giovedì 6 giugno 2013

Seravezza STORIA DI RENATO sACCHELLI


La lettura dell’articolo “Il paese dell’anina” scritto dal professor Costantino Paolicchi e pubblicato sull’ultimo numero di Versilia Oggi, mi ha fatto rivedere la Seravezza degli anni della mia fanciullezza. Così la mia mente è ritornata a quando ero bambino e vivevo nella casa dei miei nonni materni dove nacqui il 25 settembre 1930. Ricordo che la mia mamma intorno al fuoco del camino raccontava, spesso a me e ai miei fratelli, fantastiche fole che ci facevano sognare, così come penso che era solito raccontarle anche il nonno di Enrico Pea, che sicuramente fu il primo maestro di vita del suo nipotino.

Nei miei occhi sono sono riapparse anche le immagini dell’immediato dopoguerra, con tutti i ponti fatti saltare in aria dai tedeschi insieme a molte abitazioni rase al suolo, fra le quali anche la mia casa. Seravezza fintanto che non fu insanguinata dalla guerra, fu popolata da uomini impegnati ogni giorno sulle cave, lungo le vie “della lizza”, nelle segherie, fonderie, officine e nelle falegnamerie e in tanti altri laboratori del marmo, tra i quali scolpivano anche bravissimi scultori. Ho rivisto il Caffè Centrale di Angelo Battelli, dotato di una voliera con pappagallo ed alcuni merli, ubicato nella piazza Carducci dietro il monumento ai Caduti ed anche innalzarzi nel cielo il grande pallone cartaceo, gonfiato sotto il calore dell’alcol acceso nella padella, che era solito far costruire lo stesso Battelli, noto animatore delle feste seravezzine. Un anno fece volare anche un asino di cartapesta dalla Mezzaluna vecchia fino alla piazza Carducci. 

E’ riapparsa nei miei occhi la criniera del Monte di Ripa, senza più neppure una pianta di pino né un arbusto, in quanto la cima, spazzata dalle cannonate e colpi di mortaio sparati dai tedeschi su quel terreno che fu la prima linea del fronte americano sotto il Castellaccio, pieno di trincee, cui si trincerarono i soldati americani, pareva che fosse stata arata, non c’ era rimasto un solo filo d’erba. Quel giorno che la percorsi, lassù, ad un tratto, respirai, un’aria maleodorante che proveniva da sotto una buca dove era stato sepolto, nei pressi di una trincea, un soldato americano ricoperto da poche palate di terra.

Era il lavoro che si svolgeva quotidianamente nella nostra terra che dava la vita alla gente, anche se era davvero tragico il faticare dei versiliesi e delle bestie da tiro dei carri carichi di grossi pezzi di marmo che venivano trasportati nelle segherie Nei pressi del Ponticello ho visto grossi carri provenienti dai poggi di caricamento del Trambiserra e della Desiata, tirati da più coppie di bovi i cui conducenti usavano la frusta per spronarli, tra urla e imprecazioni, perché producessero il massimo sforzo per tirare fuori i pezzi di marmo caricati sui carri impantanatisi nel fango alto della strada. Quando ero ragazzzo le vie del centro di Seravezza venivano sovente cosparse di ghiaia e il passaggio su esse dei carri e delle membrucche producevano molto polverone, tant’è che d’estate, per eliminarlo temporaneamente ci passava sopra un’autocisterna comunale che munita di un apposito annaffatoio vi lanciava forti getti di acqua.

All’inizio degli anni 40, nel tempo dedicato alla benedizione delle case, in cui svolgevo le mansioni di chierichetto, seguii  monsignor Angelo Riccomini , parroco di Seravezza, che benedì la casa di Teresa Pilli, la mamma di Dino Bigongiari, la donna più anziana del paese (mori a 106 anni). Era allettata e veniva continuamente assistita, notte e giorno, dalla mamma di Elena e di Vincenzo Tabarrani, noto calciatore del Seravezza. Negli anni 50 vidi uscire dalla casa dove abitava la vedova Bigongiari, un uomo che poi seppi che era suo figlio Dino, il professore che fece parte del corpo docente, dal 1904 al 1950, della Columbia University di New York. Durante la sua permanenza in America Dino Bigongiari ogni anno arava l’Atlantico, come lui era solito dire, per andare a trovare la sua mamma che non aveva mai voluto allontanarsi da Seravezza, facendosi anche accompagnare dalla donna che aveva spostato nel 1939, l’americana Gladis Van Brunt, che era stata una sua ex allieva.

Non è facile parlare del grande scrittore e poeta Enrico Pea nato nel 1881 a Seravezza e deceduto a Forte dei Marmi nel 1958. Lo incontrai nel 1950 una sola volta nelle strade di Seravezza vicino al Ponte della Passerella. Non sapevo chi fosse quell’uomo anziano davvero con una “barba da re biblico. ”Aveva il passo svelto, era in compagnia di un bel giovane, alto e coi capelli neri, forse era un suo nipote. Seppi da alcuni passanti che questo uomo era il famoso Enrico Pea. Non ho mai parlato con Enrico Pea, conosco soltanto le sue opere più famose da lui scritte che ho letto nel periodo più giovane della mia vita. Un mio amico che conobbi sin dall’asilo, che si chiamava Gianfranco Pea, scomparso qualche anno fa, mi disse ,nel tempo in cui andavamo entrambi a scuola, che Enrico Pea era  suo cugino.

