe tre figli, due maschi e una femmina, uno residente nella zona in località Metati Rossi vicina a Strettoia, il secondo a Montignoso e la donna a Lucca.
Che in Versilia sia nato il coraggioso finanziere Claudio Sacchelli, è un fatto che onora tutti i versiliesi e, in particolare, i tanti giovani che hanno prestato servizio nel Corpo. Lassù sui nostri monti, Claudio deve avere conosciuto mio padre, che aveva sette anni più di lui, i miei nonni paterni e i miei zii, i quali, negli anni più forti della propria vita, lavorarono,anche loro, nelle vigne e nei terreni montani vicini a Strettoia. Mi addolora non aver conosciuto il finanziere Claudio, che fu sicuramente un ottimo militare e un uomo ricco di valori cristiani. Mi è di conforto, quindi, pensare che la sua anima, dopo la tragica morte, sia volata nella casa del nostro Padre Celeste, insieme alla fitta schiera di martiri che nel corso della seconda guerra mondiale lottarono e morirono per salvare la vita di molte creature innocenti..
Per non dimenticare mai e onorare altamente la memoria del finanziere Claudio Sacchelli, la Sezione dei finanzieri in congedo di Seravezza - Versilia Storica - dovrebbe, a mio parere, essere intitolata al suo nome.
P. S. - Siamo in attesa della concessione di una medaglia al valore, alla memoria, del finanziere Claudio Sacchelli
giovedì 23 febbraio 2012
mercoledì 22 febbraio 2012
GIACOMO PUCCINI, appuntato "ad honorem" della Guardia di Finanza
Il 29 novembre 1924, moriva a Bruxelles, cinque giorni dopo essere stato sottoposto ad un intervento alla gola, in quanto affetto da un male incurabile, l'appuntato “ad honorem” della Regia Guardia di Finanza Giacomo Puccini, celebre autore di opere musicali, che tuttora vengono rappresentate in tutti i più grandi teatri del mondo. Discendente da una famiglia di musicisti, nacque a Lucca il 22.12.1858, studiò al conservatorio di Milano, i suoi maestri furono Bazzini e Ponchielli. Nella città della “Madonnina” visse con la sua compagna Elvira, che per seguirlo abbandonò il proprio marito. Fu un periodo in cui la coppia visse di stenti. Con il successo che il Grande Maestro ottenne con la rappresentazione della sua prima opera Villì, avvenuta nel 1884, ebbe dall'editore Ricordi l'incarico di scrivere una nuova opera; iniziò così la sua attività compositiva che lo portò, con gli anni, ai più trionfali successi. La sua musica fa pulsare il sangue nelle vene, è rara, dolce, drammatica, è piena di pathos che porta l'ascoltatore ad immedesimarsi nelle scene che gli appaiono davanti agli occhi riuscendo a farlo sognare ed a pensare a quanto è bella la vita se l'uomo sa veramente amare. Ma non voglio dilungarmi sui sentimenti che la musica di Puccini è capace di suscitare in chi l'ascolta. In questo scritto desidero parlare dell'uomo Giacomo Puccini, quando negli anni 1920 e 1921 trascorse lunghi periodi di tempo tra Orbetello e Capalbio, dove aveva acquistato, ancor prima del 1920, una torre cinquecentesca, chiamata Tagliata, ubicata nella località, nota come Tagliata Etrusca, nella quale aveva sede una brigata litoranea della Guardia di finanza con pochi uomini in forza chiamati ad esplicare servizi di vigilanza doganale marittima lungo 14 km di costa bagnata dal mare. La passione per la caccia lo portò a scegliere questa temporanea dimora, sicuramente attratto da quel territorio dove vivevano e/o passavano volando una miriade di uccelli migratori di tutte le specie. Nei tempi trascorsi nella Torre Tagliata, strinse rapporti di cordiale amicizia e di reciproca stima con il comandante del reparto, l'appuntato Teriggi Campelli e con tutti gli altri finanzieri. Spesso con loro giocava a carte a tressette. Era con questi uomini che beveva volentieri un bicchiere di vino giovane e non poche volte rimase a mangiare con loro il minestrone preparato dal finanziere cuciniere. L'appuntato Teriggi amava ed apprezzava le cose belle, tra cui la musica, cosicchè il Puccini spesso gli chiedeva cosa pensasse di certi brani musicali che lui stava in quegli anni componendo e che gli doveva aver fatto ascoltare. Il maestro era cordiale ed affettuoso con i finanzieri, dei quali apprezzava altamente il duro servizio che espletavano lungo la riva del mare, sia di giorno che di notte. Il carattere socievole e buono del Puccini conquistò il cuore di tutti i finanzieri, che, a loro volta, nutrirono sempre nei suoi confronti vivo e sincero affetto. Una mattina il Maestro andò a trovare in caserma il Comandante che era ancora a letto. ” Ancora a dormire? ”, disse sorridente il Puccini al suo amico. “Stanotte sono andato a dormire alle quattro dopo 14 km di perlustrazione. Almeno avessi incontrato qualche contrabbandiere.” gli rispose il Teriggi. “Ma se non ci sono i contrabbandieri, perché fate questi servizi? “ gli domandò ancora il Puccini. “I contrabbandieri non ci sono perché ci siamo noi” precisò il Teriggi. Fu al termine di questo cordiale colloquio che il Maestro invitò il suo amico ad utilizzare per l'avvenire il suo asino, così si sarebbe stancato di meno. Quando Giacomo Puccini lasciò definitivamente la Torre Tagliata, oltre ad una sua fotografia, donò al Comandante della Brigata il suo asinello.
