venerdì 24 agosto 2012

Alfredo e Violetta al mare nel golfo dei Buratti



 terza puntata

Mantenendo fede alla sua promessa Alfredo, la domenica successiva a quella in cui aveva conosciuta la bella Violetta,
arrivò puntualmente a Livorno davanti al monumento dei quattro Mori. Lì ad aspettarlo c'era già Violetta che quando vide apparire la macchina del giovane versiliese avvertì una intensa felicità. Sceso dal mezzo i due si scambiano affettuosi abbracci e baci. La donna ha con sé un piccolo frigo contenente bevande analcooliche, cibo e dolciumi , il tutto da lei fatto in casa. 
Alfredo, saputo quanto c'era dentro il frigo, dice a Violetta che arrivati al mare, dovrà lasciarlo nel bagagliaio dell'autovettura perché è intenzionato a offrirle un pranzo nel più bel ristorante della zona. "Ma perché vuoi spendere tanti soldi, ho preparato cibo ottimo che mi farebbe piacere che lo assaggiassi". "Violetta non insistere, non negarmi la gioia di offrirti questo pranzo, ci tengo tanto. Via, sali in macchina e andiamo".

Alfredo, che guida osservando le norme stabilite, arriva senza alcuna difficoltà nel fantastico golfo dei Buratti, facilitato da Violetta che ben conosce la località.
Nella zona ricca di alte piante verdeggianti, trovano subito un ristorante aperto, davanti al quale ci sono ombrelloni, sedie e lettini. Così prenotano il pranzo e un ombrellone con due sdraio.
Nella cabina Violetta si spoglia e si mette un tanga, mentre Alfredo indossa un costume.
I due prima di sdraiarsi sotto l'ombrellone decidono di fare una passeggiata. Il tanga di Violetta fa ancor di più risaltare la bellezza del suo corpo. Si stringono felici le mani mentre camminano sul fondo ferroso di quelle acque, dove al tempo degli Etruschi veniva fuso il ferro.

Alfredo appena sfiora col suo corpo quello di Violetta la giovane emette un grido: "Ahi! Ahi..". "Ma come, non ti ho neppure toccata e già gridi" le dice Alfredo. "Scusami, appena ti sei avvicinato mi è parso di avere urtato contro un paletto di ferro... non mi sento bene, senti come scotto".
Appena Alfredo posa sulla fronte di Violetta la sua mano, esclama: "Bruci da morire. Ti porto subito al pronto soccorso di Livorno, non c'è tempo da perdere". Una cameriera del ristorante aiuta Violetta a togliersi il tanga ed a indossare il vestito. Anche Alfredo si toglie il costume, si mette i pantaloni e, a torso nudo, inizia la corsa per raggiungere Livorno, dopo aver provveduto a far distendere Violetta sul sedile destro della sua auto. Mentre guida Alfredo pensa che mai avrebbe immaginato di utilizzare i sedili pieghevoli per trasportare la donna che ama addirittura al pronto soccorso. Ben altri, come si può capire, erano i suoi sogni.
Appena arrivata all'ospedale la giovane viene subito visitata. I medici decidono di sottoporla ad un intervento immediato di appendicectomia per evitare che il male si trasformi in peritonite. Trovato il numero telefonico dei genitori della ragazza, trascritto su una agendina di Violetta conservata nella sua borsetta, Alfredo li avverte che la loro figlia è all'ospedale per accertamenti, essendosi sentita improvvisamente male mentre stava con lui al mare. Così Alfredo conosce i genitori di Violetta giunti trafelati all'ospedale.
Appena il gruppo incontra il chirurgo che ha operato la ragazza questi li informa che l'intervento è perfettamente riuscito e quindi non ci sono preoccupazioni di sorta, pertanto li invita a stare assolutamente tranquilli.
Dopo qualche ora di attesa Alfredo entra nella corsia per salutare Violetta. Il loro incontro è particolarmente commovente. Entrambi si lasciano con la promessa di rivedersi presto anche per tornare al golfo di Buratti, quando suggelleranno il loro amore unendosi in matrimonio.
                                        FINE
                            
                                   

Racconto di Nello Staccherai - anagramma di Renato Sacchelli

mercoledì 22 agosto 2012

ALFREDO E VIOLETTA

                                                           -  seconda puntata -


Alfredo dopo due domeniche da quando aveva incontrato a Ripa i pisani che aveva conosciuto nella locale sala da ballo, decise che il pomeriggio della terza settimana lo avrebbe trascorso a Pisa sperando di conoscere qualche bella ragazza con cui trascorrere un lieto pomeriggio.

