giovedì 19 aprile 2018

Anche a Seravezza prediche inutili

Ripropongo un articolo che scrissi per Versilia Oggi il 4 novembre 1985. Sono passati molti anni e diversi lavori sono stati fatti. L'acqua del fiume non è più torbida e inquinata come una volta, e il cimitero non è nelle condizioni disastrose in cui si trovava all'epoca. Molte cose però restano da fare. E i cittadini non devono mai smettere di far sentire, forte, la propria voce. 

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La politica più incisiva è quella che parte dalle piccole cose. Proviamo ad elencarle. In Versilia ci sono ancora persone che scaricano nel fiume rifiuti di ogni genere. Sovente vedo l’acqua torbida scorrere su un letto pieno di melma e fango, che a lungo andare causerà la cessazione di ogni forma di vita esistente in tale mondo acquatico. Poi, quando cadrà molta pioggia, ci penserà la piena a riversare nel mare tutti i rifiuti e così l’inquinamento continuerà ad allargarsi.

Per la salvaguardia della vita del fiume, vitale per la continuazione di quella degli uomini, occorrono adeguate e continue misure di sorveglianza. Se le attuali leggi non sono sufficienti, il legislatore dovrà impegnarsi ad emanare nuove norme più efficaci per far sì che nel fiume scorra sempre acqua limpida. Insomma ogni sforzo dovrà essere fatto perché non venga trasformato in una fogna di scarico di liquami velenosi: certamente il fenomeno è esteso. Ne sono interessate diverse regioni d’Italia ed anche altre nazioni. Ma io desidererei che nella nostra bella Versilia tutto ciò non accadesse.

Tempo fa alla periferia di Forte dei Marmi, ai margini di strade interne, ed anche in mezzo di alcune pinete, ho visto rottami di un televisore, bottiglie vuote, sacchetti di immondizia, persino materiale di scarico derivante dalla ristrutturazione di immobili. Non è questo il modo di comportarsi. Non si può pretendere che gli addetti al ritiro di tali rifiuti arrivino dovunque. Non ce la potrebbero mai fare. Dobbiamo dare loro una mano. Come? Basterebbe concentrare i rifiuti nei punti di raccolta e scaricare gli altri materiali nei luoghi consentiti. Che bello sarebbe vedere tutto il territorio della Versilia accuratamente pulito e che ricordo indimenticabile della nostra terra si porterebbero a casa i turisti al rientro dalle vacanze. Nel 1959 mi recai un giorno a Lugano. Oltre alla bellezza di quel paesaggio lacustre, mi colpì il fatto di non avere notato, nelle strade, neppure un pezzettino di carta: erano tutte estremamente pulite.

Ogni tanto mi reco al cimitero di Seravezza dove sono sepolti cari parenti, amici e tante persone che ho avuto modo di conoscere. Per ciò che furono in vita e per tutto quello che seppero tramandare ed insegnarci coloro che ora vi riposano, il cimitero è un luogo sacro e come tale deve essere ben tenuto mentre le condizioni in cui si trova quello di Seravezza lasciano molto a desiderare. I morti vengono sepolti, ma poi? Un tratto del muro di cinta (parte alta a destra salendo) è sostenuto da paletti di legno che sono ridotti in pessimo stato d’uso a causa della lunga esposizione alle intemperie. Quindi sta per crollare. Dietro il muro pericolante sono stati ammucchiati, detriti, forse prodotti dai lavori di costruzione di nuove tombe. Il crollo provocherebbe anche la rovina dei marmi scolpiti che adornano le vecchia tombe, sarebbe un peccato perché si tratta pur sempre di opere d’arte. Infiltrazione dal tetto di acqua piovana hanno ridotto le pareti interne della cappellina, ubicata al centro più in alto del cimitero, in uno stato pietoso.

Vetri rotti alle finestre completano il quadro desolante. Urgono quindi urgenti lavori di riparazione e di imbiancatura dell’immobile. I servizi igienici , pieni di sporcizia e di residui di materiali per la costruzione di tombe (cemento contenuto in sacchetti di carta) sono visibilmente in disuso da molto tempo. Dal rubinetto dell’acqua all'interno del cimitero in certi giorni non esce una goccia d’acqua. Bisognerebbe quindi installarvi un deposito. Sono stato informato che alcune persone in visita ai loro cari defunti, a causa dell’inefficienza dei servizi igienici, sono stati costrette a ritornare frettolosamente a casa per soddisfare impellenti necessità personali.

Qualche volta fra la terra accumulata ai bordi delle tombe appena scavate ho visto brandelli di stoffa e pezzi di legno delle casse che contenevano i morti. Certe visioni anche se ci inducono a meditate riflessioni non sta bene vederle. Ritengo che quando le persone visitano il cimitero tutto dovrebbe essere in ordine. Alcuni scalini di marmo sono sconnessi (lato destro salendo) e qualche persona potrebbe inciamparvi e farsi del male. Il senso di smarrimento maggiore l’ho provato quando domenica mattina il 14 luglio 1985 ho notato nel locale adibito alle eventuali “autopsie” delle salme , diversi sacchetti di plastica contenente le ossa dei morti dissepolti per consentire la tumulazione nella terra delle persone decedute negli ultimi tempi. Forse non è più possibile accedere all'ossario, visto che la porta d’ingresso è legata con fili metallici ad alcuni paletti di legno messi all'esterno in modo orizzontale. Forse è necessario costruire un nuovo ossario?