Solenni onori furono attribuiti dalla Guardia di finanza a Giacomo Puccini dopo la sua morte; tra l'altro , nel 1925, fu murata una lapide marmorea sulla facciata della Torre Tagliata con la seguente scritta a caratteri cubitali:
IN QUESTA TORRE CHE FU SUA GIACOMO PUCCINI RIPOSANDO NELLA SILENTE POETICA QUIETE DI MILLENARI RICORDI - NEL FRAGORE DELLE ONDE RIPETENTI SULLO SCOGLIO L'ECO DI GRANDI NOMI VISSE FRATERNAMENTE DUE ANNI CON I MILITI DELLA R. GUARDIA DI FINANZA - APPREZZANDONE LA SINCERITA' DEGLI AFFETTI E L'ABNEGAZIONE DELLA VITA TUTTA VOTATA ALLA PROSPERITA' DELLA PATRIA. I FINANZIERI GRATI DI TANTO ONORE POSERO QUESTO RICORDO.
. - MAGGIO 1925 -.
Solenni onori furono attribuiti dalla Guardia di finanza a Giacomo Puccini dopo la sua morte; tra l'altro , nel 1925, fu murata una lapide marmorea sulla facciata della Torre Tagliata con la seguente scritta a caratteri cubitali:
IN QUESTA TORRE CHE FU SUA GIACOMO PUCCINI RIPOSANDO NELLA SILENTE POETICA QUIETE DI MILLENARI RICORDI - NEL FRAGORE DELLE ONDE RIPETENTI SULLO SCOGLIO L'ECO DI GRANDI NOMI VISSE FRATERNAMENTE DUE ANNI CON I MILITI DELLA R. GUARDIA DI FINANZA - APPREZZANDONE LA SINCERITA' DEGLI AFFETTI E L'ABNEGAZIONE DELLA VITA TUTTA VOTATA ALLA PROSPERITA' DELLA PATRIA. I FINANZIERI GRATI DI TANTO ONORE POSERO QUESTO RICORDO.
. - MAGGIO 1925 -.
sabato 7 gennaio 2012
Anni 30 - La mia Befana
Quando mossi i primi passi, un'ottantina di anni fa, mio padre lavorava sulle cave del Trambiserra, zona montana non molto distante dal centro di Seravezza. Usciva presto di casa la mattina, con l'ombrello di cerato aperto, anche col brutto tempo, nella speranza che il cielo si rasserenasse in modo da poter lavorare "almeno un quarto di giornata"(*), come era solito dire. In questo modo riusciva a guadagnare qualcosa. La situazione si aggravava nei giorni in cui la neve o i forti rovesci d'acqua, accompagnati da raffiche di vento, gli impedivano di mettere il viso fuori dall'uscio. Quando le giornate di lavoro perse erano troppe, causa maltempo, la "quindicina" era misera. Se siamo sopravvissuti è grazie ai bottegai che vendevano "a credito" i generi alimentari alle famiglie dei cavatori. Segnavano le spese su un grosso registro, e su un libretto, aggiornato di volta in volta, tenuto dai rispettivi clienti.
Nonostante le ristrettezze economiche la Befana è sempre venuta nella mia casa, per far trovare a noi bimbi, ai piedi del letto, piccoli doni e tanti chicchi che rendevano felici sia me che i miei fratelli più piccoli.
Ricordo ancora il fucile che sparava un tappetto di sughero e il tamburino di latta, sul quale non smettevo mai di battere sopra le due piccole mazzette di legno.
Il giorno della Befana era festeggiato da tutti i bimbi del Ponticello, che giravano felici lungo le vie del rione con i piccoli regali trovati al loro risveglio.
Nel cestino che la Befana lasciava nella nostra casa trovavamo biscotti fatti in casa, nocelline e noci, arance, fichi secchi, piccoli torroncini e tanta altre cose buone; era davvero una Befana generosa che dimostrava, così, il grande amore che nutriva per noi bambini.
Un anno, mentre stavo seduto davanti al camino insieme ai miei genitori, all'improvviso vidi un'arancia che, attaccata ad una cordicella, penzolava in su e giù lungo la cappa. Fu mia mamma che richiamò la mia attenzione su quel frutto, tant'è che io mi alzai di scatto, ma non riuscii a prenderla. Purtroppo scivolai ed andai a battere la testa sulla lamiera di ferro che era stata murata intorno alla base del camino. Finii all'ospedale Campana, dove mi applicarono sulla ferita alcuni punti di sutura. Seppi poi che era stato mio cugino Marcello Bandelloni, più grande di me, a fare di nascosto la parte della Befana. Sì, era stato proprio lui a salire sul tetto facendo penzolare l'arancia lungo la cappa del camino.