Intorno alle 16 arriva nella città della Torre pendente a bordo della sua Fiat 850 carrozzata Pininfarina, acquistata usata e con i sedili anteriori da lui modificati avendoli resi pieghevoli per rendere l'interno dell'autovettura più confortevole.

Parcheggiata l'auto nella piazza davanti alla stazione centrale delle ferrovie si dirige verso l'edificio dal quale provengono le musiche che gli fanno capire che lì c'è una sala da ballo.
Appena entrato, dopo aver pagato il biglietto che non viene richiesto alle donne, Alfredo adocchia subito una bionda e bella signorina alla quale si avvicina chiedendole : “Balliamo?”Lei lo guarda negli occhi e subito i due giovani si lanciano in pista.
Alfredo sente il giovane corpo della donna fremere. Anche lei è sensibile al fascino del versiliese.Entrambi sono chiaramente soddisfatti di essersi conosciuti. Ballano ripetutamente sempre insieme, non vorrebbero mai staccarsi. Durante una sosta fra un ballo e l'altro Alfredo chiede alla giovane come si chiama e cosa fa di bello'. “Mi chiamo Violetta e sono una commessa dell' UPIM di Livorno. Amo il Mare e, come vedi mi piace molto anche ballare”. “Violetta, Violetta, mi fa pensare all'opera  di Giuseppe Verdi, intitolata La Traviata,  dove Violetta canta il suo inno di amore Amami Alfredo...”.
I miei genItori si conobbero al teatro in occasione della rappresentazione dell'opera di Verdi.e così quando io nacqui mi vollero chiamare Violetta” puntualizza la giovane ad Alfredo che subito le risponde: E' molto bella la storia che mi hai appena accennato. Voglio festeggiare questo incontro con un bicchiere di champagne che ordina al cameriere che serve i giovani seduti ai rispettivi tavoli.
Champagne?, Non l'ho mai bevuto, in casa, abbiamo festeggiato liete ricorrenze soltanto con lo spumante italiano, le fa presente Violetta.
Sono felice che per la prima volta lo sorseggi insieme a me.. Alla nostra salute entrambi dicono i due giovani quando alzano i bicchieri prima di bere lo champagne. “E anche alla nostra felicità, aggiunge Alfredo.” Bravo, hai detto una parola stupenda che mi ha colpito, peccato che tra poco devo prendere il treno per ritornare a casa”.
Ti accompagno con la mia macchina, non ci sono problemi stiamo ancora un po' insieme, facciamo ancora qualche ballo”, insiste Alfredo.
Quando decidono che è il momento di lasciare la sala da ballo, Alfredo accompagnato dalla ragazza arriva nell'area di parcheggio dove ha lasciato la sua auto. Apre la portiera dell'auto e dice a Violetta se vuole vedere come funzionano i sedili anteriori da lui costruiti. . “Non voglio vederli, non vorrei rimanerci ...stritolata, risponde Violetta”. A questo punto fra loro scoppia una grande risata.
Durante il breve tragitto Alfredo manifesta alla ragazza il desiderio di rivederla, motivo per cui fra sette giorni ritornerà a Pisa se a lei farà piacere. Sarò felice di rivederti presto. Ma che domanda mi fai' le risponde Violetta Ascoltami, Sarei felice se si trascorresse qualche ora insieme al mare. Conosco una spiaggia antica che fu abitata dagli etruschi. Parlo dello stupendo golfo dei Buratti dove si possono vedere anche le tombe di questo popolo antico  che abitò in  quella località. Accontentami Alfredo.
Violetta che bella idea hai avuto. Dimmi l'ora e il luogo dove possiamo incontrarci per arrivare a questo famoso golfo”. “Ti aspetterò davanti al monumento ai quattro Mori alle ore 9”. Prima di arrivare a Livorno Alfredo rallentata la marcia si ferma in una piazzola al lato della strada. Violetta, ascoltami prima che tu scenda . voglio dirti che mi piaci da morire. Anche a me piaci, amami Alfredo, a questo punto le loro labbra si uniscono per scambiarsi frenetici baci. L' ultimo è lungo, tanto da togliere il respiro a Violetta che con fatica riesce a mormorare “Alfredo i tuoi baci ardenti hanno acceso al massimo il mio amore per te. Quando Alfredo riaccende il motore Violetta le dice che dovrà scendere nei pressi della stazione dove abita la sua famiglia. Ivi giunti Alfredo spegne il motore Scende dall'auto e saluta Violetta ,”Arrivederci. ..Arrivederci a domenica prossima. Ciao Alfredo, ti aspetto non vedo l'ora di rivederti, le dice Violetta.  Ma non riescono a staccarsi. Le loro labbra si uniscono ancora per scambiarsi ancora tanti teneri  baci.                            
                                           continua
Nello Staccherai

