“
A Calcinaia (PI) nella antica Torre degli Upezzinghi, dal 7 al 15 ottobre di qualche anno fa, fu allestita una bella mostra di pittura in memoria della giovane artista versiliese Marta Gierut, prematuramente scomparsa.
Curata da Paolo Grigò e Lodovico Gierut, il babbo di Marta, noto giornalista e critico d’arte, l’esposizione, fu ispirata da una frase dello scrittore e poeta tedesco Johann Wolfagang von Goethe, il cantore dei colori. Questa manifestazione riscosse un notevole successo. Numerose le opere esposte realizzate da più di cento pittori, tutte di piccole dimensioni ma di alto spessore artistico, in cui prevale il colore giallo, ch’è quello del sole, che riscalda la terra e fa apparire dorate le spighe di grano.
E’ il Giallo che predomina nei quadri. Goethe, considerato il massimo scrittore in lingua tedesca, sotto falso nome, fece un viaggio in Italia nel biennio 1786-88, durante il quale rimase incantato, dalla bellezza delle nostre opere d’arte e dai colori della nostra terra, tanto da ispirarlo a scrivere i libri “Teoria dei colori” e “Metamorfasi delle piante”.
Vedere appena sono entrato nella storica Torre, incorniciata in un quadro, l’immagine del volto stupendo e splendente di Marta Gierut, dal quale sprizzava felicità e vita, tanto da farmi apparire per lei lontanissima negli anni la sua morte, ha acuito il mio dolore sapendo che purtroppo questa sensibile artista e poetessa, qual è stata, non era più fra noi, anche se subito ho trovato conforto al solo pensare che la sua anima ora aleggia lassù negli spazi infiniti del Cielo, dove brilla la luce, dove c’è la pace, perché, per coloro che hanno la Fede nel Cristo nostro Salvatore, morire è vivere eternamente, un premio solo per le creature buone e giuste. E mi par bello anche pensare che da lassù ella tutti i giorni posa il suo sguardo sui loro cari e affranti genitori colpiti da un dolore immenso per la sua prematura scomparsa.
La bellezza di questa mostra venne ancora di più evidenziata dalle fotografie riportate nel DVD, realizzato per l’occasione, in cui furono illustrate tutte le opere esposte.
Marta Geirut fu studentessa dell’Istituto d’Arte Stagio Stagi di Pietrasanta e dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. Fu allieva anche del grande scultore Franco Miozzo. Primeggia fra le opere che ci ha lasciato, la grande scultura “Il volto e la maschera”, di cui parlò suo padre con un articolo che fu pubblicato sul numero 200 del marzo - aprile 2006 del periodico mensile cattolico il Dialogo del quale egli fu un prezioso collaboratore. Questa pagina fu fotocopiata su un foglio illustrativo che venne esposto all'interno della Torre degli Upezzinghi, perché i visitatori potessero conoscere i brevi anni della vita di Marta Geirut interamente dedicati all'arte che era la sua ragione di vita.
giovedì 24 febbraio 2011
Dal Manifesto dei diritti della Terra – Il discorso di Capo Seattle – Capriolo Zoppo – 1854
Riporto soltanto una minima parte dell’ampia risposta che il capo dei pellerossa Capriolo Zoppo nel 1854 diede al Presidente degli USA che gli aveva chiesto di vendergli la sua terra.
Toccando il tema dell’acqua, ecco, cosa disse: “ Noi considereremo la vostra offerta di acquisto Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua , ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra dovete ricordarvi che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli.. Se vi vendiamo la terra , voi dovete ricordare ed insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli ed anche vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello”.Parlando delle città disse: “Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca soltanto gli orecchi. E cosa è mai la vita , se l’uomo non può ascoltare il grido solitario dei succiacapre o i discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte? Ma io sono un uomo rosso e non capisco: L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino. L’aria è preziosa per l’uomo poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro. L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza. Ma se noi vi vendiamo la terra , voi dovete ricordare che l’aria e preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento che ha dato ai nostri padri il primo respiro , riceve anche l’ultimo respiro. E il vento che deve dare anche ai nostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati”.
P.S.
Parlò il grande e saggio capo indiano anche di altre tematiche tuttora attuali, in ordine alle quali l’uomo, nonostante siano trascorsi oltre 150 anni, non ha ancora imparato nulla per migliorare le sue condizioni di vita, anzi, sotto molti aspetti, ha peggiorato la situazione.
Toccando il tema dell’acqua, ecco, cosa disse: “ Noi considereremo la vostra offerta di acquisto Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua , ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra dovete ricordarvi che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli.. Se vi vendiamo la terra , voi dovete ricordare ed insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli ed anche vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello”.Parlando delle città disse: “Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca soltanto gli orecchi. E cosa è mai la vita , se l’uomo non può ascoltare il grido solitario dei succiacapre o i discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte? Ma io sono un uomo rosso e non capisco: L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino. L’aria è preziosa per l’uomo poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro. L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza. Ma se noi vi vendiamo la terra , voi dovete ricordare che l’aria e preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento che ha dato ai nostri padri il primo respiro , riceve anche l’ultimo respiro. E il vento che deve dare anche ai nostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati”.
P.S.
Parlò il grande e saggio capo indiano anche di altre tematiche tuttora attuali, in ordine alle quali l’uomo, nonostante siano trascorsi oltre 150 anni, non ha ancora imparato nulla per migliorare le sue condizioni di vita, anzi, sotto molti aspetti, ha peggiorato la situazione.
venerdì 18 febbraio 2011
Il Giugno Pisano: la Luminaria.