Ricordo gli anni della mia infanzia vissuti con gioia e tanta felicità perché sentivo davvero che noi figli, per i nostri genitori, eravamo - come si dice a Napoli - "piezz' e core".
(*) -il quarto piovoso
Per arrivare all'alba sulla cava i cavatori dovevano camminare a piedi anche per alcune ore. Quando lo raggiungevano e cominciava a piovere ritornavano a casa senza aver potuto lavorare. Si dà il caso che quando la mattina, al momento di incamminarsi, per raggiungere il posto di lavoro il tempo era piovoso, rimanevano a casa. Però si potevano avere delle schiarite nelle condizioni del tempo, ma per partire ormai era troppo tardi. Conseguentemente perdevano la giornata. Il quarto piovoso consisteva in una indennità che veniva riconosciuta agli operai che avendo raggiunto la cava, pur rimanendo inoperosi nella capanna a causa degli agenti atmosferici avversi, aveva diritto alla paga di un quarto di giornata. Con l'acquisizione del quarto piovoso per aver raggiunto la cava nonostante le proibitive condizioni atmosferiche , riuscivano almeno a guadagnare qualcosa. Poichè le ore di lavoro giornaliere che facevano erano 6,3o, compresa la mezzora, per la consumazione di un pasto frugale, quindi pari a 390 minuti, si ha che la indennità del quarto piovoso equivaleva ad un ora e minuti 30 della paga giornaliera.
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Nonostante le ristrettezze economiche la Befana è sempre venuta nella mia casa, per far trovare a noi bimbi, ai piedi del letto, piccoli doni e tanti chicchi che rendevano felici sia me che i miei fratelli più piccoli.
Ricordo ancora il fucile che sparava un tappetto di sughero e il tamburino di latta, sul quale non smettevo mai di battere sopra le due piccole mazzette di legno.
Il giorno della Befana era festeggiato da tutti i bimbi del Ponticello, che giravano felici lungo le vie del rione con i piccoli regali trovati al loro risveglio.
Nel cestino che la Befana lasciava nella nostra casa trovavamo biscotti fatti in casa, nocelline e noci, arance, fichi secchi, piccoli torroncini e tanta altre cose buone; era davvero una Befana generosa che dimostrava, così, il grande amore che nutriva per noi bambini.
Un anno, mentre stavo seduto davanti al camino insieme ai miei genitori, all'improvviso vidi un'arancia che, attaccata ad una cordicella, penzolava in su e giù lungo la cappa. Fu mia mamma che richiamò la mia attenzione su quel frutto, tant'è che io mi alzai di scatto, ma non riuscii a prenderla. Purtroppo scivolai ed andai a battere la testa sulla lamiera di ferro che era stata murata intorno alla base del camino. Finii all'ospedale Campana, dove mi applicarono sulla ferita alcuni punti di sutura. Seppi poi che era stato mio cugino Marcello Bandelloni, più grande di me, a fare di nascosto la parte della Befana. Sì, era stato proprio lui a salire sul tetto facendo penzolare l'arancia lungo la cappa del camino.
Ricordo gli anni della mia infanzia vissuti con gioia e tanta felicità perché sentivo davvero che noi figli, per i nostri genitori, eravamo - come si dice a Napoli - "piezz' e core".
(*) -il quarto piovoso
Per arrivare all'alba sulla cava i cavatori dovevano camminare a piedi anche per alcune ore. Quando lo raggiungevano e cominciava a piovere ritornavano a casa senza aver potuto lavorare. Si dà il caso che quando la mattina, al momento di incamminarsi, per raggiungere il posto di lavoro il tempo era piovoso, rimanevano a casa. Però si potevano avere delle schiarite nelle condizioni del tempo, ma per partire ormai era troppo tardi. Conseguentemente perdevano la giornata. Il quarto piovoso consisteva in una indennità che veniva riconosciuta agli operai che avendo raggiunto la cava, pur rimanendo inoperosi nella capanna a causa degli agenti atmosferici avversi, aveva diritto alla paga di un quarto di giornata. Con l'acquisizione del quarto piovoso per aver raggiunto la cava nonostante le proibitive condizioni atmosferiche , riuscivano almeno a guadagnare qualcosa. Poichè le ore di lavoro giornaliere che facevano erano 6,3o, compresa la mezzora, per la consumazione di un pasto frugale, quindi pari a 390 minuti, si ha che la indennità del quarto piovoso equivaleva ad un ora e minuti 30 della paga giornaliera.
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venerdì 30 dicembre 2011
È BELLA LA PIAZZA CENTRALE DI SERAVEZZA
Recentemente ho rivisto la piazza situata al centro di Seravezza, intitolata alla memoria del grande Giosuè Carducci, che ho visitato insieme a mia moglie e alla mia primogenita Marina in occasione dell'ultima commemorazione dei defunti.