Il professor Paolicchi ha evidenziato il seguente pensiero di Pietro Pancrazi , il quale nel collocare Enrico Pea fra gli scrittori d’eccezione ha asserito che costoro “scrivono come detta dentro e basta” Poi il Pancrazi si è domandato come il Pea abbia imparato l’arte? “Se fosse stata rivolta al Pea questa domanda, si sarebbero visti i suoi occhi rivolti al cielo per farci capire il suo riferimento alla Provvidenza." Ecco cosa pensò il Pancrazi in merito all’ attivita di scrittore svolta da Enrico Pea. Personalmente credo che scrivere in quel modo sia stato un dono datogli dal nostro Dio. Anch’io credo che la strada fu la sua scuola, Il primo suo maestro fu il nonno che con quanto raccontava al nipote gli accese la fantasia ad emularlo, tant’è che il suo primo libro che diede alla stampe fu proprio intitolato Fole, fattogli stampare da un editore di Pescara da Giuseppe Ungaretti, che Pea aveva conosciuto in Alessandra dì Egitto, e col quale fu legato da vincoli di fraterna amicizia. Penso che questa amicizia abbia spinto Enrico Pea a dedicarsi alla letteratura.

Enrico esercitò diverse attività: contadino , pastore, mozzo, meccanico, ferroviere , falegname e anche maggiante. In Egitto esercitò il commercio di marmi, di vini ed anche di castagne secche e di altri prodotti, ma non fu fortunato in questi commerci, forse non ci sapeva fare. Essendo stato un ammiratore di Enrico Pea accolsi con piacere l’idea che ebbe Enzo Silvestri, uomo sensibile e molto attaccato alla Versilia e in particolare a Seravezza che costituì un comitato cui aderìrono Giuseppe Tessa ed altri seravezzini che non cito perchè davvero non ho mai saputo chi fossero, per la raccolta di denaro per far scolpire il busto marmoreo di Enrico Pea che da anni si può ammirare in località Puntone di Seravezza, nel punto dove i due fiumi nei secoli trascorsi chiamati uno di Rimagno (ora Serra) e l’altro di Ruosina, (ora Vezza) si incontrano dando vita al fiume Versilia, per ricordare ai posteri che nella nostra terra era nato uno dei più bravi scrittori italiani contemporanei.

Mi fa piacere di avere contribuito, col pagamento, mi pare di ricordare,  di cinquantamila lire, alla realizzazione di questa opera, realizzata dallo scultore Enzo Pasquini, perché Enrico Pea sicuramente amò la sua Seravezza, nonostante abbia detto, “ Seravezza... il paese che m’ha negato il pane, ma che non rinnego né maledico”.


martedì 21 maggio 2013

25 aprile 2013 - presentato a Seravezza "La Guerra di Claudio"


Nel giorno della ricorrenza del 68° anniversario della liberazione dal nazifascimo, nelle scuderie Granducali di Seravezza è stato presentato il libro “La guerra di Claudio”, voluto dalla Guardia di Finanza in onore dell’eroe versiliese Finanziere scelto Claudio Sacchelli, decorato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria.

Un’ora prima circa dell’inizio della cerimonia svoltasi nel capoluogo seravezzino, a Querceta, al lato della porta d’ingresso della sezione A.N.F.I. di Seravezza-Versilia storica-, è stata scoperta una lapide attestante che lì aveva la sede la sezione dei finanzieri in congedo della Versilia storica, intitolata alla memoria del finanziere scelto Claudio Sacchelli, morto di stenti e di sevizie inaudite nel campo di sterminio nazista di Mauthausen (Austria) il 1° maggio 1945, cioè qualche giorno prima della liberazione del campo di sterminio effettuata da una colonna di carri armati dell’ undicesima Divisione corazzata americana. La lapide è stata scoperta dal nipote dell’eroe che porta lo stesso nome dello zio Claudio, affiancato dalla sua sposa e dal sindaco di Seravezza.

Subito dopo e stata collocata una corona di alloro al monumento ai Caduti, sito nella attigua piazza Pellegrini di Querceta.
Le cerimonie si sono svolte alla presenza delle autorità civili e militari: il sindaco di Seravezza, Ettore Neri, quello di Forte dei Marmi, Umberto Buratti, l’assessore al sociale, Pietro Lazzerini, in rappresentanza del sindaco di Pietrasanta, l’assessore alla cultura di Seravezza, Riccardo Biagi; Il vice comandante del gruppo della Guardia di Finanza di Viareggio, tenente Raffaella Frassine, seguita da alcuni ufficiali e da altri sottufficiali del suo Gruppo; Moreno Costa presidente della sezione ANPI di Pietrasanta, Giovanni Cipollini presidente della sezione ANPI Gino Lombardi anch’essa con sede a Pietrasanta;finanziere Marco Mugnaini, consigliere nazionale A.N.F.I. della Toscana e presidente delle Fiamme Gialle Toscana - Associazione di Promozione sociale – No Profit con sede a Pisa; capitano Gerardo Severino direttore del Museo storico e coautore del libro in oggetto; maresciallo ord. Emiliano Stelluti responsabile della foto-cinetica del museo storico, esperto in video; finanzieri della sezione A.N.F.I. di Viareggio;l’onorevole Carlo Carli; il Commissario di P.S. e il Reggente della Delegazione di Spiaggia, entrambi operanti a Forte dei Marmi; ufficiali e militari dell’Arma dei Carabinieri; comandanti delle Stazioni dei carabinieri di Querceta, Seravezza e Forte dei Marmi; locali Associazioni Combattentistiche e d’Arma.
Tra i vessilli spiccava al vento il Gonfalone di Seravezza, decorato di medaglia d’argento al valore civile. Particolarmente commovente è stata la visione del labaro dei Martiri di Mulina di Stazzema, luogo dove iniziò il 12.8.1944 l’ orrenda strage di S. Anna di Stazzema.