Strisce del cielo dove brillano da sempre miriade di stelle che alla vista dell’occhio dell’uomo appaiono come infiniti puntini luminosi, da secoli vengono staccate, per una notte, dalla “fantastica” creatività pisana, dalla volta celeste per posarle ordinatamente ed anche con geometrica precisione, lungo i muri dell’Arno, sulle facciate degli antichi palazzi e financo sulla superficie delle sue acque che continuano perennemente a scorrere verso il mare. La prima edizione di questa eccezionale luminaria, secondo manoscritti dell’epoca, risale al 1688, quando Cosimo III dei Medici fece mettere nella cappella del Duomo appena terminata, l’urna di cristallo contenente il resti di San Ranieri e che da allora fu chiamata col nome del Patrono. Il passaggio della “reliquia” fu salutato dai pisani con l’illuminazione delle strade e delle facciate degli edifici con tipici “lamparini” (lumi di cera accesi dentro appositi bicchieri di vetro). Dalla fine dell’Ottocento l’usanza dell’illuminazione, arrivata ai nostri giorni, assunse il nome di Luminaria. In effetti sembra che fin dai tempi remoti i pisani erano soliti illuminare il corso dell’Arno ed i palazzi per sottolineare in modo particolare liete ricorrenze. E' da dopo la costruzione della cappella di San Ranieri, che la luminaria si svolge insieme ai festeggiamenti dedicati al Santo Patrono. Inizialmente si svolgeva ogni tre anni e soltanto in occasione di eventi eccezionali la stessa veniva ripetuta senza tenere conto dell’apposito calendario. Nel tempo passato furono eseguite edizioni fastose fino agli ultimi due o tre decenni dell’Ottocento quando l' Autorità comunale fu costretta a sospenderle per difficoltà economiche. Dal 1886 la manifestazione fu ripresa, con fatica, per iniziativa di un circolo giovanile cattolico, grazie anche al contributo finanziario dell’intera comunità. Ma il ripristino alla grande di questa manifestazione pisana, avvenne nel 1937 unitamente a quella del Gioco del Ponte. Fu interrotta due volte: la prima avvenne per motivi connessi allo scoppio della seconda guerra mondiale (1940/1945) che continuò anche negli anni del dopoguerra fino al 1952, e la seconda dipese dalla esondazione dell'Arno che si verificò nel 1966, causando a Pisa il crollo del ponte Solferino e di alcuni argini.
La festa della luminaria di Pisa che viene effettuata il 16 giugno di ogni anno termina con un eccezionale spettacolo di fuochi pirotecnici che rende sempre più fantasmagorico parte del cielo della città della Torre pendente.
La festa della luminaria di Pisa che viene effettuata il 16 giugno di ogni anno termina con un eccezionale spettacolo di fuochi pirotecnici che rende sempre più fantasmagorico parte del cielo della città della Torre pendente.
domenica 13 febbraio 2011
Emilio Barberi, marinaio fortemarmino, medaglia d'oro al valore militare.
Ricordo bene quel giorno che appresi sui banchi dell'Avviamento professionale al lavoro di Seravezza che uomini ardimentosi della Marina militare, su speciali “barchini esplosivi” avevano violato la base navale inglese costituita nella rada di Suda, sulla costa settentrionale dell'Isola di Creta, riuscendo ad incendiarla, dopo aver colpito tre navi cisterna e un incrociatore. Faceva parte di questa squadra di marinai, che si erano preparati alla storica impresa, anche il fortemarmino Emilio Barberi che in quell'epoca rivestiva il grado di sergente cannoniere dei M.A.S..
Questa eccezionale impresa infiammò il cuore di tanti piccoli ragazzi di Seravezza che, nonostante la fame in corpo, cantavano canzoni che inneggiavano all'eroismo dei soldati, dei marinari e avieri italiani, ovunque impegnati in epiche battaglie.
Giorgio Giannelli, nel suo libro “ La Versilia ha vinto la guerra”, edito nel dicembre 1989, ha parlato con dovizia di particolari, del grande valore, dimostrato dai militari versiliesi in Etiopia, in Libia, in Russia, nei Balcani, ed in altre zone operative durante la seconda guerra mondiale.
Si contano medaglie d'oro, d'argento e di bronzo concesse al valor miitare dimostrato da tanti uomini versiliesi di ogni Arma e grado, diversi dei quali, purtroppo, insigniti di questa onorificenza alla memoria per avere perso la vita nel corso di sanguinose battaglie da essi combattute contro le forze nemiche.
In questo suo prezioso libro ha illustrato come si svolse questo storico assalto alla base navale di Suda che avvenne nella notte del 25 – 26 marzo 1941, quando uomini molto addestrati, a bordo di piccoli motoscafi a fondo piatto, larghi m. 1,90 e lunghi m.5,20, manovrabili dal pilota e carichi nella sua parte anteriore di 300 kg. di esplosivo, si portarono davanti alla rada di Suda, per entrare nell'interno della stessa , con il compito di individuare l'obbiettivo da colpire per affondarlo.
Favoriti dall'oscurità della notte, tutti i motoscafi riuscirono a forzare un triplice ordine di ostruzioni poste per impedire l'accesso a mezzi navali italo-tedeschi. Non fu facile per Emilio Barberi e i suoi compagni proseguire nell'attacco predisposto a causa di un fuoco intenso di sbarramento che iniziò subito dopo l'entrata nella rada di questi particolari barchini.
Dopo aver localizzato le navi da colpire, fu impartito ai marinai, che manovravano questi mezzi di assalto, l'ordine di attacco. Gli “arditi del mare” lanciarono i loro natanti sugli obbiettivi prestabiliti. Furono colpite tre navi cisterna e l'incrociatore York di 8.200 tonnellate.