Prima di salire al cimitero, dove sono sepolti i nostri cari, stretti congiunti, amici e tutta la gente che personalmente conobbi sin da bambino, ho voluto rivedere la piazza, in cui avevo messo piede l'ultima volta quando ancora non vi erano state collocate le bellissime statue in bronzo, che insieme al grande monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale, e alla bella fontana ricca di pregevoli sculture, l'hanno impreziosita e resa ancor più bella. Questo splendore è dovuto anche agli importanti lavori di restauro, del monumento e della fontana, eseguiti nel corso degli anni dall'Amministrazione comunale.
Mi dispiace soltanto di non aver avuto con me, quel giorno, carta e penna per annotare gli autori delle nuove opere poste ad ornamento della piazza, che avrei avuto il piacere di menzionare in questo mio scritto. Sento il dovere di ringraziare il signor sindaco Ettore Neri e la sua Giunta per quanto ha fatto per rendere ancor più bella la piazza.
Al primo cittadino vorrei far sapere che non dimenticherò mai la sua nobile iniziativa nel chiedere al Presidente della Repubblica la concessione della medaglia d'oro al valor civile, per l'eroismo dimostrato dai seravezzini nelle tragiche vicende vissute durante la Seconda guerra mondiale.
Anch'io scrissi al Capo dello Stato per sottolineare come, a mio avviso, Seravezza meritasse questo alto riconoscimento, anche per onorare i tanti ragazzi seravezzini che tennero comportamenti eroici durante i sette mesi di guerra, rifornendo di munizioni e viveri i soldati americani che combattevano in prima linea contro i tedeschi. Con il cibo in scatola che ricevevano in cambio delle loro dure e pericolose prestazioni, permisero alle loro famiglie di sopravvivere. Per me questi ragazzi furono veri e propri eroi senza medaglia.
Seravezza purtroppo non ha ottenuto la medaglia d'oro, ma mi consola il fatto che altri, come me, a partire dal sindaco Ettore Neri, ritengano che meritasse questa onorificenza.
Ho letto della polemica, delle ultime settimane, sull'inferriata in ferro battuto che un tempo recintava il monumento ai Caduti. Ricordo di averla vista sin dagli anni Trenta, quando, da Figlio della Lupa (e poi da Balilla) ci facevano schierare davanti al monumento, in occasione dell'annuale ricorrenza della vittoria della Prima guerra mondiale, ed altre cerimonie. Era Angelo Angiolo Battelli, proprietario del Caffé Centrale, sito sul retro del monumento, a guidare noi Figli della Lupa ed i Balilla nelle marce di avvicinamento al centro della piazza. Per farci mantenere il passo batteva forte per terra la punta del bastone che stringeva fra le mani. Da Balilla moschettiere arrivai a montare la guardia con il moschetto intorno al monumento.
Quando la recinzione fu tolta ci rimasi un po' male; in un primo momento pensai che il Comune avesse deciso di toglierla per aumentare l'area di parcheggio per le autovetture. Ma non era questo il motivo.
Oggi, a ragion veduta, ritengo che la piazza non abbia bisogno del ripristino della vecchia inferriata, è bella così com'è. Tuttavia è necessario adottare tutti gli accorgimenti del caso per impedire possibili danni al monumento.
Fu proprio lì davanti che il mio cuore di bambino iniziò a battere forte ogni volta che la banda dei Costanti iniziava a suonare l'inno del Piave; fatto che si è sempre ripetuto nel corso della mia già lunga vita ogni qualvolta ho ascoltato, e continuo ancora ad ascoltare, quelle note per me sempre commoventi.
P.S. Il Presidente della Repubblica ha concesso al Comune di Seravezza la medaglia d'argento al Merito civile
Prima di salire al cimitero, dove sono sepolti i nostri cari, stretti congiunti, amici e tutta la gente che personalmente conobbi sin da bambino, ho voluto rivedere la piazza, in cui avevo messo piede l'ultima volta quando ancora non vi erano state collocate le bellissime statue in bronzo, che insieme al grande monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale, e alla bella fontana ricca di pregevoli sculture, l'hanno impreziosita e resa ancor più bella. Questo splendore è dovuto anche agli importanti lavori di restauro, del monumento e della fontana, eseguiti nel corso degli anni dall'Amministrazione comunale.
Mi dispiace soltanto di non aver avuto con me, quel giorno, carta e penna per annotare gli autori delle nuove opere poste ad ornamento della piazza, che avrei avuto il piacere di menzionare in questo mio scritto. Sento il dovere di ringraziare il signor sindaco Ettore Neri e la sua Giunta per quanto ha fatto per rendere ancor più bella la piazza.
Al primo cittadino vorrei far sapere che non dimenticherò mai la sua nobile iniziativa nel chiedere al Presidente della Repubblica la concessione della medaglia d'oro al valor civile, per l'eroismo dimostrato dai seravezzini nelle tragiche vicende vissute durante la Seconda guerra mondiale.