venerdì 3 agosto 2012





Ricordo di Duilio Angelini

Parlando al telefono con mio fratello Sergio, abitante a Ripa, sono stato informato che era deceduto il noto seravezzino novantatreenne Duilio Angelini che entrambi conoscevamo sin da ragazzi.
Ricordo Duilio quando da “giovanétto” consegnava alle botteghe di generi alimentari di Seravezza, il pane prodotto da forno per cui lavorava . Trasportava il grosso cesto sul manubrio della bicicletta. La sua pedalata nelle vie polverose del centro urbano non asfaltato, era sempre vigorosa.
Era molto ammirato per quanto faceva dalla clientela dei negozi che riforniva puntualmente ogni giorno di pane appena cotto. Il ricavato di questa sua attività credo che, da buon figlio, lo abbia impiegato per aiutare la famiglia a farlo studiare fino a diplomarsi, se non mi sbaglio, in ragioneria
Lo rividi a Giustagnana dove anche lui con la famiglia era sfollato nell'estate del 1944. Quando mio padre decise di scappare da quella località, nella quale anche noi ci eravamo rifugiati, si caricò sulle spalle mia madre, ferita dalle schegge dei colpi di mortaio che colpirono Giustagnana subito dopo l'arrivo dei soldati americani della divisione Buffalo. Con me e altri tre figli valicammo Montornato e attraversammo Valdicastello per raggiungere Capezzano Pianore dove suo fratello Dario lavorava in un frutteto di proprietà di una coppia di sposi che disponevano di un piccolo casottino adibito a ripostiglio di attrezzi che era attaccato ad un pollaio. I proprietari furono lieti di metterlo a disposizione della nostra famiglia. Qualche notte dopo mentre dormivamo distesi su un giaciglio di paglia, udimmo in lontananza il lugubre canto di una civetta. Anche nella notte successiva la sentii nuovamente cantare ancora più vicina. Il giorno dopo, per la terza volta consecutiva, ritornò a far sentire il suo brutto canto; si era cosi avvicinata al nostro casottino tanto da farmi pensare che forse era scesa sul suo tetto.
L'indomani la mia mamma incontrò Duilio a Capezzano Pianore che aveva raggiunto coi suoi familiari dopo essere fuggito anche lui da Giustagnana. Fu proprio Duilio a dare la notizia della morte di mia nonna a mia madre che era la sua terzogenita, che avevamo lasciato lassù e che una sfollata di Seravezza, coniugata e con una figlia, mi pare di ricordare, si era impegnata ad assisterla.A lei fu lasciato quello che ci era rimasto da mangiare, comprese le due scatolette di carne congelata che avevo avuto dagli americani per le due pesanti cassette che gli avevo portato, prese dal loro deposito sito a Valventosa all'inizio della mulattiera per Gallena.   Piansi a dirotto e soffrii un dolore cocente ancora vivo nel mio cuore. Lo scrissi anche al signor Presidente della Repubblica quando esaminò il carteggio che lo ha portato a concedere la medaglia di argento al Valor civile alla città di Seravezza. Alla mia lettera a sostegno della richiesta del signor sindaco Ettore Neri che aveva chiesto la concessione della medaglia d'oro, allegai la mia poesia dialettale dedicata alla mia cara nonna, intitolata “Morì senza nimo accanto”.

Il canto della civetta udito per tre notti consecutive seguito dalla notizia della morte di mia nonna, mi confermò che questo uccello era davvero di malaugurio.

Nel 1948 iniziai a scrivere quello che doveva essere il mio primo romanzo in cui parlavo di cavalieri impegnati nella difesa di uomini sfruttati e abbandonati al loro triste destino. .Di questo manoscritto che avevo pensato di farlo vedere a Duilio, in quel tempo corrispondente de La Nazione o del Telegrafo, per avere una parola di incoraggiamento a continuare a scrivere nulla mi è rimasto.Quel giorno che andai a cercarlo in via Bastia dove abitava non lo trovai. Cessai di scrivere quando l'anno successivo mi arruolai nel Corpo della Guardia di Finanza


Mio cugino Marcello Bandelloni ex guardia frontiera e poi passato nell'Arma dei Carabinieri, dove prestò onorato servizio per molti anni, nel dopoguerra, un giorno mi raccontò di avere avuto da Duilio Angelini, allora sergente maggiore, ottimi consigli per svolgere al meglio il servizio militare. La stima di mio cugino per Duilio rimase sempre alta.

