martedì 24 giugno 2008

Staffetta

A marzo, a Roma, i politici

dovevano correre la staffetta,

in palio anziché medaglie

e lucenti coppe, c’era

la poltrona prestigiosa

riservata al Capo del Governo.

Il vincitore pareva già designato,

almeno così, più volte,

l’avevo letto sul giornale.

Il PSI lascerà il posto alla DC,

De Mita subentrerà a Craxi !

Poi, per via del nucleare

e su questioni referendarie,

le cose si misero male.

Dimissioni dell’esecutivo,

consultazioni, esplorazioni,

riconsultazioni, ci portarono

ad un Governo istituzionale,

ch’ebbe una fiducia che invece

non fu considerata tale.

Insomma una gran confusione,

tant’è che fu il popolo

a correre la staffetta

senza corsie preferenziali,

ma con il testimone

che i politici gli avevano

di prepotenza rifilato

nella mano.

lunedì 23 giugno 2008

Morte di Filippo Raciti, valoroso ispettore capo della Polizia

Sbigottito e sconvolto dal dolore.
Ecco cosa ho provato nel mio cuore
nel veder le immagini sconvolgenti
e terrificanti, trasmesse dalla televisione,
dopo l'’incontro di calcio, sì del pallone,
Catania-–Palermo, disputato il 2 febbraio 2007.

Doveva essere un momento di sana allegria
tale da riempire di festa tutta la tifoseria
che doveva scambiarsi sorrisi e abbracci
mentre nell’'aria avrebbero dovuto far volare
palloncini rosso-azzurro e rosa nero, tanto da incantare,
nel veder nel cielo, colori più accesi e caldi dell’'arcobaleno.

Amore, questa la cosa fondamentale che doveva unire i tifosi.
Invece è scoppiata una dura battaglia, voluta da troppi facinorosi,
sì da violenti teppisti, che senza alcun timore,
contro le Forze dell’'Ordine, si sono lanciati con furore
e la Polizia con grande impegno ha reagito
per riportare la calma e ripristinar l’'ordine sovvertito.

Gli uomini della Legge non sono stati premiati,
uno di essi, l’'ispettore capo Filippo Raciti
che correva instancabilmente in qua e là,
dove gli scontri si facevan sempre più serrati,
colpito da un corpo contundente,
cadeva a terra ferito mortalmente.

Incredibile la scena di questa inaudita violenza,
che ha tremendamente scosso la nostra coscienza,
un orrore ripugnante questa brutale aggressione,
che vilmente ha stroncato il cuore di un valente servitore,
figlio del popolo, padre di famiglia che tentava di riportare alla calma
tutta quella folta e scatenata teppaglia.

Meritavano profondo rispetto gli uomini della Polizia
per il duro servizio da sempre esplicato,
invece teppisti violenti li hanno attaccati,
brandendo corpi contundenti e quant’'altro che
capitava fra le mani di questi forsennati
che non ragionavano più perché molto indiavolati.


Questa vigliacca aggressione che ha generato
tanta violenza e la vile uccisione di Raciti
ci ha sprofondato nel più grande dolore.

In un luogo d'’incontro tra giovani forti e felici,
e per questo fonte di gioia di vivere,
nessuno avrebbe dovuto invece soffrire e morire.

Per l'incredibile scomparsa
di questo fedele servitore,
piangono la sua adorata sposa e i due figli
Alessio e Fabiana, insieme a tutti i parenti e amici.
Piangono con loro tutti gli italiani
che rispettano le leggi, e sono quindi di principi sani.

La vedova di questo poliziotto ci ha fatto conoscere
ciò che le disse Filippo il giorno del suo
quarantesimo compleanno:
"“Ho firmato per la donazione degli organi!”".
Non è possibile fare l’'espianto, le risposero i medici.
il corpo di suo marito è a disposizione del perito.

In quel momento la vedova pensò che
avevano rubato anche l'’ultimo desiderio
manifestato dal suo caro e amato marito,
difensore strenuo della legge, nel cui cuore,
aveva però riservato ampi spazi d’'amore, da dedicare
a tutte le abbisognevoli creature del Signore.

