giovedì 23 marzo 2017

Quei migranti italiani morti prima di raggiungere l’America

Dovevo leggere il libro di Gian Antonio Stella, intitolato “Odissee-Italiani sulla rotta del sogno e del dolore”, per rendermi pienamente conto delle tragedie vissute dai nostri migranti nel tardo Ottocento  e all'inizio del Novecento. Emigravano in massa in America, dove speravano di migliorare  le proprie condizioni di vita, lasciando alle spalle fame, miseria e malattie. Nel loro Paese spesso vivevano in condizioni davvero disperate. Molti si nutrivano solo di polenta, motivo per cui si ammalavano  di “pellagra”, dovuta alla mancanza in questo cibo della vitamina PP.

Da un'indagini parlamentare condotta da Stefano Jacini per anni ministro dei Lavori pubblici, pubblicata nel l880, emerge che le condizioni di vita di centinaia di migliaia di contadini italiani erano disperate. In maggioranza abitavano coi loro cari in uno stanzone lezzo, puzzolente umido e fatiscente, dove mangiavano e dormivano coi loro familiari su mucchi di paglia, vicini ai propri animali, mucche, capre, maiali e pollame, considerati spesso più preziosi di un figlio. E lì davanti ai figli e nipoti e fanciulli. gli adulti compivano  le “funzioni  animali della generazione”. Non mancavano atti ripugnanti di incesto e pederastia.

Il letame veniva lasciato in un angolo della stanza, oppure ammucchiato sulla via davanti alla porta di ingresso, Le strade dei paesi erano piene di sudiciume, in quanto non esisteva alcun servizio di nettezza urbana. Che facevano i governi per migliorare le condizioni di vita di queste persone? Poco o nulla! Il governo Crispi pensò alle avventure africane in terre poverissime, dove furono inviati contingenti militari per combattere contro l'Abissinia  I nostri soldati, però, furono sconfitti nelle battaglie sull’Amba Alagi nel 1895, a Macallè e ad Adua nel 1896.


Molti emigranti italiani morirono a bordo dei piroscafi, vere e proprie "carrette del mare" sulle quali si imbarcavano coi loro cari per raggiungere il nuovo mondo. Perdevano la vita a causa delle malattie scoppiate durante la navigazione (vaiolo, colera, tifo ecc.). Sulla nave italiana Carlo R., partita il 29.7.1894 da Genova e fermatasi con uno scalo a Napoli, scoppiò il primo caso di colera.
Oltrepassate le Azzorre ogni giorno contraeva questa terribile malattia almeno una ventina di emigranti. Per loro il mare fu la tomba. Arrivata a Rio de Janeiro le autorità portuali imposero alla nave italiana il divieto assoluto di approdo, ordinando anche alle unità da guerra di sparare colpi di cannone senza l’intenzione di colpirlo. Il Carlo R. fu costretto a fare ritorno in Italia. Arrivò all’Asinara il 27.9.1894. I morti di colera, durante questo viaggio di andata e ritorno di 368 giorni, furono 141, altre 70 persone morirono a causa di altre malattie.

Non fu la sola nave ad invertire la rotta. Anche al piroscafo Remo, salpato da Genova il 15.8.1893 con a bordo 900 emigranti ed altri 700 caricati a Napoli, fu imposto dal governo brasiliano l’ordine di allontanarsi dal molo dell’isola Grande, dove aveva attraccato con la bandiera gialla issata sul pennone e di  riprendere la navigazione e fare ritorno in Italia. Per impedire  il ritorno al molo  della nave  "Remo"  che  si era momentaneamente staccata dal molo per gettare al largo la prima vittima del colera  si trovò davanti una corazzata brasiliana che gli impedì  la manovra. Così la nave fu costretta a ritornare in Italia. Dopo 65 giorni approdò a Napoli e tutte le persone a bordo furono messe in quarantena. Novantasei persone morirono per il colera.

Moltissimi emigranti persero la vita a seguito dei naufragi delle navi su cui viaggiavano, avvenuti nella baia di Gibilterra e sulle scogliere di capo Falos, promontorio orientale  della Spagna.

Un numero considerevole di emigranti non riuscì maiad arrivare nell’Eldorado americano, in quella terra tanto attesa e lontana. Molti uomini senza scrupoli, "venditori di sogni", trassero ingenti guadagni dagli inganni volti a favorire l'immigrazione di massa in America: la descrivevano come una terra ricchissima, piena di ogni ben di Dio, con frutta e verdura di dimensioni enormi, in grado di sfamare tutti. In realtà, invece, anche nel Nuovo Mondo la vita non era facile. Pure tra gli armatori delle navi impiegate per trasportare gli emigranti c'erano uomini senza scrupoli, che vergognosamente lesinavano persino sull’acquisto delle vettovaglie necessarie a sfamare i passeggeri dei piroscafi.

