martedì 25 agosto 2015

Gigetto del Bicchiere all'Abetone


Che bella sorpresa assistere, all'Abetone, ad uno spettacolo che mi ha fatto rivivere i giorni belli vissuti a Seravezza quando ero un bambino degli anni '30.

Un caldo insopportabile avvertito nella località dove abito in provincia di Pisa, la "fagonza” in dialetto versiliese, ha costretto me e mia moglie a scappare all'Abetone, sulla montagna pistoiese, dove per qualche giorno abbiamo respirato, con gioia, un'aria fresca e senza umidità.

Lassù una sera si è esibito, in località Le Regine, un gruppo di bravi artisti popolari noto col nome di "Gigetto del Bicchiere", dando vita ad uno spettacolo davvero coinvolgente. Nell'udire gli stornelli delle canzoni ho ripensato ai canti del Dopolavoro di Ripa, in Versilia. Non ho mai dimenticato la bellissima canzone che ascoltai a Seravezza intitolata "Reginella campagnola", e altre canzoni di quel tempo lontano, rimaste stampate nel mio cuore. Anch'io ogni tanto amo canticchiarle alla veneranda età cui sono arrivato (85 anni).

Sul palcoscenico delle Regine mi è parso di risentire anche le note del Maggio, in relazione al quale il bravissimo scrittore seravezzino Enrico Pea scrisse alcuni importanti libri. Ricordo di averne visto uno di questi spettacoli, negli anni del dopoguerra, quando fu rappresentato sotto la pergola che si trovava davanti allo spaccio di vini al banco gestito, a Riomagno, a due passi da Seravezza, dalla signora Vienna, molto frequentato dai cavatori.

Gli spettacoli dei "maggianti" dovevano piacere anche al mio babbo, fatto che compresi avendolo udito cantare, più di una volta, i versi dell'opera intitolata "Pia dei Tolomei".

Ho provato molto piacere nell'assistere allo spettacolo del gruppo Gigetto del Bicchiere, fondato 20 anni fa a Rivoreta, frazione di Cutigliano, ora sotto il comune dell'Abetone. La formazione ha partecipato a varie rassegne nazionali ed internazionali oltre ad essersi esibita in diversi studi televisivi, tra i quali TV 2000, Canale Italia e persino sul prestigioso Palco del Teatro Ariston di Sanremo.

Il "Gigetto del Bicchiere" manifesta le espressioni viventi del museo della gente costituiti dai tesori di un tempo passato, utilizzati per il lavoro e il vivere quotidiano: valori da non dimenticare bensì da tramandare alle generazioni future. In particolare i fondatori del gruppo si sono ispirati alla vita di Luigi Ferrari, nato nella borgata del Bicchiere nel 1841 e morto nel 1930, noto appunto come Gigetto, un uomo poco acculturato ma che aveva nel cuore una poesia che ammaliava la gente dei salotti buoni del tempo da lui frequentati.

Voglio sottolineare la bellezza delle danze eseguite da ballerini e ballerine del gruppo, a passi misurati e volteggianti. In particolare si è distinta anche una graziosa fanciulla, piccola di età ma molto attenta a ben figurare nei balli che venivano sempre terminati con un deferente saluto rivolto al pubblico presente.

Al termine della bella manifestazione a ciascuna delle protagoniste dello spettacolo è stata consegnata una rosa rossa. A ricordo di quella bella serata trascorsa all'Abetone mi rimane il DVD, acquistato al termine dello spettacolo, con il quale riascolterò tanti bei pezzi cantati con voci bellissime dagli uomini e donne di questo fantasmagorico gruppo.

martedì 21 luglio 2015

GLI EROI DELLA PACE

Con questo racconto ho vinto il primo premio al 13° Concorso di Narrativa 2015 intitolato all’Ammiraglio d’Armata “Enrico Millo”, organizzato dalla sezione Unuci (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia) di Chiavari.

La chiesa di San Nicola, nel pieno centro di Pisa, non è mai stata così piena di Autorità militari e civili, Associazioni combattentistiche e d'Arma, e moltissimi fedeli. Un numero così imponente di persone ha reso necessario installare, nella vicina piazza Carrara, un maxi schermo per consentire a coloro che sono rimasti fuori di assistere alla funzione religiosa, celebrata dall'arcivescovo di Pisa, monsignor Alessandro Plotti, e da dodici sacerdoti concelebranti. Una città intera dà l'ultimo saluto al maggiore dei paracadutisti Nicola Ciardelli, chiuso in una bara avvolta dal tricolore.

“Questa mattina ha vinto la vita - dice monsignor Plotti nell'omelia - ha vinto l'amore. Il piccolo Niccolò (figlio di Nicola, nda) e il cuginetto Matteo, con il battesimo celebrato poco fa hanno sconfitto la morte, l'odio, la violenza e il terrrorismo”. Dopo il battesimo l'arcivescovo mette al collo del bambino una medaglia d'oro donata dall'Esercito italiano, che per la tragica fine in missione ha promosso di grado suo padre.

C'ero anch'io quella triste mattina nella chiesa di San Nicola, nella rappresentanza, con la bandiera, della Sezione dei Finanzieri in congedo di Pisa. Era presente anche mio figlio e con lui tanti ex Piccoli cantori che in anni lontani, insieme a Nicola, fecero parte del coro di voci bianche guidato da Padre Renzo Spadoni. Una corale conosciuta e apprezzata anche all'estero.

