lunedì 21 novembre 2011

COME SALTARONO IN ARIA LE CASE DI SERAVEZZA NELLA TRAGICA ESTATE DEL 1944

Se non lo avessi visto coi miei occhi , avrei avuto molte difficoltà a comprendere, come un solo geniere tedesco della Wehrmacht, un giovane uomo, robusto di corporatura e con gli occhi azzurri e biondo di capigliatura, abbia potuto, con l'aiuto di due o tre operai della famosa organizzazione “Todt”, far saltare in aria le case di una parte di Seravezza, dalla Fucina al Ponticello e fino a Riomagno, ubicate a ridosso del monte Canala.
Il geniere, che indossava i gradi di sergente, lo vidi uscire dalla segheria del Salvatori non appena gli operai finirono di collocare, alla base dei muri perimetrali interni dello stabilimento, proiettili di artiglieria, collegati con fili elettrici ad un detonatore che poco dopo fu azionato davanti alla casa dei Combattenti, allora esistente nello stesso punto dove venne ricostruita nel dopoguerra. Molti proiettili di artiglieria li vidi ammucchiati ai margini del piazzale dei blocchi di marmi da segare, che si trovava proprio davanti al molino del Bonci
Il sergente aveva la pistola alla cintura. Per qualche decina di metri camminai al suo fianco, dopo aver udito un suono di una tromba e la voce di un donna che, urlando, avvertiva i presenti che dovevano allontanarsi perché i tedeschi avrebbero iniziato a far saltare in aria la segheria.
Mi sorprese vedere un solo militare tedesco perché ero convinto, quando si sparse la voce che i tedeschi stavano per iniziare la loro azione distruttiva del rione, dove c'era anche la mia casa abbandonata in seguito all'ordine di sfollamento, che di soldati germanici a Seravezza, in quel giorno, ce ne fossero tanti.
Il geniere non mi sembrò un uomo feroce. Ricordo il suo sguardo triste, forse perché il comando che gli era stato impartito lui non lo condivideva. A tutti noi non rivolse neanche una parola.
Le donne e i ragazzi, impauriti, non ebbero la forza per protestare. Anch'io assistetti impotente al compiersi di questo evento distruttivo e inimmaginabile, senza avere il coraggio di rivolgere la mia protesta al solo militare tedesco presente in quel giorno al Ponticello. Fui pavido e questo fatto mi fa ancora oggi arrossire dalla vergogna.
Appresi la notizia che i tedeschi stavano per far saltare in aria la segheria del Ponticello da due donne che salivano il sentiero che conduceva a Giustagnana con due fagotti sulla testa. Io, con altri ragazzi sfollati come me, stavo sotto i castagni vicini alla prime case. Di corsa andai ad avvertire mia madre e subito mi lanciai scalzo ed a spron battuto giù lungo il sentiero che conduceva a Riomagno. Ricordo che mentre correvo sentivo i garetti sfiorare il fondo dei calzoncini.
A Riomagno c'era una grande confusione. Tante donne e ragazzi grandicelli si davano da fare ad andare giù e in sù per trasportare pezzi di mobilio che arredavano le abitazioni. Al Ponticello sentii dei colpi di mazzolo che un uomo stava usando per demolire la porta murata di un fondo, per riprendere la biancheria e quant'altro di più prezioso che aveva riposto nel fondo nascosto, prima di sfollare, anche sotto tanti pali di legno.
Tutte le donne e i ragazzi erano molto impauriti e non ebbero la forza per protestare Anch'io assistetti impotente al compiersi di questo evento distruttivo e inimmaginabile, senza avere il coraggio di rivolgere la mia protesta al sergente tedesco. Sì, provo vergogna nell'aver sopportato quello scempio senza reagire, anche perché per tanti anni avevo cantato la canzone "fischia il sasso, il nome squilla dell'intrepido balilla...". Parlo di Giovanni Battista Perasso, il ragazzo di Portoria che diventò famoso per aver lanciato un sasso contro un ufficiale austriaco, dando inizio alla rivoltà che nel 1746 liberò la sua città, Genova. Per questo suo gesto quel ragazzo assurse a simbolo del patriottismo, e il regime fascista gli dedicò l'Opera Nazionale Balilla.
Sapevo che in uno sgabuzzino mia nonna teneva una pistola, un vecchia Colt a tamburo, con quattro o cinque pallottole, che aveva portato dall'America mio nonno materno Raffaello, che era emigrato, alla fine dell'Ottocento ed all'inizio del Novecento, più di una volta, negli USA. Quando entrai nella vecchia casa pensai subito alla pistola. Mi domandai: "Cosa ci faranno i tedeschi se la troveranno?" Non ci pensai molto. Subito presi l'arma e la buttai nel pozzo nero tirando un sospiro di sollievo. Tante volte ho rivissuto quel momento in cui, per paura e sgomento, sbagliai, perché avrei dovuto usarla quell'arma, a difesa della libertà, vilipesa e oltraggiata dalla Germania nazista.
Nel giorno in cui iniziò la distruzione di una parte di Seravezza non vidi nessuno dei miei vicini di casa.
Dopo l'esplosione delle bombe che rasero al suolo la segheria e fecero sparire, per effetto dello spostamento d'aria, anche la casa del Carducci e dell'Aurora, ubicata sul retro dello stabilimento, vidi passare davanti a me, al Ponticello - dove mi ero fermato per osservare i danni subiti dalla mia casa che al primo piano sembrava l'avessero segata con il filo elicodiale della cava - i coniugi Carducci. Camminavano abbracciati in direzione del centro di Seravezza, avevano il volto rosso e piangevano disperati. Entrambi ripetevano fra i singhiozzi: “Non c'è è più la nostra casina, non c'è più...”, mentre stavano calando le prime ombre della sera.