Convinti da una falsa e martellante propaganda a partire in cerca di fortuna, senza farsi troppi problemi, masse di contadini analfabeti vendettero tutto ciò che possedevano per imbarcarsi sulle navi e raggiungere la terra promessa, spesso con famiglia al seguito. Anche molti versiliesi affrontarono il lungo viaggio verso il Nuovo Mondo rinchiusi  nelle stive delle navi,  dove non avevano il minimo spazio per muoversi né l’aria sufficiente per respirare. Stavano sdraiati, ammucchiati l’uno accanto all’altro, tra un tanfo insopportabile.

Anche i miei nonni paterni, con otto cugini, e il nonno materno emigrarono in America verso la fine dell’Ottocento. Voglio pensare che abbiamo affrontato un viaggio sopportabile e non come uno di quelli sopra descritti.

I neonati venuti alla luce durante  la navigazione si attaccavano  inutilmente al seno delle madri divenuto arido a causa dello scarsissimo cibo con cui si alimentavano le donne. Morirono così tanti piccini, i cui corpi  furono gettati in mare, tra  le urla di disperazione delle loro mamme affrante dal dolore. Un gruppo di trecento contadini trevigiani, ingannati da un marchese francese, anziché approdare in luoghi ubertosi furono sbarcati su una terra rocciosa, aspra, assolutamente non coltivabile, situata al confine di una giungla. Molti persero la vita in seguito alla grande fame patita; alla fine solo pochi superstiti riuscirono a raggiungere l’Australia.

mercoledì 22 febbraio 2017

La gloriosa storia degli Alpini

L’esercito italiano fu riorganizzato dopo il successo prussiano nella guerra combattuta e vinta contro la Francia negli anni 1870- 71. Fu con il Regio  decreto 15.10.1872, voluto  dal generale e ministro della guerra Cesare Francesco Ricotti  Magnani, che le nostre forze armate furono strutturate ispirandosi al modello  prussiano, fondato sull’obbligo di breve durata,  per sottoporre all’addestramento militare  tutti gli iscritti alle liste  di leva fisicamente idonei, e all’abolizione della surrogazione (chi ne aveva i mezzi, ricevuta la chiamata alle armi, poteva pagare un altro perché prendesse  il suo posto) in modo tale da trasformare l’esercito italiano in una numerica espressione delle capacità umane della nostra nazione.

Dal fervore operativo scaturito dalla riforma “Ricotti” si ebbero i nuovi  piani di difesa dei valichi alpini, ritenuti fino a quel momento impossibili da realizzare (e sostanzialmente inutili), tenuto conto dell’antico pensiero ormai consolidato nei secoli, secondo il quale gli eventuali eserciti invasori sarebbero stati ostacolati dalle montagne e definitivamente  fermati nella pianura Padana. Ma se fosse rimasta inalterata questa tattica. Si sarebbero ulteriormente e completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, con le inevitabili conseguenze. L’idea di un’azione difensiva solo nel territorio padano fu quindi abbandonata, in quanto fu chiaro che difenderci sulle montagne rimaneva la sola via da percorrere per resistere contro un eventuale attacco militare portato dall’impero Austro-Ungarico.

Per arrivare a questa rivoluzione strategica furono indispensabili gli studi di Giuseppe Domenico Perrucchetti, ex insegnante di geografia che con il grado di maggiore di fanteria  fu destinato  allo stato maggiore. Nella battaglia di Custoza fu insignito della medaglia di argento al valor militare. Il 26 aprile 1891 viene nominato aiutante di campo onorario di  S.A.S. il duca di Aosta e successivamente  divenne capo di stato maggiore del VII reggimento.  Congedato a 65 anni per raggiunti limiti di età, con motu proprio fu nominato dal re senatore del Regno d’Italia. Il suo progetto fu inserito nella riforma “Ricotti”, tant’è  che lo sbarramento della zona alpina fu affidato agli uomini nati sulle montagne, i cui punti di forza, come aveva pensato Perrucchetti, erano evidenti,  in quanto  oltre ad essere abituati ai rigori dell’inverno, conoscevano meglio le zone in cui operare.

Perrucchetti era nato nel 1839 a Cassano d’Adda (MI). Non in montagna, dunque, e mai divenne un alpino, ma fu soltanto un attento e scrupoloso studioso al quale fu riconosciuto il merito di aver fondato il Corpo degli Alpini (1872). Ad appena 20 anni fugge dalla sua terra per arruolarsi nell’esercito piemontese.  Conosceva molto bene i confini dello stato in cui era fuggito, avendo effettuato ricognizioni sullo Spluga, sulle alpi Carniche e Retiche. Nella sua memoria c’erano anche le gesta delle milizie montanare ai tempi dell’imperatore Augusto dove sulle Alpi furono fermati gli invasori barbarici. Perrucchetti ebbe modo di conoscere anche   l’organizzazione militare creata dal re Vittorio Emanuele con tutte le evoluzioni avvenute in quel tempo. Entrata in vigore la riforma “Ricotti” furono costituite 15 compagnie che aumentarono a 36, ripartite in dieci battaglioni nel 1876.Nel 1882 furono costituiti i primi 7 reggimenti,  con i quali nel 1887 furono formati 22 battaglioni. Il privilegio di essere il primo reparto di alpini lo ebbe la classe 1852, che fu chiamata “classe di ferro”. Il “battessimo del sangue” avvenne nella battaglia di Adua (Abissinia), nel marzo 1896, cui gli alpini presero parte con quattro compagnie.