Di fronte ai resti dei nostri simili tutti dovremmo inchinarci in linea generale. E quando non ci sono richieste dei familiari per deporli in apposite cassette da sistemare in altre tombe, dovrebbero essere messi tutti insieme in una stanza ampia ed illuminata da fasci di tenua luce, in modo da farli apparire come elementi di una costruzione a forma piramidale, una sorta di monumento alla ritrovata fratellanza, troppo spesso in questo mondo dimenticata. Ecco come sistemerei le ossa di coloro che non si possono permettere di avere un’altra sistemazione, oppure desiderano essere sepolti nella terra. Una sistemazione siffatta mi sembra suggestiva e bella, tale da onorare degnamente i defunti. Invece a Seravezza li ho visti in sacchetti di plastica e se le cose non cambieranno, un giorno la stessa sorte toccherà ad altri e nessuno potrà lamentarsi.

Tramite Versilia Oggi, su cui si riflettono tutte le facce della realtà versiliese, vorrei invitare il signor Sindaco di Seravezza e le altre Autorità comunali ad adoperarsi nel modo migliore possibile sia per impedire l’inquinamento delle acque del fiume e sia per dar corso al lavori necessari affinché il cimitero divenga il più bello e funzionale della Versilia. Lo chiedo anche a nome di diversi lettori del suddetto periodico, perché sono stati loro a pregarmi di descrivere le condizioni attuali del fiume e del cimitero.
Renato Sacchelli

mercoledì 7 marzo 2018

Chierichetto a Seravezza i primi anni del 1940


All’inizio degli anni 40 iniziai a frequentare la  parrocchia  di Seravezza, facente parte della Diocesi di Pisa, nella cui canonica si riunivano festosi  molti ragazzi. Ricordo che  c‘erano tanti chierichetti che dedicavano il loro tempo libero ad assistere  i sacerdoti quando celebravano le Sante Messe e le altre funzioni religiose che erano i   Vespri cantati, le  Processioni, i  Battesimi, la scopertura del  quadro della Madonna del Soccorso, i Matrimoni  ed i  Funerali dei nostri parrocchiani defunti.
 Siccome vidi che fra noi ragazzi c’era amore,  rispetto e gioia di vivere, decisi anch’io di divenire un chierichetto iniziando, prima di ogni altra cosa, a servire la Santa Messa che allora si celebrava in  latino.
In quel tempo ero già grandicello, forse  frequentavo la terza o quarta classe elementare. Ricordo che nel giorno della festa delle Palme sin da quando ero più piccolo di età, noi bambini andavamo in chiesa portando ognuno di noi i palmizi  dentro i quali c’era una piccolissima figura del neonato bambino Gesù,  formato da un impasto zuccherino  secco, che, terminata   la festa,   lo succhiavamo, provando anche  un certa emozione facendolo disciogliere  nella nostra bocca.  Quindi pensandoci bene , non fui mosso dalla ricerca di un qualcosa di nuovo per passare le giornate, ma perché sentivo di essere attratto dalla fede nel Cristo Redentore, che era stato inchiodato sulla Croce per salvare l’Umanità dal peccato originale. Durante la sua vita terrena Gesù compì miracoli  incredibili, quali furono la moltiplicazione dei pani, far risuscitare Lazzaro , infine salì in cielo dopo la sua morte inchiodato sulla Croce per vivere accanto al suo ed anche nostro Padre celeste. Sentii da piccolo che Gesù aveva conquistato il mio cuore, perché lui predicava amore, carità e perdono,   il suo emblema è rappresentato dalla Croce.
L’attrazione verso la nostra chiesa aumentò quando sentii parlare di don Giovanni Bosco, il santo  e apostolo  della carità cristiana, nato in contrada Becchis c. di Castelnuovo d’Asti  il 16. 8.1815, deceduto a Torino il 31.1.1888. Si dedicò alla cura dei fanciulli poveri o abbandonati per dare ad essi una educazione ed un mestiere. Per realizzare tutti i suoi ottimi progetti anche  a livello mondiale fondò nel 1859  la Congregazione dei Salesiani, per l’educazione e l’istruzione della gioventù  più bisognosa  e delle figlie  di Maria Ausiliatrice  per le ragazze abbandonate, tant’è che i suoi principi educativi ebbero una grande diffusione nelle parrocchie italiane,  in tutta l’ Europa  e nel Sud America. Fu beatificato il 19 marzo 1929 e proclamato Santo il 1° aprile  1934 da Pio XI.
Ricordo quando d‘inverno mi alzavo molto presto  dal letto  tutto infreddolito e con le mani che mi duolevano perché intirizzite dal freddo (un malessere  chiamato in dialetto versiliese “gronchio”) , mentre raggiungevo,   con gli zoccoletti ai piedi  protetti dai calzettoni di lana di pecora che mi faceva la mia mamma, il Duomo di Seravezza intitolato ai Santissimi Lorenzo e Barbara il cui parroco era monsignor  Angelo Riccomini coadiuvato dal Cappellano  Don Giuseppe Bertini, nato a Barbaricina zona periferica di Pisa, trucidato dalle SS tedesche nel 1944,  medaglia d’oro al valor militare,  di cui ne ha già parlato su Vita Nova del  28.5.2017  Antonio F. Gimignano.
Più di una volta anziché attraversare le strade di un paese ancora non completamente illuminate dalle luci del giorno, mi pareva di percorrere un paesaggio lunare col ghiaccio a forma di candele  formatesi sotto le gronde dei tetti a seguito dello sgocciolio delle ultime gocce della pioggia caduta sulle case di  Seravezza, oppure dallo scioglimento della neve  la cui coltre aveva imbiancato Seravezza.
 Ricordo di avere servito la Santa Messa anche all’ anziano sacerdote Don Binelli che era un cugino della mia mamma,  che spesso vedevo uscire all’ora del pranzo insieme a tutti gli altri impiegati della  filiale  del Monte dei Paschi di Siena di Seravezza , tanto da farmi immaginare  che fosse anche lui un impiegato di questa nostra antica banca Toscana. Sicuramente Don Binelli   doveva conoscere i bisogni della mia famiglia, col babbo cavatore che quando si scatenava il bruttissimo tempo (forte pioggia e caduta della neve)  non poteva raggiungere la cava e quindi  in casa  non avendo altre entrate di   denaro all’infuori di quelle derivanti dal  lavoro di mio padre,  eravamo nell’impossibilità di pagare la spesa che ogni giorno si doveva fare per sopravvivere. Meno male che c’erano i bottegai che segnavano a loro credito le vendite  dei generi alimentari, dando,  la possibilità ai cavatori di saldare i debiti  quando venivano pagati per il loro lavoro. La sopravvivenza di  molte famiglie si deve quindi a questa benemerita categoria di commercianti.