martedì 25 ottobre 2011

Appuntato della Guardia di finanza Francesco Meattini, medaglia d'oro al valor militare alla memoria

Non ho mai dimenticato quella mattina del mese di luglio 1941 quando si diffuse al Ponticello di Seravezza la notizia (data verosimilmente dallo strillone che vendeva i giornali nelle vie del paese) che in Montenegro, dove era nata la nostra regina, un militare della Guardia di finanza che insieme ai suoi commilitoni si difendeva dall'attacco portato alla loro caserma da un gruppo di ribelli, visto che i suoi camerati, che aveva sempre spronato a combattere, erano quasi tutti morti, mentre la caserma bruciava in quanto gli aggressori l'avevano incendiata e con le cartucce ormai esaurite, si mise in tasca delle bombe a mano, alle quali aveva tolto la sicurezza, e dopo aver baciato una foto dei suoi amati familiari, saltò adosso ai suoi assalitori procurando un finimondo nelle loro file.
Questa notizia impressionò gli abitanti del Ponticello che si erano affacciati alle finestre per scambiare con i vicini di casa le loro emozioni. Sentii parlare del grande valore dimostrato da questo uomo che, anziché alzare le mani in segno di resa preferì trasformarsi in un portatore umano di proiettili, sì in un kamikaze, che quando questi ordigni esplosero frantumarono anche il suo corpo.
Chi scrive non aveva ancora compiuto 11 anni. Nella mia vità di ragazzo cresciuto al Ponticello vidi soltanto un paio di volte alcuni militari del Corpo mentre parlavano col signor Bonci, l'anziano titolare del molino sito nelle vicinanze della mia casa, per attingere notizie utili per il disbrigo di qualche pratica. Avevano la pistola Glisenti. Mi pare che giunsero al Ponticello in sella alle biciclette in dotazione alla Brigata di Pietrasanta, che aveva sotto la propria giurisdizione anche il comune di Seravezza. E proprio in questo glorioso Corpo, ricco di pagine di epico valore, scritte col sangue dei suoi tanti eroi, che mi arruolai nel mese di luglio 1949, insieme ad altri due versiliesi, Primo Giorgi, deceduto qualche anno fa, e Guido Angelini, tuttora residente nelle vicinanze di Querceta. Successivamente anche mio fratello Sergio si arruolò nel Corpo.
Ecco le motivazioni in ordine alle quali all'appuntato Francesco Meattini, nato a Cortona (Arezzo) il 17 settenbre 1901, fu concessa, alla memoria, la medaglia d'oro al valor militare:

“ Capo squadra fucilieri di un distaccamento della R.G.F. aggredito da preponderanti bande ribelli, che avevano circondato la caserma ed incendiati fabbricati vicini, animava la difesa col suo contegno freddo, energico e risoluto. Ferito una prima volta rifiutava ogni soccorso continuando ad incitare i superstiti ed a sparare sugli assalitori. Ferito altre due volte, mentre la caserma era già in fiamme ed i camerati quasi tutti caduti, persisteva tenacemente nell'impari lotta. Esaurite le cartucce, si raccoglieva un attimo per baciare la fotografia dei suoi cari, quindi, prese alcune bombe a mano e toltane la sicurezza se le metteva nelle tasche e da una finestra saltava sugli avversari inferociti dall'asprezza della lotta, seminandovi, col proprio sacrificio , strage e distruzioni. Fulgido esempio di sublime sacrificio.“
( Barane, Montenegro
17 -18 luglio 1941 – XIX )

martedì 11 ottobre 2011

Ta pum, ta pum

Due colpi di fucile, sparati da un soldato tedesco uccidono al Cambianco di Seravezza Carminuccio, un corvaiotto che viveva in condizioni disperate.

Durante la tragica estate del 1944 ero spesso in giro nei campi della piana versiliese alla ricerca di qualcosa da mangiare in consideraziopne del fatto che gli sfollati anziché raggiungere Sala Baganza si erano rifugiati sui monti intorno a Seravezza, e quindi erano stati tutti abbandonati al loro tragico destino.E' incredibile come si sia potuto sopravvivere tra la fame e i patimenti di ogni genere.(non avevamo proprio niente con cui nutrirci, tutti i giorni non si sapeva cosa fare.)
Stavano maturamdo i fichi, quando un giorno percorrendo il tratto della via dove ora c'è la Stazione dei Carabinieri di Seravezza udii due distinti colpi “Ta pum, ta pum” sparati da un fucile in dotazione alle truppe germaniche.che stavano nei pressi del Cambianco, tra la Rocca e la Mezzaluna vecchia Perché i tedeschi avevano sparato quei due colpi? Lo seppi qualche giorno dopo quando fui informato che proprio al Cambianco era stato ucciso dai tedeschi Carminuccio un anziano abitante di Corvaia che aveva deciso di non lasciare la vecchia casa dove abitava piuttosto che obbedire anche lui all'ordine di sfollamento imposto dal Comando tedesco.
Chi era Carminuccio. Era un uomo molto anziano con la barba bianca e lunga sul viso, vestiva vecchi abiti, insomma mi pare che vivesse in condizioni di estrema indigenza. Da giovame, per ragioni di lavoro era emigrato in sud America, dove aveva sposato una donna messicana. Mi pare, secondo quanto sentii dire, che la portò in Corvaia, quando rientrò definitivamente dal Messico. Ricordo di averlo visto qualche anno prima uscire dalla sua vecchia casa mentre urlava nel centro di Corvaia, contro alcuni ragazzi che lo avevano beffeggiato. Non so se sua moglie messicana fosse ancora vivente nell'estate 1944.
Quel giorno che fu ucciso affamato come era, salì faticosamente al Cambianco per riempiersi la pancia di fichi. Ma la morte era in agguato, non so se i due colpi di fucile gli furono sparati quando si stava avvicinando agli alberi oppure era già salito su uno di essi. Il barbaro e criminale soldato tedesco, un uomo senza cuore, deve aver preso la mira e, senza riflettere su quello che stava facendo, sparò e uccise quel poveretto che già stava morendo di fame.