Fu ad Adua che il capitano Pietro Cella, del 6° reggimento degli alpini, fu insignito della prima medaglia d’oro al valor militare, mori mentre stava  sparando gli ultimi colpi, insieme ad  altri quattro valorosi ufficiali, anch’essi insigniti della medaglia d’oro al valor militare. Nel 1909 il Corpo degli alpini era formato da 88 battaglioni riuniti in 20 Gruppi, 9 raggruppamenti e 4 divisioni. Terminato il primo conflitto mondiale rimasero in vita 8 raggruppamenti, ai quali si unì il 9° gruppo costituito nel 1919. Altre tre volte gli alpini combatterono in Africa, in Libia nel 1911, nella guerra per la conquista dell’Abissinia  (1935- 36 ) e contro le forze alleate nel 1941. Dopo la conquista della Libia le truppe alpine svolsero con l’impiego di 5 battaglioni servizi di vigilanza a Derna, Assaba sull’altopiano del Maghreb.

Sempre dopo la conquista della Libia un raggruppamento di alpini fu lasciato nella colonia per presidiare la Tripolitania, da dove furono ritirati prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Nel corso del primo conflitto mondiale gli alpini combatterono aspre battaglie per difendere i confini italiani anche per strappare pochi metri del territorio sul quale si erano trincerate le forze nemiche. Furono gli alpini che riuscirono a fermare. dopo la disfatta di Caporetto, sul Montello, sul Grappa e sul Piave l’avanzata degli Austro Ungarici, andando all’assalto all’arma bianca e lasciando sul terreno un’infinita schiera di eroi, uccisi e ridotti a brandelli sanguinanti sui fili spinati. Gli alpini che morirono combattendo furono 24.896, i feriti 76.670, e i dispersi 18.305. Ho trovato molto  bello e commovente il seguente giudizio sugli alpini espresso dal famoso scrittore inglese Rudyard Kipling, il cui unico figlio, John, fu ucciso nella battaglia di Loos,  sul fronte francese:  “Alpini, forse la più fiera la più tenace specialità impegnate su ogni fronte di guerra, combattono con pena e fatica tra le grandi dolomiti fra i boschi un mondo splendente di sole e di neve,, di notte un gelo di stelle nelle loro solitarie posizioni contro un nemico che sta sopra di loro più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutti solitari di coraggio e di gesti individuali grandi bevitori, di lingua  svelta e di mano tesa, orgogliosi di  sé del loro corpo, vivono rozzamente,  muoiono eroicamente”.

Anche nei miei ricordi di bambino, nato nel 1930 vi sono gli alpini. Sono cresciuto cantando spesso la loro canzone, coi miei coetanei del rione Ponticello, interamente fatto saltare in aria dai tedeschi nel 1944, avvalendosi degli  operai della Todt incaricati di fortificare la parte terminale della Linea Gotica che arrivava  a toccare le acque del Tirreno. Tale canzone esaltava la vita degli alpini che terminava così. "Viva, viva, il reggimento, viva, viva, il Corpo degli alpini:". Potevo cantarla con orgogliosa fierezza essendo stato mio padre, Orlando, (della classe 1906) e come lui anche gli altri tre suoi fratelli, Pietro (classe 1908), Lorenzo (classe 1914)  e Guido (classe 1919),  quest'ultimo dichiarato disperso in Russia mentre era in forza alla divisione Cuneense, reparto someggiata - munizioni e viveri -,  senza avere potuto vedere nascere il suo bambino. Con molto piacere ricordo di aver prestato servizio per oltre 42 anni nel glorioso Corpo della Guardia  di finanza i cui militari parteciparono con 19 battaglioni mobilitati sia alla prima che alla seconda guerra mondiale.

Alla seconda guerra mondiale gli alpini parteciparono con 88 battaglioni mobilitati e con 66 gruppi   di artiglieria, schierando complessivamente 240.000 uomini.  Per conoscere ancora di più le sofferenze  patite dagli alpini e dai propri familiari, che non  videro più  i loro cari ritornare a casa,  penso che sarebbe utile leggere  il libro di Giuseppe Vezzoni, "Mai più dal Don a Sant' Anna di Stazzema", ricco di commoventi testimonianze.  Coloro che riuscirono a tornare a casa dalla Russia dopo lo sfondamento del fronte, lo debbono anche all’arrivo a Nikolajewka dei battaglioni italiani in ritirata, “Vestone”,  “Verona”, “Val Chiese” e dei resti di quelli del “Tirano”, “Edolo” e “Valcamonica”, che si unirono agli uomini della Tridentina (l’unica divisione ancora in grado di combattere), spronati dal grido “Tridentina, avanti!”,  uscito con un forte dolore dalla bocca del generale Riverberi. Fu questa eroica battaglia, combattuta dagli alpini con coraggio, che costrinse alla fuga i soldati russi.
Gli alpini versiliesi reduci della seconda guerra mondiale, vollero onorare la memoria dei loro colleghi, che non fecero più ritorno a casa,costruendo, con le loro mani, un tempio votivo in località Ponte Stazzemese realizzato dal progetto dell'architetto  Tito Salvatori che fu tenente degli alpini della divisione Tridentina   che combatte sul fronte greco  durante il secondo conflitto mondiale e nel 1952 fu nominato tenente colonnello del genio militare degli alpini.