Nicola era nato a Pisa l'11 settembre 1972. A Pisa è tornato, per l'ultima volta, il 2 maggio 2006, dopo aver perso la vita pochi giorni prima in un attentato terroristico avvenuto a Nassiriya (Iraq). Lo ricordo bambino, quando con la sua voce, insieme agli altri piccoli del coro accompagnava le messe domenicali. E nei bellissimi concerti che i “Pueri cantores” tenevano in Italia e all'estero. Dopo la cresima Nicola iniziò un percorso di fede tra i giovani agostiniani. Poi, dopo essersi diplomato, lasciò la sua città per raggiungere l'Accademia di Modena, dove nel 1991 iniziò la carriera militare, a cui aveva sempre pensato fin dal liceo. Frequentò il 173° corso allievi ufficiali e il 131° corso di Stato maggiore. Laureatosi in Scienze Strategiche, sposò la signora Giovanna Netta. Dal loro matrimonio nacque il piccolo Niccolò, venuto alla luce nel febbraio 2006.

Ufficiale in forza alla divisione Folgore, acquisì una notevole esperienza partecipando a diverse missioni all'estero: nel 1999 in Bosnia, nel 2002 in Kosovo, nel 2003 in Afghanistan ed in Iraq nel 2004 e 2006. Frequentò i corsi di paracadutismo, pattugliatore scelto, acquisizione di obiettivi, alpinismo e istruttore di ranger. Nell'ambito dell'operazione Antica Babilonia, il capitano Ciardelli svolse l'incarico di ufficiale di collegamento al Pjoc (Provincial joint operation center). L'ultimo reparto in cui prestò servizio fu il 185° reggimento acquisizioni obiettivi, con sede a Livorno, un reparto d'élite dell'Esercito.

Nel 2006 Nicola era tornato in missione in Afghanistan. La mattina del 27 aprile dalla base di Camp Mittica partì, a bordo di uno dei quattro blindati dei carabinieri, per raggiungere l'ufficio provinciale di polizia irachena, per svolgere i consueti servizi di vigilanza e di coordinamento dei pattugliamenti, come già aveva fatto tante altre volte.

Sfortunatamente alle ore 8.50 locali (in Italia le 6.50) il mezzo su cui era salito passa sopra un ordigno posto al centro della carreggiata che, esplodendo, a causa dell'impatto, squarcia il punto più debole della struttura del blindato, che è quello posto dove c'é la sottoscocca vicina al lato della ruota sinistra La fiammata provocata dall'esplosione penetra all'interno del mezzo con un'altissima temperatura trasformandolo in un forno. Così, per choc termico, il capitano Ciardelli muore all'istante, mentre in Italia la sua sposa lo aspettava per battezzare insieme il loro bambino nato da pochi mesi. Muore subito anche il caporale rumeno Hancu Bogdan. Poco dopo, prima di raggiungere l'ospedale, muore anche il maresciallo aiutante dei carabinieri Franco Lattanzio e il suo parigrado Carlo De Trizio. Il 7 maggio si spegne anche il maresciallo aiutante Enrico Frassanito, rimasto gravemente ferito e trasportato a Verona dopo aver ricevuto le prime cure a Madinat al – Kuwait (Kuwait City).

Ma cosa poteva essere ad aver spinto Nicola a impegnarsi in queste difficili missioni all'estero? Sicuramente il senso del dovere per le istituzioni e la divisa che indossava, con amore e fedeltà. E senza alcun dubbio anche il coraggio, quel grande coraggio che lo spronò a portare avanti la sua azione nelle zone più pericolose del mondo, dedicando le proprie energie affinché le popolazioni martoriate dalle guerre potessero tornare a vivere in pace.

Il terrorismo purtroppo ancora oggi continua a compiere delitti efferati e tanti, troppi soldati impegnati in missioni di pace, purtroppo perdono la vita. L'enorme sacrificio di sangue dei militari impegnati all'estero in missioni di peace keeping e di contrasto al terrorismo mi fa pensare, a una iniziativa simbolica che potrebbe essere presa per far sentire loro l'affetto e il rispetto da parte di tutti i cittadini e le istituzioni: dovrebbero essere insigniti del titolo onorifico di “Cavalieri della Pace”. Un'iniziativa di mero valore simbolico ma di estrema importanza che vorrei sottoporre all'attenzione del Presidente della Repubblica.

La signora Netta,avvocatessa Giovanna, straziata da un dolore immenso nel parlare del defunto marito, pronunciò parole di grande profondità: “Nicola era convinto di tutto quello che faceva e per me è sempre stato una colonna e un aiuto nelle decisioni più difficili”. Pur consapevole del pericolo che suo marito correva, lei aveva sempre appoggiato le sue scelte professionali. E soffermandosi sul suo bambino appena nato Giovanna ebbe a dire: “Se un giorno volesse intraprendere la carriera militare avrà sempre il mio appoggio incondizionato e sarò felice di questa sua scelta, come ne sarebbe felice anche suo padre”. Quella giovane vedova affrontò il dolore con grande compostezza e forza, perché teneva molto soprattutto a una cosa: far conoscere la personalità di suo marito, i suoi valori, la sua dedizione per la famiglia e il servizio svolto nelle nostre gloriose Forze Armate.

Ho gli occhi pieni di lacrime e non mi vergogno a scriverlo, mentre mi accingo a parlare delle missioni di pace in diversi angoli del mondo, per le quali sono morti molti soldati. Il nostro Paese “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli ed anche come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Carta costituzionale), ma nel corso degli anni giustamente ha supportato diverse missioni internazionali, gran parte delle quali sotto l'egida delle Nazioni Unite, per cercare di riportare la pace nei teatri di guerra o per contrastare il terrorismo. Già cinquantaquattro nostri connazionali sono morti, molti altri sono rimasti gravemente feriti. Eppure, nonostante questo enorme tributo di sangue, mi sento di dire che il sacrificio dei nostri giovani militari non è stato vano e, proprio per questo, va apprezzato. Ci siamo mobilitati per un valore altissimo, la pace e la sicurezza dei popoli, non per motivi di conquista territoriale o egemonia. E in nome di questi valori umani abbiamo perso tanti nostri figli, fratelli o amici.