Morì senza nimo accanto

Sul mucchio di fieno misso nel cantone

del fondo buio pieno di attrezzi,

stacea mi’ mà con la figlioletta in braccio

e ccon la gamba gonfia e fferita da le schegge

dei colpi di mortaio sparati dai Tedeschi;

seduta su una seggiola c’era anco la mi’ nò

che pregava in continuazione : “ Avemmaria... “,

mentre l’eco terrificante de le esplosioni

l’aveimo sempre ne le nostre orecchie.

“ A Giustagnana un si póle più sta,

dobbiemo scappà. Via! Andiemo via ! “,

così decise mi pà.

“ E la nò, che un ce la fà a ccamminà ? “

“ La guardo io... “, fu quanto promisse una sfollata,

a la quale lasciammo tutto quélo

ch’era rimasto ne la borsa del mangià,

comprese le scatolette di carne congelata

che i ssoldati mericani ci aveino datto,

per le pesanti munizioni fin sule loro trincee portate.

Fuggimmo di matina ed in cima al Montornato

rividdi il mare, ma non più la mi nò.

Morì lassù disperata, senza nimo accanto,

le rubbarono la vera e ggli orecchini d’oro

e la tèra d’una piana, senza la bara,

ricoprì il su’ corpo.

Ah, se potessi davéro ritornà indietro,

tanto farei per un staccarmi mai da lé,

per accarezzalla e sstringelle le mane,

per dille: “ Ecchimi nò, un sei rimasta sola! “

Anco se eno passati tanti anni da quel giorno,

vivo e immutato drénto di me è rrimasto il su’ ricordo

e pper questo che ancora oggi sono triste e ppiangio.

Renato Sacchelli

venerdì 20 giugno 2008

La nuova bandiera

Auree luci nel cielo

sprigiona la bandiera

che hanno disegnato

gli uomini uccisi

dalle canne di fuoco

di chi, con la violenza,

intendeva toglierci

il bene acquisito,

sin da quando abbiamo

emesso il primo vagito:

la Libertà !

Questo grande vessillo

un lenzuolo macchiato,

impregnato di sangue,

sempre ammainato

sui corpi senza vita,

lo vorrei issare

sul pennone più alto

piantato sulla Terra,

per farlo sventolare

in onore della schiera

di eroi e martiri,

caduti a difesa,

della nostra Libertà.

giovedì 19 giugno 2008

Una nuova luna per sognare

Per tantissimi anni

l’uomo ha sognato

dolci canzoni d’amore

che facevano vibrare

il cuore degli amanti

che vivevano passioni ardenti

sotto il lume della

splendente, pallida,

verde, sorridente luna;

ricordo, quand’ero giovane,

che ce n’era una anche

tutta algerina.

Quando Neil Armstrong,

sceso dal Lem,

posò i piedi sul suolo

lunare, cosparso

di polvere e sassi

e constatò che tutt’intorno

era grigio e nero,

finì per gli uomini

il bellissimo sogno

che durava fin dall’antichità:

arrivare fin lassù per amare

donne dalla pelle chiara di luna.

Era il ventuno luglio

millenovecentosessantanove,

ore quattro e cinquantasei.

Da allora l’uomo

avverte un gran bisogno

di scoprire una nuova luna

per continuare a sognare,

amare e cantare.


Un parlatimi più di paradisi artificiali

Finimola ragà di giocà col foco;

la droga v’avvelena e po’ vi uccide;

perchè, ditimi perché vi bucate?

E atroce, duvete capillo, quelo che fate.

Col cervello bloccato da false sensazione

un riscite a vedè la bellezza de la vita

che tale è se vissuta accanto a le persone

che vi voglino vramente bene:

la mà, il babbo, i fratelli, le sorelle e i nonni

e ‘na giovenetta che po’ doventerà

la vostra cara e fedele sposa.

Nell’amore e nella capacità di lavorà

troverete la forza per superà, state seguri,

i momenti dificili che attraversate.

Siate forti per strappà a le rocce

le mitiche, guasi inafferrabili, stelle alpine

e lassù, da le cime dei monti che scalerete,

finalmente capirete,

di avello sotto il vostro sguardo,

il Mondo meraviglioso che Dio ha creato

per voi e per tutta l’Umanità.