Anch'io scrissi al Capo dello Stato per sottolineare come, a mio avviso, Seravezza meritasse questo alto riconoscimento, anche per onorare i tanti ragazzi seravezzini che tennero comportamenti eroici durante i sette mesi di guerra, rifornendo di munizioni e viveri i soldati americani che combattevano in prima linea contro i tedeschi. Con il cibo in scatola che ricevevano in cambio delle loro dure e pericolose prestazioni, permisero alle loro famiglie di sopravvivere. Per me questi ragazzi furono veri e propri eroi senza medaglia.
Seravezza purtroppo non ha ottenuto la medaglia d'oro, ma mi consola il fatto che altri, come me, a partire dal sindaco Ettore Neri, ritengano che meritasse questa onorificenza.
Ho letto della polemica, delle ultime settimane, sull'inferriata in ferro battuto che un tempo recintava il monumento ai Caduti. Ricordo di averla vista sin dagli anni Trenta, quando, da Figlio della Lupa (e poi da Balilla) ci facevano schierare davanti al monumento, in occasione dell'annuale ricorrenza della vittoria della Prima guerra mondiale, ed altre cerimonie. Era Angelo Angiolo Battelli, proprietario del Caffé Centrale, sito sul retro del monumento, a guidare noi Figli della Lupa ed i Balilla nelle marce di avvicinamento al centro della piazza. Per farci mantenere il passo batteva forte per terra la punta del bastone che stringeva fra le mani. Da Balilla moschettiere arrivai a montare la guardia con il moschetto intorno al monumento.
Quando la recinzione fu tolta ci rimasi un po' male; in un primo momento pensai che il Comune avesse deciso di toglierla per aumentare l'area di parcheggio per le autovetture. Ma non era questo il motivo.
Oggi, a ragion veduta, ritengo che la piazza non abbia bisogno del ripristino della vecchia inferriata, è bella così com'è. Tuttavia è necessario adottare tutti gli accorgimenti del caso per impedire possibili danni al monumento.
Fu proprio lì davanti che il mio cuore di bambino iniziò a battere forte ogni volta che la banda dei Costanti iniziava a suonare l'inno del Piave; fatto che si è sempre ripetuto nel corso della mia già lunga vita ogni qualvolta ho ascoltato, e continuo ancora ad ascoltare, quelle note per me sempre commoventi.
P.S. Il Presidente della Repubblica ha concesso al Comune di Seravezza la medaglia d'argento al Merito civile
lunedì 28 novembre 2011
Al cimitero di Seravezza ho rivisto le persone più care della mia giovinezza
Qualche giorno prima dell'ultima commemorazione dei defunti sono salito al cimitero di Seravezza , dove riposano i resti dei miei genitori e suoceri, di mio cugino Marcello, di alcuni miei zii e dei nonni di mia moglie che ho conosciuto e ai quali ho voluto bene. Si, lassù sono sepolti tutti coloro che conobbi sin dagli anni della mia infanzia. Tutte persone di Seravezza dei miei anni più giovani e belli.
Dall' Uccelliera, dove abitavo, raggiungevo il posto di lavoro a piedi. Poche volte ho usato la bicicletta di mio padre. Nelle rare occasioni in cui si pedalava fianco a fianco per tornare la sera a casa, spesso sia io che Gianfranco, facevamo ripetuti scatti, dove lui sempre mi superava. Era un ragazzo fisicamente molto forte..
Questa riflessione, ci deve dare conforto all' immenso dolore che avvertiamo quando cessano di vivere le persone più care della nostra vita. Quindi mi chiedo se si può essere felici al cimitero?
Alla luce della mia esperienza credo di sì, sapendo che morire è vivere eternamente, un premio per gli uomini pii e giusti.
Per quanto mi riguarda, constato che dopo tanti anni sono rimasto tra i pochi ancora in vita di quei mitici ragazzi di Seravezza.
Desidero rivolgere un caro saluto a tutti i miei compagni di studio e di giochi che ora sono lassù nel cielo, per vivere in eterno. Ciao amici miei!
Con mestizia ho sostato davanti alla tomba di Benti Donato e della moglie Antonia Chelli, che abitavano vicino alla mia casa del rione del Ponticello interamente raso al suolo dai tedeschi nella tragica estate del 1944. Ho visto, da una bella fotografia esposta sulla tomba, che in essa era stato sepolto anche il loro genero - e mio caro amico - Mario Tarabella, che fu un bravissimo suonatore di sassofono. e clarinetto e un ottimo cantante. Mario aveva la musica nel sangue. Con una famosa orchestra nazionale si esibì anche all'estero. Fu maestro e direttore della banda dei Costanti di Seravezza.
Proseguendo la mia visita al cimitero, mi sono fermato davanti ad una tomba dove sapevo che riposano i resti dei genitori di un mio amico, Gianfranco Pea. Sono rimasto scioccato nel leggere, sulla lastra di marmo, che vi era sepolto anche lui. Ho sostato davanti alla sua tomba avvertendo un dolore cocente perché forti furono i legami che ci unirono negli anni della nostra fanciullezza.