Rivedo ancora nei miei occhi le immagini terrificanti degli uomini lanciatisi nel vuoto dall'alto delle Torri gemelle di New York, contro le quali aerei guidati da terroristi kamikaze si infransero l'11 settembre 2001. Persero la vita 2.752 persone, altre 125 furono uccise a causa dell'attentato compiuto al Pentagono nello stesso giorno, altre 40 per lo schianto del volo dirottato della United Airlines, che nei piani dei terroristi avrebbe dovuto abbattersi, probabilmente, contro la Casa Bianca.

Dopo questa incredibile escalation terroristica diverse nazioni del mondo, in primis gli Stati Uniti d'America, inviarono in Afghanistan i propri contingenti militari per porre fine al regime talebano che dava ospitalità al leader della rete di al Qaeda, Osama bin Laden. La guerra al terrorismo è andata avanti per anni e, purtroppo, non ha portato grandi risultati. Si tratta, infatti, di una guerra asimmetrica, dove non vi sono due eserciti contrapposti che cercano di predominare l'uno sull'altro. Questo, ovviamente, rende tutto più difficile, anche nel modo di gestire e portare avanti un'efficace strategia militare. Con tutte le conseguenze del caso, sotto il profilo dei danni collaterali e dei gravissimi disagi e lutti patiti dai civili. Uno strazio che si protrae da troppo tempo. Purtroppo neanche il ritiro anticipato delle truppe americane dall'Iraq ha portato grossi vantaggi, visto il rigurgito del fondamentalismo islamico che, approfittando della debolezza di Baghdad, e della guerra civile in Siria, ha pensato bene di dare vita al famigerato Stato islamico, che si propone di seminare terrore nel mondo, con la scusa della religione. Che in realtà è solo un pretesto. Un obiettivo, quello dell'Isis, politico e terroristico al tempo stesso. Contro il quale, ancora una volta, si rende necessario uno sforzo militare organizzato da parte della comunità internazionale. A meno che non si voglia lasciare campo libero ai pericolosi tagliagole, termine che uso per ricordare il gran numero di persone sequestrate e, purtroppo, sgozzate dai criminali che inneggiano allo Stato islamico.

Ripenso al vile attentato compiuto il 12 novembre 2003 contro il contingente militare italiano a Nassirya, in Iraq, giunto fin lì per svolgere una missione di pace a favore della popolazione civile alla fine della seconda guerra del Golfo. Persero la vita 19 carabinieri, quattro soldati dell'Esercito e due civili.

Uomini eroici. Sì, senza inutile retorica si tratta di eroi della pace, che lottarono e continuano a lottare, fino al sacrificio più alto, quello della vita, per portare la pace, il benessere e la libertà, bene più importante per ogni uomo. La certezza che il loro grande sacrificio non è stato vano lenisce, ma solo in parte, l'enorme dolore che ha pervaso i cuori della mamme, delle spose, dei figli, dei nonni e di tutti gli amici di questi nostri piccoli grandi eroi. Molti dei quali senza medaglia. A loro va e andrà sempre il nostro sincero e commosso ringraziamento.

Linea Gotica: osservatorio tedesco sul monte Folgorito

Ho letto l'interessante libro, ricco di tante belle fotografie, intitolato "Viaggi nella Storia – La linea Gotica agosto 1944 –aprile 1945  I luoghi dell'ultimo fronte di guerra in Italia", edito da Il Giornale, che mi ha donato mio figlio Orlando, giornalista che scrive per tale testata giornalistica online. La prima cosa che mi appare davanti agli occhi è la fotografia dell'osservatorio sulla vetta del monte Folgorito, scattata da Davide Del Giudice, che d'un colpo mi ha fatto ricordare di avere visto quel luogo quel giorno che visitai, 70 anni fa, dopo lo sfondamento del fronte avvenuto nel mese di aprile del 1945. La Versilia fu l'estremo limite della Linea Gotica, in cui furono combattute per sette mesi aspre battaglie, con i tedeschi che riuscirono a fermare l'avanzata delle truppe alleate.
Appena ho aperto il libro mi è riapparsa davanti agli occhi l'immagine di quell'osservatorio tedesco dove notai, con sorpresa, che proprio sui sassi posti davanti all'ingresso erano stati abbandonati un paio di particolari calzature che noi ragazzi di Seravezza chiamavamo “sgroi”. Un paio me li fece fare anche mia mamma da un falegname, nostro vicino di casa, che si chiamava Carducci. Si trattava di una tomaia di vecchie scarpe, attaccata con piccoli chiodi sugli zoccoli. Ho scritto tanti racconti relativi al periodo tragico vissuto durante lo sfollamento, pubblicati sul periodico "Versilia Oggi", diretto dal giornalista Giorgio Giannelli. Sfollamento imposto da un ordine criminale impartito dai tedeschi. Ho visto saltare in aria la mia casa insieme alle altre del mio rione. Alcuni ricordi li ho riportati nel mio libro intitolato “Quando cadevano le castagne”.
Ancora oggi non so come sia riuscito a sopravvivere durante i sette mesi in cui la guerra insanguinò la nostra Versilia, alla fame e ai tanti atroci stenti. Non avevo mai parlato di questi "sgroi" coi quali il soldato tedesco teneva i piedi al riparo dal freddo invernale, perché non la ritenni una notizia importante.
Ringrazio mio figlio Orlando per il libro donatomi che mi ha fatto ricordare il tedesco ignoto che sui monti della Versilia (i più belli del mondo, come scrisse un corrispondente di guerra americano nell'inverno 1944/1945) soffrì tanto freddo ai piedi, notizia che ora mi fa bonariamente sorridere.