Quando mi occupai della difesa dell'antico ospedale Campana scrissi un articolo su Versilia Oggi che fu apprezzato da Duilio, il quale disse a mio suocero Giuseppe Pucci che dovevo allacciare i rapporti con il giornalista professionista dr. Lando Landi, che fu un mio compagno di asilo, anche lui contrario alla eliminazione del nostro nosocomio, per alimentare una forte campagna di stampa affinché il Campana continuasse la sua benemerità attività. Purtroppo la Regione Toscana non tenne in alcun conto le migliaia di firme apposte in calce alla richiesta popolare dei seravezzini, ( ottomila o forse di più) propugnata da Giorgio Giannelli, direttore di Versilia Oggi e fondatore dell'Unione Versiliese una associazione apartitica che operò per un tempo assai breve, affinché l'ospedale continuasse a rimanere attivo nella nostra Seravezza. L'ultima volta che scambiai alcune parole con lui,  fu quando lo incontrai nelle Scuderie Medicee di Seravezza quando, qualche anno fa, fu festeggiato il maestro Narciso Lega. Gli fece piacere quando gli ricordai i giorni lontani,  durante i quali  consegnava il pane ai bottegai seravezzini.


giovedì 5 luglio 2012

Alfredo


 prima puntata

Negli anni 60 Alfredo ,un giovane versiliese di 25 anni, esercitava la professione di meccanico , specializzato nella manutenzione degli impianti della distribuzione dei carburanti. Era un bel giovane atletico, con una folta capigliatura nera e con una gran voglia di vivere. Spesso ricordava i patimenti sofferti  da ragazzo quando la guerra insanguinò anche la nostra Versilia.
Disponeva di una Fiat 850 carozzata Pinin Farina, acquistata usata. All' interno dell'abitato aveva apportato alcune modifiche. Infatti, grazie alla sua bravura, era riuscito, all'occorrenza, a ribaltare entrambi i sedili anterioti in modo da sentirsi più comodo ed a suo agio, quando insieme a lui viaggiava qualche sua cara amica. Niente di male al più potevano scambiarsi degli sbaciucchiamenti. Un pomeriggio di una domenica di estate andò a ballare nella sala di Ripa.

Proprio mentre beveva un bicchiere di birra al bar attiguo alla sala da ballo, conobbe due giovani che anche loro si dissetavano bevendo aranciate. Lui non li conosceva, quindi per attaccare bottone, disse ad alta voce perchè essi lo sentissero: “ Che fagonza,! Era meglio se andavo al mare”. Uno dei due giovani, incuriosito e sorridente chiese spiegazioni: “Scusa, ma cosa vuol dire fagonza?”. “Vuol dire afa e caldo soffocante”. Ma voi di dove siete?” le chiede Alfredo. “Siamo pisani, ci piace ballare e per questo siamo qua.”, gli risponde uno dei due . “Anche a me garba molto ballare”, rispose Alfredo che continua a parlare. “Frequento, oltre Ripa , sale di Viareggio e di Massa , ma a Pisa non ci sono mai stato. Io non la penso come tanti miei amici che ritengono che voi “furastièri” portate via le nostre ragazze che hanno, a mio parere, tutto il diritto di scegliere e ballare coi giovani che più gli piacciono”. “Mi fa piacere sentire dire queste cose. Quindi non tutti voi giovani versiliesi siete contro di noi”, rispose il ragazzo che fino ad allora non aveva aperto bocca. 