A Nikolaiewka la neve si tinse di rosso del sangue dei nostri a alpini ed è per questo che il più volte citato villaggio russo è ricordato come la tomba delle nostre valorose penne mozze. Con la vittoria degli alpini avvenuta a Nikolayewka fu aperta la via per consentire a 13.400 alpini di uscire dalla sacca. Purtroppo si contarono 7.500 alpini tra i feriti e congelati. Circa 40-000 alpini rimasero indietro, tanti morirono sulla neve. Altri furono dichiarati dispersi  oppure catturati e imprigionati.

 Renato Sacchelli 

Le decorazioni agli Alpini (tratte dal sito internet esercito.difesa.it)

Attualmente i reggimenti degli Alpini sono otto e le loro bandiere sono decorate di 9 Croci di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia, 10 Medaglie d'Oro, 30 Medaglie d'Argento, 8 Medaglie di Bronzo ed 1 Croce di Guerra al Valor Militare, di 3 Medaglie di Bronzo al Valore dell'Esercito, 1 Medaglia d'Oro, 1 d'Argento e 1 di Bronzo al Valor Civile e 1 Croce d'Oro e 1 Croce d'Argento al Merito dell'Esercito, 6 Medaglie d'Argento di Benemerenza, 4 Medaglie di Bronzo al Merito della Croce Rossa Italiana.

domenica 29 gennaio 2017

Auguri a Versilia Oggi

Sono sempre stato molto attaccato a Versilia Oggi, che quest'anno festeggia 50 anni. Iniziai a scrivervi nel 1982, perché mi ricordava le radici della mia terra nativa. Un sentimento che sentivo forte, anche perché per decenni avevo vissuto lontano da essa, in giro per l'Italia, avendo
prestato servizio per molti anni,  nel mitico Corpo qual è la Guardia finanza.

Ho sempre sostenuto il lavoro del direttore Giorgio Giannelli, nelle sue numerose battaglie, sperando che il nostro giornale potesse diventare sempre più letto e importante (sognavo anche una sede con una grande scritta luminosa sul tetto, come i grandi quotidiani nazionali). Se l'Aquilone (così Giannelli amava chiamare il suo giornale) viene ancora oggi ricordato e apprezzato lo si deve sicuramente alle capacità del suo fondatore, e alla bravura e all'impegno dei tanti collaboratori che nel corso degli anni hanno scritto pagine davvero molto importanti. Sarebbe bello, anche se difficile, poterli ricordare tutti, uno ad uno.

Fu grande la gioia che provai quando vidi scorrere, nei nostri fiumi, l'acqua non più col colore  del latte,cui si arrivò dopo una lunga battaglia intrapresa anche da Versilia Oggi per far cessare lo scarico dei residui della segatura dei blocchi di marmo nel fiume, forte fu anche la difesa dell'ospedale per evitare di trasferirlo altrove con gravi disagi per la popolazione del posto. Tutto fu vano nonostante un plebiscito popolare di cui le autorita regionali non ne tennero conto. Versilia Oggi svolse anche
una forte propaganda a favore della costituzione del Comune Unico pensato da uomini illustri che avevano fondato  l-Unione Versiliese.
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In un articolo del 1985 denunciai il pessimo stato in cui era tenuto il cimitero di Seravezza, in modo particolare ero rimasto colpito dal fatto che non vi fosse un bagno pubblico in funzione. Qualche anno dopo raccontai la disavventura di una ragazza,residente a La Spezia in visita coi suoi familiari  al nostro camposanto alla disperata ricerca di un bagno, che ancora non c'era. La poveretta fu costretta a fare i suoi bisogni nel vicino bosco. Ricordo anche che parlai dei grandi sacchi neri per l'immondizia all'interno dei quali vidi racchiuse le ossa dei defunti, dissepolti dalle loro tombe. Quei poveri resti erano lasciati in una stanzetta adibita alle eventuali autopsie, aperta, senza alcun rispetto, alla mercè di tutti. Nel mio piccolo, credo di aver aiutato anch'io l'Aquilone a volare, cercando di scrivere cose che scaturivano dal mio cuore, a difesa degli interessi della nostra terra. Viva La Versilia! Di ieri, di oggi e di domani. 

Renato Sacchelli

sabato 24 dicembre 2016

Auguri a tutti e viva il Presepio!