Gianfranco Pea, insieme a Benti Alberto, Gianfranco Tommasi, Andrea Bandelloni, Matteo Bonci, e Aldo Tessa, furono i miei amici più cari sin dai tempi in cui frequentavamo l'asilo infantile Delatre e successivamente la scuola elementare e poi l'Avviamento al lavoro.Ricordo Gianfranco come un ragazzo molto bravo a scuola. Nel dopoguerra sia io che lui, grazie all'interessamento dei nostri padri ben conosciuti dal titolare dell'impresa e dai suoi dirigenti, per il lavoro di operai da essi svolto nel passato nell'officina, ubicata alla Centrale, anch'essa rasa al suolo nel 1944, fummo assunti in qualità di apprendisti formisti dalla società Cerpelli che aveva, ripreso l'attività produttiva di pompe, con una officina a Querceta e una fonderia in un capannone ubicato nella vicina località chiamata Madonnina.Dall' Uccelliera, dove abitavo, raggiungevo il posto di lavoro a piedi. Poche volte ho usato la bicicletta di mio padre. Nelle rare occasioni in cui si pedalava fianco a fianco per tornare la sera a casa, spesso sia io che Gianfranco, facevamo ripetuti scatti, dove lui sempre mi superava. Era un ragazzo fisicamente molto forte..
Ai tempi in cui, dopo l'8 settembre 1943, i repubblichini iniziarono a dare la caccia a Gino Lombardi l'eroico fondatore della prima banda dei partigiani in Versilia, chiamata i Cacciatori delle Apuane, Gianfranco ci raccontò che le milizie fasciste gli avevano bruciato la sua casa di Ruosina. Glielo aveva detto un suo cugino partigiano, di cui non ricordo il nome, che a guerra finita, rimase ucciso, insieme ad un suo compagno in seguito all'esplosione di una mina sotto i loro piedi quanto entrarono nel frutteto di Corvaia, allora esistente accanto al laboratorio dei marmi della ditta Casini e Tessa. Persero la vita, in un attimo, per cercare di mangiare alcune pere. .
La morte segna la fine del cammino terreno dell'uomo. L'anima si distacca dal corpo umano, per volare nella casa del nostro Padre Celeste.Questa riflessione, ci deve dare conforto all' immenso dolore che avvertiamo quando cessano di vivere le persone più care della nostra vita. Quindi mi chiedo se si può essere felici al cimitero?
Alla luce della mia esperienza credo di sì, sapendo che morire è vivere eternamente, un premio per gli uomini pii e giusti.
Per quanto mi riguarda, constato che dopo tanti anni sono rimasto tra i pochi ancora in vita di quei mitici ragazzi di Seravezza.
Desidero rivolgere un caro saluto a tutti i miei compagni di studio e di giochi che ora sono lassù nel cielo, per vivere in eterno. Ciao amici miei!
giovedì 24 novembre 2011
Mio nipote Tommaso, ciclista, mi fa sognare

Mio nipote Tommaso Fiaschi corre in bicicletta. Nella stagione conclusasi recentemente con la corsa sul mitico Ghisallo, dove ha vinto il Gran premio della montagna e in volata è giunto terzo, è arrivato primo in dieci gare, di cui sette vinte in Toscana, due in Emilia Romagna e una in Trentino (riepilogo gare). Nella classifica nazionale della categoria Esordienti si è classificato al secondo posto, realizzando 87 punti dietro il campione italiano, il veneto Stefano Vettorel, che però ha vinto nove gare, una in meno di Tommaso.
Sulle strade della Valsugana Tommaso ha vinto la gara della Coppa d'oro (nella foto), da solo, senza compagni di squadra, con 160 partecipanti. Il giornalista del Tirreno Roberto Felici ha scritto che questa corsa vale quanto un campionato. L'articolo era intitolato così: “E' super la nona sinfonia di Tommaso Fiaschi”.
La sera del 3 novembre 2011 la trattativa con la “Nuova Abitare Cornici Pedale Certaldese” si è conclusa con il passaggio di Tommaso all'importante G.S. Stabbia Iperfinish che si avvale di esperti direttori e tecnici di grande valore.
La nuova società per la quale mio nipote correrà nel 2012 nella categoria Allievi e in quella Juniores nei due anni successivi, come ha scritto il team manager Massimo Cheli, “è consapevole di avere un ragazzo di valore da fare crescere e tutelare nel modo più assoluto, perché il ciclismo ha bisogno di vittorie oggi, domani... ma anche fra 10 anni e questo insieme al nostro benvenuto è quello che auspichiamo per Tommaso e per la famiglia Fiaschi”.
lunedì 21 novembre 2011
COME SALTARONO IN ARIA LE CASE DI SERAVEZZA NELLA TRAGICA ESTATE DEL 1944
Se non lo avessi visto coi miei occhi , avrei avuto molte difficoltà a comprendere, come un solo geniere tedesco della Wehrmacht, un giovane uomo, robusto di corporatura e con gli occhi azzurri e biondo di capigliatura, abbia potuto, con l'aiuto di due o tre operai della famosa organizzazione “Todt”, far saltare in aria le case di una parte di Seravezza, dalla Fucina al Ponticello e fino a Riomagno, ubicate a ridosso del monte Canala.