“E' davvero bello ballare con una ragazza,” continuò Alfredo. “E' meraviglioso stringerla fra le braccia e sentire il suo profumo, o addirittura ascoltare i battiti del suo cuore, come anche a me è capitato, tempo addietro, quando ballai con una fanciulla nel giorno del suo diciottesimo compleanno, al suono del disco della canzone, sullo stesso incisa, intitolata “Tua...". Bella è, davvero sono  indimenticabili  le sue stupende parole”, Tua fra le braccia tue / solamente tua così / per sognare in due e morir cosi /, finalmente tua così...”, cantata da Jula de Palma. I genitori della ragazza il giorno del compleanno della loro figlia la lasciarono libera di festeggiare quella lieta ricorrenza alla discoteca della Capannima di Forte dei Marmi. Anch'io frequento le sale perchè c'è allegria, ognuno di noi vi cerca la sua donna o il suo uomo per creare insieme un nido di amore, sì una famiglia. Gli altri due annuiscono.Il versiliese prosegue.”Se permettete mi presento. Mi chiamo Alfredo e sono un meccanico” e subito stende la mano che viene stretta prima da un giovane pisano e poi dall'altro, “Piacere, Pietro”, risponde il primo. “Piacere, Paolo”, dice il secondo. “Benvenuti a Ripa, conclude il versiliese e divertiamoci sereni e tranquilli”.

Alfredo”, le risponde Paolo - siamo qui perché siamo stati accolti bene dalle ragazze della Versilia, Ci sono già stati dei fidanzamenti e qualche coppia si è già unita in matrimonio. Dove abitiamo ci sono tante belle ragazze, non abbiamo alcuna intenzione di strappare le giovani versiliesi ai ragazzi della loro terra.Ci piace conoscerle e poi quello che accadrà, accadrà. Noi due abbiamo sorelle che non vorremmo mai che conoscessero giovani intenzionati soltanto a prenderle in giro. Noi siamo seri, educati e rispettosi”, puntualizza Paolo. “Anch'io la penso come te”, aggiunge Pietro.

Da come parlate”, gli rispose Alfredo, “ si capisce che siete onesti, è per questo mi garbate. Noi versiliersi non siamo tutti gelosi, come i giovanotti del paese vicino che proprio la sera della scorsa domenica, come credo che sappiate, hanno messo in fuga tanti giovani pisani altrimenti ci sarebbe stata una scozzottata. Entrambi i  pisani scoppiano a ridere, uno, Pietro gli risponde:Le vostre ragazze hanno la libertà di scegliere, poi anche voi, se vi fa piacere, potete venire a ballare a Pisa dove ci sono sale da ballo e splendide ragazze non solo della città della Torre pendente ma anche di Livorno”- Subito Alfredo gli risponde: “Sin da ragazzo ho sentito dire questo antico proverbio; “Moglie e buoi dei paesi  tuoi”, quindi preferisco che sia una giovane e bella ragazza della mia terra a farmi scoccare la scintilla dell'amore. 
                        continua
Nello Staccherai 

giovedì 21 giugno 2012

Ricordo di Benito Lorenzi









Che bella sorpresa fu per me vedere, anni addietro, pubblicata sul periodico mensile cattolico versiliese Il Dialogo, diretto dal compianto don Florio Giannini, parroco della chiesa di S. Antonio del Tonfano, del quale fui collaboratore, la foto del grande calciatore Benito Lorenzi, un fuoriclasse che, nell’immediato dopoguerra, infiammò d’entusiasmo il mio cuore di giovanissimo tifoso. Questo calciatore   era chiamato Veleno" e da sempre amava trascorrere  le vacanze estive a Marina di Pietrasanta. 

Ricordo ancora bene quando dall’Empoli passò all’Inter del presidente Rinaldo Masseroni: fu proprio da allora che divenni tifoso nerazzurro. Fu Giuseppe Meazza a volerlo all'Internazionale. Un toscano, un mio corregionale che giocava a Milano… quanta fierezza sentivo dentro di me in quell’anno lontano.

Ho molti ricordi di Lorenzi. I due scudetti vinti nelle stagioni 1952/53 e 1953/54 col mitico allenatore Foni che fu anche campione del mondo, ai tempi in cui la nostra nazionale era allenata da Pozzi (vincitore di due campionati mondiali 1934 e 1938). Giocò a fianco di Amadei, Wilkes, Skoglund (detto Nacka), Nyers, Ghezzi e tanti altri inimitabili campioni. Con Amadei portò la nostra nazionale a grandi successi. Dopo la sciagura di Superga, nella quale perì tutta la squadra del grande Torino, lui non volle più salire su un aeroplano, per andare a giocare sui tanti campi di calcio dislocati in Italia e in varie parti del mondo, tant’è che, incluso nel team della nazionale che doveva disputare oltre Oceano il campionato mondiale, raggiunse i suoi compagni a bordo di una nave, che impiegò molto tempo per arrivare a destinazione. Durante il viaggio Lorenzi si allenava tutti i giorni sul ponte della nave, come vidi da una pellicola della Settimana Incon proiettata in una sala cinematografica. Ricordo ancora il film girato con lui protagonista, un capolavoro del suo genere. Dopo l’Inter passò a giocare con l’Alessandria.