Da bambino vedere il Presepio nelle chiese della mia terra, la Versilia, ed anche in qualche abitazione privata, mi ha sempre fatto provare delle bellissime sensazioni. Ricordo quando, insieme alla mamma e a mio fratello Sergio, visitai per la prima volta quello allestito nella chiesa di Vallecchia, l'antica Pieve di Santo Stefano. Era stato preparato utilizzando statuine vecchie di secoli e, proprio per questo motivo, di grande valore. La nascita di Gesù bambino deve aver commosso molto il cuore di San Francesco d'Assisi, che fu il primo uomo al mondo a pensare di dare vita, nel 1223, ad una rappresentazione iconografica della Natività.

 Ai tempi in cui frequentavo l'asilo infantile Delatre di Seravezza, in una fredda serata invernale, vicina alle feste natalizie, dopo cena mia mamma, appena sparecchiata la tavola, nella cucina annerita dal fumo del camino e scarsamente illuminata da una lampada a petrolio, pose una scatola sulla tavola. La aprì e vidi che al suo interno erano state avvolte con minuziosa cura, nella carta di giornale, diverse statuine di gesso che sarebbero servite per allestire il Presepio. Le aveva acquistate in un negozio seravezzino. Rivedo i volti gioiosi del babbo e della mamma e i bagliori sprizzanti dai loro occhi felici quando notarono che quel dono aveva riempito di gioia il cuore dei loro due bambini (gli altri due miei fratelli ancora dovevano nascere). In quel periodo mio padre lavorava su una cava del Trambiserra. Quando a causa del brutto tempo, specie d'inverno, non poteva raggiungere il posto di lavoro, la mamma soffriva perché sapeva che senza i soldi guadagnati da mio padre lei non avrebbe potuto pagare la spesa che faceva ogni giorno per darci da mangiare, non essendovi, purtroppo, altre entrate nella nostra famiglia.

Fortunatamente i titolari delle botteghe segnavano su un apposito registro gli importi della spesa fatta, annotando ovviamente anche la data. E appena i cavatori ricevevano la “quindicina” (si riceveva il salario ogni due settimane) andavano a saldare il conto. Si deve al credito fatto da queste botteghe se negli anni della mia fanciullezza, ed anche in quelli delle precedenti e successive generazioni, molte famiglie sono riuscite a sopravvivere dignitosamente. Mia madre per molti anni si servì della bottega di generi alimentari situata a Riomagno, gestita dalla signora Onorina e da suo marito, un invalido, non ricordo se del lavoro o di guerra. Il bellissimo Presepio ricevuto in dono dai miei genitori mi ha sempre fatto pensare ai sacrifici che devono aver fatto per comprarlo, viste le loro ristrettezze economiche. Quando i tedeschi, nella tragica estate del 1944, fecero saltare in aria molte case di Seravezza, da Riomagno alla Fucina, sotto il Monte Canala e lungo la criniera del Monte di Ripa, tra le quali, al Ponticello,  vi era anche la nostra casa, radendo al suolo anche Corvaia e Ripa, anche il mio Presepio finì sotto un cumulo di macerie.

Ho sempre pensato alla sacralità delle feste natalizie, per questo resto di stucco ogni volta che leggo le polemiche sui Presepi “negati” nelle scuole o in altri edifici pubblici. Trovai incredibile, qualche anno fa, la notizia che un grande magazzino italiano avesse deciso di cessare la vendita delle statuine, quasi che quell'articolo, “passato di moda”, non fosse più desiderabile dai clienti. E rimasi addirittura allibito quando appresi che in una località vicina a Pordenone mani ignote avevano sottratto da un Presepio la statuina di Gesù bambino, che fu ritrovata impiccata all'interno di un cimitero. Sono stato battezzato e credo nel Signore, anche se ho profondo rispetto nei confronti di chi professa religioni diverse da quella cristiana, o non crede affatto. Non mi piace però che in nome del principio sacrosanto della laicità si impediscano, come purtroppo è avvenuto, le benedizioni degli studenti (nei periodi di Pasqua o di Natale) all'interno di alcune scuole pubbliche.

Credo sia una triste quanto inutile sopraffazione. Chi professa la propria fede va rispettato. A maggior ragione tenuto conto che la fede, nel caso specifico, fa parte anche della nostra cultura (“non possiamo non dirci cristiani”, diceva Benedetto Croce). Auspico l'approvazione di una legge che tuteli chi, nel proprio Paese, intende continuare a festeggiare le antiche tradizioni popolari della nostra fede, che dovrebbero essere viste con piacere e rispetto anche dagli stranieri non cristiani che, per vari motivi, si trasferiscono da noi. L'integrazione parte anche dal rispetto. Che deve essere reciproco, ma senza che ognuno sia costretto, stupidamente, a negare la propria identità.

Renato Sacchelli  

giovedì 22 dicembre 2016

Il Feroce Saladino e il sogno di un bambino

Verso la fine degli anni 30 insieme al mio amico Gianfranco Pea (purtroppo scomparso qualche anno fa), con cui frequentai l’asilo e successivamente la scuola elementare, ci demmo molto da fare per trovare una rara figurina chiamata "il Feroce Saladino".