Dopo la deposizione della corona d’alloro, tutti i presenti alla manifestazione hanno raggiunto la scuderia Granducale di Seravezza dove, davanti ad un numeroso pubblico che ha riempito la sala, sono stati proiettati tre video, due dei quali della resistenza in Versilia di cui hanno parlato, in video il partigiano Moreno Costa, e il professore Giovanni Cipollini.
Entrambi hanno sottolineato l’attiva partecipazione delle donne versiliesi a sostegno dei partigiani, nel recapitare i messaggi fra le diverse formazioni operanti sui nostri monti, nel preparare i cibi ed anche nella lotta armata. In un cruento scontro a fuoco rimase uccisa l’8 agosto 1944 a Mandria Focette, sopra Farnocchia, Cristina Lanzini, sposa di Alfredo Ardimanni residente a Tolone. Da sottolineare la medaglia d’oro concessa alla partigiana viareggina Vera Vassalli, decorata di medaglia d’oro al valore militare, per l’impegno eroico profuso nella resistenza, arrivando ad oltrepassare il fronte per prendere contatto con gli alleati per organizzare i lanci degli armamenti destinati alle forze partigiane.

Il terzo video proiettato, molto bello e commovente, illustrava il libro “ La guerra di Claudio” per ricordare ai posteri l’eroico finanziere Claudio Sacchelli che nel 1944 era in forza al distaccamento di Lughina della brigata di frontiera di Villa di Tirano, dove Claudio fece fuggire in Svizzera circa 300 internati all’ Aprica di origine ebraica; una fuga voluta dal Vaticano e organizzata da don Giuseppe Carozzi che si avvalse dell’ aiuto del capitano Leonardo Marinelli, comandante della Compagnia di Madonna di Tirano. Successivamente Claudio favorì l’espatrio ad altri numerosi perseguitati di origine ebraica che riuscirono anch’essi a sottrarsi alla deportazione nei famigerati campi di sterminio nazisti. In quella zona Claudio si schierò con la Resistenza collaborando con la formazione partigiana Fiamme Verdi. Su tale video spicca la scritta “ La guerra di Claudio” - storia del finanziere Claudio Sacchelli, un angelo del bene contro l’odio razziale e la persecuzione nazista - 1913-1945.

Hanno pronunciato brevi e commoventi discorsi, il professore Giovanni Cipollini e i sindaci di Seravezza, Forte dei Marmi, e l’assessore di Pietrasanta. Dai loro interventi è emersa la profonda riconoscenza per le generazioni del passato che lottarono e morirono per fare ritornare la nostra Patria ad essere una nazione libera. Sono state dette anche parole di speranza per un avvenire migliore per tutta la nostra nazione. Con commozione hanno ricordato la figura dell’eroe Claudio Sacchelli, un angelo, che morì per avere salvato la vita ad un altissimo numero di creature innocenti.
Nella sua Cronaca Libera Giuseppe Vezzoni, poeta, scrittore e giornalista, ha scritto tra l’altro , che il finanziere Sacchelli “fu un uomo della resistenza che fece nascere la speranza per un’Italia che non c’è più”. Il libro “La guerra di Claudio” è stato scritto dal generale di C.A in congedo Luciano Luciani , presidente del Museo Storico e del comitato studi storici della Guardia di Finanza, e dal capitano Gerardo Severino, direttore del Museo Storico e capo di due Sezioni dell’Ufficio Storico della Guardia di finanza. Sento di doverli ringraziarli profondamente per l’impegno profuso nella realizzazione di questo importante volume.

Il capitano Gerardo Severino, oltre alla vita da giovane vissuta da Claudio nella bella terra di Versilia, ha illustrato i trascorsi giovanili del Sacchelli nella Guardia di Finanza ricordando i luoghi dove prestò servizio lungo il confine italo – svizzero, distinguendosi nei servizi da lui eseguiti insieme ai suoi commilitoni, per la repressione del contrabbando, come risulta dalle fotografie delle bricolle sequestrate, scattate da Claudio che amava la fotografia. Mi sono commosso nel rivedere quei luoghi dove anch’io negli Anni 50 prestai servizio. Severino ha accennato anche al periodo in cui la madre di Claudio portò con sé il piccolo figlio in America per conoscere il padre Garibaldo, il quale non aveva mai visto il suo primogenito che venne alla luce quando lui era emigrato alla ricerca di migliori condizioni di vita, nel nuovo continente. In America, nel 1920, nacque il fratello di Claudio che fu chiamato Agostino Evidio. La madre di Claudio sentendo molto la nostalgia della terra natale volle ritornare in Versilia. Garibaldo preferì rimanere negli USA e, quindi, non fece più ritorno in Italia. L’amore fra Claudio e suo padre non venne mai meno. Forte fu questo sentimento che li unì sempre anche se vivevano lontani l’uno dall’altro.