A pochi metri di distanza dalla grossa petroliera che fu affondata dal barchino esplosivo di Emilio Barberi, questi si gettò in mare per raggiungere la riva nuotando vigorosamente. Da li attese che fosse catturato da pattuglie inglesi, mentre i suoi occhi osservavano la rada che stava bruciando.
Poco dopo fu catturato e fatto prigioniero da una pattuglia, che sbigottita e incredula da tanto sangue freddo del marinaio italiano e anche dall'indifferenza da lui dimostrata di fronte alle probabili rappresaglie che gli inglesi potevano prendere nei suoi confronti.
Il Barberi trascorse la lunga prigionia a Bopal nel centro dell'India. Alla fine della guerra venne decorato dagli stessi alti ufficiali della marina inglese che ebbero l'onore di appuntare sul suo petto la medaglia d'oro che gli fu concessa per questa impresa compiuta insieme ad altri marinai coraggiosi. L'ammiraglio Morgan che nel 1945, compì questo gesto cavalleresco, volle esprimere i suoi complimenti sia al Barberi che a tutti gli altri uomini che nel marzo del 1941 avevano compiuto questa leggendaria impresa.
Questa eccezionale impresa infiammò il cuore di tanti piccoli ragazzi di Seravezza che, nonostante la fame in corpo, cantavano canzoni che inneggiavano all'eroismo dei soldati, dei marinari e avieri italiani, ovunque impegnati in epiche battaglie.
Giorgio Giannelli, nel suo libro “ La Versilia ha vinto la guerra”, edito nel dicembre 1989, ha parlato con dovizia di particolari, del grande valore, dimostrato dai militari versiliesi in Etiopia, in Libia, in Russia, nei Balcani, ed in altre zone operative durante la seconda guerra mondiale.
Si contano medaglie d'oro, d'argento e di bronzo concesse al valor miitare dimostrato da tanti uomini versiliesi di ogni Arma e grado, diversi dei quali, purtroppo, insigniti di questa onorificenza alla memoria per avere perso la vita nel corso di sanguinose battaglie da essi combattute contro le forze nemiche.
In questo suo prezioso libro ha illustrato come si svolse questo storico assalto alla base navale di Suda che avvenne nella notte del 25 – 26 marzo 1941, quando uomini molto addestrati, a bordo di piccoli motoscafi a fondo piatto, larghi m. 1,90 e lunghi m.5,20, manovrabili dal pilota e carichi nella sua parte anteriore di 300 kg. di esplosivo, si portarono davanti alla rada di Suda, per entrare nell'interno della stessa , con il compito di individuare l'obbiettivo da colpire per affondarlo.
Favoriti dall'oscurità della notte, tutti i motoscafi riuscirono a forzare un triplice ordine di ostruzioni poste per impedire l'accesso a mezzi navali italo-tedeschi. Non fu facile per Emilio Barberi e i suoi compagni proseguire nell'attacco predisposto a causa di un fuoco intenso di sbarramento che iniziò subito dopo l'entrata nella rada di questi particolari barchini.
Dopo aver localizzato le navi da colpire, fu impartito ai marinai, che manovravano questi mezzi di assalto, l'ordine di attacco. Gli “arditi del mare” lanciarono i loro natanti sugli obbiettivi prestabiliti. Furono colpite tre navi cisterna e l'incrociatore York di 8.200 tonnellate.
A pochi metri di distanza dalla grossa petroliera che fu affondata dal barchino esplosivo di Emilio Barberi, questi si gettò in mare per raggiungere la riva nuotando vigorosamente. Da li attese che fosse catturato da pattuglie inglesi, mentre i suoi occhi osservavano la rada che stava bruciando.
Poco dopo fu catturato e fatto prigioniero da una pattuglia, che sbigottita e incredula da tanto sangue freddo del marinaio italiano e anche dall'indifferenza da lui dimostrata di fronte alle probabili rappresaglie che gli inglesi potevano prendere nei suoi confronti.
Il Barberi trascorse la lunga prigionia a Bopal nel centro dell'India. Alla fine della guerra venne decorato dagli stessi alti ufficiali della marina inglese che ebbero l'onore di appuntare sul suo petto la medaglia d'oro che gli fu concessa per questa impresa compiuta insieme ad altri marinai coraggiosi. L'ammiraglio Morgan che nel 1945, compì questo gesto cavalleresco, volle esprimere i suoi complimenti sia al Barberi che a tutti gli altri uomini che nel marzo del 1941 avevano compiuto questa leggendaria impresa.