Durante un incontro disputato sotto la pioggia, Lorenzi si fece male ad una caviglia. Il giornalista scrisse che lui, dopo aver messo alcuni pugni di terra bagnata sotto il calzettone, riprese a giocare con molto vigore. Era proprio un grande “Veleno”, un uomo che con il suo virtuosismo, la sua creatività e forza contribuì ad elevare ai più alti livelli il gioco del pallone, il più bello del mondo.

Ecco come vidi qualche anno fa l'antica Pieve di S. Martino alla Cappella


Un cedimento del terreno dell’area sulla quale sorge la chiesa di San Martino alla Cappella, ha provocato fenditure sul pavimento, nel soffitto e sopra la porta di ingresso – lato Azzano – ed anche nella sacrestia dell’antico sacro edificio. Ho constatato personalmente questi gravi segnali di cedimento della struttura, la mattina del 3 ottobre scorso quando sono salito lassù alla Cappella, insieme a mio figlio, per esaminare i registri di matrimonio , di circa duecento anni fa., conservati negli atti in archivio, essendo interessato ad alcune ricerche sul mio albero genealogico. Il parroco don Hermes Luppi, aperta la porta ci ha fatto visitare l’intero edificio, ridotto in cattive condizioni, a partire dagli scantinati umidi a cui si accede da un passaggio, senza una completa scala, tanto da apparire un breve sentiero tracciato su un terriccio e difficile da percorrere. Se penso che lo scantinato è adibito a legnaia, immagino anche le fatiche di don Hermes quando, soprattutto nei mesi invernali, deve andare sù e giù per prendere la legna., per riscaldarsi al fuoco di una stufa. Inoltre vi sono alcune travi del soffitto puntellati con tubolari di ferro. Esiste quindi un reale pericolo di crollo della chiesa. Dopo aver visto le fenditure, una delle quali apertasi sul lato destro dell’altare maggiore, che ad occhio, mi è sembrata larga una decina di millimetri, manifesto al sacerdote la mia viva preoccupazione.

Ma è proprio don Hermes a tranquillizzarmi, quando mi dice che queste fenditure sono costantemente monitorate con tanti sensori, applicati anche sul prato della chiesa. Sarà cosi, però il pericolo è evidente. E l’evento catastrofico potrebbe verificarsi da un momento all’altro, con alti rischi per la vita dello stesso sacerdote, se nella zona si scatenerà un imprevedibile nubifragio. Occorre intervenire subito perché la chiesa di San Martino alla Cappella , patrimonio cristiano di tutti i versiliesi, non venga spazzata via da una frana. La chiesa costruita dai nostri antenati, tutta in marmo, prima dell’anno 1000, e rimaneggiata nel secolo XIII, aveva un porticato ionico, attribuito a Michelangelo, (anche se non esistono documenti probatori) che fu quasi interamente distrutto dagli eventi bellici del 1944, che sconvolsero anche la Versilia. C’è bisogno di urgenti lavori di consolidamento del terreno della Cappella e di messa in sicurezza dell’edificio sacro. Ma non ci sono soldi e neppure si sa da che parte incominciare. In atto è stato aperto un cantiere per il rifacimento del porticato, ad opera , se ben ho capito, della Sovrintendenza delle Belle Arti di Lucca. Per i lavori di restauro della chiesa con la legge 270/97 per il Giubileo del 2000 furono stanziati 500 milioni di lire. In quel tempo era Ministro per i Beni e le Attività Culturali l’onorevole Melandri. Detti fondi nel tempo sarebbero stati ridotti a 250 milioni. Ora non c’è un euro a disposizione. Prima che avvenga l’irreparabile, lancio un appello alla Autorità competenti civili e religiose affinché siano eseguiti urgentemente quei lavori necessari a garantire la stabilità e la sicurezza di questa antica chiesa, famosa anche per il “rosone” che spicca sulla facciata, chiamato “l’occhio di Michelangelo”, attribuito al sommo artista fiorentino, anche se, come per il porticato, non esiste alcuna prova documentata, tanto da far pensare che l’abbia scolpito Donato Benti.