Severino ha parlato infine delle vicende dolorose che portarono all’arresto e alla prigionia di Claudio a Mauthausen, dove morì per le atroci sofferenze che patì in quel campo di sterminio.
Nel corso della presentazione è stato proiettato un video con immagini strazianti sui lager nazisti, con uomini ridotti a pelle e ossa e mucchi di cadaveri scheletriti. Mostrate anche due fotografie , contenute nel libro, in cui si vedono, in una, alcuni particolari di una camera a gas e, nell’ altra forni crematori dove i corpi dei perseguitati finirono in cenere.
E’ un libro vero, ricco di fotografie, bello e commovente e tutto da leggere. Il volto di Claudio appare davvero quello di un angelo del bene e dell’amore universale fra tutti gli uomini del mondo. Questo onora la nostra Patria, i finanzieri italiani, sia in servizio che in congedo, e tutti i cittadini italiani e, in particolare, i nativi della Versilia.

giovedì 16 maggio 2013

Felicità: riabbracciare la mamma in Paradiso

Nel pieno della notte del 25 ottobre 1985 squillò il telefono di casa mia. L’ora insolita mi fece immediatamente intuire che qualcosa di grave doveva essere accaduto. “Sì è morta la mamma, il suo cuore si è fermato!”. Era la voce di mio fratello Sergio.“Vengo subito” e non fui capace di dire altre parole perché un pianto irrefrenabile mi serrò la gola. Ebbi difficoltà a guidare l’autovettura con i vetri appannati, specie quando incrociavo altri automezzi che transitavano lungo la via Aurelia in senso contrario. Ma non mi fermai mai, anche se non riuscivo ad arginare il torrente di lacrime che usciva dai miei occhi.

Mentre mi avvicinavo alla sua casa tante riflessioni acuivano il mio dolore. Mi pareva di non avere fatto abbastanza per lei e di non averle dimostrato quanto era grande l’amore che nutrivo nei suoi confronti. Il desiderio di portarla a vivere con me durante la sua malattia, per poterla assistere personalmente, rimase solo un sogno che non potei realizzare non avendo a disposizione un’apposita camera. Sapere che aveva chiuso gli occhi per sempre nel suo letto e non in un ricovero, attenuava solo in parte l’angoscia che provavo.

Era già stata vestita quando giunsi davanti a lei. Un lungo velo nero copriva i suoi capelli bianchi che sembravano fili di seta. I lineamenti del suo viso erano sereni e distesi nell’immobilità della morte. Pareva che dormisse con la corona del rosario avvolta tra le sue delicate mani, le stesse che negli anni Trenta avevano raccolto nel fiume barrocci di sassi, faticosamente portati stretti al grembo fin sulla strada, per fare in modo che a noi ragazzi, con il babbo in quel periodo di tempo disoccupato, non mancasse mai il pane. Da poco aveva compiuto l’ottantunesimo anno, essendo nata a Seravezza l’8 luglio 1904. Nonostante fosse gravemente ammalata da più di un anno, non immaginavo che la morte l’avrebbe portata via così in fretta. Affetta da un ictus cerebrale, con la conseguente paralisi della parte sinistra del corpo, era riuscita, dopo diversi mesi, a reggersi di nuovo sui piedi e a fare anche brevi passi in casa, sia pure con grande fatica; ecco da dove derivava la mia convinzione che potesse vivere un po’ più a lungo.

L'esistenza di Iolanda Binelli (detta Raffaella) non fu pienamente felice come lei avrebbe invece meritato. Visse momenti di grande disperazione allorché, in tempo di guerra, con la madia vuota, non poteva mettere nulla a cuocere nella pentola e quando vide saltare in aria la sua casa nel 1944. Un autentico calvario fu anche il periodo dello sfollamento trascorso a Giustagnana, dove rimase ferita ad una gamba dalle schegge dei colpi di mortaio sparati dai tedeschi subito dopo l’arrivo dei soldati americani della divisione Bufalo.

Fu una donna semplice che mi educò secondo i principi della fede cristiana. Instancabile, lavorò in casa come una formichina, finché le forze glielo consentirono. Dopo sei anni dalla sua scomparsa e dall’ultimo nostro straziante abbraccio terreno, durante il quale morì anche una parte di me, sento ancora il bisogno di rivolgermi a lei perché preghi il Signore, affinché tutti suoi cari, nel giorno della loro morte, possano felice riabbracciarla in Paradiso.