martedì 1 febbraio 2011
Cerpelli Pompe
Ricordo la società Cerpelli pompe che fu fondata nel 1904 dall’ingegner Attilio Cerpelli. Questa società rivestì un ruolo importante dando lavoro a moltissime maestranze versiliesi contribuendo alla crescita dell’economia locale, a partire dal 1935, allorquando si trasferì dalla Liguria alla Centrale di Seravezza. Presso la società dell’onorevole Attilio Cerpelli lavorò anche mio padre nei primi anni 40 e mio cugino Giuseppe ( assunto il 1° aprile 1964, all’età di 15 anni, come apprendista tornitore e dov’è rimasto, senza soluzioni di continuità, per 38 anni ) e, nel 1949, per pochi mesi, anche chi scrive. Nelle officine versiliesi dell’onorevole Cerpelli (titolo acquisito dopo la sua elezione a deputato per il partito democratico liberale, nella 25^ legislatura del Regno d’Italia, prima dell’ascesa al potere di Benito Mussolini) lavoravano, negli anni precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale ed anche in quelli successivi, moltissimi giovani versiliesi, assunti come apprendisti meccanici, saldatori e tornitori. Nell’estate tragica del ’44 l’officina Cerpelli fu fatta saltare in aria dagli operai della organizzazione tedesca Todt, così come fecero per una parte di Seravezza e interamente a Corvaia e Ripa che furono rase al suolo. Nel 1948 l’onorevole Cerpelli riprese l’attività, impiantando a Querceta un’altra officina. Nel 1949 attivò una fonderia in un capannone preesistente in località Madonnina, a due passi dalla ferrovia. Fu grazie all’interessamento di mio padre che anche chi scrive lavorò in questa fonderia insieme a me furono assunti, senza essere assicurati, altri tre giovani apprendisti. La nostra paga era di trecento lire al giorno. Dopo il terzo mese di lavoro ricevemmo una lettera con la quale ci venne comunicato che la società aveva disposto a nostro favore l’aumento del 10%, pari a lire 30 giornaliere. Ho sempre saputo che la società di Attilio Cerpelli costruiva pompe da lui ideate e di alta potenzialità, sia per le navi che per le raffinerie ed altre industrie. Dovevo leggere l'Almanacco Versiliese di Giorgio Giannelli per apprendere la vasta gamma dei macchinari prodotti dalle officine della società Cerpelli, la più importante d’Italia, che contava 1200 dipendenti, per la costruzione di centrifughe rotative e a stantuffo, turbopompe, elettropompe, compressori a bassa e ad alta pressione, frigoriferi per navi e impianti per condizionatori di aria, tutti macchinari di alta qualità. Se non avessi letto l’Almanacco Versiliese mai avrei saputo nulla anche sul “blue ribbon”, sì il nastro azzurro cui si fregiò il supertransatlantico Rex, il più bello del mondo, costruito dall’Ansaldo di Sestri Ponente con pompe Cerpelli, le quali furono determinanti per la conquista del primato di navigazione dell’Atlantico, che avvenne tra il 10 e il 16 agosto 1933, allorché, salpato da Genova con scalo a Gibilterra, giunse a New York con 27 ore e 20 minuti di anticipo rispetto all’orario stabilito. La traversata dell’Atlantico fu effettuata in 4 giorni, 13 ore e 50 minuti, alla velocità di 28,2 miglia orarie, stabilendo un record fino a quel giorno detenuto da navi della marineria inglese. Fu un trionfo per la Marina mercantile italiana. Il Corriere della Sera del 18.8.1933, in relazione a questa impresa, scrisse: ”Il motivo che predomina nella valutazione dell’importantissima vittoria tecnica della Marina mercantile italiana, è costituito dal possedere, questa nave gloriosa, macchinari totalmente nazionali, concepiti e costruiti nelle officine Cerpelli”. Memorabile la spedizione, che nel 1985 fu effettuata dall’officina Cerpelli, di un colossale macchinario antincendio per l’Arabia Saudita del peso complessivo di 24 tonnellate, completamente automatizzato, progettato e brevettato dai propri tecnici. All’uscita del macchinario dallo stabilimento assistette la seconda classe di una locale scuola elementare accompagnata dalla maestra. Un bambino, Fabio Verona, inviò a Versilia Oggi quanto aveva annotato sul suo diario in merito all’avvenimento a cui aveva assistito. Il piccolo Verona nell’attimo in cui le gru alzavano quella gigantesca pompa, credette di sognare, come si legge, tra l’altro, anche nell’Almanacco Versiliese, sotto la voce Cerpelli Pompe. L’ingegner Cerpelli dirigeva lo studio tecnico che aveva nella sua villa di Capriglia, dove tutti i giorni saliva il personale specializzato nel disegno professionale. Spesso l’onorevole controllava personalmente i lavori che venivano svolti sia nell’officina che nella fonderia. Nel suo andare e venire da Capriglia o dall’altra sua villa di Viareggio, sovente era accompagnato dal figlio, l’ingegnere Orazio, pure lui interessato alla gestione della società paterna. Mai ho avuto modo di scambiare una parola con l’onorevole Attilio Cerpelli, che di solito dialogava con il capo della fonderia. Fra i tanti bravi operai formisti della fonderia che conobbi 55 anni fa, c’era anche il signor Mazzucchi, padre dell’ attuale Sindaco di Seravezza. I modellini in legno, necessari per la fusione dei pezzi per la costruzione delle pompe, venivano forniti, nel 1949, dalla ditta costruttrice Vito Viti con sede a Seravezza. Era solito trasportarli alla fonderia, su un carretto. Virgilio Salvatori, che lavorò come apprendita, per qualche tempo, nella ditta del Viti. Virgilio che fu mio amico, era nato e cresciuto al Ponticello di Seravezza fatto saltare in aria insieme a tutte le case del rione, durante la tragica estate del 1944, tra le quali c'era anche quella in cui abitavo, che fu di di proprietà , del mio nonno materno Raffaello Binelli, deceduto nel 1927. Il Cerpelli era un uomo anziano e molto distinto. Al solo apparire nella fonderia, intimava non solo rispetto a tutto il personale, ma anche un certo timore. Diversa la figura del capo dell’ufficio amministrazione, signor Feliciani, uomo affabile, sempre sorridente e gentile. La presenza dell’ingegnere Attilio Cerpelli in Versilia è stata molto importante sia per la ripresa economica nazionale che locale, in particolare a partire dall’immediato dopoguerra, quando la nostra terra, ancora piena di macerie, contava un tasso di disoccupazione molto elevato. Tanti uomini, compresi gli anziani, andavano a fare la rena nel fiume per guadagnare soltanto poche lire necessarie per sopravvivere. Alla ripresa dell’attività in Querceta, la situazione finanziaria della società Cerpelli doveva ancora risentire degli ingenti danni bellici subiti nel ’44, diversamente non si spiegherebbe l’omessa assicurazione degli apprendisti assunti nel ’49. Mi fa molto piacere sottolineare che la società fondata nel 1904 dall’ingegnere Attilio Cerpelli, ora nota come Commerciale Cerpelli srl con sede a Querceta, dopo aver superato nel corso dei suoi cento anni di vita anche “paurose” crisi; abbia ripreso in pieno la sua attività, tant’è che annovera, fra i suoi clienti attuali, le maggiori industrie petrolifere, meccaniche e cantieristiche ecc., sia nazionali che straniere. Mi pare altresì doveroso porre in risalto un altro primato conseguito, nel 1998, quando la società versiliese costruì due grandi pompe centrifughe a cassa divisa per gli Emirati arabi, da 5.200 metri cubi ora, mai costruite precedentemente.