sabato 17 settembre 2011

L' oro alla Patria

Splendente era la vera nuziale che portava al dito mia madre fino al giorno in cui il regime organizzò una mobilitazione nazionale, che sotto lo slogan “ date oro alla Patria” indusse gli italiani a donare allo Stato i propri oggetti preziosi, comprese le fedi nuziali. Era il 18 dicembre 1935 quando si svolse la “Giornata della fede”. Una delle tante iniziative promosse dal governo fascista per rispondere alle sanzioni economiche varate dalla società delle Nazioni contro l'Italia, perché il nostro Paese aveva dichiarato guerra all'Etiopia.
Ricordo quella mattina in cui mia madre uscì di casa e tornò, tutta emozionata, senza più l'anello d'oro ma con un cerchietto di acciaio. “Ha fatto il suo dovere! L'ha donato alla Patria”, come lessi sul pezzetto di carta che le fu dato. In tutto il Paese furono raccolte milioni di fedi nuziali e un quantitativo complessivo d'oro pari a 37 tonnellate.
Eravamo ancora impegnati nella guerra in Africa, che si concluse nel 1936, con la conquista dell'Impero, quando iniziò la guerra di Spagna, combattuta dal generale Franco, il Caudillo. Nel giro di pochi anni dichiarammo guerra alla Francia e all' Inghilterra , schierandoci nel conflitto a fianco della Germania di Hitler che ci portò sofferenze fame e distruzioni.E sempre in nome della Patria a scuola ci dissero: “Portate un po' di lana dei materassi. E' necessaria per fare i calzettoni per i nostri soldati in Russia, altrimenti rimarranno con gli arti congelati”. Sempre in nome della Patria ci tolsero le inferriate e si presero le pentole di rame per fabbricare armi. Subimmo borbardamenti e distruzioni e ci furono tante vittime innocenti. Lungo è l'elenco dei soldati, marinai e aviatori italiani che non fecero più ritorno nelle loro case in quanto uccisi in combattimento. La mia casa del Ponticello di Seravezza nella tragica estate del 1944 fu fatta saltare in aria dai tedeschi insieme a molte case sia del capoluogo seravezzino che di altre località della Versilia, che divenne l'estremo limite della Linea Gotica. Corvaia e Ripa furono conpletamente rase al suolo. Negli ultimi giorni del tragico conflitto, a Dongo, riapparvero moltissimi anelli nuziali che le spose italiane avevano donato alla Patria. Ma quale Patria?

Sempre dal succitato libro di Giorgio Giannelli ho rilevato che l'11.1.1936 furono consegnati alla Federazione provinciale fascista di Lucca due quintali e mezzo fra oro e argento raccolti nei quattro comuni della Versilia, Quindi, in media, furono offerti da oltre 47.500 abitanti più di un grammo d'oro per abitante, del valore di oltre mezzo milione di lire dell'epoca.