P.S. - Questo mio scritto è stato pubblicato su Il Dialogo (ottobre-novembre 1991, pag.14).

domenica 31 marzo 2013

Onore e gloria all'eroico finanziere scelto Claudio Sacchelli


Il libro intitolato “La guerra di Claudio”, voluto dalla Guardia di Finanza, dedicato alla memoria  dell'eroico finanziere scelto Claudio Sacchelli, morto di stenti nel campo di sterminio nazista di Mauthausen il primo maggio del  1945, onora tutti i finanzieri italiani da sempre sentinelle inflessibili di ogni confine, sia in tempo di pace che in guerra e che da oltre duecentoquarantadue anni di storia hanno scritto col sangue pagine  di fulgido valore. Sui finanzieri la nostra Patria potrà sempre contare anche nell'avvenire . In questo contesto il libro onora altamente le Fiamme Gialle cadute nell'adempimento del proprio dovere . E' quindi un'opera letteraria commovente, tutta da leggere e piena di fotografie , molte delle quali scattate dallo stesso Claudio. Bella da vedere è la foto scattata il giorno del matrimonio di Claudio con Mafalda Testa , celebrato a Fiorenzuola d'Arda il 5 settembre 1943, e molto interessanti anche le due fotografie che ci mostrano i particolari delle camere a gas e dei forni crematori.

Il finanziere scelto Claudio nacque nel comune di Seravezza  il 31.12.1913. Si arruolò  nel Corpo dell'allora Regia Guardia di Finanza all'età  di 19 anni appena compiuti. La domanda di arruolamento  la spedi al Comando del  Circolo di Livorno, sotto la cui giurisdizione ricadeva il Comune di Pietrasanta  dove lui  aveva la  residenza. Fu ammesso nella Regia Guardia di Finnaza  il 25 ottobre 1933, dopo aver superato le visite mediche e le prove di cultura generale. Frequentò il corso  allievi finanzieri a  Roma presso la caserma intitolata al Re Vittorio Emanuele III. Promosso finanziere  per il servizio di prima nomina  fu assegnato alla brigata di frontiera di Bormio (SO) in alta Valtellina un reparto che dipendeva dalla tenenza di Madonna di Tirano , disimpegnò anche il servizio a  Buggiolo, Porlezza, Argegno, Prabello e San Fedele d'Intelvi,  dove in una fotografia si vede Claudio, vicino ad un  suo collega seduti sopra tante bricolle sequestrate   contanenie mnerce di contrabbando.
Il volto di Claudio, visibile in numerosi scatti che lo ritraggono, in particolare nella foto che gli fu fatta quando era allievo finanziere , sembra quella di un angelo. Traspare dal suo squardo l'amore cristiano che l'ha portato a morire in un lager nazista per avere salvato la vita a centinaia e centinaia di perseguitati di origine ebraica , che senza il suo aiuto per espatriare in Svizzera sarebbero stati uccisi nella camere a gas o bruciati vivi nei forni crematori.
Il 18 aprile 2012 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha insignito alla memoria del finanziere scelto Claudio Sacchelli la medaglia d'oro al Valore Civile.

Nel libro c'è la storia della nobile,  bella e antica terra di Versilia, come si vede dalle   fotografie riprodotte in cartolina. E si accenna anche all'emigrazione, che vide milioni e milioni di italiani partire per il nuovo Continente alla fine del 1800 e nei primi decenni del 1900, alla ricerca di migliori condizioni di vita. In America trovarono la “porta d'oro” aperta. Erano liberi di scegliere. Tra loro c'era anche Garibaldo Sacchelli, il padre di Claudio, che emigrò in America nel 1914, lasciando in Patria la moglie con il piccolo figlio.  In America Garibaldo  Sacchelli iniziò ad esplicare la sua professione  di lucidatore di marmi  La madre col piccolo  Claudio rimasero a casa dei nonni materni che abitavano a Cerreta S. Nicola del comune di Seravezza sino a quando , per volere  di Garibaldo, finalmente ritornato in Patria per abbracciare il primogenito,  andarono ad abitare nella casa paterna dei nonni  Agostino  e  Lucia ubicata al Cerro  Grosso. Sui monti di Cerreta S.Nicola e del Cerro Grosso dove Claudio e la sua mamma tornarono dopo qualche anno trascorso in America dove Garibando vi aveva fatto ritorno da solo, . spinti dal padre che  inviò alla moglie i pochi risparmi,  Assunta Bonini, col piccolo Claudio e la cognata  Santina Sacchelli di anni 21. si recarono in treno a Napoli per imbarcarsi sul vapore "Patria" che arrivò a New York. il 23.dicembre 1919. Da li raggiunsero il Vermount a circca 400 km. da Proctor dove li attendevano una modesta abitazione. dove vissero pochi mesi .per trasferirsi a S.Francisco in California, forse attratti  dal clima mite rispetto  a quello del Vermount dove  nacque il loro secondogenito Agostino Evidio.
Intanto Assunta Bonini che aveva nel suo cuore lo struggente ricordo della sua terra natale,  approfittò  del pretesto delle nozze di suo  cognato Angiolo, fratello di Garibaldo che doveva  sposate  la signorina Giulia Bascherini, apparentata con la stessa per ritornare nella sua terra nativa per la quale sentiva sempre una forte nostalgia. .  
Ritornata in Versilia con il figlioletto, questi   crebbe cullato dall'affetto dei nonni, mentre la mamma non esito ad affronatre duri lavori spingendosi fino sulle cave per  portare financo l'acqua da bere ai cavatori,.
Garibado  non fece più ritorno in Italia, a seguito anche al fatto che  molte compagnie di navigazione   subirono la perdita di navi per i ripetuti affondamente  ad opera della flotta corsara tedesca quindi non poté  imbarcarsi per fare ritorno in Patria entro il 24 maggio 1915.
Nello sfogliare le pagine del libro appaiono davanti ai miei occhi le immagini di tanti luoghi dove Claudio si fece fotografare quando era giovane finanziere. Osservandole mi sono rivisto in quelle località dove anch'io prestai servizio, in primis a Roma, dove Claudio frequentò il corso allievi finanzieri nell'anno 1933 presso la caserma intitolata a Vittorio Emanuele III, che nel dopoguerra, fu chiamata Caserma Piave, nella quale, sedici anni dopo Claudio anch'io frequentai nel 1949/50 il  corso di allievo finanziere. Traspare dallo sguardo di Claudio e dal suo volto, dolce e mite, l'amore cristiano che l'ha portato a morire in un   lager nazista per avere salvato la vita a tante creature innocenti.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