domenica 30 gennaio 2011
ONORI AL CORPO DEGLI ALPINI
In occasione della cerimonia indetta dagli alpini di Pisa, Lucca e Livorno, ch'é stata celebrata il 16.1.2011, nella città della Torre pendente, in onore delle medaglie d'Oro Vincenzo Zerboglio e Ferruccio Tempesti, alla quale ha partecipato anche una rappresentanza della sezione pisana dell'ANFI, ( Associazione Nazionale Finanzieri d'Italia) ho avuto il piacere di conoscere il Capogruppo degli alpini,Cav.Uff. Florio Binelli ed altri alpini in congedo di Seravezza,il mio paese natale.
Quando, durante la celebrazione della Santa Messa, il trombettiere ha suonato le note del silenzio, ho avvertito una forte commozione nel momento in cui, quale alfiere, ho alzato la nostra bandiera tricolore. Mio padre , nato nel 1906, fu un alpino dell'artiglieria da montagna. Suo fratello Guido, classe 1919, fece parte del 4° Reggimento dell'artiglieria alpina – reparto munizioni e viveri del gruppo Pinerolo della divisione Cunense che fu inviata a combattere in Russia con il contingente dell'ARMIR. Ricordo ancora il volto infelice di mio padre quando venne a sapere che suo fratello era stato dichiarato disperso in Russia. Ho avuto due miei compagni di asilo e di scuola, i seravezzini Gianfranco Pea e Mario Tarabella che prestarono servizio militare di leva nel Corpo degli alpini. Mario Tarabella, un giorno che andai a trovarlo in Torcicoda, mi mostrò il suo cappello alpino, con una bellissima penna, che conservava come se fosse una reliquia.
Primo Giorgio, che fu anche uno dei primi capigruppo degli alpini di Seravezza, e riusci ad ottenere in comodato d'uso dal comune di Seravezza il locale dove ha sede il gruppo degli alpini in congedo, fu un mio caro amico. Con lui frequentai a Roma, dal 15 luglio 1949 al 14 febbraio del 1950 il corso allievi finanzieri. Visti i suoi trascorsi di alpino e successivamente da finanziere, amai definirlo “l'uomo dai due cappelli alpini”; sì da alpino e da finanziere. Li dipinsi su un piccolo cartone telato facendogliene dono durante un pranzo sociale che avvenne successivamente.
A grandi linee conosco la storia gloriosa del Corpo degli alpini, che fu proposto nel 1872 dal G.D. Perrucchetti. Nella guerra 1915/1918, gli alpini combatterono eroicamente. Furono essi a bloccare dopo la disfatta di Caporetto, l'avanzata delle truppe austriache sul Piave, sul Grappa e sul Moltello. La Guardia di Finanza, che ha avuto nelle stelle alpine e nelle penne nere” le sue bandiere, partecipò a questa guerra vittoriosa con 18 battaglioni mobilitati scrivendo pagine di fulgido valore insieme al Corpo degli alpini.
Il 25 gennaio 1943, gli alpini al comando del generale Luigi Reverberi, comandante della divisione Tridentina, sferrarono un violento attacco contro tre divisione russe attestatesi nel villaggio di Nikolajewka, per aprirsi un varco e sfuggire all'accerchiamento da parte dei sovietici che avevano sfondato il fronte lungo il fiume Don. La cruenta battaglia costrinse i russi ad abbandonare le loro posizioni e fu questa una grandissima vittoria degli alpini che riuscirono ad aprire la strada verso il ritorno a casa di 14 mila penne nere, anche se infiniti furono gli alpini che morirono, tant'è che Nikolajewka da allora fu chiamata la loro tomba.
Quando radio Mosca l'8 febbraio 1943, annunciò la loro vittoria contro le forze dell'asse Germania - Italia, la voce dello speaker cambiò tono nel momento in cui disse. “ Solo il Corpo alpino italiano deve ritenersi imbattuto in terra di Russia”.
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Quando, durante la celebrazione della Santa Messa, il trombettiere ha suonato le note del silenzio, ho avvertito una forte commozione nel momento in cui, quale alfiere, ho alzato la nostra bandiera tricolore. Mio padre , nato nel 1906, fu un alpino dell'artiglieria da montagna. Suo fratello Guido, classe 1919, fece parte del 4° Reggimento dell'artiglieria alpina – reparto munizioni e viveri del gruppo Pinerolo della divisione Cunense che fu inviata a combattere in Russia con il contingente dell'ARMIR. Ricordo ancora il volto infelice di mio padre quando venne a sapere che suo fratello era stato dichiarato disperso in Russia. Ho avuto due miei compagni di asilo e di scuola, i seravezzini Gianfranco Pea e Mario Tarabella che prestarono servizio militare di leva nel Corpo degli alpini. Mario Tarabella, un giorno che andai a trovarlo in Torcicoda, mi mostrò il suo cappello alpino, con una bellissima penna, che conservava come se fosse una reliquia.