Una mattina don Binelli,  dopo avergli servito la Santa Messa si avvicinò a me mettendo nelle mie mani mezza lira,  dicendomi:  “Mettila in  tasca e non ci rumare. Non la devi  spendere, devi darla alla tua mamma. “ Appena arrivai a casa diedi,  con molta gioia,  quella mezza lira alla mia cara mamma.
I recenti gravissimi episodi che vedono coinvolti la cosiddette baby gang mi hanno  fatto ripensare  agli anni in cui  anch’io  ero un piccolo fanciullo  che però voleva crescere e vivere nella fede in santa pace con tutti i miei coetanei e non nel disordine  e nella violenza.


                                                                                                                                      Renato Sacchelli

martedì 9 gennaio 2018

NEC RECISA RECEDIT

Ecco il motto araldico che si vide sullo sfondo della gigantesca fotografia dei leader che parteciparono al summit del G8 a l’Aquila presso la scuola Allievi Marescialli della Guardia di finanza di Coppito dove si svolse l’importante incontro tra i cosiddetti grandi della terra e che io avevo già scolpito nel mio cuore dal 15 luglio 1949, quando iniziai a frequentare a Roma, nella caserma Piave, il corso di allievo finanziere. 

Fu il poeta soldato, Gabriele d’Annunzio, cavaliere, marinaio ed aviatore, decorato di due medaglie d’oro, tre di argento ed una di bronzo che volle dedicare alla Guardia di Finanza, per iscritto, questo motto araldico divenuto patrimonio spirituale e viatico di fede per quanti hanno onorato ed onoreranno il Corpo compiendo fino in fondo, oltre ogni ostacolo, il loro dovere. 

I rapporti tra i militari della Guardia di Finanza e il poeta soldato iniziarono il 10 dicembre 1918, quando, dopo tre giorni di marce dure, giungeva a Fiume la XXX compagnia della Guardia di Finanza messa alla diretta dipendenza del corpo di occupazione interalleato con compiti di vigilanza nel porto e di polizia marittima lungo le coste e della costituzione di una dogana interalleata. Il 15 luglio 1919 il reparto fu rinforzato con la 9° compagnia del III battaglione mobilitato e successivamente da altri finanzieri, arrivando a costituire il battaglione che d’Annunzio ispezionò il 21 ottobre successivo. In quella occasione il, Poeta soldato pronunciò un grande discorso:

“Le Fiamme Gialle sono rimaste con me a difendere l’italianità di questo sacro lembo di terra nostra. I finanzieri d’Italia che possono gloriarsi di avere sparato al ponte di Brazzano il primo colpo di fucile della nostra guerra di riscossa, che in tutte le guerre che prepararono e compirono il nostro Risorgimento, dalle cinque giornate alla difesa di Roma, dall’assedio di Venezia fino all’attuale guerra dove nei più fieri combattimenti di Pal Piccolo, degli Altopiani, del Trentno, del Podgora, del Carso e del Piave compirono prodezze gloriose, tingendo di sangue le rocce scabre e le paludi fabbricose, non potevano far mancare il loro contributo alla causa di Fiume la più bella la più santa, la più divina della cause per le quali gli uomini abbiano combattuto. Che se la vostra opera è, non dico misconosciuta, ma troppo poco conosciuta, non per questo è meno nobile, meno apprezzabile, meno gloriosa e meno ispirata a nobilissime tradizioni , ch’io son fiero di esaltare.

Con lo stesso animo che vi assistette durante l’ultima guerra vittoriosa vi consacrate ora alla difesa di Fiume. Questa vostra dedizione mi è sommamente cara. Ed è assai strano e non senza significato che, di fronte all’avida finanza internazionale, al cospetto delle insidie senza scrupoli tentate dai finanzieri democraticamente privilegiati, si affermi sempre salda ed incorruttibile la schiera dei nostri finanzieri di ferro, che il buon diritto italico, il più perfetto dei diritti, contrappone ai finanzieri dell’oro sospinto da brame impure e a contrastarci il possesso della più italiana delle città”.

Il 4 dicembre 1919 d’Annunzio consegnò al battaglione il gagliardetto offerto dalla donne fiumane e il 25 giugno 1920, nel corso di una solenne cerimonia, volle personalmente fregiarlo della “ Medaglia di Ronchi”. Anche in questa circostanza il Poeta soldato parlò ai finanzieri:

“Fiamme Gialle - disse- è sempre con profonda commozione che io vi vedo, che io vi incontro. In ciascuno di voi ed in voi tutti noto un gesto affettuoso; ed io vi saluto vedendo sempre in voi l’esemplare del legionario fiumano: la dignità e la semplicità non mai interrotte. Io vi ho dimostrato più di una volta quale sia la riconoscenza della città, che voi avete salvata con gli altri legionari, per esempio che avete dato e date ogni giorno in disciplina, in sagacia, in coraggio ed in resistenza, voi lo sapete, e n’è testimonio il gagliardetto giallo che vi affidarono le donne fiumane. E’ alta ventura per me offrirvi oggi il segno di Ronchi, segno di legionari in questo mese di giugno che è per voi ricco di ricorrenze gloriose. A monte Pal Piccolo, nella primezza della guerra, lo ricordate un battaglione di fiamme Gialle fu assalito da più battaglioni austriaci, fu accerchiato, fu respinto, fu decimato, e nondimeno continuò a combattere senza aiuto di artiglierie, senza aiuto di rinforzi, chiesto insistentemente, e tenne la linea. Pal Piccolo, poi Piave Vecchio e il Piave Nuovo, sulla fine della battaglia che ieri si chiuse, detta del solstizio; e fu appunto il 21 giugno che le vostre bella Fiamme Gialle irruppero nelle posizioni del nemico e lo annientarono. Parlo del VII , VIII E XX battaglione che occuparono il Piave Nuovo e finalmente raggiunsero la sponda el Piave Vecchio. Come sul Pal Piccolo, sul Podgora, sullo Sperone, sul Carso, in Val d’Astco, sul Cimone, dove ricordo l’eroismo di ventotto finanzieri modello ed esempio di disciplina e di sacrificio, voi avete tenuto fermo, o Fiamme Gialle , voi avete compreso che noi siamo qui, come sul Piave, alla difesa suprema della Patria.​

Quindi a voi più che ad ogni altro legionario, a voi che ogni giorno respirate col vento la salsedine e la frescura del Carnaro, è dovuto il segno di Ronchi. Fiamme Gialle, debbo confermare che aggradisco di cuore il vostro pensiero di promuovermi appuntato della Guardia   di Finanza. Il vostro capitano mi aveva chiesto in precedenza di scegliermi un grado dei finanzieri: io mi glorio di essere appuntato...” Al termine del discorso d’Annunzio volle anche dedicare alla Guardia di Finanza, per iscritto, il motto araldico che è divenuto patrimonio spirituale e viatico di fede per quanti hanno onorato e onoreranno il Corpo compiendo fino in fondo, oltre ad ogni ostacolo, il proprio dovere: “ Nec recisa recedit".

Il poeta soldato mostrò sempre negli anni che seguirono, di ricordare con particolare sentimento la sua “ promozione ” ad appuntato della Guardia di Finanza; come attesta anche una lettera indirizzata il 9 settembre 1935 al Comandante Generale dell’Epoca; in cui fra l’altro scrisse:... “ le guardie di Finanza , le Fiamme Gialle; in Fiume d’ Italia furono soldati esemplari: ed io ebbi l’onore di essere iscritto nel Corpo. Cosicché a Lei scrive oggi un subordinato... ".

La lettera finiva con queste parole meravigliose: "Le Fiamme Gialle nella mia memoria splendono e ardono. Il 3 marzo 1938, a Gardone Riviera (Brescia), tra le numerose corone che precedevano il feretro del “ Comandante ” - accompagnato anche da un plotone di 25 finanzieri – ce n’era una bellissima, guarnita con un nastro verde orlato di giallo su cui spiccava in lettere d’oro la dedica “ La Guardia di Finanza al suo glorioso Appuntato d’onore".
Renato Sacchelli

domenica 12 novembre 2017

Giacomo Puccini, appuntato ad honorem della Guardia di Finanza

Novantatre anni fa, il 29 novembre 1924, cinque giorni dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico alla gola, moriva a Bruxelles l’appuntato ad honorem della Regia Guardia di Finanza Giacomo Puccini, celebre autore di opere immortali che tuttora vengono rappresentate nei più importanti teatri del mondo. 

Discendente di una famiglia di musicisti, era nato a Lucca il 22 dicembre 1858. Studiò al conservatorio di Milano, con il violinista Antonio Bazzini e Amilcare Ponchielli come maestri. Nella città della Madonnina visse con la sua compagna Elvira, che per seguirlo abbandonò il marito. La coppia attraversò un periodo di stenti. Con il successo, ottenuto nel 1884 attraverso la rappresentazione della sua prima opera “Villi”, Puccini ebbe dall’editore Ricordi l’incarico di scriverne una nuova. Riuscì così a portare avanti la sua attività di maestro compositore di opere musicali, fino a raggiungere i massimi livelli. 

La sua musica fa pulsare il sangue nelle vene, è rara, dolce, drammatica, piena di pathos. Porta l’ascoltatore a immedesimarsi nelle scene che gli appaiono davanti agli occhi, riuscendo a farlo sognare mentre si inebria. Quelle sue note, magicamente assemblate come i colori sulla tavolozza di un grande artista, inducono a pensare a quanto sia bella la vita se l’uomo è in grado di amare. Ma non voglio dilungarmi oltre sui sentimenti che la musica di Puccini è capace di suscitare in chi l’ascolta. In questo mio scritto desidero soffermarmi sull’uomo Giacomo Puccini, quando negli anni tra il 1920 e il 1921 trascorse lunghi periodi tra Orbetello e Capalbio, dove aveva acquistato una torre cinquecentesca chiamata Tagliata Etrusca, vicina alla quale vi era un piccolo edificio che ospitava la sede della Brigata della Guardia di Finanza litoranea, con pochi uomini in forza, impiegati a svolgere servizi di vigilanza doganale marittima lungo 14 km di costa. 

La passione per la caccia portò Puccini a trasferirsi temporaneamente da Torre del Lago (LU) in Maremma,  sicuramente attratto da quel territorio dove volavano una miriade di uccelli migratori di tante specie. Nel tempo trascorso nella Torre Tagliata (foto) il Maestro strinse rapporti di cordiale amicizia e di reciproca stima con il comandante del reparto, l’appuntato Teriggi Campelli, e con tutti gli altri finanzieri. Spesso giocava con loro a tressette e beveva volentieri un bicchiere di vino giovane. Altre volte, invece, si soffermava a mangiare il minestrone preparato dal finanziere addetto alla cucina. L’appuntato Teriggi amava ed apprezzava le cose belle, tra le quali la musica, cosicché il Maestro spesso gli chiedeva cosa pensasse di certi brani musicali che lui stava componendo. 