Nel libro ho rivisto Porlezza e Buggiolo. In queste ultime località come in altre località del confine italo - svizzero, fui impiegato come marconista. A causa delle avarie che talvolta si verificavano a Buggiolo quando al gruppo elettrogeno, e/o anche all'apparato ricetrasmittente nei periodi in cui gli apparecchi venivano riparati al laboratorio esistente al comando della legione di Como, il comandante della brigata, brigadiere Lai, era solito impiegarmi nell'esecuzione dei servizi per la repressione del contrabbando.
 A passo Foscagno (2.250 m), sede del distaccamento della brigata di Semogo, conobbi don Alessandro Parenti, parroco di Trepalle , che era la più alta parrocchia d'Europa, dove si rifugiavano molti militari sbandati dopo l'otto settembre 1943.

Ricordo che la brigata di Buggiolo aveva due distaccamenti, uno chiamato S.Lucio e l'altro Garzirola. Durante un servizio anticontrabbando prestato poco sotto il distaccamento di S. Lucio, vidi una croce di marmo posta dove un fulmine aveva ucciso, in anni remoti, due giovanissimi finanzieri che erano li appostati mentre espletavano un servizio anticontrabbando. A pochi metri di distanza dalla caserma del distaccamento di Garzirola vidi diverse croci di marmo bianco collocate lungo il poggio del monte, a ricordo dei finanzieri morti a causa della tormenta, mentre ritornavano al distaccamento al termine di servizi anticontrabbando. Erano arrivati vicinissimi a salvarsi, gli rimanevano soltanto pochi metri da percorrere, per arrivare ad aprire l'uscio della caserma ma non ce la facevano più a muovere i passi. Lì, la morte crudele li stese, sull'alta coltre di neve senza vita.

La descrizione delle modalità con le quali venivano espletati i servizi per la repressione del contrabbando, mi ha fatto tornare alla mente quella volta in cui la mia pattuglia si appostò dietro alcune rocce dell'alpe Riccola, località vicina al confine al territorio posto sotto la giurisdizione della brigata di Dasio Valsolda, dove nei pressi si congiungevano alcuni sentieri che scendevano a valle. Udimmo il rumore di passi veloci prodotti dalla corsa di un uomo che scendeva a valle. C'era un buio assoluto, senza la luna: non si potevano muovere i piedi su quel terreno pieno di rocce e di sassi. Comunque eravamo rimasti lì col fiato sospeso, pronti certamente all' attacco se fosse passato il gruppo dei contrabbandieri, perché non solo la neve cadente, come dice la nostra bella canzone, ma neanche il terreno accidentato,  avrebbe fermato il nostro passo. Guardai il quadrante dell'orologio che segnava le ore 18,30. Pensavamo che quell'uomo agisse da staffetta per vedere se lungo il sentiero vi fossero dei finanzieri appostati. Attendavamo che dopo di lui, arrivasse il grosso degli spalloni, con le sigarette e quant'altro di contrabbando, ma non passò più nesssuno.
A Buggiolo prestò servizio anche Guido Angelini, versiliese come me, insieme al quale nel 1949 frequentai a Roma il corso allievi finanzieri.  Con noi c'era anche un altro versiliese, Primo Giorgi, scomparso qualche anno fa.

Sento il dovere di ringraziare gli autori di questo bellissimo libro, il generale di Corpo d'Armata in congedo Luciano Luciani, che è anche presidente del museo Storico e del Comitato di Studi Storici della Guardia di Finanza, e il il capitano Gerardo Severino, direttore del Museo Storico e capo di due Sezioni dell'Ufficio Storico della Guardia di Finanza. La lettura del loro libro spronerà ancora di più i finanzieri in servizio e, quelli che verranno dalle generazioni future, ad espletare nel migliore dei modi i servizi che eseguiranno a beneficio della nostra collettività nazionale e per la imperitura gloria del nostro Corpo.
Renato Sacchelli