Alla Desiata mossi i primi passi

Ho letto con particolare interesse l'articolo scritto da Tiziano Baldi Galleni intitolato "Deturpato il Paradiso della Versilia", pubblicato su il Tirreno del 7 luglio u.s.. Mi ha colpito perché proprio alla Desiata mossi i miei primi passi di bambino, nato nel settembre del 1930. I fratelli Pellizzari, noti industriali versiliesi del marmo e proprietari di cave di marmi bianchi in Trambiserra, avevano dato lavoro a mio padre nella loro segheria della Desiata, dopo il grave infortuno che gli era capitato nel rigido inverno del 1928-1929, quando la neve imbiancò l'intera Versilia e gran parte d'Italia. Nel percorrere il sentiero per raggiungere o discendere dalla cava sulle Apuane del Vestito, gestita dai fratelli Pellizzari (alle cui dipendenze mio padre già si trovava) non riuscendo a vedere il sentiero a causa della neve troppo alta, scivolò, facendo un salto nel vuoto per cento metri. La neve che lo aveva fatto cadere nello strapiombo l'aveva anche salvato, perché questo suo volo fini su un'alta e morbida coltre di neve. anche se ho sempre pensato che a salvarlo sia stata la Madonna del Cavatore.

Rimase sei mesi disteso su una tavola di marmo dell'ospedale di Massa, dopo un periodo di convalescenza si sposò, ma i dolori di questo casco, come lui spesso me lo ricordava, li risentì, molto gravemente, soprattutto, durante gli anni della sua vecchiaia. Ricordo, ancora il bagno che mio padre stringendomi forte fra le sue braccia, mi faceva fare, mentre anch'io mi stringevo forte a lui per la paura che sentivo di avere nel trovarmi su un tratto del fiume profondo, proprio all'imbocco dell'acqua dove girava il rotore, nel quale c'erano tanti pesci.

Un giorno quando vidi una grossa bodda sul fondo delle scale vicino alla porta d'ingresso di casa, mi spaventai da morire da tanto che era brutta. Quante emozioni provai da piccolo alla Desiata, come avvenne quel giorno che mio padre salì e si distese sul grosso carrello della teleferica il cui impianto terminale era vicino alla segheria, per arrivare sulla cava del Trambiserra per poi proseguire il cammino, tra gli irti sentieri, per andare a trovare i suoi genitori che abitavano in località Strinato vicina a Strettoia dove coltivavano una vigna e un oliveto di proprietà di una ricca famiglia di Seravezza. La teleferica partì dopo che un cavatore colpi con un paletto di ferro il suo filo.

Ho un vago ricordo quando mi aggirai tra i macchinari che facevano girare i telai, procurando molte preoccupazioni alla mia mamma che non si era accorta del mio allontanamento da lei: ma ero stato bravo, non avendo toccato nulla. 

Ricordo di essermi più volte dissetato presso la fontana dove era solita rifornirsi di acqua la locomotiva della tranvia dell'Alta Versilia che era solita caricare e portare a valle i blocchi di marmo a bordo dei vagoni che venivano messi brevemente sul poggio di caricamento ubicato vicino alla segheria. 

Nel piazzale della segheria c'erano tanti giovani raffilatori di Seravezza, tra i quali ricordo Armandino Bandelloni che poi rividi, per anni, al Ponticello di Seravezza, dove la mia famiglia si trasferì in una casa per farmi frequentare l'asilo infantile Delatre. Lì restammo fino al giorno tragico dello sfollamento ordinato dai tedeschi nell'estate del 1944.

Da bimbo mai fui portato a vedere la cascata della Desiata e il Pozzo della Madonna, un luogo che vidi soltanto negli anni del dopoguerra, quando trascorrevo le licenze nella casa dei miei suoceri Pucci Giuseppe e Guerrini Bruna. Per anni notai che era un luogo dove masse di giovani trovavano refrigerio tuffandosi nelle sue fresche acque che uscivano e continuano ad uscire nei mesi asciutti dell'estate davvero da sotto il monte Altissimo, la montagna di Michelangelo.

Nei primi anni 80 nella cascata della Desiata affogò Cristina, la figlia di mia sorella Renata. Ragazzina volle raggiungere quel luogo per rinfrescarsi insieme ad altri coetanei. La sua morte fece sprofondare nel dolore la sua mamma, le sue sorelle e tutti i suoi cari. Mi è di conforto pensare che la sua anima giri negli spazi infiniti del Cielo fra gli Angeli e gli Arcangeli, sotto gli occhi del nostro Dio Misericordioso che ci ha creato.

Concludo dedicando un pensiero a coloro che hanno deturpato un luogo cosi bello e fresco come la Desiata, da anni punto d'incontro per tantissimi ragazzi. Li vorrei invitare a non imbrattare più questo luogo con scritti o segni privi di senso. Provino a dipingere su tela, su carta o altri materiali, oppure si cimentino con un mazzuolo e una subbia per provare a scolpire il marmo (io in età già adulta l'ho fatto, traendone grande soddisfazione, pur non avendo frequentato scuole o corsi). Chissà se fra di loro, salterà fuori un bravo pittore o scultore. Auguri a tutti! Anche alla nostra bella Desiata.

sabato 6 dicembre 2014

Don Quintino Sicuro, servo di Dio



Conservo ricordi commoventi rimasti scolpiti nel mio cuore il 31 agosto 1997, quando partecipai alla gita sociale a Balze (FO), organizzata dalla Sezione Anfi di Seravezza ( Versilia storica) per visitare i luoghi dove visse gli ultimi anni della sua vita don Quintino Sicuro, il servo di Dio , il quale, dal 1939 al 1947 prestò servizio nel Corpo della Guardia di finanza.

Folta fu la partecipazione dei soci versiliesi a questa gita, accompagnati dalle rispettive consorti con il testa il loro presidente cav. ufficiale Renzo Maggi. Della sezione pisana, oltre a chi scrive c'era anche il presidente Marco Mugnaini, e il vice presidente Antonio Ruggiero seguiti dalle proprie spose.