martedì 6 settembre 2011

1943: Inizia la Resistenza in Versilia

Come ho avuto modo di raccontare in altre occasioni, Alfieri Tessa, valoroso partigiano seravezzino mi ha donato, tempo addietro , alcuni suoi preziosi appunti riguardanti, i tempi da lui vissuti durante la seconda guerra mondiale. Tra questi suoi scritti vi è anche quello riferibile alla Resistenza che iniziò in Versilia dopo l'8 settembre 1943, il giorno dell'armistizio e della momentanea illusione che la guerra fosse finita.
Nobile e commovente è il pensiero che ha espresso nel ricordare l'inizio della Resistenza che io amo subito riportare qui di seguito: ”All'inizio della Resistenza mi unisco a Gino Lombardi. L'armistizio era stato firmato e reso pubblico, le direttive già impartite, restava da onorare l'impegno sottoscritto davanti ai rappresentanti degli eserciti che ci avevano sconfitti, il non farlo avrebbe fatto apparire l'Italia oltre che sconfitta anche inadempiente cosa ancora più grave di fronte a tutte le nazioni del mondo. Purtroppo chi doveva rispettare negli alti livelli dello Stato si era come volatizzato, tradimento o pusillanimità'? Cosi all'iniziativa attesa mancò un
vera guida, e tutto fini nel caos.”
Con l'esercito allo sbando, come anch'io vidi, i tedeschi reagirono violentemete contro i nostri soldati che catturarono e inviarono su carri bestiame nei campi di prigionia in Germania e/o nella Polonia da essi occupata.
A Cefalonia ed a Corfù dove iniziò la resistenza armata contro i tedeschi costoro uccisero migliaia di soldati italiani che avevano liberamente deciso di combattere contro i tedeschi piuttoto che cedere ad essi le armi.
Il Tessa ha altresì continuato ad enunciare le seguenti motivazioni in ordine alla nascita della Resistenza: “ Ma il dovere di resistere riguardava tutti i cittadini italiani. I milkitari che riuscirono ad arrivare a casa si contattarono subito, e presero le iniziative necessarie, soprattutto per onorare i morti di quei giorni per mano tedesca, e offrire la propria solidarietà ai commilitoni portati prigionieri nei loro campi di lavoro o sterminio.
Nel comune di Seravezza, primo in Versilia, si organizzarono gli uomini della Resistenza, creando un presidio armato fissato a “La Porta”, in territorio dello stazzemese. In quei giorni sui giornali dovevamo leggere.
La Nazione del 30 novembre 1943 – prima pagina -
Il Capo di Stato Maggiore dell' Esercito ha emanato la seguente ordinanza.^^^ Dispongo che tutti gli allievi ufficiali di complemento (universitari, diplomati, e laureati) appartenenti ai disciolti battaglioni di istruzione si presentino entro il 5 dicembre 1943 ai rispettivi Comandi militari regionali o provinciali e ai distretti militari.^^^
Egli accenna all'azione “ del 6 dicembre 1943 per appropriarsi del ciclostile in dotazione al comune di Seravezza compiuta sia da lui che dall'altro ex allievo ufficiale Oscar dal Porto di Querceta coadiuvati dai patrioti. Piero Consani di Pisa, Luigi Mulargia, già marinaio della Sardegna, tutti sotto il comando del s.tenente Gino Lombardi di Ruosina. Essi alle ore 18 riuscirono ad entrare nel palazzo Mediceo, sede comunale, dove sottrassero il ciclostile per stampare manifestini utili a controbattere la pressante propaganda fascista. Tale azione irritò il prefetto Piazzesi e il maresciallo comandante i carabinieri di Forte dei Marmi, tutti umiliati per non avere scoperto ii nomi degli autori.
Conclude così la sua narrazione dell'inizio della Resistenza in Versilia: “ Dopo il quasi totale fallimento di risposta alle chiamate, ecco la Prefettura di Lucca con il manifesto:
Decreto in data 18 febbraio 1944 -XXII E.F., concernente la posizione dei disertori e renitenti.
Art.I° -Gli iscritti di leva arruolati ed i militari in congedo, che, durantre lo stato di guerra e senza giutificato motivo, non si presenteranno alle armi nei tre giorni successivi a quello prefisso, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell'art. 144 C.P. M.G. e puniti con la morte mediante fucilazione nel petto. Il Capo della Provincia Piazzesi.

Dalla lettura di queste righe di Alfieri Tessa emerge la drammatica situazione vissuta dagli italiani durante gli anni dell'ultima guerra e, in particolare, nel periodo della Resistenza.