Mi permetto di chiamare a raccolta anche i cristiani della Versilia e dell’intera Toscana, che dovrebbero contribuire a questo intervento, con il versamento volontario di denaro secondo le disponibilità economiche che ciascuno ha, per mettere in sicurezza la chiesa e rendere la vita più tranquilla e confortevole al sacerdote chiamato a celebrare la Santa Messa domenicale ed i funerali in altre 5 o 6 chiese ubicate sui nostri monti ed all’assistenza spirituale dei fedeli che non hanno un proprio parroco. Fa una vita molto dura don Hermes, che esercita instancabilmente l’alto magistero sacerdotale, grazie alla fede cristiana che anima il suo nobile cuore. Quindi mi appello alla fede cristiana, ma anche alla coscienza laica perché come diceva Benedetto Croce “non possiamo non dirci cristiani” e la chiesa della Cappella fa parte, ormai da secoli, del patrimonio religioso storico e culturale della Versilia. Qualora persista questa grave noncuranza , bisognerebbe far intervenire l’UNESCO l ‘organizzazione delle Nazioni Unite che tra i suoi compiti istituzionali, ha anche quello di conservare il patrimonio storico culturale di ogni nazione del mondo. Prima di fare ritorno a casa don Hermes ha voluto offrirci un aperitivo, dopodichè tutti e tre, dalla terrazza antistante la chiesa abbiamo posato gli sguardi sul paesaggio bellissimo che avevamo davanti, anche se il cielo era pieno di nuvole cariche di pioggia.. Amo pensare che da lassù abbiano ammirato questo stupendo panorama anche i familiari ed i testimoni e gli amici che assistettero, il 20 giugno 1816, al felice matrimonio di Domenico Sacchelli da Strettoia, appartenente alla Curia di Querceta, unitosi in matrimonio con Marianna Tarabella da Azzano. Da questa unione nacque, nel 1827, Luigi, il mio trisnonno.


venerdì 8 giugno 2012

Francesca e Matteo


Mio padre fin da quando ero bambino mi ha sempre detto: “Matteo devi studiare, non ti voglio vedere con le mani sciupate come le mie, visto il lavoro che faccio in una fonderia, è importante lo studio per avere migliori prospettive di vita”. Anche il babbo di Niccolino Barsanti (nome di battesimo di padre Eugenio Barsanti) esortò suo figlio a studiare perché anche lui non gli voleva vedere le mani piene di calli come le sue a causa dal lavoro che faceva in un laboratorio di marmi di Pietrasanta, e sì che il piccolo voleva lavorare per aiutare a tirare avanti la famiglia. Niccolino ascoltò la voce del padre tanto da divenire insegnante di filosofia, matematica e fisica. Inoltre nel 1854 realizzò insieme all'ingegnere fiorentino Felice Matteucci il motore a scoppio che rivoluzionò il settore dei trasporti mondiali. “Sai Matteo, credo che sia molto interessante insegnare ai ragazzi, essere maestro e/o professore è il massimo per un uomo, per questo ti consiglierei di fare l'insegnante perché ad un certo punto, ti potresti considerare il babbo di tutti i tuoi studenti. Che ne pensi? E paradossale quanto ho detto? A me non sembra. Pensaci Matteo?”. Cosicché Matteo,dopo le superiori, si iscrisse all'università di Pisa, dove entro i termini stabiliti si laureò con il massimo dei voti, più la lode ed il diritto a pubblicare la sua tesi proprio in matematica e fisica, quest'ultima applicata al funzionamento di motori senza più l'uso della benzina, ma con nuove fonti energetiche alternative.
Visto il suo curriculum universitario davvero eccezionale un giorno il suo docente di fisica gli disse. “Matteo, il lavoro non ti mancherà mai, vedrai che subito di chiameranno alla Ferrari dove uomini come te preparati sono molto richiesti. In alternativa potresti dedicarti, se lo vorrai, anche all'insegnamento universitario. Intanto prenditi una vacanza, vai al mare che ti farà bene al fisico, ti vedo sempre con una faccia pallida.”
“Ho pensato anch'io di trascorrere una quindicina di giorni al mare”, gli rispose Matteo.

In casa di Matteo il suo successo negli studi fu molto festeggiato. Il babbo gli regalò una utilitaria che Matteo assolutamente non voleva. “ Babbo perché hai speso tanti soldi, Ringrazio tanto anche la mamma per tutto quanto avete fatto per me, del regalo però non c'era bisogno. “ Ma che dici Matteo, ti sei dimenticato che hai avuto borse di studio meritate e quindi noi siamo stati ben felici di aver fatto per te, che sei il nostro unico figlio, quello che abbiamo ritenuto opportuno fare. Vai al mare a prenderti un pò di tintarella e divertiti”.
” Grazie babbo, sei troppo buono, ma non dovevi sacrificarti. Grazie anche alla mamma... uno di questi giorni inizierò ad andare qualche giorno al mare”, gli confermò Matteo.