All'arrivo del pullman nella zona fummo accolti dal maresciallo capo in congedo Duilio Farneti, iscritto alla sezione ANFI di Forlì che fu compagno d'arme di Sicuro, insieme al quale frequentò a Roma  il 19 corso Allievi Sottufficiali (1° luglio 1945 / febbraio1946).

Rimasi commosso quando appresi la vita santa che in quel luogo aveva vissuto don Quintino. Durante la S. Messa, celebrata dal parroco di Balze, lessi la preghiera della Guardia di finanza. Guido Angelini, socio della Sezione di Seravezza, al termine della messa mi si avvicinò per sapere se stessi male, avendo notato il mio volto pallido, ma lo tranquillizzai dicendogli che il pallore che aveva visto sul mio viso era dovuto alla forte emozione che mi pervase mentre elevavo a Dio la nostra struggente preghiera.

Che bello incontrare a questo pellegrinaggio Guido Angelini e Primo Giorgi (quest'ultimo purtroppo deceduto qualche anno fa), entrambi miei compagni del corso allievi finanzieri frequentato a Roma dal 15.7.1949 al 15.1.1950.

Terminata la santa Messa fu deposta una corona di alloro sulla tomba dove riposano i resti di don Quintino, che lui stesso aveva scavato, quando era ancora in vita, nella roccia arenaria a pochi metri di distanza dalla facciata della chiesa.

Il Farneti ha raccontato, come se fosse una favola, la vita vissuta nell'eremo di Sant'Alberico da don Quintino in quanto “grande perché umile, ricca perché povera, servo di Dio perché seppe vedere in ogni bisognoso il volto reclino del Cristo”.

Il Farneti, scrittore e poeta dialettale di grande spessore, fu per noi una guida eccezionale avendo vissuto intorno al massiccio del monte Fumaiolo (1.408 m) gli anni della sua fanciullezza (dai 7 ai 13 anni) accanto al fratello don Silvio nel periodo in cui questi fu parroco di Balze, località conosciuta perché sull' altura chiamata il Sasso dell' Apparizione, il 17 luglio 1494 a due infelici e innocenti pastorelle apparve la Madonna che restituì ad una la voce e l'udito ed all'altra la luce ai suoi occhi spenti. Su quel luogo rimasero le impronte dei piedi della Madonna.

Dopo questo evento, i pochi pastori del luogo iniziarono a costruire le loro casupole vicino al roccia del prodigio, fino a formare, col passare del tempo, una borgata i cui abitanti diedero origine al culto che è arrivato ai nostri giorni e continuerà a perdurare anche nel futuro.

A perpetuo ricordo di questo miracolo e delle solenni feste centenarie celebrate nel luglio 1894, il popolo di Balze nel 1900 volle eternare sul marmo per i posteri questo prodigioso miracolo. Fu anche istituita una festa commemorativa, quella del 17 luglio. così ogni anno , nella settecentesca arcipretale di Balze, sotto il quadro antico in terra cotta invetriata , attribuito ai fratelli Della Robbia, raffigurante il fatto miracoloso, la popolazione festeggia la sua Madonna chiamata Madonna delle Grazie.

Sicuramente in quei luoghi dai profondi silenzi Quintino parlò con Dio. Nel sentire vicino a sé la sua presenza gli fortificò l'esistenza. Camminò tanto a piedi scalzi, spesso sanguinanti, sia d'inverno che d'estate e su quelle alture impervie visse in estrema povertà. Dalla sua bocca non uscirono lamenti ma soltanto preghiere volte a glorificarne il nome del nostro Creatore..

Quando abbracciò la vita religiosa, il maggiore e unico desiderio che ebbe Quintino fu quello che "tutti gli uomini della terra conoscano Dio e che gli diano gloria in modo da raggiungere il fine per cui sono stati creati: " La salvezza della propria anima”. Si pensava all'anima degli uomini, pii e giusti; la cui vita non si spegnerà con la morte, ma continuerà a vivere in eterno nella casa del Dio nostro.============================

Ultimo di cinque figli, Quintino nacque a Melissano (LE) il 29 maggio 1920 da Maria Potenza a da Cosimo Sicuro.. Da ragazzo esprime il desiderio di farsi frate, ma il superiore del convento di S.Simone di Sannicola non lo ammette in quanto il ragazzo non superò l'esame di ammissione alla III media, stabilito dalla legge del tempo, in quanto distolto dagli studi preparatori per l'aiuto costante che dava a suo padre nei lavori agricoli. Dopodiché scelse di frequentare la scuola tecnico industriale di Gallipoli. Nel 1939 si arruola nell'allora Regia Guardia di finanza. Frequentò il corso allievi finanzieri al termine del quale fu nominato finanziere del contingente di terra, ed avviato alla brigata di frontiera di Chiavenna (SO).

Durante la seconda guerra mondiale fu mobilitato e destinato al fronte greco albanese. Arrivato a Tirana fu inquadrato nel 1° Battaglione che a fianco della divisione Julia, del IV Reggimento dei Bersaglieri e reparti di Camicie Nere, partecipò, per breve tempo, nella squadra degli Arditi, alle cruenti battaglie sul monte Tumori,contro un nemico bene e armato e molto combattivo. La gelida temperatura dei Balcani procurò a non pochi soldati italiani, che calzavano scarpe rotte e deformate il congelamento degli arti inferiori con conseguente cancrena, Dopo un breve spostamento a Tre Bisti sul fronte jugoslavo e successivi movimenti per raggiungere le città della Grecia di Gianina e Patrasso, il finanziere Quintino fu assegnato alla compagnia di stanza a Cefalonia, dove, miracolosamente riuscì a sfuggire al massacro che fu commesso dalle truppe tedesche contro i soldati italiani che si erano rifiutati di consegnare le armi dopo la firma dell'armistizio con gli anglo - americani dell'8 settembre 1943, armi che impugnarono eroicamente contro i soldati germanici a difesa dell'onore italiano.Dopo diversi giorni di lotta, durante la quale i tedeschi impiegarono una cinquantina di aerei Stukas, specializzati in combattimenti in picchiata , le forze italiane furono costrette ad arrendersi. A Cefalonia dove iniziò la resistenza italiana alla Germania di Hitler, caddero in combattimento e furono fucilati barbaramente dai tedeschi complessivamente 2500 militari italiani ufficiali, sottufficiali e soldati. ( Dato pubblicato sulla rivista Famiglia cristiana del 30.3.2005). Il primo ad essere fucilato fu il generale Gandin comandante della divisione Aqui.