Noi ragazzi del Ponticello non avevamo nemmeno pochi spiccioli per comprare un pallone, tant’è che giocavamo con un involucro rotondo fatto con la carta avvolta con gli stracci. Poter avere le bellissime figurine prodotte dalle ditte più importanti dell'epoca (Perugina, Barilla, Liebig e molti altri famosi marchi) per noi ragazzi era un vero e proprio sogno.

Una mattina, mentre passavo davanti alla casa dove abitava la famiglia Speroni, mi sentii chiamare dal loro giovane figlio, William, che aveva qualche anno più di me. Insieme al suo babbo era nel fondo che avevano al piano terra della loro casa: si accingevano a fare il trasloco per trasferirsi nella nuova abitazione, fatta costruire vicino alla sala cinematografica, in cima alla strada che conduce al Palazzo Mediceo, allora sede del Comune di Seravezza.

Appena entrai William mi disse subito che voleva regalarmi delle figurine che aveva raccolto e conservato negli anni. Mi parve di cogliere un leggero sorriso sul volto di suo padre, quando ascoltò la generosa offerta che mi aveva fatto suo figlio. Un dono che mi rese felice come non mai.

Purtroppo quando gli operai della Todt fecero saltare in aria le case di una parte di Seravezza, tra le quali la mia, tutte quelle figurine finirono sotto le macerie, insieme ad altri bei ricordi dell'infanzia.

E ora che William e i suoi genitori sono nella casa del nostro Padre Celeste, amo ricordarli tutti come persone buone e giuste. Ciao William!
Renato Sacchelli


lunedì 23 maggio 2016

Grazie professor Costantino Paolicchi

Mi fa piacere parlare del professor Costantino Paolicchi, il "versiliese doc" di cui sono sempre stato ammiratore. 
Qualche anno fa lessi con gioia, su Versilia Oggi, il suo articolo intitolato il ”Paese dell’anima”. Con questo suo scritto riuscì a farmi rivedere  la mia Seravezza degli anni 30 e dell’immediato dopoguerra, con tutti i ponti fatti saltare in aria dai tedeschi e molte abitazioni rase al suolo (tra le quali anche quella dove io nacqui)  al di là del fiume, a ridosso del Monte Canala, da Riomagno  fino alla Fucina. La totale distruzione delle case continuò in Corvaia, alla Centrale ed anche a Ripa.
Seravezza fino a quando non fu insanguinata dalla guerra con l’arrivo degli alleati, che avvenne dopo la metà di settembre del 1944, era popolata da uomini impegnati nei lavori sulle cave, lungo le vie a lizza, nelle segherie, fonderie, officine, falegnamerie e in numerosi laboratori del marmo, nei quali lavoravano scultori molto bravi.

Personalmente ricordo di avere visto scolpire una copia della Pietà di Michelangelo nel laboratorio sopra  i telai della segheria del Salvatori, nel periodo dopo la caduta del fascismo, vicino al molino del Bonci. Ho rivisto la fantastica uccelliera che era davanti al bar di Angelo Battelli, ubicato nella centrale piazza Carducci dietro il monumento ai Caduti, dedicato all’uomo nudo di Seravezza che tiene alzato sopra la testa una grossa pietra. Ho rivisto anche innalzarsi nel cielo il pallone aerostatico fatto costruire da già citato  Angelo Battelli, che sempre animava le feste seravezzine. 
Ho rivisto anche  la  criniera del monte di Ripa, senza più neppure una pianta di pino né un arbusto: la cima crivellata dalle cannonate e dai colpi di  mortaio sparati su quel terreno, pieno di trincee dei soldati americani della divisione Buffalo, pareva fosse stata arata: non c’era rimasto un solo filo di erba in quel punto a  ridosso del formidabile caposaldo difensivo creato dai tedeschi sulla cima del monte chiamata il “Castellaccio”. 
Il giorno che percorsi  quel terreno respirai l’aria maleodorante dei resti dei soldati americani sepolti vicini alle trincee in buche poco profonde e ricoperte con poche palate di terra. 

Era il lavoro che si svolgeva  nella nostra terra che dava la vita alla gente, anche se era davvero molto faticoso non solo per gli operai, ma anche  per  i buoi  che tiravano i carri carichi di grossi blocchi di marmo dai poggi di caricamento della Desiata, fino alle  segherie spronati anche dalle urla e dalle imprecazioni dei cavatori che frustavano gli animali.
Quando ero bambino le vie centrali di Seravezza venivano cosparse di ghiaia, motivo per cui a causa  del passaggio di carri e degli autocarri  si alzava molta polvere:  per ridurre questo fastidioso fenomeno con una autocisterna (mi pare che fosse del Comune) condotta dal figlio più grande del barbiere del paese,  di nome Scali, sulle strade veniva spruzzata molta acqua con gli annaffiatoi applicati sulla parte anteriore dell’autocisterna.
Insieme al parroco di Seravezza, monsignor Angelo Riccomini, partecipai, come chierichetto, alla benedizione della casa  abitata dalla signora Teresa Pilli, mamma del professore Dino Bigongiari, che dal 1904 al 1950 fu docente  presso la Columbia Università di New York. La mamma di Dino ai primi tempi del 1940 era la donna più  anziana di Seravezza. In quel tempo era costretta a letto e veniva  continuamente assistita, notte e giorno, dalla mamma di Elena Tabarrani  sorella di  Vincenzo, calciatore del Seravezza (veniva indicato come Tabarrani II).
Voglio anche accennare al famoso scrittore e poeta Enrico Pea, che nacque a Seravezza nel 1881 e morì Forte dei Marmi nel 1958. La prima volta che lo  vidi fu nel 1950: lo incontrai vicino al ponte della Passerella. Aveva un passo svelto e una barba ben curata. Nei tempi in cui andavo a scuola seppi dal mio coetaneo ed amico fraterno Gianfranco Pea che Enrico Pea era suo cugino. 