Primo Giorgio, che fu anche uno dei primi capigruppo degli alpini di Seravezza, e riusci ad ottenere in comodato d'uso dal comune di Seravezza il locale dove ha sede il gruppo degli alpini in congedo, fu un mio caro amico. Con lui frequentai a Roma, dal 15 luglio 1949 al 14 febbraio del 1950 il corso allievi finanzieri. Visti i suoi trascorsi di alpino e successivamente da finanziere, amai definirlo “l'uomo dai due cappelli alpini”; sì da alpino e da finanziere. Li dipinsi su un piccolo cartone telato facendogliene dono durante un pranzo sociale che avvenne successivamente.
A grandi linee conosco la storia gloriosa del Corpo degli alpini, che fu proposto nel 1872 dal G.D. Perrucchetti. Nella guerra 1915/1918, gli alpini combatterono eroicamente. Furono essi a bloccare dopo la disfatta di Caporetto, l'avanzata delle truppe austriache sul Piave, sul Grappa e sul Moltello. La Guardia di Finanza, che ha avuto nelle stelle alpine e nelle penne nere” le sue bandiere, partecipò a questa guerra vittoriosa con 18 battaglioni mobilitati scrivendo pagine di fulgido valore insieme al Corpo degli alpini.
Il 25 gennaio 1943, gli alpini al comando del generale Luigi Reverberi, comandante della divisione Tridentina, sferrarono un violento attacco contro tre divisione russe attestatesi nel villaggio di Nikolajewka, per aprirsi un varco e sfuggire all'accerchiamento da parte dei sovietici che avevano sfondato il fronte lungo il fiume Don. La cruenta battaglia costrinse i russi ad abbandonare le loro posizioni e fu questa una grandissima vittoria degli alpini che riuscirono ad aprire la strada verso il ritorno a casa di 14 mila penne nere, anche se infiniti furono gli alpini che morirono, tant'è che Nikolajewka da allora fu chiamata la loro tomba.
Quando radio Mosca l'8 febbraio 1943, annunciò la loro vittoria contro le forze dell'asse Germania - Italia, la voce dello speaker cambiò tono nel momento in cui disse. “ Solo il Corpo alpino italiano deve ritenersi imbattuto in terra di Russia”.
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sabato 1 gennaio 2011
IL MAESTRO BRUNO GUERRINI: UN EROE SENZA MEDAGLIA
Un giorno, verso la fine degli Anni 30, nella via in cima al Chiasso, dove noi scolari attendevamo di entrare nella scuola elementare, vidi che alcuni maestri parlavano con un giovane, bello di viso e con un sorriso splendente, ch'è sempre è rimasto impresso nei miei occhi.
Era il maestro Bruno Guerrini, come seppi dalla voce che si sparse fra noi ragazzi; ricordo che portava i pantaloni alla “zuava “ e che non mi sembrò essere alto di statura.
Da allora non rividi più quel giovanottino molto distinto.
Ero chierichetto, quando nel duomo di Seravezza, alla presenza di tutta la scolaresca, del direttore, Giuseppe Masini dei maestri e maestre, e di tantissime persone,tra le quali anche lo scultore pietrasantino Pietro Bibolotti, padre del tenente Enrico medaglia d'argento al valore militare ucciso durante una battaglia che ci fu cinque giorni prima della morte del suo amico Bruno Guerrini, fu celebrata una S. Messa a suffragio dell’anima del maestro Bruno Guerrini, sottotenente della 10^ Compagnia anticarro della Divisione Bologna, caduto a Mages Belamedt (Tobruk) il 26 novembre 1941, durante una battaglia combattuta contro le forze neozelandesi che disponevano di carri armati, contro i quali, i colpi dei piccoli cannoni anticarro in dotazione ai militari della divisione Bologna non causavano alcun danno.
In quella sanguinosa battaglia perirono 45 ufficiali ed un migliaio tra sottufficiali e soldati italiani.Stando alla testimonianza di un anonimo soldato dell'Alta Versilia rimasto ignoto, Mauro Barghetti apprese che Bruno Guerrini suo fraterno amico fin da bambino perì eroicamente, mentre con gli uomini del suo caposaldo uccisi, continuò da solo con il suo cannoncino a sparare contro un carro armato, che centrò senza che il mezzo nemico subisse danni atti a fermare la sua avanzata. Quando si accingeva a sparare l'ultimo colpo fu colpito in pieno da una cannonata nemica che lo uccise sul colpo.Il suo corpo ridotto a brandelli sanguinanti finì sopra il mucchio dei suoi soldati uccisi durante quello spaventoso scontro.
Ricordo ancora la commozione ed il generale rimpianto di tutta la comunità seravezzina per la immatura scomparsa di questo suo giovane figlio.
L’immagine fotografica di quel giovane in divisa militare riapparve ai miei occhi a metà degli Anni 50, in un quadro attaccato alle pareti della cameretta che i nonni materni della mia fidanzata Angela, figlia di Pucci Giuseppe e di Bruna Guerrini, sorella di Bruno, morto eroicamente sul fronte di Tobruk, tenevano come se il loro amato figlio fosse sempre vivo fra loro. Questo fatto a mio parere fu un fulgido esempio di un immenso amore filiale che mi lascia ancora profondamente commosso. Questa cameretta era arredata con gli stessi mobili, scrivania e libri che Bruno aveva nella sua stanza della casa che i suoi genitori possedevano alla Fucina, e che essi riuscirono a salvare prima che l'immobile venisse fatto saltare in aria dai tedeschi insieme a tutte le case del rione, dal lungofiume fino a Riomagno e dei paesi di Ripa e di Corvaia.
Molti anni più tardi la figura del giovane e dolce maestro Bruno Guerrini (profondamente legato ai genitori ed alle due sorelle) è riaffiorata sia nei libri di Giorgio Giannelli che in alcuni articoli di Mauro Barghetti pubblicati sul periodico mensile Versilia Oggi.