Nel suo paese di Seravezza Matteo era molto ammirato da tante ragazze. Molte di loro si sarebbero fatte dare, con molto piacere, lezioni di matematica visto che era considerato un genio. In giornata Matteo raggiunse Pietrasanta per visitare la mostra di scultura allestita nel centro cittadino. La piazza centrale davanti al Duomo era piena di opere  moderne di scultori famosi nel mondo. Il suo occhio fu attratto da una bella ragazza che ammirava una scultura di donna col bambino in braccio. Anche Matteo si fermò per ammirare la statua. “ Sembra una Madonna!”, esclamò a voce alta. “Anch'io ho avuto questa impressione” le disse lei. “Constato con piacere che nel campo della scultura abbiamo attenzioni identiche. E questo mi sembra una bellissima cosa”, precisò Matteo. Scusi signorina le posso chiedere di dov' è?”. “Sono di Valdicastello, ma lavoro a Milano”. “ Matteo le chiede ancora: " Che fa di bello nella città della Madonnina?”. "Lavoro in un atelier dove di creano abiti di alta moda per le signore, sono una stilista. E' una passione che ho coltivato sin da quando ero una bambina che  si divertiva a confezionare gli abitini per le mie tante bambole”. “Che bella stilista ho conosciuto oggi. Il suo è un lavoro creativo, gli abiti, a mio parere,  pongono in risalto le belle fattezze di chi li indossa, specie in campo femminile”. “S'intende di moda come mi pare di capire, mi fa piacere rilevarlo” le rispose compiaciuta la giovane donna. "Sono belle ed emozionanti le sfilate , io dal vero non le ho mai viste. Soltanto alla televisione le ho guardate. Senta posso offrirle una bibita o un gelato, scelga lei? Prima avevo fretta, ma ora mi è passata. Vorrei continuare a parlare con lei”. “Anche a me piace ascoltarla., mi può dire dove abita e che attività svolge?” “ Abito a Seravezza dove sono nato. Nell'ultima sessione mi sono laureato all'università di Pisa in matematica e fisica, ho buone prospettive per il lavoro, ancora dovrò comunque decidere cosa fare se insegnare o andare a lavorare in una grande fabbrica automobilistica, Sono stato fortunato, le materie che ho studiato sono riuscito a capirle molto bene. Non sono un secchione. Leggo e fortunatamente mi ricordo tutto perché ho un'ottima memoria. Scusi mi sono messo a parlare , come se la conoscessi da sempre, spero che non le dispiaccia.”

“Certo che che mi fa piacere – rispose la ragazza - perché non posso dirle ciò che penso in questo momento, ma se vuol saperlo, le dico che per me non è ancora scoccata la scintilla, chissà però... che non scocchi proprio adesso”. In quel momento la giovane abbassò timidamente il volto. “Anche per me non è mai scoccata questa scintilla”sussurrò Matteo. “ Siamo ancora tutte e due in attesa dello scocco. Sento che mi sto emozionando, ma che mi succede?Tutto d' un colpo mi è parso di conoscerla da sempre, con lei mi trovo bene a parlare, ci comprendiamo. Avverto una sensazione nuova che riscalda il mio cuore. Andiamo al bar devo bere qualcosa di fresco, lei può prendere ciò che vuole. Mi dica come si chiama? “ Francesca “ e lei?“. “Matteo. Mi pare che facciamo una bella coppia, adesso beviamo qualcosa e poi se è d'accordo mi farebbe piacere fare due passi lungo la spiaggia del mare della Versilia che frequentò anche Gabriele d'Annunzio insieme alla Duse alla fine dell'Ottocento.” “Accetto il suo invito perché lei, e la prego di capirmi, è un bel giovane che attendevo di conoscere da tempo, finalmente questo momento è arrivato. Non mi giudichi male, ci andiamo con la mia macchina” le disse Francesca. Dopo pochi minutii due giovani camminavano stringendosi le mai lungo la battigia del mare con il sole che stava tramontando dietro l'orizzonte. I loro volti esprimevano un'intensa felicità. E quando il sole scomparì Francesca e Matteo incominciarono a baciarsi furiosamente. Fra loro era nato un grande amore.

Racconto scritto da Nello Staccherai