Puccini era cordiale ed amichevole con tutti i finanzieri. Comprendeva il duro servizio che svolgevano sia di giorno che di notte, anche con il brutto tempo. Il carattere buono e socievole del Maestro conquistò il cuore di tutti i finanzieri che a loro volta nutrivano, nei suoi confronti, sentimenti di vivo e sincero affetto. Una mattina Puccini andò a trovare in caserma il Comandante, che era ancora al letto. "Stanotte sono andato a dormire alle quattro, dopo 14 ore di perlustrazione ero molto stanco, sono stato a scambiare il visto al fiume Chiarone col drappello di Montalto. Almeno avessi incontrato qualche contrabbandiere", gli disse il Teriggi. "Ma se non ci sono i contrabbandieri perché fate questi servizi? gli chiese allora il Puccini. "I contrabbandieri non ci sono perché ci siamo noi". Fu al termine di questo cordiale colloquio che Puccini invitò il comandante della brigata ad utilizzare per l’avvenire il suo asino, così si sarebbe stancato di meno. 

Quando Puccini lasciò definitivamente la Torre Tagliata, oltre ad una sua fotografia volle donare al comandante della Brigata il proprio asinello. Solenni onori furono attribuiti dalla Guardia di Finanza a Giacomo Puccini dopo la sua morte. Sulla facciata della torre Tagliata fu murata una lapide di marmo con la seguente scritta a caratteri cubitali: 

"IN QUESTA TORRE CHE FU SUA GIACOMO PUCCINI RIPOSANDO NELLA SILENTE POETICA QUIETE DI MILLENARI RICORDI - NEL FRAGORE DELLE ONDE RIPETENTI SULLO SCOGLIO L’ECO DI GRANDI NOMI VISSE FRATERNAMENTE DUE ANNI CON I MILITI DELLA REGIA GUARDIA DI FINANZA - APPREZZANDONE LA SINCERITA’ DEGLI AFFETTI E L’ABNEGAZIONE DELLA VITA TUTTA VOTATA ALLA PROSPERITA' DELLA PATRIA. I FINANZIERI GRATI DI TANTO ONORE POSERO QUESTO RICORDO.  MAGGIO 1925".

Renato Sacchelli


giovedì 26 ottobre 2017

Ricordo dell'amico don Giorgio Servi

Conservo un ricordo sempre vivo nel cuore del sacerdote pisano don Giorgio Servi, che conobbi verso la fine dell’anno 1984, da quando, con la famiglia mi trasferii da Pisa a Casciavola, nel Comune di Cascina. Tutte le mattine attendevo l'autobus per arrivare in città, dove si trovava il reparto della Guardia di finanza cui ero in forza. Lui usciva dal cancello delle suore dell’ordine di S. Antonio, che gestivano un asilo infantile, dopo aver celebrato la Messa nella chiesina annessa al loro fabbricato, che don Giorgio raggiungeva ogni giorno, al mattino presto, salendo su uno dei primi bus che partivano da Pisa diretti a Pontedera. Quando l’automezzo non era affollato mi sedevo sempre accanto a lui. Mi raccontava molte cose interessanti.

Don Giorgio era nato nell’inverno del 1926 dopo che il “carro di Tespi” e alcuni carrozzoni giunsero a Fusignano (Ferrara) con a bordo i teatranti della Celebre Compagnia Drammatica, che doveva recitare il lavoro teatrale intitolato “Stefano Pelloni il Passatore”, dramma storico in 6 atti e 9 quadri, incentrato sulla vita del famoso bandito della Romagna che fu appunto il Pelloni. La compagnia era diretta dal capo della famiglia, Ubaldo Servi (padre del futuro sacerdote don Giorgio), che era anche l’attore più importante del gruppo insieme alla moglie, prima attrice.

Qualche volta, durante i nostri brevi viaggi per Pisa, capitava che non riuscendo a concludere gli argomenti trattati appena arrivavamo in città don Giorgio mi accompagnasse, a piedi, fino al ponte Solferino, in modo tale da poter terminare i suoi racconti. La mamma di don Giorgio quando giunse a Fusignano era agli ultimi giorni di gravidanza. Infatti, subito dopo l'arrivo nella località romagnola, partorì il figlioletto, che dopo la nascita venne lasciato a succhiare il latte dal seno di un'ottima balia, che lo allevò fino al 18° mese. Don Giorgio mi fece anche un drammatico racconto, relativo al devastante bombardamento aereo effettuato su Pisa dalle fortezze volanti americane il 31 agosto 1943, che procurò moltissimi morti, feriti e ingenti danni (leggi qui il racconto del bombardamento).

Alle ore 7 del 2 luglio 1950 nella primaziale di Pisa l'Arcivescovo Ugo Camozzo chiamò Giorgio Servi sacerdote per il popolo cristiano, consacrandolo ed immettendolo come “cadetto pastore”, prima di affidargli ulteriori incarichi. La commozione unita alla sua fresca purezza gli fecero sognare opere e conversioni grandiose. Ma il suo impatto con Dio fu indovinato e giusto, tanto da rallegrare per sempre la sua scelta di vita. Dalle sue dotte omelie, che sgorgavano dal cuore e si basavano sulla lettura approfondita dei Vangeli e sugli esempi di vita terrena del nostro Redentore, mi resi conto di quanto fosse grande la fede che don Giorgio nutriva verso il Creatore. Egli rivolgeva sempre il suo pensiero affettuoso nei confronti dei più bisognosi, dei poveri e degli ammalati, e invocava l’aiuto di Dio affinché tutti potessero trovare ristoro dalla sofferenze, non solo fisiche.