sabato 23 marzo 2013

Un uomo solo senza casa e senza affetti

In una fredda sera invernale, sibila il vento, mentre nel cielo si addensano nuvole scure. Forse nella notte pioverà. Un uomo dal passo stanco si avvicina alla chiesa del paese. Stringe nella sua mano un sacchetto di plastica, dove tiene tutto ciò che possiede. Uno straccio di asciugamano ed altri pochi cencetti: è un barbone, senza casa, né un letto, è solo e senza affetti. Arrivato sulla porta della canonica della chiesa, preme il tasto del campanello. Al parroco che gli apre l'uscio il poveretto chiede implorante: “Padre, mi aiuti, non so dove andare a dormire, mi faccia entrare, la prego, soltanto per questa notte”.
Che deve fare il sacerdote? Lo sa bene che non ha una struttura idonea per dare alloggio ai senza casa, ai barboni, agli extracomunitari e a tutti quelli che hanno bisogno di assistenza per sopravvivere. "Io sono un povero prete e so che non posso chiudergli la porta in faccia Nelle mie omelie parlo sempre di amore fra gli uomini, accoglienza, carità..... In nome del Cristo Redentore non possso dirgli di no, altrimenti che prete sarei?”. Così, d'istinto, apre la porta e lo fa entrare, mettendogli subito a disposizione un angolo del palcoscenico del teatrino parrocchiale, dove colloca una rete con sopra un materasso e due coperte.. 

E' una scena reale, cruda, che si svolge fra un uomo solo e un prete. Sopra di loro il Creatore del Cielo e della Terra, Iddio dell'Universo. Il sacerdote sale nella cucina della parrocchia, riscalda un tazza di latte e la porta al barbone con due fette di pane inburrato e zuccherato. "Per stanotte riposa tranquillo - gli dice con affetto - ma domani vedi di trovare un'altra sistemazione. Questa parrocchia non è in grado di offrire questo tipo di accoglienza ai bisognosi”. Un nodo gli serra la gola, non riesce più a parlare, riesce soltanto ad augurargli la buonanotte.

domenica 17 marzo 2013

Le donne del Ponticello


Così come non ho mai dimenticato gli uomini del Ponticello di Seravezza, che conobbi da quando mossi i primi passi nelle vie del rione, nella mia memoria di bimbo degli anni 30 e dei primi anni 40 rimasero impresse anche le immagini delle compagne che condividevano con loro l' asprezza di una vita spesso sofferta.
Donne stupende quotidiamaente impegnate nei lavori di casa e per allevare i figli. La femminilità che emergeva, infondeva le energie per guadagnare, sulla cava e in altri faticosi posti di lavoro, il pane quotidiano. C'erano anche alcune donne incredibilmente forti che, a poche ore di distanza dalla nascita dell'ultimo bambino , andavano già a lavare i panni nelle acque del fiume anche durante la stagione invernale.
Nei cuori delle donne del Ponticello batteva forte la fede. Un elevato fervore le animava , specie quando la processione del Corpus Domini attraversava le vie del paese. In quelle occasioni erigevano in cima al Riccietto , dove il tratto finale del canale ricoperto scarica le su acque nell'alveo del fiume Serra, un grande altare pieno di fiori e grossi vasi di piante sempre verdi, che veniva adornato con le preziose coperte ricamate messe a disposizione per renderlo più bello.

Le strade venivano ricoperte da ramoscelli di mirto e di timo, raccolti sul monte da alcuni volenterosi, e da artistici tappeti fatti coi petali di rose, dai colori molteplici. Negli anni della mia infanzia la partecipazione del popolo di Seravezza alle funzioni religiose era totale; le chiese di riempivan o di fedeli, sia per ascoltare la S. Messa che pe partecipare al Vespro ed a tutte le altre funzioni religiose, specie negli anni della guerra dove si sentiva maggiormente il bisogno di pregare perché il conflitto finisse e tutti gli uomini tornassero sani e salvi. A guerra inoltrata, furono portati in processione per le vie del paese, i resti di S.Discolio, il soldato romano martirizzato invocato dai fedeli di Seravezza perché facesse il miracolo di far finire la guerra. La processione ritardò a muoversi perché si attendeva l'arrivo del giovane Vinicio Salvatori ( divenuto successivamente governatore della venerabile Misericordia di Seravezza ) che prestava servizio militare. 

Il Salvatori con indosso la divisa di ufficiale, arrivò quando la processione si era già mossa e stava transitando sotto la casa dei combattenti. Egli subito si mise in mezzo al gruppo di noi chierichetti per farci camminare con ordine, sotto l'occhio compiacito del parroco monsignor Angelo Riccomini. Mi limiterò a menzionare (oltre alla mia nonna Marianna, a mia madre Jolanda detta Raffaella, alla zia Armida ed alla cugina Alda) le donne che che vedevo più spesso, a cominciare dalla dolce e bella signora Antonia Benti, madre di due figli Alberto e Marcella; Giuseppa Gori con tre figli: Maria, Lina e Lorenzo, la cui progenita fu mia madrina di battesimo; Germana Tabarrani e la sua giovane figlia “Angiò” che mi cucì il vestito quando celebrai la prima comunione; Emma Giannotti con i figli Valeria e Gigi, la cui casa era attaccata alla mia; la buona Emma Bandelloni, moglie di Fortino ( di cui ho già parlato nell'articolo dedicato agli uomini del Ponticello) con le sue tre belle ragazze: Foschina, Lubiana e Ilva, e due maschi Pietrino e Armandino; la brava maestra Bonci, insegnante di “lavoro” delle classi femminili elementari e mamma di due ragazze Jone e Nives; Ines Lorenzi , il cui secondogenito, appena chiamato alle armi morì subito dopo l'armistizio dell' 8 settembre 1943; la forte e bella signora Jole Maggi, madre di numerosa prole; Annetta Binelli, più conociuta come l'Annetta di Amatio, e la sua anziana mamma , nella cui abitazione mia madre che era loro parente e amica andava spesso a trovarle ( l'Annetta , ogni volta ogni volta che mia madre mi portava con sé, mi offriva sempre una fetta di pane imburrato e zuccherato); la signora Emma Verona e la figlia Clementina, La Emmetta, come noi chiamavamo per la sua piccola statura, diede anche a me alcune ripetizioni di matematica e sua figlia Clementina mi truccò da piccolo Pierrot in occasione di uno dei tanti carnevali che in quell'epoca di svolgevano per le via di Seravezza; l 'anziana signora Erina e sua figlia “Marì”, due donne dolcissime che avevano nei miei confronti atteggiamenti affettuosi e buone parole. La famiglia Tabarrani aveva anche un'altra figliola sposata con un uomo di Ripa ed un figliolo, Fernando, giocatore molto bravo della squadra di calcio di Seravezza, che fece parte del contingente degli alpini in Russia, da dove purtroppo non fece più ritorno, cosa che accadde anche a mio zio paterno Guido, pure lui alpino. 