Il geniere, che indossava i gradi di sergente, lo vidi uscire dalla segheria del Salvatori non appena gli operai finirono di collocare, alla base dei muri perimetrali interni dello stabilimento, proiettili di artiglieria, collegati con fili elettrici ad un detonatore che poco dopo fu azionato davanti alla casa dei Combattenti, allora esistente nello stesso punto dove venne ricostruita nel dopoguerra. Molti proiettili di artiglieria li vidi ammucchiati ai margini del piazzale dei blocchi di marmi da segare, che si trovava proprio davanti al molino del Bonci
Il sergente aveva la pistola alla cintura. Per qualche decina di metri camminai al suo fianco, dopo aver udito un suono di una tromba e la voce di un donna che, urlando, avvertiva i presenti che dovevano allontanarsi perché i tedeschi avrebbero iniziato a far saltare in aria la segheria.
Mi sorprese vedere un solo militare tedesco perché ero convinto, quando si sparse la voce che i tedeschi stavano per iniziare la loro azione distruttiva del rione, dove c'era anche la mia casa abbandonata in seguito all'ordine di sfollamento, che di soldati germanici a Seravezza, in quel giorno, ce ne fossero tanti.
Il geniere non mi sembrò un uomo feroce. Ricordo il suo sguardo triste, forse perché il comando che gli era stato impartito lui non lo condivideva. A tutti noi non rivolse neanche una parola.
Le donne e i ragazzi, impauriti, non ebbero la forza per protestare. Anch'io assistetti impotente al compiersi di questo evento distruttivo e inimmaginabile, senza avere il coraggio di rivolgere la mia protesta al solo militare tedesco presente in quel giorno al Ponticello. Fui pavido e questo fatto mi fa ancora oggi arrossire dalla vergogna.
Appresi la notizia che i tedeschi stavano per far saltare in aria la segheria del Ponticello da due donne che salivano il sentiero che conduceva a Giustagnana con due fagotti sulla testa. Io, con altri ragazzi sfollati come me, stavo sotto i castagni vicini alla prime case. Di corsa andai ad avvertire mia madre e subito mi lanciai scalzo ed a spron battuto giù lungo il sentiero che conduceva a Riomagno. Ricordo che mentre correvo sentivo i garetti sfiorare il fondo dei calzoncini.
A Riomagno c'era una grande confusione. Tante donne e ragazzi grandicelli si davano da fare ad andare giù e in sù per trasportare pezzi di mobilio che arredavano le abitazioni. Al Ponticello sentii dei colpi di mazzolo che un uomo stava usando per demolire la porta murata di un fondo, per riprendere la biancheria e quant'altro di più prezioso che aveva riposto nel fondo nascosto, prima di sfollare, anche sotto tanti pali di legno.
Tutte le donne e i ragazzi erano molto impauriti e non ebbero la forza per protestare Anch'io assistetti impotente al compiersi di questo evento distruttivo e inimmaginabile, senza avere il coraggio di rivolgere la mia protesta al sergente tedesco. Sì, provo vergogna nell'aver sopportato quello scempio senza reagire, anche perché per tanti anni avevo cantato la canzone "fischia il sasso, il nome squilla dell'intrepido balilla...". Parlo di Giovanni Battista Perasso, il ragazzo di Portoria che diventò famoso per aver lanciato un sasso contro un ufficiale austriaco, dando inizio alla rivoltà che nel 1746 liberò la sua città, Genova. Per questo suo gesto quel ragazzo assurse a simbolo del patriottismo, e il regime fascista gli dedicò l'Opera Nazionale Balilla.
Sapevo che in uno sgabuzzino mia nonna teneva una pistola, un vecchia Colt a tamburo, con quattro o cinque pallottole, che aveva portato dall'America mio nonno materno Raffaello, che era emigrato, alla fine dell'Ottocento ed all'inizio del Novecento, più di una volta, negli USA. Quando entrai nella vecchia casa pensai subito alla pistola. Mi domandai: "Cosa ci faranno i tedeschi se la troveranno?" Non ci pensai molto. Subito presi l'arma e la buttai nel pozzo nero tirando un sospiro di sollievo. Tante volte ho rivissuto quel momento in cui, per paura e sgomento, sbagliai, perché avrei dovuto usarla quell'arma, a difesa della libertà, vilipesa e oltraggiata dalla Germania nazista.
Nel giorno in cui iniziò la distruzione di una parte di Seravezza non vidi nessuno dei miei vicini di casa.
Dopo l'esplosione delle bombe che rasero al suolo la segheria e fecero sparire, per effetto dello spostamento d'aria, anche la casa del Carducci e dell'Aurora, ubicata sul retro dello stabilimento, vidi passare davanti a me, al Ponticello - dove mi ero fermato per osservare i danni subiti dalla mia casa che al primo piano sembrava l'avessero segata con il filo elicodiale della cava - i coniugi Carducci. Camminavano abbracciati in direzione del centro di Seravezza, avevano il volto rosso e piangevano disperati. Entrambi ripetevano fra i singhiozzi: “Non c'è è più la nostra casina, non c'è più...”, mentre stavano calando le prime ombre della sera.