Il professor Paolicchi nei suoi scritti ha ben evidenziato il pensiero di Pietro Pancrazi, che collocando Enrico Pea fra gli scrittori d’eccezione, sottolineò che costoro  “scrivono come detta dentro e basta”. Poi, chiedendosi come il Pea avesse imparato l'arte, osservò che se fosse stata rivolta a lui questa domanda “si sarebbero visti gli occhi commossi del Pea rivolti al cielo per farci capire il suo riferimento alla Provvidenza”.
Quando frequentavo le scuola elementare venni a  sapere che un seravezzino insegnava ai giovani americani in una famosa  università: non riuscivo a comprendere come fosse potuto accadere un fatto del genere. Mi sembrava, all'epoca, una cosa davvero incredibile.

Renato Sacchelli

mercoledì 18 maggio 2016

ENZO TORTORA, PER NON DIMENTICARE


Desidero ricordare l'anniversario della morte di Enzo Tortora, avvenuta il 18 maggio 1988, pubblicando sul mio blog la cronistoria della sua odissea nella giustizia. Bersagliato da accuse infamanti, dopo un lungo calvario riuscì a veder riconosciuta la propria innocenza, ottenendo l'assoluzione con formula piena. Le tappe di questa triste vicenda sono state sintetizzate da sua figlia Silvia in un articolo che fu ripubblicato da un gruppo di fantastici studenti universitari della facoltà di Scienze Politiche di Pisa, nel loro foglio che si chiamava "IL" (Informazione Liberale).

- 17 giugno 1983 - Alle quattro e un quarto del mattino, Enzo Tortora viene arrestato all’Hotel Plaza di Roma dove alloggia temporaneamente per le registrazione del programma di Retequattro Italia Parla, condotto con Pippo Baudo. Portato alla questura Centrale , Tortora attende ( nonostante che sia stato colpito da un collasso cardiaco) fino alle ore 11 di essere trasferito al carcere di Regina Coeli. L’accusa non la conoscono nemmeno in Questura. Hanno eseguito un ordine d’arresto, spiccato dalla Procura di Napoli, per associazione a delinquere di stampo camorristico, finalizzata al traffico di armi e stupefacenti. Appena lascia la Questura in manette Tortora si trova davanti a centinaia di giornalisti, teleoperatori e fotografi. La sua foto, con i ferri ai polsi, fa il giro del mondo.

- 27 giugno 1983 – I giudici napoletani Lucio Di Pietro e Felice Di Persia arrivano a Roma per il primo interrogatorio. Sono passati 10 giorni dall’arresto e la notizia di Tortora in carcere mantiene le prime pagine sui giornali. Si parla di affiliazione alla Nuova Camorra Organizzata. Il nome di Tortora sarebbe stato fatto da due camorristi pentiti: Pasquale Barra e Giovanni Pandico.

- 15 agosto 1983 - Enzo Tortora viene trasferito dal carcere di Regina Coeli a quello di Bergamo, più attrezzato clinicamente: le sue condizioni di salute, infatti, stanno peggiorando.

 - 29 settembre 1983 - A Bergamo si svolge il secondo interrogatorio di Tortora dopo tre mesi e mezzo di detenzione. Lo conduce il Giudice istruttore Giorgio Fontana. A Barra e Pandico si è aggiunto un certo Margutti; sedicente pittore che avrebbe visto coi suoi occhi Tortora spacciare droga negli studi di una emittente privata. Inoltre il numero telefonico del presentatore sarebbe stato rinvenuto nell’agendina di un malavitoso di nome Giuseppe Puca, rinchiuso in un carcere di Lecce. Tortora nega ogni addebito.

- 1 ottobre 1983 - Il Corriere della Sera pubblica un articolo, a firma di Adriano Baglivo, nel quale si accusa Tortora, tra l'altro, di essere proprietario di yacht e di avere rubato i fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia, raccolti attraverso alcune trasmissioni televisive. In seguito il giornalista viene condannato per diffamazione.

- 17 gennaio 1984 - Enzo Tortora lascia il carcere di Bergamo per tornare a casa sua a Milano. Gli vengono concessi gli arresti domiciliari. Dopo poco viene ricoverato per accertamenti in una clinica.