lunedì 29 agosto 2011

Ricordo del dottor Renato Bastianelli

Il 24 luglio scorso a Viareggio, dove risiedeva, si è spento Renato Bastianelli, famoso medico tisiologo e specialista nella cura di altre malattie dell'apparato respiratorio.
Figlio del veronese Guido Bastianelli e della seravezzina Angela Falconi, era nato a Seravezza nel 1917. Studiò all'Università di Pisa dove si laureò nel 1942. Tra i suoi primi invarichi ci fu quello di medico condotto ad Arni. Esercitò anche nell'ospedale Campana di Seravezza,
Nel 1943 frequentò a Firenze il corso allievi ufficiali presso la Regia Aeronautica - Servizio Sanitario -, al termine del quale fu nominato Sottotenente medico. Ricordo di averlo visto in quel tempo, in divisa militare, vicino alla casa di sua zia Augusta Falconi, nell'antico rione seravezzino della Fucina.
L'otto settembre 1943, il giorno dell'armistizio, si trovava in licenza a Ripa, dove attendeva di conoscere il reparto cui sarebbe stato assegnato. Non rispose alla chiamata alle armi del ministro della guerra della Repubblica di Salò, maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani.
Quando i tedeschi nell'estate del 1944 imposero lo sfollamento alla popolazine di Seravezza e dintorni, il dottor Bastianelli, con i genitori ed altri suoi stretti parenti, si rifugiò nel palazzo della ditta Henraux sito in località la Polla, sul monte Altissimo,dove sfollarono anche Alberto Carducci col figlio Mazzini e Ilio Roni.
Renato Bastianelli, che ben conosceva i doveri che ogni medico ha nei confronti di persone abbisognevoli di cure mediche, insiti nel giuramento di Ippocrate, affrontò in quel tempo seri pericoli al fine di compiere il proprio dovere. Un giorno Amos Paoli (giovane partigiano trucidato dai tedeschi, medaglia d'oro al Valor militare) che aveva frequentato da bambino l'asilo Delâtre di Seravezza insieme a Renato Bastianelli, gli comunicò che sulla Tacca Bianca vi erano dei partigiani feriti che avevano bisogno di essere curati. Il Bastianelli salì sulla funicolare della Polla insieme al partigiano Sergio Breschi. I tedeschi che li videro spararono contro di loro.
“Quell'ascesa non finiva mai – raccontò a Giorgio Giannelli, che ha riportato la testimonianza nel volume “La Germania è veramente vostra amica” -. Occhi chiusi e valigetta in mano arrivammo sul posto. Curai quattro partigiani feriti, uno dei quali, Sante Bracchi, versava in gravi condizioni. In seguito li feci ricoverare in un'unica stanzetta del Campana, complici tuo zio, il dottor Giuseppe Giannelli,e suor Modestina”.
Quando a luglio fu chiuso l'ospedale di Seravezza Bastianelli intervenne altre volte per prestare cure mediche ad alcuni italiani aggregati alle truppe tedesche. A metà ottobre del 1944 decise di superare il fronte. Passò dalla villa Moresco, sopra Valventosa, per prendere la bicicletta che lì aveva lasciato quando aveva visitato una persona malata. Salito in sella scese velocemente superando indenne le cannonate sparate dagli americani intorno alla Rocca di Corvaia. Qualcuna esplose anche a Vallecchia.
Raggiunta Pietrasanta gli americani lo fermarono e lo fecero incolonnare nella piazza Littorio, ora sede comunale, per portarlo in un campo di concentramento. Fu salvato da Gualtiero Jacopetti, aggregato al Comando americano come ufficiale interprete. Jacopetti, poi diventato giornalista e regista cinematografico, era legato da vincoli di amicizia con Renato sin da quando entrambi frequentavano l'Università. Oltre a liberarlo gli fece avere uno speciale lasciapassare che gli permise di raggiungere Camaiore, dove si era rifugiata anche la famiglia di Maura, la sua fidanzata.
A Camaiore ebbe modo di incontrare il dottor Rossi, direttore del sanatorio di Carignano che, viste le sue specializzazioni, lo assunse come medico nel nosocomio da lui diretto, dove Renato rimase fino a tutto il 1944.
Nel 1946 fu richiamato alle armi. Gli proposero il posto di ufficiale medico presso la base aerea di Pisa, che lui però non accettò. Fu quindi assegnato alla base degli idrovolanti ancora esistente sul lago di Bracciano, dove era tenuto in rimessaggio l'apparecchio che fu utilizzato soltanto da Benito Mussolini.
Nel 1947 Bastianelli sposò la sua fidanzata, una splendida fanciulla di appena venti anni, nata a Ripa. Da questa unione nacquero due figli. Renata e Angelo che allietarono la casa dei loro genitori.

Il dottor Bastianelli fu sposo e padre esemplare. Finché ha avuto le forze necessarie ha continuato ad esercitare con passione e per tanti anni, la libera professione. Ricordo che visitò anche mia moglie Angela, figlia della sua cugina Bruna, e anche il mio ultimo figlio quando era bambino, senza mai farsi pagare. Quando ci incontravamo parlavamo sempre di Versilia Oggi, il nostro periodico che amava leggere e del quale era un fedele abbonato. Egli fu legato da vincoli affettuosi coi cugini Bruno e Bruna Guerrini, il primo caduto nei dintorni di Tobruk nel 1941 durante il corso di una cruenta battaglia combattuta contro i neozelandesi, mentre la Bruna morì nel 1984.
Ogni anno, in occasione della commemorazione dei Defunti, saliva al cimitero di Seravezza, dove nel 1929 era stato sepolto suo nonno materno, Antonio Falconi che in vita fu un dirigente del personale delle cave della società Henraux, come seppi da sua figlia Marta che aveva sposato l'impresario Giulio Casini, e anche la sua nonna materna Antonia Viti,deceduta il giorno della ricorrenza del Santo Natale dell'anno 1941. In quei giorni non mancava mai di andare a salutare i suoi zii Augusta Falconi e Antonio Guerrini che, nella loro casa, quando lui prestava servizio all'ospedale Campana, vi aveva sempre trovato una calorosa ospitalità. Non solo ci dormiva ma vi consumava anche dei piatti prelibati, sempre ricordati da Renato, che gli preparava sua zia.
Per l'amore e la passione con cui curò una moltitudine di persone ammalate, credo che il nostro Padre Celeste lo abbia accolto nel suo Regno, dove riposano in eterno le anime degli uomini pii e giusti, così come lo è stato Renato Bastianelli durante il suo lungo cammino terreno.