E un parlatimi più di pradisi artificiali

e ascoltatimi ragà per il vostro bene.

Un volo senza ali
Piangeva, col volto sul guanciale,
la giovane nord africana,
mentre nella povera casa
giocavano, ignari di ciò che avea
in  mente  la sventurata madre, 
i tre bambini,i soli tesori avuti dalla vita.
Rimasta sola, coi suoi sogni infranti,
in quanto abbandonata nell’immensa città
da un uomo vile e infame,
indegno di essere padre,
la donna capiva
che la situazione familiare,
così com’era, a lungo
non poteva continuare.
Quando, udita nelle scale
la voce dell’assistente sociale,
erroneamente pensò:
“Ecco, è giunto il momento
del distacco.” Gridò:
“No ! Non voglio ! Non dovete
portare via i miei bambini.”
Invece della porta
aprì la finestra
e così vide le rondini
sfrecciare liberamente
davanti alla sua casa
e sparire nell’azzurro cielo.
Follemente immaginò
che anche i suoi figli,
muovendo le braccia e le manine,
potessero volare senza ali,
per raggiungere un mondo migliore
dove prevalgono sentimenti d’amore
e per non soffrire più,
forse per fargli ritrovare
anche il padre.
In un baleno, uno ad uno,
li lanciò nel vuoto.
Si spaventò quando s’accorse
che invece di volare
s’erano schiantati
sul selciato stradale.
Di corsa, allora, scavalcò il davanzale,
per riprendere i suoi piccini,
per stringerli al suo petto,
per dirgli quanto li amava,
per baciarli, baciarli,
ancora, ancora.
Anche lei finì di schianto
accanto ai suoi tesori;
fu un impatto violento.
Voleva allungare le mani
per accarezzarli,
ma non poteva,
desiderava parlare con loro,
ma non poteva;
immobile, paralizzata,
non aveva più la voce.
Solo i suoi grandi occhi
sbarrati, dilatati,
esprimevano il suo amore
e tutta l’angoscia
ed il profondo dolore
per una vita breve vissuta
in una società dove esistono
uomini senza cuore
e dove molte creature
sono abbandonate
al loro tragico destino.
Renato Sacchelli

mercoledì 18 giugno 2008

Timido da morì

Avea i capégli biondi e occhi color del mare
la gióvena che, a Ripa, il còre gli fé palpità.
Timido da morì, doppo un po’ che le stacea intorno,
il bel giovénetto, con gentile garbo,
la invitò a bballà quando l’orchestrina
cominciò a ssonà un dolce tango,
‘na melodia che s’avvilucchia e dda sempre fà sognà.
Per inizià con lé a pparlà duvea approfittà del ballo,
però avea pagura di apparì antepatico,
d’esse banale, che confusione, gioia e ttristezza...
davéro ‘n pianto, per questa su’ inaspettata incapacità a ddialogà.
Ma il còre lo soccorse a mmetà del brano musicale,
quando sussurrò: “ Ballo con la più bela del mondo”.
Lé lo guardo negli occhi e ppòe, a vvoce bassa, rispondette:
“Sei gentile e ccaro, ma quanta esagerazione,
tu solo mi vedi bela e ggnanco sóno più ‘na giòvenetta
e ggià ho vissuto storie con òmeni: che disperazione!
C’era la gùera e ssi patia la fame, ci fui costretta”.
“Un dì nulla, veni fòra a rrespirà un po’d’aria fresca,
si va al Cinquale, ti porto sula canna de la bicicrétta”.
Un dèra pesa: mentre pedalaa il giovénetto sentia
un inebriante profumo, sìè... il su’ profumo di donna.
Arrivonno quando il sole già toccaa l’orizzonte, scalzi,
mana ne la mana e ccol passetto de l’amore, andonno,
saltellando, incontro a le tenue onde che s’infrangevino,
lentamente, lungo la battigia; seduti in mezzo ai patini,
sula sabbia ancora calda, attesero
l’apparizione nel célo de la luna e de le stelle.