Duilio Farrneti nel suo bel libro intitolato L'eremita di Sant'Alberico – mio compagno d'arme - , dedicato alla memoria di Don Quintino Sicuro , il Servo di Dio, riporta la testimonianza di Antonietta Cazzato i cui genitori erano legati da una forte amicizia con quelli di Quintino, il quale, prima di abbandonare la carriera di militare della Guardia di finanza raccontò che durante l'ultima guerra , quando lui ed alcuni altri militari furono presi prigionieri dai tedeschi e rinchiusi in un capanno buio serrato con un catenaccio, convinti che sarebbero stati fucilati, iniziarono a pregare. A notte fonda videro aprirsi la porta e comparire dinanzi a loro una donna vestita di nero e pallida in volto, che disse ai prigionieri di uscire fuori. cosa che fecero senza farselo ripetere. Cosi scapparono e si salvarono.

In quella donna Quintino riconobbe la Madonna e per questa apparizione manifestò la sua riconoscenza alla madre di Gesù Cristo Redentore, facendo il voto di consacrarle la sua vita.

Durante la guerra di liberazione il finanziere Quintino, dal suo foglio matricolare risulta essere stato partigiano nelle squadre di Azione Patriottica (SAP) dal 1° novembre 1943 al 16 maggio 1945. In questo ruolo si distinse per la grande umanità che sempre manifestò nei confronti delle persone che, a vario titolo, ebbero contatti con lui. Non risulta che mai sia stato coinvolto in fatti di sangue.

Dopo la sua nomina a sottobrigadiere del contingente di terra, fu decorato della croce al merito di guerra. Nel mese di maggio 1946 fu trasferito alla brigata di frontiera del Brennero. Nel novembre 1947 fu assegnato al Nucleo p.t. di Trento. I componenti dei reparti cui prestò servizio apprezzarono il suo carattere di uomo buono e giusto. Fu a Trento che compilò un p. v. di accertamento nei confronti di un padre di famiglia che non aveva il denaro per pagare il tributo evaso e le pena pecuniaria. Sarà lo stesso sotto brigadiere Sicuro a versare all'Erario quanto indicato nel processo verbale da lui redatto , attingendo la somma necessaria dalle sue modeste retribuzioni mensili.

Sentendo prorompente la voce di Dio che lo chiamava, entrò in una profonda crisi spirituale che ridestò in lui il desiderio che ebbe fin dall'infanzia di farsi sacerdote. Congedatosi dal Corpo iniziò a peregrinare alla ricerca di luoghi più confacenti alla sua vita contemplativa. Bussò a monasteri, conventi e congregazioni religiose dove fu accolto, ma inspiegabilmente si allontanerà da queste consuete forme di vita,quindi finirà per scegliere una vita eremitica.religiosa, forse Quintino era intenzionato a condurre più austera di quella claustrale

Nell'autunno del 1947, fu frate francescano a Treia di Macerata Marche; dal 1949 al 54 fu eremita a Montegallo di Ascoli Piceno e dal 1954- 55 fu ancora eremita a Sant'Alberico di Balze Verghereto. Quando transitò un giorno nelle vie di Macerata vide la targa ovale della Guardia di finanza affissa sopra la porta di accesso di un edificio. Il ricordo degli anni trascorsi nel Corpo gli fa sentire il possente richiamo ad entrare in quello stabile. Appena si diffuse la notizia che l'uomo entrato nella caserma era un ex sottobrigadiere che aveva prestato 8 anni di servizio nel Corpo si generò un gran subbuglio. Tutti i militari presenti gli si avvicinarono sorpresi e felici, facendogli molte domande. I più gli chiedevano perché avesse deciso di cambiare vita , uno volle sapere come facesse a vivere. Il suo volto a questo punto si illuminò d'immenso. La sua risposta fu la stessa che Matteo il Santo Patrono della Guardia di Finanza pose nel suo vangelo: “ gli uccelli dell' aria non seminano, non mietono né raccolgono in granai, eppure il Signore provvede ugualmente a loro”.

Tutti i militari compresero di essere davanti all'uomo di Dio e che non era il caso di porgergli domande indiscrete.  Con gioia lo invitarono a consumare un pasto al ristorante durante il quale ci fu chi decise ,con una sola occhiata di raccogliere all'istante una colletta per il festeggiato, ma che lui, con un dolce sorriso, disse loro che non poteva accettare perché nel suo abito non aveva più tasche per il denaro.

Con indosso abiti dismessi e con la barba lunga riprese il suo lungo peregrinare che lo portò a raggiungere l' eremo di S.Alberico , sorto nell'anno Mille dove cantarono le laudi al Signore frati benedettini camaldolesi, e poi lo stesso santo taumaturgo Alberico, che ha dato il suo nome a quel luogo e infine altri fraticelli e laici mendicanti.