Che bello fu per me poterlo ascoltare quando mi raccontò che da giovane, oltre ad essere tifoso della Juventus ebbe una grande passione per il calcio fino ad arrivare a giocare ad ottimi livelli. Fu per questo che i suoi colleghi seminaristi lo nominarono loro capitano. Un giorno il futuro sacerdote don Giorgio disputò una partita contro una squadra che schierava, tra le proprie file, Carlo Annovazzi, un forte giocatore del Milan. Quest'ultimo rimase sorpreso nel vedere giocare così bene il giovane seminarista. Quando durante una fase di gioco si trovarono vicini, sul campo, Annovazzi gli chiese se per caso giocasse in serie B.

Nei giorni festosi del Santo Natale e della Santa Pasqua, in cui i mezzi pubblici non circolavano, lo andavo a prendere a Pisa per portarlo con la mia vecchia auto a Casciavola, dove rimaneva per celebrare la Santa Messa dalle suore Antoniane. Al termine della celebrazione lo riportavo nella città della torre pendente. Nelle sue preghiere don Giorgio pronunciava sempre parole di amore volte a glorificare la nostra fede cristiana, dichiarandosi un umile e povero pastore del gregge di Dio. 

Quando divenne prete fu nominato parroco della più povera parrocchia dell’alta Versilia, Basati, il paese dove era nata la mia cara nonna materna, Marianna Marrai. Nella comunità di Basati, dove fu parroco per nove anni, don Giorgio fu un abile camminatore di Dio, con scarponi ai piedi e zaino sulle spalle per il pane quotidiano, molto faticoso per un sacerdote che operava tra le rocce e i castagni. Basati, però, gli è sempre rimasta nel cuore. Quando le circolari mandate dalla Curia lo ammonivano per la scarsa partecipazione della sua parrocchia rispetto a quanto facevano altre, che presumibilmente avevano più congrue rendite, per attenuare il suo dispiacere don Giorgio metteva fuori dalla finestra, al freddo della notte e al sibilo del vento della tramontana (chiamata “cavallaccia”), le lettere che aveva ricevuto, e al mattino le riponeva malconce in casa, tirando un sospiro di sollievo.

In occasione della processione del Corpus Domini un anno disse alle ragazze di portare loro il baldacchino e quando uscirono dalla Chiesa tra gli uomini esterrefatti udì la voce del capo sezione del Pci bofonchiare... dopodiché, con alcune occhiate d’intesa, furono i giovanotti a sostenere lo sforzo portando le aste dorate. Il suono amichevole delle campane era reso più convincente quando i fiaschi di vino ungevano le funi ai sonatori, tanto da non sentire lo sfregamento delle corde sulla pelle delle loro mani. Le feste paesane erano attese sempre con trepidazione, come se si trattasse dell’arrivo di re o principi: mentre si riunivano i comitati, che promuovevano adunanze, raccolte e sonetti per i minori del paese e per le famiglie, le mense si rallegravano per la gente accorsa numerosa da fuori per gustare i buonissimi e nutrienti tordelli preparati dalle casalinghe, e i preti delle vicine parrocchie si ritrovavano per la Messa e per i Vespri. L’organo diffondeva note musicali che facevano vibrare sempre di più il cuore dei fedeli. Talvolta capitava che le campane suonassero “al fuoco”, nottetempo, per chiamare i parrocchiani a spegnere gli incendi seguendo l'ordine del parroco, unico tutore della legge e della sicurezza.Basati era abitata da famiglie povere e buone, ospitali ed umili, che trasmettevano a don Giorgio una sensazione di responsabilità e fiducia nei suoi interventi a vantaggio dell’intera Comunità. Verde vallata era, ed è tuttora, quella di Basati percorsa da piccoli ruscelli “chiacchieroni” e puliti che cambiano volto solo quando arrivano al piano, giungendoci contenti perché aiutano l’operosa volontà dell’uomo di cava, di segheria e di laboratorio della Versilia”: ecco un altro dei tanti bei pensieri scritti da don Giorgio nel suo bellissimo libretto intitolato “Serse da Pisa” che lui mi volle donare un giorno.

Per diversi anni don Giorgio prestò servizio quotidiano nelle colonie estive. Furono anni per lui molto belli, in quanto udiva il linguaggio del mare al quale rispondeva con le preghiere rivolte a Dio. Conobbe poi il servizio quotidiano svolto nel Pian di Pisa. Un periodo che visse con stanchezza, per l'età avanzata, ma anche con grande freschezza spirituale, per avere lì trovato e portato gioia, con le sue celebrazioni, alle Suore Antoniane. Alla luce del bene che nutrivo nei suoi confronti più di una volta lo invitai a cena a casa mia, dove veniva sempre accolto con grande festa dai miei familiari. Quando arrivava il momento del caffè e gli veniva messa la tazzina nel posto che lui occupava, a tavola, lo beveva solo dopo averlo versato nel piattino, precisando, mentre tutti noi sorridevamo, che così lo sorseggiava il cardinale Svampa. Mi sembra doveroso e opportuno elencare, qui di seguito, l’attività sacerdotale svolta da don Giorgio durante la sua vita.