venerdì 12 agosto 2011

I NOSTRI PAPERONI



Ecco cosa scrissi su Versilia Oggi del mese di gennaio 2004, sui nostri Paperoni, un tema molto attuale e discusso per diminuire i costi della politica.


I NOSTRI PAPERONI

Non mi pare, ma non mi vorrei sbagliare, che nessuno dei nostri giornali, comprese le varie Tv, abbia mai analizzato il costo della politica italiana che ha raggiunto livelli elevati e non più sopportabili se posti a confronto, tanto per fare un esempio, con il reddito medio delle categorie dei lavoratori che faticano ad arrivare alla fine di ogni mese.
Fortunatamente esiste Versilia Oggi, il periodico mensile che da quasi quarant'anni non si stanca di evidenziare le storture della politica che, come ha scritto Giorgio Giannelli, dovrebbe essere esercitata solo da uomini animati “dalla passione, dallo spirito di sacrificio e di apostolato”. Un concetto che a me fa piacere ripetere,
E' chiaro che chi svolge un'attività politica, sia che occupi incarichi tecnici anche i più alti, debba essere ben retribuito, ma anche qui occorre porre dei limiti. Ogni uomo che svolge funzioni pubbliche deve sentirsi gratificato per il bene che esso compie nell'interesse dei propri concittadini. Retribuire chi svolge questi importanti incarichi con compensi da “Paperone” è però un fatto che genera degli squilibri che, a lungo andare, non possono essere sopportati dalle categorie più deboli, tenuto conto dell'ingente debito pubblico e delle spese enormi occorrenti per governare. Un dipendente pubblico di qualsiasi categoria e livello, una volta eletto deputato o senatore, non deve pertanto continuare a riscuotere anche lo stipendio fino a quel momento percepito. Gli dovrebbero bastare i già congrui emolumenti percepiti da parlamentare. E' dall'esercizo di una politica equilibrata, senza odi di parte, tesa ad evitare lo sperpero di denaro pubblico, che si possono veramente migliorare le condizioni di vita di tutti e non solo di coloro che stanno nelle stanze dei bottoni.
Ancor prima della Lega Nord e delle picconate di Cossiga, venne fondata l'Unione Versiliese, un movimento politico libertario e antipartitocratico volto alla realizzazione di un sogno che poteva dare tanti frutti ai versiliesi. Durò soltanto pochi anni. Quando nacque l' Unione Versiliese pensai all'altro fantastico sogno, quello della Repubblica
dell' Apua che ebbero, nel recente passato, altri indimenticati personaggi della nostra terra.
Eletti nelle liste dell'Unione Versiliese se ben ricordo. Cancogni e Giannelli, rifiutarono il “gettone” che spettava loro per legge. Cancogni si dimise per motivi di famiglia. E Giannelli che si candidò alla carica di sindaco di Forte dei Marmi, com'è stato premiato? Fu clamorosamente bocciato, soltanto cinquantacinque fortemarmini gli diedero la fiducia.
Gli resta il suo lavoro di giornalista e scrittore. Da sempre sta sull'albero a cantare, come dice lui, scrive ciò che pensa e questo è un fatto che lo onora. Come Giuseppe Vezzoni e Alvaro Avenante e pochi altri, ha il coraggio di dire delle verità che in troppi non vorrebbero sentire.