Inizialmente Quintino visse a Sant'Alberico come eremita-custode, fino a quando con la nomina a sacerdote, divenne il titolare. La sua dura esistenza vissuta in quel luogo solitario, colpì profondamente gli abitanti di Balze e delle località vicine al massiccio del Fumaiolo che lo conobbero e lo giudicarono subito un santo uomo.

Un bambino della borgata Capanne nel vedere passare davanti all'uscio della sua abitazione l'umile figura di Quintino gridò: “Mamma, ho visto passare Gesù”. Il bimbo aveva visto giusto dal momento che Gesù ama nascondersi in ogni povero della terra.

L' affluenza all'eremo di tanti fedeli che abitavano in località molto distanti, lo spronò ad iniziare i lavori di ristrutturazione dell'intero immobile fatiscente, con porte e finestre rotte, l'acqua che pioveva dentro e il camino della cucina che non tirava più fuori il fumo prodotto dalla legna che bruciava.

I lavori iniziarono con la ricostruzione della chiesa e la ristrutturazione dell'appartamento occupato dal titolare dell'eremo, ubicato al piano superiore. L'intero immobile viene innalzato di un piano. Quintino aiutò i tanti giovani muratori che si erano offerti di lavorare senza ricevere alcun compenso. Lui li aveva avvertiti che poteva offrire loro soltanto un piatto di spaghetti. Anche Quintino esegue i lavori più pesanti: impastava il calcestruzzo, e portava la calcina, a secchi, sulle spalle. Pagava i materiali che gli occorrevano con gli oboli che i fedeli sempre generosi gli davano, il denaro in più che gli rimaneva lo donava ai poveri

In quel territorio, ricco di cento fontane l'eremo di Sant'Alberico , interamente ristrutturato con l'aiuto della Provvidenza, che sempre l'ha assistito, diventa oasi di spiritualità.

Nel 1955/61 fu seminarista a villa Grazia di Firenze dove venivano preparati ad essere nominati sacerdoti coloro che avevano avuto vocazioni tardive , successivamente frequentò l'ateneo Angelicum di Roma e infine il seminario regionale di Bologna. Nel 1961, si concretizzò il suo sogno, che da tempo coltivava nel cuore: fu nominato sacerdote. La sua prima messa la celebrò a Balze il 23 dicembre.

Nel 1962, per sciogliere un voto, con il cavallo di S. Francesco e accompagnato da fratel Vincenzo che attratto dalla vita di Don Quintino dal giugno 1962 lo aveva seguito al suo eremo, parte in pellegrinaggio per Lourdes. A piedi calzava le scarpe che gli aveva donato Antonio il calzolaio di Balze. Non fu un pellegrinaggio facile. Una sera bussarono ad una porta di una canonica per passarvi la notte. ll parroco quando li vide li scambiò per due banditi e quindi gli chiuse la porta in faccia, utilizzando all'interno anche un catenaccio. Altrettanta accoglienza l'ebbero da un convento di suore francescane che avendo visto i due attraverso la grata, pensarono che non fossero dei religiosi, motivo per cui non li fecero entrare.

Una notte ristoratrice la passarono in una stalla di un allevatore di mucche,che aveva concesso il permesso ai due pellegrini di accedervi per trascorrervi la notte. Ma per evitare brutte sorprese il suo garzone pensò bene prima prima di allontanarsi, di girare più volte la chiave per chiudere la porta. Costui sorriderà contento all'alba del giorno successivo dopo avere contato le bestie.

Il suo magistero sacerdotale accrebbe ancora di più il suo amore sia per tutti i fedeli che abitano nelle località più vicine all'eremo sia per quelli che salivano a Sant'Alberico, per avvicinarsi a Dio. Nel luogo dove don Quintino visse da eremita è rimasta viva la sua figura di asceta e di penitente. E' sempre stato vicino ai giovani, ai malati, ai più bisognosi, ha avuto parole confortevoli verso tutti perché la sua voce era quella di un santo servo di Dio.

E' molta bella la fotografia riprodotta sul libro del Farnesi che ritrae il volto di Don Quintino sorridente sotto una croce attorniato da un folto gruppo di festosi giovani di Sarsina.

Mi piace riportare la testimonianza di don Gino Pellizzer, che fu parroco di Balze. Egli ha racconta gli ultimi due giorni di vita di don Quintino che furono: la ricorrenza del Santo Natale 1968 e il successivo 26 dicembre festa di S.Stefano nella cui mattinata spirò.

Il 25 dicembre don Gino,dovendosi recare a celebrare all'eremo di Sant'Alberico, pregò don Quintino che era insieme a lui, di salire nella sua vettura per arrivare al santuario dalla via che conduce alle Capanne per poi salire all'Eremo attraverso il passo delle Scalette. E questo per non far fare a don Quintino una grossa fatica in considerazione del fatto che egli da un po' di tempo soffriva di disturbi cardiaci . Don Quintino non accettò non, volle prendere la carraia tracciata sulle rocce.


Don Gino giunto allo spiazzo ai piedi dell'Aquilone, salì a piedi la ripida montagna. Giunto davanti al cancelletto , attraversando il quale si accede all'eremo attese l'arrivo di don Quintino. Quando lo vide scendere dall'ultimo tratto di strada notò che era agitato e molto affaticato, aveva il passo incerto. Don Gino gli chiese se stava male, ma lui lo rassicurò dicendogli che stava bene, come era solito rispondere a tutti coloro che gli rivolgevano questa domanda per non farli stare in pensiero.

La notte di Natale celebrò la messa nella chiesa di Balze, mentre don Gino suonava l'organo e dirigeva i cantori della parrocchia. Celebrò anche la messa di mezzanotte. Si vedeva chiaramente nel pronunciare l'omelia, diversa da quella di sempre, che qualcosa di grave lo stava preoccupando. Fu il suo ultimo Natale.