Dare alla luce un figlio , allevarlo e vederlo poi partite per la guerra senza fare più ritorno a casa, macerò dal dolore i cuori delle mamme ponticellesi Germana e Ines Lorenzi e di tutte le madri che persero in guerra i loro cari figli. Mi fa piacere ricordare la laboriosità della signora Beppa Gori che nei giorni del mercato metteva nelle piazze un banchetto per la vendita di zoccoli, attività cui pose temine quando mise su un negozietto di tali articoli in via dell'Annunziata. Anche la signora Germana Tabarrani si dava molto da fare: specializzata insieme a una sua parente nel fare i materassi di lana e di vegetale alla gente, riusciva così, con quanto raggranellava, ad arrontondare il salario del marito Beppe. Da piccolo tantissime volte mi sono fermato , col naso schiacciato sul vetro, ad ammirare i diversi oggettini e giocattoli che le figlie della signora Emma Bandelloni tenevano esposti nella fantastica vetrina che avevano messo in fondo alle scale della loro abitazione. E fu proprio nella cucina della Jole Maggi che in tempo di guerra, mi recai una volta per ricavare , utilizzando il macinino del caffè, alcuni cucchiai di farina dalle poche spighe di grano raccolte insieme a suo figlio Piero, nei campi della piana dopo la mietitura. 

Qualche volta , mentre noi ragazzi ponticellesi giravamo nelle vie del rione battute da raffiche di vento, si univa a noi la giovane Lubiana Bandelloni che munita di forbici e di pezzi di carta , ci ritagliava minuscole ruote che, messe poi sul selciato stradale, giravano in continuazione spinte appunto dal vento. Noi bimbi le volevamo bene per l'affettuosità che ci dimostrava e per le cose belle che faceva con le sue mani “magiche”. Mi fa piacere ricordare che fu il fratello dell'Annetta di Amatio, Raffaello Binelli, a mettere in salvo alcune preziose tele che ora è possibile ammirare nella ricostruita chiesa della Misericordia, ma che allora adornavano la chiesa della Santissima Annunziata ricca di marmi lavorati , fatta saltare in aria dai tedeschi nell'estate del 1944.
Renato Sacchelli

Articolo pubblicato su Versilia Oggi del mese di agosto 2002

sabato 23 febbraio 2013

Un libro bellissimo



Il libro sull'eroe finanziere scelto Claudio Sacchelli è bellissimo.

Ho ricevuto dal direttore del Museo storico della Guardia di finanza, capitano Gerardo 
 Severino, il libro intitolato “La Guerra di Claudio - Storia del finanziere Claudio Sacchelli un angelo del bene contro l'odio razziale e la persecuzione nazi-fascista”, che il suddetto ufficiale ha scritto insieme al Presidente del Museo succitato, Gen. C. A. Luciano Luciani, che è anche presidente del comitato di studi storici della Guardia di finanza.
E' un libro bellissimo e commovente.E' ricco di foto scattate dallo stesso Claudio che amava in particolar modo la fotografia. Risalta l'amore del finanziere scelto Claudio Sacchelli che non esitò ad aiutare, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, tanti cittadini di origine ebraica ad espatriare in Svizzera, fatto che evitò a centinaia e centinaia di essi, o forse più, di finire bruciati nei forni crematori, o nelle camere a gas attivate dai nazisti nei loro lager, dove tenevano imprigionate tantissime creature umane innocenti. Il libro onora ai più alti livelli la memoria del nostro eroe, la nostra bella terra di Versilia cui è nato Claudio e tutti i finanzieri italiani in servizio e in congedo, in particolare, quelli nati in Versilia .
Ringrazio la Guardia di Finanza per l'alta sensibilità dimostrata nell' aver voluto questo libro, che esalta i valori umani, la cui difesa, ha condotto Claudio a morire in un campo di prigionia nazista , fra atroci patimenti, sevizie e stenti.
Grazie, infine, agli autori che hanno scavato dai loro cuori parole che dimostrano quanto sia stato sublime la morte del nostro conterraneo Claudio Sacchelli.
Di questo libro parlerò ancora...