Mauro Barghetti, aveva pubblicamente propugnato l’idea di ricordare l’amico fraterno Bruno Guerrini, con il quale aveva studiato insieme presso l’Istituto Magistrale di Pisa,fino a
diplomarsi entrambi maestri,con una lapide da murare presso le scuole elementari di Seravezza da essi frequentate.
Il Barghetti era a conoscenza del fatto che a Pisa, l’Istituto dove il maestro di Seravezza si era diplomato, aveva dedicato un’aula alla sua memoria.
Perché non farlo anche a Seravezza, seppure con notevole ritardo?
Mentre Mauro Barghetti raccontava anche a me questi fatti, non riuscìvo a capire le ragioni di questa insensibilità dimostrata “in primis” nel 1941 dalle autorità scolastiche di Seravezza.
A Pisa l’Istituto Magistrale volle subito ricordare in modo solenne questo suo studente, morto eroicamente in guerra a 24 anni, dedicandogli, alla sua memoria un'aula. Perché Seravezza, il suo paese natale lasciò cadere tutto nel silenzio?
Visto il vanificarsi di quanto propugnato da Mauro Barghetti, questi invitò mia moglie e sua sorella Anna, figlie della sorella di Bruno, ad indirizzare un'istanza al signor sindaco di Seravezza perché fosse murata nella scuola elementare una lapide a ricordo del loro zio Bruno. Nella lettera che fu inviata, esse si fecero carico di tutte le spese relative all'acquisto della lapide, alla scultura sul marmo di quanto avrebbe scritto Mauro Barghetti ed al pagamento del muratore, In attesa di ricevere la risposta del signor Sindaco di Seravezza, un giorno mi chiamò al telefono il generale di Squadra Aerea, in pensione, Bruno Buselli, nativo di Ripa, pluridecorato al valor militare e di altre onorificenze) che aveva sposato Carla Bastianelli, figlia della sorella di Agostina Falconi, madre di Bruno Guerrini, perché mi interessassi della pratica, al fine di riuscire a superare lo “stallo” che, a suo dire, stava rallentando il procedere della trattazione della pratica relativa alla collocazione della lapide nella scuola elementare di Seravezza.
Mi fece anche i nomi del Sindaco e dell'assessore Marcucci con il quale lui si era già incontrato nei loro uffici .
Fu così che mi recai a parlare con il Signor Sindaco Lorenzo Alessandrini e con l'assessore alla cultura Ezio Marcucci. Fui accolto da entrambi con molta gentilezza. Mi parve di capire che la pratica sarebbe stata esaminata nel più breve tempo possibile.Non mi furono rappresentati motivi in ordine ai quali la lapide non sarebbe stata murata.
Con il parere favorevole degli organi scolastici il comune autorizzò la muratura di questa lapide in ricordo del giovane maestro Bruno Guerrini che dopo alcune supplenze nella scuola del suo paese,e in quella distaccata della Cappella, ove ora ha la sede la sezione del Gruppo degli alpini in congedo della Versilia, arrivò ad insegnare, prima di essere richiamato alle armi, anche in una scuola di Rodi, allora colonia italiana con tutte le isole del Dodecanneso.
La cerimonia avvenne in un clima molto commovente. Erano presenti monsignor Guido Corallini che aveva studiato a Pisa insieme a Bruno,parroco della chiesa pisana di Santa Caterina; fu questo sacerdote a benedire la lapide con a fianco il parroco di Seravezza monsignor Leonardi, mentre un trombettiere suonava il silenzio. C'era anche il dottor Bastianelli, cugino del maestro Bruno. Alla cerimonia partecipò, con la bandiera, anche una rappresentanza dell'ANFI Sezione Versilia - Storica di Seravezza. Con tristezza rilevai l'assenza degli alunni della scuola, nemmeno una piccola rappresentanza fu inviata dal Comitato scolastico.
Non conobbi le motivazioni che adottò il Comitato scolastico che decise la non partecipazione alla cerimonia degli alunni, per i quali erano stati imbanditi tavoli colmi di biscotti, pasticcini, pizzette e altre leccornie nonché aranciate e varie bibite.
Era il maestro Bruno Guerrini, come seppi dalla voce che si sparse fra noi ragazzi; ricordo che portava i pantaloni alla “zuava “ e che non mi sembrò essere alto di statura.
Da allora non rividi più quel giovanottino molto distinto.
Ero chierichetto, quando nel duomo di Seravezza, alla presenza di tutta la scolaresca, del direttore, Giuseppe Masini dei maestri e maestre, e di tantissime persone,tra le quali anche lo scultore pietrasantino Pietro Bibolotti, padre del tenente Enrico medaglia d'argento al valore militare ucciso durante una battaglia che ci fu cinque giorni prima della morte del suo amico Bruno Guerrini, fu celebrata una S. Messa a suffragio dell’anima del maestro Bruno Guerrini, sottotenente della 10^ Compagnia anticarro della Divisione Bologna, caduto a Mages Belamedt (Tobruk) il 26 novembre 1941, durante una battaglia combattuta contro le forze neozelandesi che disponevano di carri armati, contro i quali, i colpi dei piccoli cannoni anticarro in dotazione ai militari della divisione Bologna non causavano alcun danno.
In quella sanguinosa battaglia perirono 45 ufficiali ed un migliaio tra sottufficiali e soldati italiani.Stando alla testimonianza di un anonimo soldato dell'Alta Versilia rimasto ignoto, Mauro Barghetti apprese che Bruno Guerrini suo fraterno amico fin da bambino perì eroicamente, mentre con gli uomini del suo caposaldo uccisi, continuò da solo con il suo cannoncino a sparare contro un carro armato, che centrò senza che il mezzo nemico subisse danni atti a fermare la sua avanzata. Quando si accingeva a sparare l'ultimo colpo fu colpito in pieno da una cannonata nemica che lo uccise sul colpo.Il suo corpo ridotto a brandelli sanguinanti finì sopra il mucchio dei suoi soldati uccisi durante quello spaventoso scontro.