La sosta per il ringraziamento che fece ai piedi dell'altare fu più lunga del solito. Poi chiese al parroco di confessarlo, In chiesa c'erano tante cose ancora da preparare, don Gino gli fece capire che poteva aspettare , ma lui continuò ad insistere così tanto finché il suo desiderio non fu accolto.Fu in quel momento che don Quintino disse “Don Gino è giunta la mia ora:”

Tutti sapevano che il giorno di S.Stefano avrebbe benedetto l'impianto di sciovia, ma col tempo sereno e la neve che non c'era questa cerimonia rimaneva solo un sogno, ma don Quintino disse che nella nottata sarebbe nevicato, e così avvenne. Tutti I monti della zona furono ricoperti da una spessa coltre di neve. Fu a causa delle neve alta che l'autovettura che trasportava don Quintino, fratel Vincenzo ed altre persone, alla sciovia andò in panne e dovette fermarsi nel tratto finale del valico. Gli occupanti, scesi dal mezzo, per liberare la strada, spinsero l'auto per parcheggiarla sul vicino spiazzo. L'impatto improvviso col gelido clima e lo sforzo fatto per spingere l'autovettura, spaccarono il cuore di don Quintino che si accasciò sulla neve, fulminato da un infarto.

Il Farneti ha riportato nel suo libro 21 testimonianze raccolte da fratel Vincenzo rese da persone che magnificarono la vita vissuta nell'ultimo suo eremo da don Quintino nella gloria del nostro Dio.

Il 28 agosto 1991 nella antica cattedrale di Sarsina si concluse positivamente il processo diocesano si beatificazione del Servo don Quintino Sicuro. Tutto l'incarto sigillato col timbro vescovile fu inviato alla competente Congregazione per la causa dei santi.

La signora Maria Di Lorenzo sulla vita di don Quintino Sicuro ha scritto un bellissimo racconto. Ci ha fatto sapere che dormiva su una dura tavola ed aveva un sasso per cuscino e che non conosceva Kierkegaard, Maritain e Chardin, ma ben viveva il Vangelo. Ella ha riportato le seguenti parole che don Quintino rivolgeva a quanti cercavano di incontrarsi con Dio: “ Mettiti davanti a Dio come un povero senza idee ma con fede viva. Rimani immobile dinanzi al padre, non cercare di raggiungere Dio con l'intelligenza, non ci riuscirai mai; raggiungilo nell'amore: ciò é possibile."

Quando suoneranno a festa, mi domando, le campane di tutte le chiese cristiane del mondo per annunciare ai fedeli della Croce “unico emblema, di luce e di speranza per un mondo migliore”, la proclamazione a santo di don Quintino Sicuro che, in particolare, riempirà di gioia, i cuori dei finanzieri italiani di ogni grado, sia in servizio che in congedo, per avere portato con elevato onore,  sul bavero della sua giacca per otto anni le mitiche Fiamme Gialle?

mercoledì 12 novembre 2014

Aggiornare la Carta costituzionale dell'Unione europea

Ultimamente si sente parlare di Europa solo per i vincoli di bilancio e gli accordi che stabiliscono che ciascun paese non superi il rapporto tra deficit e Pil. Di politica, nel senso più alto e nobile; si parla ben poco. Se la Carta Costituzionale dell'Unione Europea, l' avessero scritta Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenaur di profonda fede cristiana, considerati insieme al laico Jean Monnet e altri autorevoli personaggi, tra cui l'italiano Altiero Spinelli, i padri fondatori dell'Unione Europea, credo proprio che al primo articolo avrebbero evidenziato la matrice cristiana dell'Europa, senza la quale non si sarebbe realizzato il sogno di un'unione tra popoli tanto diversi, divisi da sempre da guerre fratricide.

Gli estensori della Carta Costituzionale europea avrebbero dovuto leggere, a fondo il libro testamento “ Pour l'Europa” di Schuman nel quale, tra l' altro, si legge “ La democrazia deve la sua esistenza al cristianesimo: essa é nata il giorno in cui l'uomo é stato chiamato a realizzare nell'impegno quotidiano la dignità della persona umana nella sua libertà individuale , nel rispetto dei diritti di ciascuno e nella pratica dell'amore fraterno verso tutti . Mai prima di Gesù Cristo, simili concetti erano stati formulati”. E ancora nella stessa opera si legge: “Questo insieme di popoli non potrà e non dovrà restare un'impresa economica e tecnica. Bisogna darle un' anima. L' Europa non vivrà e non si salverà che nella misura in cui avrà coscienza di sé stessa e delle sue responsabilità quando essa farà ritorno ai principi cristiani di solidarietà e di fraternità”. Nella seduta del Parlamento del 19 marzo 1958, ribadì con convinzione il suo illuminato pensiero: “Tutti i paesi dell'Europa sono permeati dalla civiltà cristiana”.

Robert Schuman fu presidente del Parlamento europeo dal 1958 al 1960. Dedicò la sua vita alla politica che considerava un apostolato che sentiva forte nel suo cuore. Il suo comportamento fu sempre improntato ai principi della fede cristiana.

L'Unione europea, nella cui Carta costituzionale non è stato fatto alcun riferimento ai valori fondanti della civiltà cristiana professata già da oltre due millenni, agli occhi di chi scrive appare davvero priva di anima. Con tutto ciò che ne consegue.

martedì 21 ottobre 2014

Nota informativa

Desidero informare i lettori che mi seguono, che in relazione al mio componimento sul tema "Forze Armate: il coraggio della solidarietà", con il quale ho partecipato al 12° concorso di narrativa 2014 indetto dall'Unione Nazionale Ufficiali in Congedo - Sez. di Chiavari, mi è stato rilasciato un attestato di partecipazione nel quale l'illustre Presidente ed i soci iscritti alla suddetta Sezione mi hanno espresso le "congratulazioni per l'ottimo racconto".