- 4 febbraio 1984 - Ha inizio a Napoli il processo di primo grado. Durerà 7 mesi, 67 udienze e una settimana di sedute in camera di consiglio. Nel frattempo Tortora che si è visto revocare gli arresti domiciliari, frequenta regolarmente il Parlamento europeo.

- 9 marzo 1984 - Tortora viene trasportato in ambulanza da Milano a Napoli. Nel frattempo le sue condizioni di salute sono peggiorate e nonostante che i medici gli sconsiglino il viaggio , accetta di sottoporsi, nella caserma Pastrengo di Napoli ad un confronto con due nuovi pentiti Gianni Melluso e un certo Andrea Villa che viene presentato a Tortora , con un cappuccio nero in testa. Alla presenza dei giudici Tortora nega qualunque circostanza o conoscenza con i due pregiudicati. Dopo venti ore di viaggio in ambulanza Tortora torna alla clinica città di Milano.

- 5 maggio 1984 -Tortora annuncia la sua intenzione di candidarsi nelle liste del Partito Radicale alle elezioni per il Parlamento Europeo. La proposta è partita da un vecchio amico Marco Pannella . il mondo politico accoglie la notizia con atteggiamenti differenti. Viene evocato il caso di Toni Negri che una volta eletto nelle liste radicali preferì fuggire in Francia.

- 17 giugno 1984 - Dopo sette mesi di carcere, quattro di arresti domiciliari in casa e un mese agli arresti in ospedale, Enzo Tortora viene eletto eurodeputato al Parlamento europeo con oltre 500 mila preferenze , battendo perfino Marco Pannella,. Prima delle elezioni indirizza una lettera al Manifesto, nella quale annuncia: “Mi dimetterò da parlamentare e mi farò processare da privato cittadino . Pronto anche a rientrare in carcere se necessario”.

- 17 luglio 1984 - Il Tribunale di Napoli emette l’ordinanza di rinvio a giudizio per 640 imputati (87 nel frattempo hanno ottenuto la libertà perché il provvedimento era frutto di errori). La sentenza di rinvio è di 1426 pagine, 66 delle quali dedicate a Enzo Tortora.

- 17 settembre 1985 - Tortora viene condannato a dieci anni e sei mesi di reclusione.

-  17 novembre 1985 - Cade Il governo Craxi. Dopo tre giorni il “camorrista” Tortora va al Quirinale in qualità di Presidente del Partito Radicale per le consultazioni di rito con il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga

- 10 dicembre 1985 - Tortora pronuncia in francese il discorso di addio al Parlamento europeo.

- 29 dicembre 1985 – Il presentatore si consegna alle forze dell’ordine in piazza Duomo a Milano. Viene accompagnato senza manette stavolta a, casa sua, ancora una volta agli arresti domiciliari.

- 14 gennaio 1986 – Viene depositata la sentenza di condanna. Sei volumi, 267 pagine su Tortora definito “socialmente pericoloso”, nonché cinico mercante di morte”. Il pm Diego Marmo sostiene che la sua nomina al Parlamento europeo sarebbe frutto di voti della camorra.

- 20 maggio 1986 – Comincia il processo d’appello a Napoli, alla quinta Sezione del Tribunale.

- 1 Settembre 1986 - L’avvocato Della Valle pronuncia l’arringa di difesa della durata di sette ore. Radio Radicale manda in onda tutto il processo di secondo grado così- com'era avvenuto per il primo. Tortora parlerà l’11 settembre, concludendo rivolto ai giudici: “ Io sono innocente. Spero lo siate anche voi”.

- 15 settembre 1986 - La corte pronuncia il verdetto alle undici di mattina. Enzo Tortora è ASSOLTO CON FORMULA PIENA. Dopo 1185 giorni di odissea nell’ingiustizia.

- 20 febbraio 1987 – Dopo una serie di serrate trattative con la Rai e con la Fininvest. Tortora torna in Tv. Sceglie la Rai perché dispone della diretta. Su Raidue Tortora riappare con Portobello, il mercatino del venerdì che dal 1977 al 1983 registrò il record d’ascolto della televisione italiana (28 milioni nell’ultima edizione del 1983). La prima frase pronunciata da Tortora, dopo un lunghissimo applauso iniziale, fu questa: “Dove eravamo rimasti?”.

- 17 giugno 1987 - La prima Sezione della Corte di cassazione conferma la Sentenza di assoluzione piena formulata nel processo di appello.

- 18 maggio 1988 – Nella sua casa di Milano, Enzo Tortora muore stroncato da un tumore, a 59 anni. Ai suoi funerali celebrati a Sant’Ambrogio, partecipano migliaia di cittadini. Poco prima di morire Tortora aveva presentato una citazione per danni contro i magistrati napoletani, in base alla nuova legge sulla responsabilità dei giudici. La cifra richiesta fu di cento miliardi. Non gli è mai stato riconosciuto il diritto al risarcimento. Il Csm archivia il caso Tortora non ritenendo responsabili i magistrati che lo hanno trasformato da cittadino per bene a mostro ”socialmente pericoloso”.
  Silvia Tortora