Inizio da Basati, che fu per lui una grande palestra di zelo e semplicità, e dove fu amatissimo dalla popolazione; il breve mostrarsi a Palazzi gli valse come giro di volta per correggere il precedente comportamento di timidezza che ebbe verso gli altri di ogni grado; la dolce pausa a Forte dei Marmi gli ridiede la fiducia in sé e nei confronti della gente che conobbe; il cappellanato agli Istituti Riuniti lo rese amichevole educatore dei giovani che valse anche per il servizio comandato; l’insegnamento religioso nella scuola media lo rese amico di tanti ragazzi e famiglie; la collaborazione in S. Pierino con don Burgalassi gli aprì la mente verso gli interessi culturali; il servizio volontario ai Cavalieri lo vide generoso servitore; la libera collaborazione all’Associazione diocesana del clero lo vide festosamente impegnato; il servizio triennale ripetuto come confessore delle suore lo tenne spiritualmente fertile; ritenne magnifiche le esperienze di Assistente Scout che ebbe per circa venti anni; i servizi prestati in occasione delle feste di S. Matteo e S. Antonio, e presso l'Arcivescovado, lo misero a stretto contatto con il mondo giovanile cristiano; le varie supplenze interinali nelle parrocchie di San Pierino e San Prospero, affidategli dal Superiore e la guida spirituale del movimento Vedovile di spiritualità lo tenne mensilmente impegnato nella chiesa dei Galletti per oltre 10 anni. Svolse altre attività prettamente clericali, come la predicazione di esercizi alle suore o in grandi parrocchie che fecero sentire a don Giorgio di essere stato un prete sereno e felice.

Un anno chiesi al signor Comandante del Gruppo di Pisa della Guardia di finanza di invitare don Giorgio a partecipare alla bella festa per la ricorrenza della fondazione del nostro Corpo, risalente al 1774. La mia richiesta fu accolta. Fui felice quando vidi il nostro arcivescovo, il compianto monsignor Alessandro Plotti, celebrare nel cortile della nostra caserma la Santa Messa, con al fianco, come concelebrante, don Giorgio Servi, che in quella occasione indossò un nuovo abito talare. Il padre di don Giorgio, l'attore Ubaldo Servi, era stato un letterato cattolico molto apprezzato, come dimostrò con una sua opera teatrale sulla Passione di Gesù che fu molto gradita dal Vescovo e da tutti gli spettatori. Egli terminò l’attività di attore e regista nel 1931, per esercitare successivamente l’attività di bancario. Quando suo figlio era parroco di Basati andò a trovarlo per stare un po' insieme a lui. Purtroppo però il tempo fu troppo breve: fu colpito, infatti, da un infarto che lasciò nel più profondo dolore il figlio don Giorgio.

Una bella fotografia di don Giorgio (vedi a lato) ritratto insieme a Piero, Dario Giannini, Luciano Leonardi, l’ho trovata stampata sul bel libro intitolato “Sui sentieri delle Apuane” scritto dal compianto don Florio Giannini, fondatore della rivista cattolica “II Dialogo” e parroco di Ruosina e successivamente del Tonfano, a Marina di Pietrasanta. Detta foto, con l’immagine del corpo di Gesù crocifisso, reca anche le annotazioni “Traversata” e l’anno 1958. Mi è rimasta sempre nel cuore la rivista fondata da don Florio, di cui ero abbonato e appassionato collaboratore. Quale pastore delle anime dei fedeli, don Giorgio fu sempre più vicino ai fedeli della chiesa del Signore. Oltre che nelle chiese celebrò funzioni religiose in più di 500 altari: caserme, campeggi, cimiteri, rettorie, fabbriche, Circo Medrano, Palazzo della Provincia, istituti religiosi oltre ad alcuni altari improvvisati su dighe, cave di marmo, alberghi, pinete, spiagge. Da livello 0, a bordo di navi nel mar Tirreno e nell’Adriatico, salì fino ai 2757 metri della Cima Coppi, al passo dello Stelvio. Con i suoi confratelli sacerdoti ebbe rapporti consolanti che lo arricchirono. Nel suo libretto ha ricordato don Borla, don Virgili, don Burgalassi ed altri che gli sono stati fratelli nell’aiuto e nel consiglio, come ad esempio don Innocente e il suo seminarista in Versilia, don Leonardi. Ma anche don Luigi Morra, cappellano militare della 46^ Brigata Aerea di Pisa, che lo introdusse in un ambiente che quando era giovane aveva chiesto di poter frequentare al suo superiore, sempre ottenendo una risposta negativa.

Don Giorgio fu legato da vincoli di fraterna amicizia anche con l'allora parroco della Cappella, don Hermes Lupi (ora monsignore e parroco a Seravezza). Don Hermes è un grande sacerdote amato da tutta la popolazione seravezzina. Molti anni fa vidi arrivare don Giorgio con molta sorpresa a Seravezza, dove mi trovavo a trascorrere un periodo di riposo estivo nella casa di mio suocero, Giuseppe Pucci. Don Giorgio viaggiava a bordo di una Vespa. Mi disse che doveva salire alla Cappella, dove era parroco il suo confratello e amico don Hermes Lupi.

In occasione della Messa d’argento l'arcivescovo di Pisa, Benvenuto Matteucci, dimostrò molta generosità nei confronti di don Giorgio, offrendogli un bellissimo pellegrinaggio in Francia mentre altri due confratelli, don Sabucco, parroco di Forte dei Marmi, e Borlas, gli offrirono un pellegrinaggio in Israele, di cui lui fece un bel resoconto pubblicato nella diocesi di Pisa e a Gerusalemme, che successivamente donò anche a me. Ricordo il dispiacere che mi manifestò quando subì un furto, nella sua modesta abitazione, da alcuni malviventi che avevano gettato a terra tutta la biancheria e gli abiti che teneva riposti con ordine nei cassetti del canterale e nell’armadio. Sotto agli abiti rinvenne anche il calice che usava quando celebrava la Santa Messa. Gli rubarono delle monetine che aveva raccolto quando era andato in pellegrinaggio a Gerusalemme, a Roma ed in altre località dove esistevano basiliche e famosi santuari cristiani. Quando fu sfrattato dalla casa in cui abitava a Pisa non riuscì a trovarne un’altra in cui andare ad abitare né trovò una stanza per poter dormire. Non trovò aiuto da nessuno, e questo indubbiamente lo fece molto soffrire. Accettò, alla fine, la proposta di andare a stare presso una anziana signora di profonda fede cristiana che abitava vicina alla chiesa della Parrocchia di Sant'Ermete, a Forte dei Marmi. Nel periodo in cui era stato parroco del Forte don Sabucco, questi si era avvalso della collaborazione di don Giorgio. Fu per questo fatto che tale chiesa rimase sempre nel cuore di don Giorgio. In quegli anni don Sabucco inviò una lettera a don Giorgio che iniziava così: “Al caro puntello spirituale di Forte dei Marmi…”. Credo che sia stata questa grande e meritata considerazione a convincere don Giorgio a trasferirsi in Versilia.