Ricordo ancora la commozione ed il generale rimpianto di tutta la comunità seravezzina per la immatura scomparsa di questo suo giovane figlio.
L’immagine fotografica di quel giovane in divisa militare riapparve ai miei occhi a metà degli Anni 50, in un quadro attaccato alle pareti della cameretta che i nonni materni della mia fidanzata Angela, figlia di Pucci Giuseppe e di Bruna Guerrini, sorella di Bruno, morto eroicamente sul fronte di Tobruk, tenevano come se il loro amato figlio fosse sempre vivo fra loro. Questo fatto a mio parere fu un fulgido esempio di un immenso amore filiale che mi lascia ancora profondamente commosso. Questa cameretta era arredata con gli stessi mobili, scrivania e libri che Bruno aveva nella sua stanza della casa che i suoi genitori possedevano alla Fucina, e che essi riuscirono a salvare prima che l'immobile venisse fatto saltare in aria dai tedeschi insieme a tutte le case del rione, dal lungofiume fino a Riomagno e dei paesi di Ripa e di Corvaia.
Molti anni più tardi la figura del giovane e dolce maestro Bruno Guerrini (profondamente legato ai genitori ed alle due sorelle) è riaffiorata sia nei libri di Giorgio Giannelli che in alcuni articoli di Mauro Barghetti pubblicati sul periodico mensile Versilia Oggi.
Mauro Barghetti, aveva pubblicamente propugnato l’idea di ricordare l’amico fraterno Bruno Guerrini, con il quale aveva studiato insieme presso l’Istituto Magistrale di Pisa,fino a
diplomarsi entrambi maestri,con una lapide da murare presso le scuole elementari di Seravezza da essi frequentate.
Il Barghetti era a conoscenza del fatto che a Pisa, l’Istituto dove il maestro di Seravezza si era diplomato, aveva dedicato un’aula alla sua memoria.
Perché non farlo anche a Seravezza, seppure con notevole ritardo?
Mentre Mauro Barghetti raccontava anche a me questi fatti, non riuscìvo a capire le ragioni di questa insensibilità dimostrata “in primis” nel 1941 dalle autorità scolastiche di Seravezza.
A Pisa l’Istituto Magistrale volle subito ricordare in modo solenne questo suo studente, morto eroicamente in guerra a 24 anni, dedicandogli, alla sua memoria un'aula. Perché Seravezza, il suo paese natale lasciò cadere tutto nel silenzio?
Visto il vanificarsi di quanto propugnato da Mauro Barghetti, questi invitò mia moglie e sua sorella Anna, figlie della sorella di Bruno, ad indirizzare un'istanza al signor sindaco di Seravezza perché fosse murata nella scuola elementare una lapide a ricordo del loro zio Bruno. Nella lettera che fu inviata, esse si fecero carico di tutte le spese relative all'acquisto della lapide, alla scultura sul marmo di quanto avrebbe scritto Mauro Barghetti ed al pagamento del muratore, In attesa di ricevere la risposta del signor Sindaco di Seravezza, un giorno mi chiamò al telefono il generale di Squadra Aerea, in pensione, Bruno Buselli, nativo di Ripa, pluridecorato al valor militare e di altre onorificenze) che aveva sposato Carla Bastianelli, figlia della sorella di Agostina Falconi, madre di Bruno Guerrini, perché mi interessassi della pratica, al fine di riuscire a superare lo “stallo” che, a suo dire, stava rallentando il procedere della trattazione della pratica relativa alla collocazione della lapide nella scuola elementare di Seravezza.
Mi fece anche i nomi del Sindaco e dell'assessore Marcucci con il quale lui si era già incontrato nei loro uffici .
Fu così che mi recai a parlare con il Signor Sindaco Lorenzo Alessandrini e con l'assessore alla cultura Ezio Marcucci. Fui accolto da entrambi con molta gentilezza. Mi parve di capire che la pratica sarebbe stata esaminata nel più breve tempo possibile.Non mi furono rappresentati motivi in ordine ai quali la lapide non sarebbe stata murata.
Con il parere favorevole degli organi scolastici il comune autorizzò la muratura di questa lapide in ricordo del giovane maestro Bruno Guerrini che dopo alcune supplenze nella scuola del suo paese,e in quella distaccata della Cappella, ove ora ha la sede la sezione del Gruppo degli alpini in congedo della Versilia, arrivò ad insegnare, prima di essere richiamato alle armi, anche in una scuola di Rodi, allora colonia italiana con tutte le isole del Dodecanneso.
La cerimonia avvenne in un clima molto commovente. Erano presenti monsignor Guido Corallini che aveva studiato a Pisa insieme a Bruno,parroco della chiesa pisana di Santa Caterina; fu questo sacerdote a benedire la lapide con a fianco il parroco di Seravezza monsignor Leonardi, mentre un trombettiere suonava il silenzio. C'era anche il dottor Bastianelli, cugino del maestro Bruno. Alla cerimonia partecipò, con la bandiera, anche una rappresentanza dell'ANFI Sezione Versilia - Storica di Seravezza. Con tristezza rilevai l'assenza degli alunni della scuola, nemmeno una piccola rappresentanza fu inviata dal Comitato scolastico.
Non conobbi le motivazioni che adottò il Comitato scolastico che decise la non partecipazione alla cerimonia degli alunni, per i quali erano stati imbanditi tavoli colmi di biscotti, pasticcini, pizzette e altre leccornie nonché aranciate e varie bibite.
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