Il geniere, che indossava i gradi di sergente, lo vidi uscire dalla segheria del Salvatori non appena gli operai finirono di collocare, alla base dei muri perimetrali interni dello stabilimento, proiettili di artiglieria, collegati con fili elettrici ad un detonatore che poco dopo fu azionato davanti alla casa dei Combattenti, allora esistente nello stesso punto dove venne ricostruita nel dopoguerra. Molti proiettili di artiglieria li vidi ammucchiati ai margini del piazzale dei blocchi di marmi da segare, che si trovava proprio davanti al molino del Bonci
Il sergente aveva la pistola alla cintura. Per qualche decina di metri camminai al suo fianco, dopo aver udito un suono di una tromba e la voce di un donna che, urlando, avvertiva i presenti che dovevano allontanarsi perché i tedeschi avrebbero iniziato a far saltare in aria la segheria.
Mi sorprese vedere un solo militare tedesco perché ero convinto, quando si sparse la voce che i tedeschi stavano per iniziare la loro azione distruttiva del rione, dove c'era anche la mia casa abbandonata in seguito all'ordine di sfollamento, che di soldati germanici a Seravezza, in quel giorno, ce ne fossero tanti.
Il geniere non mi sembrò un uomo feroce. Ricordo il suo sguardo triste, forse perché il comando che gli era stato impartito lui non lo condivideva. A tutti noi non rivolse neanche una parola.
Le donne e i ragazzi, impauriti, non ebbero la forza per protestare. Anch'io assistetti impotente al compiersi di questo evento distruttivo e inimmaginabile, senza avere il coraggio di rivolgere la mia protesta al solo militare tedesco presente in quel giorno al Ponticello. Fui pavido e questo fatto mi fa ancora oggi arrossire dalla vergogna.
Appresi la notizia che i tedeschi stavano per far saltare in aria la segheria del Ponticello da due donne che salivano il sentiero che conduceva a Giustagnana con due fagotti sulla testa. Io, con altri ragazzi sfollati come me, stavo sotto i castagni vicini alla prime case. Di corsa andai ad avvertire mia madre e subito mi lanciai scalzo ed a spron battuto giù lungo il sentiero che conduceva a Riomagno. Ricordo che mentre correvo sentivo i garetti sfiorare il fondo dei calzoncini.
A Riomagno c'era una grande confusione. Tante donne e ragazzi grandicelli si davano da fare ad andare giù e in sù per trasportare pezzi di mobilio che arredavano le abitazioni. Al Ponticello sentii dei colpi di mazzolo che un uomo stava usando per demolire la porta murata di un fondo, per riprendere la biancheria e quant'altro di più prezioso che aveva riposto nel fondo nascosto, prima di sfollare, anche sotto tanti pali di legno.
Tutte le donne e i ragazzi erano molto impauriti e non ebbero la forza per protestare Anch'io assistetti impotente al compiersi di questo evento distruttivo e inimmaginabile, senza avere il coraggio di rivolgere la mia protesta al sergente tedesco. Sì, provo vergogna nell'aver sopportato quello scempio senza reagire, anche perché per tanti anni avevo cantato la canzone "fischia il sasso, il nome squilla dell'intrepido balilla...". Parlo di Giovanni Battista Perasso, il ragazzo di Portoria che diventò famoso per aver lanciato un sasso contro un ufficiale austriaco, dando inizio alla rivoltà che nel 1746 liberò la sua città, Genova. Per questo suo gesto quel ragazzo assurse a simbolo del patriottismo, e il regime fascista gli dedicò l'Opera Nazionale Balilla.
Sapevo che in uno sgabuzzino mia nonna teneva una pistola, un vecchia Colt a tamburo, con quattro o cinque pallottole, che aveva portato dall'America mio nonno materno Raffaello, che era emigrato, alla fine dell'Ottocento ed all'inizio del Novecento, più di una volta, negli USA. Quando entrai nella vecchia casa pensai subito alla pistola. Mi domandai: "Cosa ci faranno i tedeschi se la troveranno?" Non ci pensai molto. Subito presi l'arma e la buttai nel pozzo nero tirando un sospiro di sollievo. Tante volte ho rivissuto quel momento in cui, per paura e sgomento, sbagliai, perché avrei dovuto usarla quell'arma, a difesa della libertà, vilipesa e oltraggiata dalla Germania nazista.
Nel giorno in cui iniziò la distruzione di una parte di Seravezza non vidi nessuno dei miei vicini di casa.
Dopo l'esplosione delle bombe che rasero al suolo la segheria e fecero sparire, per effetto dello spostamento d'aria, anche la casa del Carducci e dell'Aurora, ubicata sul retro dello stabilimento, vidi passare davanti a me, al Ponticello - dove mi ero fermato per osservare i danni subiti dalla mia casa che al primo piano sembrava l'avessero segata con il filo elicodiale della cava - i coniugi Carducci. Camminavano abbracciati in direzione del centro di Seravezza, avevano il volto rosso e piangevano disperati. Entrambi ripetevano fra i singhiozzi: “Non c'è è più la nostra casina, non c'è più...”, mentre stavano calando le prime ombre della sera.
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