Quando andai a trovarlo nella sua nuova abitazione mi disse che aveva avuto un infarto che lo aveva scosso e fatto molto soffrire, aggiungendo anche: “Ora non ci vedo più “. Appena seppi che era stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale vicino al Lido di Camaiore, andai a visitarlo. Lo trovai disteso su un lettino. Soffriva molto e si lamentava. Accanto stava seduta su una sedia una giovane donna che lo assisteva. Subito gli dissi: “Don Giorgio, sono il maresciallo Sacchelli”. A fatica e con scarsa intellegibilità ripetette “ma-re-sci-al-lo, Sac-chel-li” , emettendo anche dei rantoli che mi fecero capire che stava per morire. Infatti il 2 febbraio 2005 si spense. Trovai conforto dalla certezza che subito dopo il decesso la sua anima era subito volata nella casa del nostro Padre Celeste, per vivere in eterno accanto ai suoi genitori, ai suoi cari defunti ed a tutti coloro che lo conobbero e gli vollero bene. Quando uscii dall’ospedale non pensai di dare il numero della mia utenza telefonica alla donna che assisteva don Giorgio, perché lo desse a qualcuno dei suoi nipoti o alla signora presso la quale era stato accolto a Forte dei Marmi. Fu a causa di questa mia imperdonabile dimenticanza che non mi venne comunicata la morte di don Giorgio, motivo per cui non partecipai al suo funerale. 

Voglio ricordare che quando gli lessi, nel 1989, la mia poesia “Due Angeli nel pozzo”, dedicata alla memoria del piccolo Alfredino Rampi (morto a Vermicino nel 1981 dopo essere caduto in un pozzo artesiano), l’ultima parola scritta, “Paradiso”, è sua. Fu lui che volle che l’aggiungessi subito dopo che gliel'avevo letta. È sua anche la presentazione di un mio libretto di poesie (C. Cursi editore 1989) che volle firmare anonimamente, “un amico”. Ho sempre vivo nel cuore il suo pensiero su ciò che scrivevo in merito alla fede cristiana da me sempre fortemente sentita, facendomi intendere che era stato Dio a scegliermi per diffondere le parole di amore, carità e perdono e quant’altro espresse Gesù Cristo quando discese fra gli uomini in terra. Ebbi da lui anche il dono di una bella penna a sfera “Aurora”: gli dissi che non doveva donarmi nulla ma lui non volle ascoltarmi. Quando si trasferì a Forte dei Marmi mi volle regalare anche diversi bellissimi volumi sulla storia del calcio, di cui era grande appassionato.

Caro don Giorgio, spero che le mie parole possa sentirle lassù nel Cielo: le confesso che le ho voluto tanto bene. Mi perdoni se non gliel’ho mai detto, ma voglio pensare che in anni lontani lei abbia compreso questo mio muto pensiero che ho sempre avuto nei suoi confronti.

Concludo rivolgendo il mio pensiero a nostro Dio Misericordioso perché, quando morirò, accolga la mia anima in cielo per poter rivedere tutti i miei cari e l'amico don Giorgio.

lunedì 17 luglio 2017

I Martiri di Pechino

“Vogliamo la libertà!
Chiediamo di poter
crescere e vivere
in uno stato democratico!”
Nella grande piazza Tien An Men
gli studenti disarmati di Pechino
sono stati trucidati,
mentre rivendicavano
i diritti sacri,
inalienabili dell’uomo.
Carri armati, autoblinde
fuoco e fuoco.
No! Non è così
che si governa un popolo!
L’eco delle grida
dei martiri stritolati
con le loro biciclette,
non si è ancora spenta
e mai si spegnerà,
perché l’uomo
non può vivere
senza libertà!

 Renato Sacchelli


Ho scritto questi versi diversi anni fa. Mi piace riproporli sul mio blog come omaggio alla memoria del professor Liu Xiaobo, uno dei "martiri di Pechino", morto di recente a 61 anni, dopo una durissima condanna che gli era stata inflitta dalle autorità cinesi perché aveva osato chiedere libertà e democrazia per il suo popolo. 




giovedì 6 luglio 2017

Le mie Fiamme Gialle


C’è qualcosa nel suo cuore 
che non riesco a spiegare, 
intanto a dieta deve stare. 
Dottore, ma proprio ora ch’è Natale 
e con tutto il po' po' di buono
che c’è da mangiare? 
Sì, non c’è da scherzare, 
il suo cuore, ci pensi, 
pompa da quasi novant’anni 
e ora deve stare attento 
non può più tanto faticare 
ha bisogno di riposare. 
Ah! Comprendo dottore, 
che sollievo mi danno 
le sue parole.
Mi fanno capire 
dove sono finite 
le amate Fiamme Gialle 
che per oltre quaranta anni 
ho portato con fierezza 
sul risvolto della giacca grigioverde
mia gloriosa divisa,
e che ora fanno parte
del mio cuore. 
Buon Natale dottore! 

(Renato Sacchelli)